§ 1.
Decadimento massimo del Papato. — Invettiva dei Vescovi di Gallia
contro a Roma. — Atteggiamento ostile dei Sinodi provinciali. —
Oscurità delle condizioni di Roma. — Crescenzio si prende la podestà
temporale. — Giovanni XV fugge. — I Romani lo accolgono nuovamente. —
Muore nell’anno 996. — Ottone III eleva Gregorio V al pontificato. — Il
primo Pontefice tedesco. — Il Papato è soggetto all’Impero germanico. —
Ottone III è coronato imperatore addì 21 di Maggio del 996.
Il Papato mostravasi in quel tempo disceso all’avvilimento estremo;
non soltanto in Roma, ma anche di fuori, la venerazione alla cattedra
di Pietro s’era soffocata sotto a’ pontificati di uomini carichi di
reità. Dimostrazione notevole ne dà il celebre Sinodo che tenevasi a
Reims nell’anno 991. Arnolfo, arcivescovo di questa prima metropoli
di Francia, l’aveva data traditorescamente in mano di Carlo duca di
Lorena suo zio, laonde per comandamento di Ugo Capeto, usurpatore
del trono dei Carolingi in Francia, era tratto davanti al giudizio
di Vescovi congregati insieme. Un prete si faceva a chiedere che la
causa fosse sottoposta al giudizio supremo ecclesiastico, al Papa;
ma, a quella proposta, Arnolfo vescovo di Orleans si levava tutto
acceso di sprezzo, e dava questa descrizione del Papato di Roma: «O
Roma degna di miserazione,» diceva l’oratore, «tu nel silenzio del
passato diffondesti fra i nostri avi il lume dei Padri ecclesiastici,
ma la nostra età presente oscurasti con sì orrida tenebra, che di
essa avranno sentore anche i tempi futuri. Altra volta di là vennero
a noi i Leoni magnifici, i grandi Gregorî: che dovrò dire di Gelasio
e di Innocenzo, i quali per sapienza ed eloquio superarono i filosofi
tutti del mondo? Ma che cosa a questi tempi non vedemmo mai? Vedemmo
Giovanni, soprannominato Ottaviano, avvoltolarsi nel lezzo delle
passioni, e congiurare financo contro ad Ottone, che coronato aveva.
Ei fu cacciato, e Leone, un neofito, fu fatto papa. Ottone imperatore
partì di Roma; vi tornò Ottaviano, ne gettò fuori Leone, mozzò il naso,
le dita della destra e la lingua a Giovanni diacono; con libidine di
sangue trucidò molti ottimati di Roma, e indi a poco morì. In vece di
lui i Romani posero Benedetto grammatico; non molto andò peraltro, che
Leone il neofito, coll’Imperatore suo, gli mosse contro, lo assediò,
lo prese, lo depose e lo mandò ad Alemagna in eterno esilio. A Ottone
imperatore succedette Ottone pure imperatore, il quale al nostro
tempo eccelse su tutti i Principi per virtù di arme, di consiglio
e di scienza. Ma in Roma, alla cattedra di Pietro salì un mostro
abbominevole, ancor sozzo del sangue dell’antecessor suo, Bonifacio,
dico, che superò i delitti di tutti i mortali. Discacciato e condannato
da un grande Sinodo, tornò, Ottone morto, a Roma; precipitò dal
culmine massimo della Città un uomo illustre, Pietro papa, dapprima
vescovo di Pavia; fecelo ad onta di promessi giuramenti, lo depose e
lo assassinò, dopo tormento spaventevole di prigionia. Dove sta scritto
mai che la moltitudine innumerevole dei preti di Dio, sparsi sull’orbe
terrestre, ornati di sapienza e di meriti, debba essere soggetta a
mostri cosiffatti, vitupero del mondo, privi di qualsiasi scienza
divina ed umana?» E l’animoso oratore chiedeva indi ai Vescovi raccolti
(che ascoltavano, alcuni atterriti, altri contenti, un discorso tanto
insolito a udirsi), chiedeva che nome dovesse darsi al Papa, il quale
in manto di porpora e d’oro sedeva sulla cattedra di san Pietro. «Se
carità», diceva, «non nutre in cuore, ed è gonfio soltanto di scienza
ampollosa, desso è l’Anticristo che siede in trono, nel tempio di
Dio, e come un dio si pompeggia agli sguardi della moltitudine. Ma se
gli mancano amore cristiano e scienza nel tempio di Dio non è che un
idolo, da cui veramente debbonsi aspettare responsi, quali potrebbe
pronunciare una muta pietra.» Ed accertava che in Belgio e in Alemagna
buona copia v’era di Vescovi insigni, al cui giudizio avrebbesi
potuto sottoporre l’affare di Reims, piuttosto che appellarne al foro
spirituale di quella Città, in cui adesso ogni cosa era venale a chi
sapeva comprarla, dove le sentenze erano misurate a peso d’oro[513].
Questa era la orazione catilinaria scagliata contro al Papato del
secolo decimo. I popoli l’ascoltarono e tacquero. Roma udilla e non
ne tremò, avvegnaddio questo grande istituto avesse piantato radice
così salda nelle necessità degli uomini, che non lo scotevano quelle
condizioni di dissoluzione, le quali avrebbero mandato a rotoli financo
dei reami. Agli inimici interiori, alla corruttela ecclesiastica
che non sapeva più di modestia, alla nobiltà riottosa della Città,
all’Impero, s’erano consociati anche i Sinodi provinciali. Da dopo
dei Carolingi i Vescovi erano diventati quasi principi independenti
nei loro territorî forniti d’immunità; lo Stato era riposto in mano
di loro, perocchè, come maggiorenti primi dell’Impero, fossero essi
i guidatori dei negozî politici, e per cultura e per accortezza
diplomatica superassero tutti i baroni temporali. In quell’età pertanto
l’Episcopato combatteva il Papato con armi formidabili, laonde s’era
resa possibile la vittoria dei Sinodi, anzi la separazione della Chiesa
gallica. Presto però udremo in qual maniera Roma rispondesse alle
accuse di Reims; dipoi, quel Papato che s’era coperto di tanta onta
troveremo novellamente con Vescovi, con Principi e con Re genuflessi a’
suoi piedi.
La Storia ecclesiastica, allorchè scrive del pontificato di Giovanni
XV, ha bell’agio d’introdurvi la narrazione di molte cose degne di
nota, come, ad esempio, della controversia avvenuta per ragione della
cattedra di Reims; ma lo Storico della città di Roma, condannato,
contro voglia, a tacere delle condizioni delle sue cose interiori,
saluta la prossima fine del secolo decimo, similmente ad un viandante
che sta per uscire di un orrido deserto: e questo tocca quasi la
fine colla vita di quel Papa. Scrittori venuti in tempi più tardi
registrano, all’anno 993, un grande incendio della Città; tuttavia noi
non sappiamo nemmanco se siffatta tradizione si sorregga a fondamento
storico[514].
Procelloso fu l’ultimo tempo di Giovanni XV; questo Papa tornò odiato
ai Romani per cagione del suo nepotismo e della sua avarizia; laonde
puossi credere che, partita Teofania, e finalmente lei morta addì 15 di
Giugno dell’anno 991, Crescenzio raccogliesse del tutto in mano sua le
briglie del reggimento cittadino. Nel secondo Sinodo di Reims, avvenuto
nel 995, i Vescovi francesi si lagnavano, che gli ambasciatori di loro
e di re Ugo fossero stati accolti in modo non degno da Giovanni XV,
a cagione, credevasi, che non avevano recato donativi a Crescenzio:
perciò i legati sarebbero tornati indietro senza averne avuto risposta,
e i Vescovi con grande stizza dicevano, che in Roma nessuna persona
più otteneva ascolto, se Crescenzio «tiranno» non accondiscendeva,
per mercede d’oro, ad assolvere od a condannare[515]. Giovanni era
benanco costretto, nell’anno 995, a ricoverarsi in Tuscia presso ad
Ugo margravio, e di lì moveva instanza al giovane Ottone affinchè
movesse con un’impresa su Roma. La novella ch’ei marciava contro ad
essi indusse i Romani a richiamare il Papa nuovamente nella Città; gli
fecero accoglienze onorevoli e con lui si rappattumarono[516]. Ma egli
non visse tanto da veder venire il liberatore suo, poichè moriva nel
Marzo o nell’Aprile dell’anno 996[517].
Con grande apparato di soldatesche e con accompagnatura di Vescovi e
Signori molti il giovine Ottone III scendeva dalle Alpi nella primavera
del 996, e celebrava le feste di Pasqua a Pavia; colà soltanto udiva
della morte di Giovanni. A Ravenna incontrava alcuni legati romani
recantigli lettere della nobiltà, in cui lo si accertava che i Romani
avevano desiderio della sua venuta; dicevano porli in imbarazzo la
morte del Papa, bramare di udire quale fosse il voler suo rispetto
alla elezione del Pontefice[518]. La paura era operatrice di questa
sommessione: lo stesso Crescenzio non aveva la potenza nè il genio
di Alberico; nel breve tempo in cui, per vero dire in circostanze
meno fauste, resse la patria sua, egli ha apparenza soltanto di
capo di parte, non di principe; e, se ci fossero state conservate
monete pontificie del suo tempo, fra quelle non ne troveremmo pur
una che fosse fregiata del suo nome[519]. Il Patrizio era costretto a
rispettare nel nipote di Ottone I i diritti di elezione pontificia che
quest’ultimo si aveva usurpato; e quegli, che tuttavia era un ragazzo,
disponeva adesso a capriccio suo della tiara, dappoichè l’avo di lui
aveva ricevuto la corona imperiale dalle mani di un Papa, ragazzo
anch’egli.
Ottone III decise, che il Pontificato sarebbe toccato a Bruno, cugino
e cappellano suo: questo prete era figliuolo di Ottone, margravio di
Verona, e, per via di Liutgarde sua ava, nipote di Ottone I: aveva
dai ventitre ai ventiquattro anni, ed era fornito di buona cultura
mondana; possedeva insigni doti di mente, animo severo e risoluto, ma
indole focosa, come alla giovinezza sua si conveniva[520]. Concordi
gli ottimati tedeschi e italiani che stavano attorno a lui a Ravenna,
Ottone fece che Villigi di Magonza e Ildebaldo di Worms accompagnassero
il Papa designato a Roma, dove gli fu fatto orrevole ricevimento. Le
apparenze furono salve per via di una cosiddetta elezione, e, nel dì
3 di Maggio 996, salì alla cattedra di Pietro il primo Pontefice che
scendesse di una pura famiglia tedesca: ebbe nome di Gregorio V[521].
Tale fu dunque la conseguenza del decadimento profondo del Papato,
che un prete tedesco, per volontà di un tedesco Imperatore, ricevette
la corona pontificia. Causa le più spaventevoli condizioni delle cose
sue, Roma aveva dimostrato che nessun Papa poteva più esser trascelto
degnamente del suo seno; coloro che nutrivano intendimento del bene,
in Italia, in Francia e in Germania, inneggiarono pertanto alla
esaltazione di Bruno, come ad arra di salute della Chiesa; l’ordine
di Cluny plaudì con gioia all’amico suo; d’ogni parte sperossi che
un Papa di sangue imperiale avrebbe recato salvamento alla Chiesa, e
l’avrebbe strappata allo scisma ed al precipizio. Mormorarono soltanto
i Romani; infatti anche la sedia apostolica cascava in mano della casa
di Sassonia, e l’Impero tedesco conseguiva una vittoria che superava
tutto ciò che financo Ottone il grande aveva conseguito; era un fatto
di natura così inudita, che distruggeva ogni specie di tradizione. Il
tedesco Bruno abrogava quella riprovevole consuetudine, tacitamente
elevata a legge, per cui non altri che uomini romani erano saliti
alla cattedra di Pietro. Ed invero, da dopo di Zaccaria uomo siro, in
duecento cinquant’anni di tempo, due soli Papi, di quarantasette, non
erano stati nativi di Roma o dello Stato ecclesiastico; di essi l’uno
fu Bonifacio VI, di Tuscia, l’altro Giovanni XIV, pavese. Il sentimento
nazionale dei Romani doveva pertanto risentire adesso un’offesa
acerba; avrebbero eglino preferito di vedere sul trono pontificio
un mostro, purchè soltanto fosse stato uomo romano, anzichè un santo
che fosse stato sassone. Tuttavolta l’idea del Papato assunse, dopo
di Gregorio V, dimensioni maggiori: si affrancò essa dalle barriere
locali della Città e della sua aristocrazia, e strinse nuovamente
rapporti universali col mondo. Il grande principio, giusta il quale non
si badava a nazione cui il Papa appartenesse, sgorgava dallo spirito
istesso del Cristianesimo, che allarga l’idea di nazione in quella di
tutta la gente umana. Cotale principio si commisurava perfettamente al
concetto di Capo della Chiesa universale; a quello il Papato andava
debitore, in parte, del suo dominio mondiale; e quantunque, colla
esaltazione di Bruno, o posteriormente a lui, non venisse mai eretto
ad autorità di legge, pure, dopo qualche interruzione, si foggiò da sè
medesimo per ragione di conseguenze, perocchè i grandi risultamenti
delle cose del mondo fossero più potenti delle voci dei Romani, i
quali incessantemente chiedevano un Papa di loro gente. Durante il
medio evo, quanto fu lungo, alla cattedra apostolica salirono uomini
romani, italiani, tedeschi, greci, francesi, inglesi, spagnuoli, fino
a che, insieme col termine della signoria pontificia universale, quel
principio si spense; e la consuetudine, di nuovo eretta tacitamente
a legge, di non levare più alla sedia pontificia chi non fosse uomo
italiano, dimostrò chiaramente che il Papato s’era rimpicciolito entro
ad angusti confini[522].
Come il cugino suo fu posto sul trono di pontefice, Ottone III
venne a Roma per prendersi la corona imperiale dalle mani di lui che
aveva eletto a papa. Fu accolto con grandi solennità nella Città, e
coronato in san Pietro addì 21 Maggio; con ciò ebbe fine la podestà
patrizia di Crescenzio. Dopo tredici anni dacchè s’era spento il
titolo d’imperatore Roma rivide entro le sue mura un novello Augusto,
e, con lui, un Papa nuovo[523]. Quegli si struggeva del desiderio
di rinnovare l’Impero di Carlo magno, se non pur quello di Trajano;
questi, accanto a lui, vagheggiava di riformare, nuovo Gregorio
magno, il Papato, e di elevarlo a potere universale; intendimenti che
nell’intimo criterio si osteggiavano fra sè. Giovani entrambi, poichè
l’uno aveva ventitre anni, l’altro quindici appena, congiunti di
sangue, pieni d’ingegno e belli, quei due Tedeschi offrivano, dentro
della vecchia Roma, uno spettacolo strano a chi ve li mirava seduti
ai culmini sublimi del potere, cui uomo mortale potesse mai giungere.
I Romani per fermo guardavano di mal occhio le teste bionde di quei
giovanetti sassoni, che erano venuti a dominare la loro Città, e con
essa tutta Cristianità; nè l’età acerba di quegli stranieri poteva,
presso di loro, accaparrarsi reverenza. Allorchè eglino, Imperatore
e Papa, in quegli splendidi giorni, si saranno trovati soli e senza
alcun testimonio nelle stanze del Laterano, giovanilmente accesi
d’entusiasmo, si saranno forse gettati l’uno nelle braccia dell’altro,
e si avranno giurato amicizia eterna, e proposto disegni fanatici
di dominare insieme sul mondo, o di portar la felicità in mezzo alla
gente umana. Però il mondo è materia troppo difficile e poderosa perchè
ragazzi di spiriti bollenti possano maneggiarla: quattro mesi appena
durava il sogno di quegli entusiasmi romani; di lì a tre anni il Papa
giovine e bello non viveva più; di lì a sei l’Imperatore giovine e
bello non viveva più[524].
§ 2.
Condanna dei ribelli Romani. — Crescenzio riceve grazia. — Adalberto
è costretto ad abbandonar Roma. — Incontra, volonteroso, morte di
martire. — Ottone III parte di Roma. — Sollevazione dei Romani. —
Mirabile lotta della Città contro al Papato e all’Impero. — Crescenzio
discaccia Gregorio V. — È scomunicato. — Mutazione di cose in Roma. —
Crescenzio innalza alla sedia pontificia Filagato con nome di Giovanni
XVI.
Addì 25 di Maggio del 997 Ottone e Gregorio raccolsero in san Pietro
un Sinodo delle due nazioni; anche questo, similmente ad altri Concilî
avvenuti in tempi anteriori, ebbe veri caratteri di corte giudiziaria.
Dopochè s’era fatto papa un uomo della stirpe imperiale tornava
necessario che la Città, avvezza al tumulto, fosse incatenata dalle
forze unite delle due podestà, affinchè non opponesse contrarietà ai
disegni di restaurazione dell’Impero universale. I Romani ribellatisi,
che avevano discacciato Giovanni XV, furono citati innanzi a quello;
sennonchè la loro sottomissione a questo Papa, che eglino avevano
riaccolto nella Città, e la loro soggezione ai voleri di Ottone, dalle
cui mani ne avevano ricevuto il successore, resero mite il giudizio.
La maestà del giovine idealista era inaccessibile alla temenza, e non
discendeva ai partiti odiosi che questa consiglia. Neppure un Romano
fu condannato a morte; soltanto alcuni caporioni del popolo, fra’
quali Crescenzio, furono puniti con perpetuo esilio. Però, l’animo
generoso di Gregorio V, non assuefatto al regno, ebbe sgomento financo
di questo castigo, e, affine di guadagnarsi Roma colla mitezza, ottenne
dal giovane Imperatore, parimente inchinevole a perdonanza, che fosse
pronunciata assoluzione completa. Crescenzio prestò giuramento di
sudditanza, e rimase a Roma in qualità di uomo privato; tuttavolta,
se quella trascuraggine, contraria alla ragione politica, fece onore
al cuore di Gregorio e di Ottone, non ne fece altrettanto al loro
intelletto, e abbastanza presto eglino ne pagarono la pena[525].
Un uomo ribelle sfuggì alla sorte di andare esule in mezzo ai Barbari,
ciò che i Romani, ancor nel secolo decimo, reputavano punizione pari
alla morte: quel temuto destino toccò invece ad un Santo. Adalberto,
reclamato dal Duca di Boemia e dal Vescovo di Magonza, fu, ancora
una volta, costretto di tornare al suo Vescovado; nè la venerazione
fanatica che gli prestava il giovine Imperatore bastò a salvarlo da
quella ordinanza crudele. Abbandonò egli Roma per sempre nell’estate
dell’anno 996; accompagnato da Gaudenzio, fido fratello suo, e
spargendo copiose lagrime, mosse nuovamente i passi al barbarico
settentrione. Però la sua anima non trovava colà nido di patria,
parimenti come nol trovava Ottone amico suo, di cui, sotto la tonaca
monastica, egli ricopiava in sorprendente guisa l’indole poetica.
Entrambi, il Sassone ed il Boemo, amarono Roma con ardore profondo
e fatale, e tutti e due di quell’amore morirono. Adalberto odiava
il suo Vescovato della barbarica Praga; e, dopo di aver soggiornato
qualche tempo a Magonza, indi a Tours, venerato dai Principi come
Santo, bramoso di morte si cacciò in mezzo ai Prussiani feroci; e
il destino, che aveva invidiato al fervido sognatore la sua vita
silenziosa sull’Aventino benedetto di sole, lo condannò a morire
martire sulla costa di Bernstein, attristata di nebbie; ivi perì egli
sotto i colpi di quei Prussiani, «cui è dio il ventre, compagna fino
alla morte l’avarizia»[526]. Adalberto trovò la morte da lui anelata,
addì 23 di Aprile del 997: Boleslao, duca di Polonia, riscattò il suo
corpo con pari peso d’oro, e gli diede sepoltura nel duomo di Gnesen,
dove «l’Apostolo dei Polacchi» ricevette suoi primi onori di culto;
ed oggidì ancora lo si venera in Roma, non quale missionario dei
Prussiani, diventati eretici, ma dei Polacchi cattolici, perocchè la
sua festa si celebri ancora ad ogni anno nella chiesa di san Stanislao
de’ Polacchi. Memoria di lui si serbò nel convento di san Bonifazio;
il suo esempio accese la fantasia di quei monaci; e dall’Abazia di
monte Aventino, fatta colonia di martiri, alcuni apostoli audaci si
spinsero nelle terre selvagge degli Slavi. Fra essi splendettero:
Gaudenzio, primo vescovo della chiesa di Gnesen consecrata al fratel
suo; Anastasio, che con cinque altri frati seguì Adalberto in Boemia,
diventò amico e consigliero di Stefano primo re degli Ungheri, e morì
primo arcivescovo dei Magiari a Kolocza; finalmente Bonifacio, parente
di Ottone III, che nell’anno 996 vestì cocolla in Roma, e dappoi andò
predicando le dottrine del Vangelo in mezzo ai Prussiani ed ai Russi.
Frattanto, anche Ottone III partiva di Roma, sulla fine del Maggio.
Dopo di avere ivi costituito il suo tribunale, e pacificato la Città
concedendo amnistia, tornava egli a Germania. Nessuno Storico nota in
qual modo egli tutelasse di contro ai Romani la sicurezza di Gregorio,
che abbandonava a sè solo. A quell’età ignoto era, per buona ventura,
il trovato di eserciti permanenti, coi quali i Re tenessero città e
province avvinte ai loro ceppi; vi suppliva soltanto la fedeltà dei
vassalli, alle cui mani erano, in pari tempo, affidati gli officî
più cospicui, massime nelle cose di giustizia. Seppure, fin d’allora,
Ottone creasse patrizio un uomo a lui devoto, un altro ne nominasse
prefetto, e del novero di aderenti di dubbia fede eleggesse i giudici,
siffatti provvedimenti ancor non bastavano. La sua lontananza dava
ai Romani segno di sollevazione: la parte nazionale faceva un altro
tentativo disperato di scuotere il giogo dei Tedeschi, e i suoi sforzi
rivolti a spezzare quelle sbarre fatali, entro cui il principio del
Papato e dell’Impero teneva serrata la Città, ben si meritano che ne
consideriamo i fatti colla massima sollecitudine.
Dacchè è mondo la ragione individuale combatte contro il sistema,
giacchè il diritto di quella (sebbene a valore storico sia meno ampio
del diritto di questo) è però più primigenio. Nella vecchia Roma
republicana le lunghe lotte dei plebei contro alla nobiltà mostrano
uno spettacolo degno di ammirazione; furon quelle rivoluzioni sane
e robuste del corpo politico, e da esse ebbe origine la grandezza di
Roma, fino a che si giunse alla parificazione degli elementi contrarî,
e la democrazia ebbe dato posto all’Impero. Sotto la dominazione
dei Cesari Roma non lottò più, perocchè si fossero cancellati i
contrapposti civici, e tutto si riducesse soltanto a rivolte di palazzo
e di pretoriani. Dopo secoli lunghi troviamo adesso Roma papale e
imperiale nuovamente agitata da fazioni combattentisi; aristocratici,
cittadini, milizie pugnano continuamente contro Impero e Papato,
e a loro soccorso evocano fuori dei sepolcri dell’antichità, omai
diventati cosa di mito, le ombre di consoli, di tribuni e di senatori,
che durante il medio evo, quanto è lungo, pajono vagolare per entro
a Roma. L’Impero, cui tendono ad abbattere, non è già il formidabile
despotismo dei Cesari antichi; è un sistema ideale, teocratico. La
signoria territoriale del Papa, cui fanno guerra, parimenti come
l’altro, è un reggimento assai differente da regno assoluto; è privo
di potenza, di energia, di mezzi; tutta la sua fortezza è riposta in
un principio morale che abbraccia il mondo quant’è vasto. Tuttavolta,
gli è per principio siffatto che Roma videsi condannata eternamente a
sagrificare le sue libertà cittadine e le glorie civili alla grandezza
e all’independenza del suo sacerdote sommo. La natura che stimola
l’uomo a sviluppare le sue forze entro allo Stato ed alla società;
l’ambizione e il desiderio di gloria, speranze sempre dolci, se anche
siano vane, delle anime energiche, che spronano l’uomo a conquistarsi
luogo eminente, trovavano in Roma contrarietà acerba di fronte ad
uno Stato in cui le forze terrene erano incatenate senza moto, e non
v’avevano che preti, i quali ottenessero lustro. Per poco che gli
ottimati romani guardassero allo splendore dei Conti o dei Principi
delle altre città italiane, quali erano Venezia, Milano e Benevento, o
per poco che, più tardi, i cittadini di Roma mirassero alla libertà e
alla potenza della gente loro pari nelle democrazie del settentrione
o del mezzodì, dovevano eglino ad ogni maniera alzar le pugna contro
al cielo o contro al suo vicario, perocchè in Roma, città sacerdotale,
fossero condannati ad eterna morte di cose politiche e civili: e tanto
più acerbamente dovevano farlo, le quante volte ricordavano ciò che
i loro grandi avi, i Romani antichi, erano stati. Poichè Roma, per
un corso di secoli, ebbe tentato di sostenere il diritto della sua
individualità contro ai grandi sistemi mondiali, ne ebbero origine
i più sorprendenti contrapposti: gli Imperatori romani di nazione
tedesca davano nome di loro vassalli a paesi ed a Re, ne pacificavano
le controversie, ne ricevevano gli omaggi, disponevano dei loro
diademi; eppure erano costretti di pugnare per le vie di Roma contro
a quegli aristocratici, e, spesso, la plebe romana gli ebbe assaliti
e scacciati con vitupero: i Papi dettavano leggi al mondo, e Re di
terre remote tremavano ad una sola parola di loro; eppure i Romani
innumerevoli volte li cacciarono fuori della Città, o schiamazzando li
trascinarono prigionieri nelle loro torri. Sennonchè, in ultima fine, i
Romani sventurati soccombettero sempre sotto alla forza del sistema; ed
innanzi alla rilevanza che questo tiene nella storia del mondo le loro
tragiche lotte e i loro conati assunsero, spesse volte, sembianza di
sogni fantastici e di imprese avventurose.
Del rimanente, non ci cureremo più oltre di confutare coloro, che su’
patriotti romani, quai furono Alberico, Crescenzio e loro seguaci,
imprimono il marchio di tiranni o di rei, per ciò che non porsero
servilmente i polsi in balìa degli Imperatori e dei Papi. Virtù santa è
l’amore di patria, nè può separarsi da quel concetto sommamente morale
dell’uomo, che è la libertà. L’odio nazionale dei Romani contro agli
stranieri, la loro avversione contro al governo dei preti, diedero
spiegazione in ogni tempo della ragione che gli inspirava, poichè
questa si fondava nella natura vera delle cose. Tuttavia, noi non
vestiremo la persona di un Romano del secolo decimo coll’abito dei
demagoghi greci, nè colla toga di Bruto o col fantastico mantello di
Cola di Rienzo; Crescenzio fu uomo che non ebbe idee di progresso,
nè si perdette in utopie; ei fu un Romano ardito e amatore della
patria, che visse nell’età massimamente barbarica della sua Città.
La inscrizione funeraria di lui ne celebra la bellezza del volto, e
dice che ebbe decoro di illustri natali: pari ad Alberico, intese a
impadronirsi del potere temporale, il quale, come affermano ancora i
Romani d’oggidì, è una palla di piombo appesa ai piedi apostolici del
Papa, e dal cielo, dominio che niuno gli contende, lo strascina giù
basso in una regione che a lui dovrebbe essere affatto ignota.
Crescenzio, coi suoi aderenti, congiurò alla caduta del Papa tedesco.
Il popolo trovava forse motivo a lagnarsi, che uomini stranieri e
imperiti delle leggi romane amministrassero la giustizia, e a giudici
nominassero persone che non toccavano stipendio dallo Stato, e perciò
erano corruttibili e partigiane. Se nelle città non romane questo
rimprovero rifletteva i _Comites_ che eleggevano mali giudici, in Roma
può darsi che si mormorasse della parzialità dei _Judices dativi_,
ossia di cose criminali, i quali punivano molti Romani di carcere,
di confisca e di bando[527]. Le rivoluzioni precedenti avevano reso
necessario un governo severo; molti ottimati romani saranno per certo
stati espulsi dai loro officî, in quello che nelle più alte cariche
dell’amministrazione e da giudici saranno stati messi uomini che
parteggiavano decisamente per l’Impero; Gregorio V medesimo non fu
mondo del rimprovero che dispensasse officî a prezzo di denaro. Mentre
il Papa tedesco si circondava di gente tedesca e di suoi creati, e
deliberava di introdurre nella impura Roma la vita rigidamente modesta
di Cluny, anzi, ancor meglio, di operarvi una riforma ecclesiastica,
pareva ai Romani che il nuovo ordine di cose massimamente non fosse che
una signoria violenta di stranieri, degna di odio.
Scoppiò una sollevazione; e il Papa ne ebbe salvamento, fuggendo a
precipizio nel giorno 29 di Settembre 996. Fa meraviglia che Gregorio
non avesse reso a sè sicuro il castello di Sant’Angelo, oppure, se
l’avea fatto, che i suoi partigiani non vi opponessero resistenza:
e sì, quando Ottone era venuto a torsi la corona, aveva pur dovuto
avvenire che si sottraesse alla balìa dei nobili la sola rocca forte
esistente in Roma. Sebbene parecchie volte fosse capitato in mano
degli ottimati romani, il castello non era però di proprietà privata;
monumento dei più cospicui di Roma, apparteneva anzi allo Stato; più
tardi, i Papi lo tennero in conto di loro speciale possedimento, a
somiglianza della città Leonina, opera propria di essi, e in tale
rispetto lo ebbero i Romani. Ma poichè, in questo tempo, i Pontefici
non avevano loro residenza in Vaticano, il castel Sant’Angelo non
profittava loro come luogo di rifugio, e nel Laterano, che non era
munito, stavano esposti senza difesa ad ogni repentino assalimento.
Crescenzio si riprese dunque il castello, e lo empiè di gente d’arme.
Frattanto, l’espulso Gregorio moveva in gran fretta all’Italia
settentrionale, ove aveva già indetto un Concilio che doveva
raccogliersi a Pavia. Qui, sull’incominciamento dell’anno 997, promulgò
statuizioni di vario genere sopra argomenti che riflettevano la Chiesa
di Germania e quella di Francia; significò ai Principi ed ai Vescovi
che, da quel momento in poi, avrebbero dovuto piegare la fronte innanzi
alla primazia romana, e che Roma avrebbe sostenuto con tutta l’energia
i principî posti dalle Decretali Isidoriane contro le decisioni dei
Sinodi provinciali. Riguardo alla cacciata sua, mostrò una calma piena
di dignità, e con temperanza di linguaggio richiese i Vescovi tedeschi
che confermassero la scomunica pronunciata contro all’invasore e
predatore della Chiesa: così avvenne[528]. Mentre il Papa espulso lo
metteva al bando fuor della comunanza dei fedeli il ribelle audace dava
opera a ordinare in Roma il suo effimero dominio, innanzi che Ottone
tornasse: certo è che Gregorio aveva chiamato l’Imperatore per via di
pressantissime lettere.
Lui fuggito, s’era compiuta una rivoluzione universale nelle cose
di governo; cacciati i _Judices_ che erano in carica, si ponevano
uomini nazionali a vece di loro; Crescenzio nuovamente si appellava
Patrizio o Console dei Romani, e, convinto di sua propria debolezza,
cercava di farsi alleato Bisanzio. Nè la corte di Grecia era stata
estranea al rivolgimento occorso in Roma; ce lo fanno comprendere
questi avvenimenti. Prima ancora che Ottone III prendesse la corona
d’imperatore, aveva egli spedito un messaggio a Costantinopoli per
chiedervi, come il padre suo, la mano di una principessa greca. A
capo dell’ambascieria era stato Giovanni, vescovo di Piacenza, greco
calabrese da Rossano, per nome Filagato. Sorto da infimo stato, doveva
questi le sue fortune al favore di Teofania; educato nelle arti greche,
facondo, destro, era venuto poverissimo alla corte di lei, presso cui
facevano ressa molti uomini di sua nazione. Il cortigiano protetto
salì presto in potenza, ottenne l’Abazia di Nonantula, la ricchissima
d’Italia, indi, durante la reggenza di Teofania, fece suo il vescovato
di Piacenza, che, benanco, a pro di lui, fu eretto da Giovanni XV ad
arcivescovato, e separato dalla metropoli di Ravenna[529]. Mezzano
di sponsali, nell’anno 995 era stato mandato a Bisanzio; colà aveva
negoziato lungo tempo in quella corte, e con gran malcontento aveva
visto deluse le speranze della sua ambizione, perciocchè a papa fosse
stato eletto Gregorio V. Nella primavera del 997 tornava a Roma, e
poichè non prendeva il cammino di Ravenna, dev’essere che la mutazione
delle cose lo seducesse a rimanervi, oppure che Crescenzio stesso
ve lo invitasse. Deciso di combattere per la tirannia o di morire,
il Patrizio anteponeva riverire la supremazia di Bisanzio, anzi che
sopportare il giogo odiato dei Sassoni. Accolse dunque Filagato con
grandi dimostrazioni d’amicizia, e per una ragguardevole moneta gli
offerse la corona di pontefice. Il favorito di Teofania, colmato di
beni dagli Ottoni, avvinto di doveri spirituali verso l’Imperatore ed
il Papa (aveva tenuto a battesimo Ottone III e Gregorio V) non sentì
voce di coscienza, si buttò dietro le spalle ogni dovere di fedeltà,
tradì i benefattori suoi, e, nel Maggio dell’anno 997, prese la tiara
dalle mani di Crescenzio, con nome di Giovanni XVI. Conchiuse un
trattato coi Romani che lo sollevarono ad antipapa; lasciò il potere
temporale a Crescenzio e alla nobiltà, ma chiese che si riconoscesse
l’autorità suprema di Bisanzio, senza il cui soccorso capiva di non
potere stare ben fermo in sella[530].
§ 3.
Dominazione di Crescenzio in Roma. — Ottone muove contro la Città.
— Sorte orrenda dell’Antipapa. — Crescenzio si difende in castel
Sant’Angelo. — Narrazioni varie della sua fine. — _Mons Malus_, ossia
Monte Mario. — Inscrizione funeraria di Crescenzio.
Se un uomo di spiriti arditi fosse seduto a quel tempo sul trono di
Bisanzio, bene avrebbe osato di venire alle armi per prendersi Roma.
Ma Basilio e Costantino, per un corso di anni lungo fuor del consueto,
trascinarono il peso del loro regno senza lode di gloria; e Italia,
svezzata dal sistema di governo bizantino, fu, per buona sorte,
salvata da una nuova invasione del despotismo greco. Nessun esercito
mosse dalle Calabrie a Roma, nè flotta alcuna comparve alla foce del
Tevere, perlochè il greco Filagato presto si pentì di non aver prestato
ascolto agli ammonimenti di Nilo, santo compaesano suo. Per il predone
della sua cattedra, Gregorio V non aveva che disprezzo, e tutti i
Vescovi d’Italia, di Alemagna e di Francia scagliarono l’anatema sul
capo del falso Greco. Lui, tuttavolta, i Romani onoravano per papa,
dappoichè il partito imperiale fosse imbrigliato dal terrore che gli
mettevano gli usurpatori; anche la Campagna obbediva a lui; sui monti
Sabinati poi avevano stanza i congiunti di Crescenzio, Benedetto
conte, sposo di Teodoranda, e i loro figli Giovanni e Crescenzio, che
profittavano della signoria del cugino per impadronirsi dei beni del
convento imperiale di Farfa. Abate di questo era allora Ugo, uomo
che più tardi diventò, per suoi meriti, illustre, ma che non avea
avuto peritanza di comprare per denaro da papa Gregorio la dignità di
abate: ed invero, s’erano così scardinate le fondamenta del giusto,
che nessuna maniera di guadagni era reputata obbrobriosa; tutto era
venale; e poichè mancava una più alta meta cui indirizzare la vita, non
s’aveva estimazione che del possedimento di signorie, e dei mezzi di
spassarsela in piaceri[531].
Frattanto, gli usurpatori potevano dire a sè medesimi che gli apparati
di loro difesa erano insufficienti, e Ottone III scendeva dalle Alpi
sulla fine dell’anno 997; tanto tempo lo avevano tenuto in faccenda le
guerre cogli Slavi in Alemagna. A Pavia trovava il cugino Gregorio che
venivalo ad incontrare in aspetto di profugo, condotto per mano dal
vecchio Margravio di Verona, padre suo. Celebrate le feste di Natale
a Pavia, mossero a Cremona, poi a Ravenna, poi a Roma; e, se ancor
viveva, Benedetto monaco, dal suo Soratte, avrà veduto passare le loro
soldatesche accese di furore, e avrà pianto con lamenti nuovi la sorte
di Roma sventurata.
Allorchè Ottone III, sulla fine di Febbrajo del 998, s’ebbe trovato
innanzi alla Città, ne vide spalancate le porte, indifese le mura;
soltanto il castel Sant’Angelo era presidiato da Crescenzio e dalle
sue genti, che da quella rocca, ossia da quel sepolcro, intendevano
disfidare la morte[532]. Qui fu che il popolo romano dimostrò veramente
di meritare i suoi destini; non avea desso pur bisogno di ricordarsi
della difesa della Città avvenuta ai giorni di Belisario; bastava che
pensasse al tempo di Alberico, per dire a sè stesso che anche adesso
poteva ottenersi una pari vittoria. Ma i Romani erano smembrati da
fazioni, e una gran parte del clero e dei nobili parteggiava per
l’Impero. Atterrito, Filagato fuggì nella Campagna; ivi, forse nella
fatale Astura, si celò entro una torre, aspettando di ricoverarsi per
mare o per terra fra’ Greci. Però, cavalleggieri imperiali lo colsero;
con furore barbarico mozzarono al falso Papa il naso, la lingua, le
orecchie, gli strapparono gli occhi, e trascinatolo a Roma, gettarono
l’infelice nella cella di un convento[533]. Ottone entrò nella Città
senza impedimento, intimò a Crescenzio di posare le armi, e, poichè ne
ricevette una risposta insolente, ordinò che il castello si prendesse
d’assalto. Tranquillamente pose tribunale in Laterano, e promulgò
scritture a favore di conventi e di chiese, nel tempo medesimo che il
Papa faceva medicare alcun tratto di tempo le piaghe di Filagato. Nel
mese di Marzo congregò egli in Laterano un Concilio; ivi la persona
mutilata dell’Antipapa, che metteva ribrezzo a mirarla, si presentò
agli sguardi dei Vescovi: tanta miseria avrebbe impietosito anco dei
Saraceni. Filagato fu deposto di tutte le sue dignità; maltrattandolo,
gli strapparono di dosso le vesti pontificali, coperto delle quali
era stato costretto a comparire; lo posero cavalcioni, a rovescio, di
un asino scabbioso, come un tempo erasi fatto di Pietro prefetto, e,
mentre un araldo lo precedeva gridando, quegli esser Giovanni che aveva
osato far le parti di Papa, lo trassero per le vie di Roma fra le urla
del popolo; indi egli sparve dietro la porta di un carcere[534]. Non
v’ha cosa che dipinga più al vivo le condizioni morali degli uomini,
di quello che sia il modo onde eglino ricompensano le loro virtù e
castigano le loro colpe: e dacchè abbiamo registrato alcuni vivissimi
esempli dell’ultima specie, egli è facile giudicare di che fatta fosse
lo stato sociale del secolo decimo. Se sia vero che allora venisse
a Roma l’abate Nilo affine di salvare il suo gramo compatriotta,
quest’azione ne onora la memoria. La sua biografia, inzeppata di fole,
narra su di ciò, che quel vecchio quasi novantenne, movesse a Roma per
chieder la grazia di Filagato; però i desiderî del Santo non ottennero
ascolto, e, quando il protetto suo ebbe sofferto la punizione crudele,
Nilo partì coll’animo acceso di collera, non senza aver vaticinato
al Papa e all’Imperatore l’ira del cielo, che un dì o l’altro
immancabilmente avrebbe colpito i loro cuori impietrati[535].
Avevano spazzato via l’Antipapa, ma il vero capitano della rivolta
resisteva tuttavia in castel Sant’Angelo. Quivi era chiuso Crescenzio
senza speranza di salute, nemmanco di fuga, che egli sembra aver
disdegnato. Roma abbandonato lo aveva, chè il popolo tosto lo
rinnegava, e la faceva da spettatore muto di una fra le più sanguinose
tragedie della sua città, in quello che i Romani aderenti all’Impero
si associavano ai Tedeschi per assalire la rocca; nè a Crescenzio
davano ajuto i Baroni della Campagna, dove i suoi cugini, attendendo
nella Sabina l’esito degli eventi, si rimpiattavano nei loro covi
di predoni; nessun altro rimedio egli scorgeva fuorchè nelle spade
dei suoi fidi amici, i quali s’erano chiusi dentro con lui, con lui
preparati a morire. Infatti, sebbene fosse a prevedersi la sua fine
inevitabile, i suoi nol tradivano; ed anzi la caduta di lui, che
avveniva dopo una breve ma valorosa difesa, sublimò la gloria del
suo nome, che il popolo, per tempo lungo, associò a quello del castel
Sant’Angelo. Questo celebre sepolcro imperiale, per sè medesimo saldo
come un torrione, nel corso delle età era diventato una vera fortezza,
e, già ai tempi di Carlo Magno, lungo le mura che da esso dechinano
fino al fiume, contavansi sei torri e centosessantaquattro merli:
oltracciò Crescenzio ne aveva accresciuto i fortificamenti[536]. Il
sepolcro tenevasi in conto di inespugnabile; può darsi che si fosse
conservata fama della difesa che ivi dentro avevano sostenuto i Greci:
era stampata nella ricordanza di tutti la fuga che di là aveva preso
re Ugo, e viveva la memoria che esso era stato castello dell’invitto
Alberico; segnatamente dai Goti in poi, quel monumento aveva avuto il
vanto di non venir conquistato mai. Crescenzio respinse trionfalmente
alcuni assalimenti, e Ottone fu costretto di far assediare il sepolcro
con tutte le regole dell’arte bellica.
Diede l’incarico dell’assedio a Eccardo margravio di Misnia, e questi,
tosto dopo la Domenica _in Albis_, montò all’assalto. Crescenzio
virilmente si sostenne qualche tempo, ma le grandi torri di legno e
gli arnesi di guerra che i Tedeschi s’erano costruiti, scrollarono
la rocca, e insieme la fede che non potesse esser presa. Il modo
onde finiva Crescenzio, è sepolto in mezzo a racconti di leggenda.
Narrassi financo che, disperando di opporre più a lungo resistenza,
entrasse tutto incappucciato nel palazzo di Ottone, e, gettandosi a’
suoi piedi, lo implorasse a mercè. «Perchè», avrebbe allor detto il
giovane Imperatore a’ suoi, «perchè lasciaste che il Principe dei
Romani, ordinatore di Imperatori e di Papi, e facitore di leggi,
entrasse nelle case dei Sassoni? Riconducetelo sul trono della sua
eccellenza, fino a che gli abbiamo apprestato accoglienze convenevoli
al grado suo»: Crescenzio, tornato al castello, vi si sarebbe difeso
prodemente, ma finalmente, quello era preso di scalata, ed allora
l’Imperatore ordinava che il Romano si precipitasse dai merli innanzi
agli occhi di tutti, acciocchè i Romani forse non dicessero, che egli
aveva loro rapito il loro principe con gran segretume[537]. Un’altra
leggenda racconta che Crescenzio fosse preso mentre fuggiva, e,
messo dalla rovescia a cavallo di un asino, fosse tratto per le vie
di Roma, mutilato membro a membro, e in ultima impiccato fuor della
Città[538]. Nè mancarono voci che attribuirono la caduta di lui al
più obbrobrioso spergiuro di Ottone. Dicevasi, che, per mezzo di Tammo
suo cavaliere fidato, gli avesse promesso sicurtà, e che poi facesse
giustiziare, come reo di maestà, lui che gli si era dato in balìa. La
verosimiglianza di questo spergiuro raccomandavasi al fatto che Tammo
andò monaco, e che Ottone si esercitò in opere di penitenza; però nulla
v’ha che ne dia certezza; la resistenza di Crescenzio era disperata,
e niente v’era che costringesse l’Imperatore a comperare la caduta
del castel Sant’Angelo con un tradimento così contrario alla buona
cavalleria[539]. Tuttavolta, può aver fondamento la credenza che il
Console dei Romani fosse costretto a dedizione, sia che si arrendesse
a discrezione, sia che, coperto di ferite, abbassasse le armi innanzi
a promesse dei capitani, che l’Imperatore dappoi non confermasse. La
barbarie di quel secolo non ha diritto a mitezza nostra di giudizio;
nè possono biasimarsi gli Italiani se dubitano dell’onestà di nemici
inferociti, eglino pure avvezzi a parecchie infrazioni di patti.
Crescenzio, che primamente era stato graziato dall’Imperatore, aveva
rotto il suo giuramento, cacciato il Papa, sollevato l’Antipapa,
negoziato con Bisanzio: perciò sapeva per fermo di esser condannato a
morire.
Il castello fu preso di assalto addì 29 di Aprile dell’anno 998;
Crescenzio, come reo di alto tradimento, fu decapitato sui merli del
Sant’Angelo, il suo corpo ne fu precipitato in basso, e finalmente
appeso ad un patibolo eretto su Monte Mario[540]. I Cronisti italiani
narrano che prima gli si strappavano gli occhi, gli si mutilavano
le membra, e, involto in una pelle di vacca, lo si strascinava per
i chiassi fangosi della Città: nè saremo noi che faremo il menomo
tentativo di revocare in dubbio queste barbarità, per salvare di
qualche poco l’onore di quel tempo brutale, e neppur dubiteremo che
siffatta crudeltà offendesse di troppo i nervi di Ottone III e di
Gregorio V, di loro che avevano tollerato in santa pace le efferatezze
ond’era stato trattato l’Antipapa. I Romani non potevano mirare che
con isguardi di odio e di disperazione al patibolo di Monte Mario; di
quest’altura, donde scendevano i pellegrini nordici, che si eleva,
da sopra di ponte Molle, quasi monumento storico del santo romano
Impero della nazione tedesca. Appiè dell’alta e bella collina, da
cui pellegrini e guerrieri, quando venivano, godevano per la prima
volta la vista ammaliatrice di Roma eterna, era situato il campo di
Nerone, dove stava attendato l’esercito imperiale: ivi erano appesi
Crescenzio e dodici Romani, capitani regionali di Roma, giustiziati
con lui, trofei terribili di Germania, ossia dell’aborrita dominazione
straniera che pesava su Roma: e i capitani sassoni avevano di che
vociare, dicendosi l’un l’altro per beffa, che adesso il Console magno
aveva agio di guardare in basso al vicino castel Sant’Angelo, luogo
di suo dominio. Da quel dì i Tedeschi battezzarono il colle con nome
derivato dall’avvenimento loro propizio; ne è appellato, dicono, _Mons
Gaudii_, monte di gioia; i Romani, afflitti, lo hanno invece chiamato
_Mons Malus_, monte di dolore[541]. Allorquando in quei giorni,
dal 29 al 30 di Aprile di quell’anno, i pellegrini saranno passati
innanzi ai patiboli dei Romani, avranno sospeso il canto di loro inni,
raccapricciando alla vista del luogo ove avevano sofferto supplizio
gli audaci campioni della libertà romana, e, tremando, avranno
affrettato il passo in mezzo alle soldatesche giubilanti dei Sassoni,
che celebravano nel campo di Nerone il loro trionfo. Un Cronista ci
descrive la grama sposa di Crescenzio fra gli abbracci di armigeri
brutali cui era data in balìa, ma non è che un’invenzione dell’odio
nazionale romano: presto Stefania, in tutt’altra figura, doveva
far mostra da amante del vincitore di suo marito[542]. Con maggiore
somiglianza di vero noi crediamo vedere la matrona infelice chiedere in
grazia a Ottone imperatore la salma del giustiziato, e, accompagnata
in secreto da mesti amici, darle sepoltura cristiana sopra un’altra
collina, in vicinanza di Roma. Se i Romani avevano motivo di attribuire
la morte del loro eroe ad un’infrazione di fede, gli è per proposito
che a luogo di sua tomba eleggevano sul Gianicolo la chiesa di san
Pancrazio, da tempo antico guardiano delle promesse e vendicatore dello
spergiuro.
Roma pianse a lungo l’illustre e bella persona di Crescenzio[543]; nè
è senza ragione che da allora in poi fin molto giù nel secolo undecimo
il nome di Crescenzio si ritrovi così meravigliosamente frequente nei
documenti della Città; lo si impose a’ figli di parecchie famiglie,
manifestamente a ricordanza dello sventurato campione della libertà di
Roma. Sulla tomba di lui si pose un epitaffio che ci fu conservato: è
uno dei migliori e più notevoli del medio evo romano; in esso alita lo
spirito melanconico delle età passate, quello spirito che si diffonde
dal mondo delle ruine di Roma:
«Verme, o uomo, putredine, cenere sei; non cercar case d’oro; in
quest’angusta cassa starai racchiuso. Colui che resse tutta Roma
felicemente, or in queste strettezze è raccolto, povero e piccino.
Bello di persona, fu Crescenzio dominatore e duca, nato di stirpe
inclita. A’ suoi tempi, potente fu la terra che il Tevere bagna, e
tornò chetamente a dritto del Pontefice. Avvegnaddio la fortuna abbia
torto a giro la sua vita, e lo abbia condannato a tetra fine. Chiunque
sei che respiri aure di vita spargi un lamento sulla sorte di lui;
rammenta che pari a lui tu sei»[544].