§ 1.
Barbarie del secolo decimo. — Superstizione. — Il clero romano manca di
cultura. — Invettiva dei Vescovi di Gallia. — Risposta meravigliosa che
ne ricevono da Roma. — Decadimento dei conventi e delle scuole di Roma.
— La grammatica. — Vestigia di rappresentazioni teatrali. — La lingua
volgare. — In Roma difetta qualsiasi ingegno letterario.
Dedicheremo l’ultimo capitolo di questo libro a esaminare lo stato
in cui trovavasi la cultura dello spirito nel secolo decimo, e vi
porremo termine, dando un’occhiata alla configurazione della Città.
Nessun tempo aveva visto in Roma una barbarie parimente grande; le
ragioni storiche omai ne conosciamo, le conseguenze non ci desteranno
sorpresa. All’età dei Borgia e dei Medici, la corruttela morale di
Roma si inorpellò di una cultura classica esteriore, ed i vizî della
Chiesa si nascosero sotto arazzi raffaelleschi; il secolo decimo,
per lo contrario, non conobbe che cosa fosse apparenza di bello.
Il ritratto di Giovanni XII sarebbe, nel fondo, tanto differente da
quello di Alessandro VI succeditore suo, quanto il secolo decimo lo
fu dal decimoquinto; eppure ambidue, per più di un rispetto, tal qual
poco si rassomigliano. La gente della età onde diciamo aveva fronte
di bronzo; si svelava nuda e feroce, quale in fatto era. I vizî più
sfrenati poneva accanto ad una superstizione crassa, la quale, se
ottener poteva perdonanza al tempo di Gregorio I, ci spaventa adesso
sì, come manifesto regresso della stirpe umana. All’epoca di Carlo un
raggio di poesia era sceso ad illuminare l’Occidente, che lottava per
riconquistarsi la vecchia civiltà; vi si scrivevano versi, si coltivava
la pittura, si tiravano su edificî, si studiava, e, con assiduo lavoro,
si trascrivevano in bei caratteri opere antiche. Ma l’Impero di Carlo
cadde; irruppero Saraceni, Normanni, Ungheri; il Papato si tramutò in
una baronia romana; la scienza e l’arte minacciarono di spegnersi, e
l’Occidente, franto in pezzi, ricadde nel culto della materia. Il grado
della vita civile dei popoli può misurarsi da ciò che gli uomini, nelle
sfere più eccelse, bramano, credono e onorano. Ora, puossi agevolmente
giudicare di che fatta fosse la religione di uomini, i quali pensavano
che l’angelo Michele cantasse in paradiso ogni domenica la messa, o
che si proponevano di mandare degli assassini alle spalle di santo
Romualdo, il quale aveva minacciato di partire d’Italia, perchè,
dicevano, franca la spesa di conservarlo in paese, se non altro come
reliquia preziosissima.
Benchè grande fosse in tutta Italia la ignoranza del clero, di quel
clero che esser doveva maestro de’ popoli, la ignoranza dei preti
romani giungeva a tale, che tutti ne meravigliavano nel modo più
grave[627]. A Reims i Vescovi di Gallia schernivano al modo onde era in
Roma trattata la cultura dello spirito, e dicevano con tutta serietà:
«A Roma non v’ha al presente quasi alcuno che abbia apparato quelle
scienze, senza di cui, sta scritto, un uomo è appena capace di far da
portinajo: or, con qual fronte oserà farsi dottore di discipline chi
non le ha imparate? Per verità, se se ne faccia paragone col Vescovo
romano, l’ignoranza può in certo qual modo tollerarsi appo gli altri
preti; ma nel Vescovo di Roma non si può sofferire, perocchè sia egli
che deve giudicare della fede, del tenore di vita e della disciplina
del clero, anzi di tutta la Chiesa cattolica.» Ma Roma, per bocca
di Leone abate di san Bonifacio e legato apostolico, si difendeva da
quelle invettive, e pronunciava queste testuali parole: «I Vicarii di
Pietro, e i discepoli di lui», così diceva l’amico di santo Adalberto,
«non vogliono andare a scuola da Platone, nè da Virgilio, nè da
Terenzio, nè dall’altro pecorame dei filosofi, che, a volo superbo,
s’alzano in aria come gli augelli, e s’immergono nel mare profondo
come i pesci, e come le pecore, tratto tratto fermandosi, pascolano
nel campo. E per questo voi dite che coloro, i quali non ingrassano in
questi poeticumi, non valgono neppure a far l’officio di portinaio?
Ma io dico a voi, che questa asserzione è bugia. Infatti, san Pietro
nulla ne sapeva di siffatte cose, eppure fu posto da portinajo del
cielo, avvegnaddio propriamente il Signore gli abbia detto: a te
darò le chiavi del regno celeste. Per la qual cosa i suoi vicarî e i
discepoli suoi sono eruditi nelle dottrine apostoliche ed evangeliche;
non si azzimano della pompa dell’eloquio, ma si adornano del senso
e dell’intelletto della parola. Sta scritto: Dio, nel mondo elegge i
semplici per umiliare i potenti. E da che è mondo, Iddio scelse non
i filosofi e gli oratori, ma gli illetterati e gli indotti»[628]. In
questa audace maniera, Roma, nel secolo decimo, si confessava qual
era; la Chiesa romana, senza arrossirne, faceva professione della sua
ignoranza nelle umane scienze, anzi del suo disprezzo per la filosofia:
con tutta compostezza rinnegava san Paolo, l’erudito dottore delle
genti, e mostrava che le chiavi del cielo erano podestà di san Pietro,
ignorante pescatore: così, le dotte armi dei culti Vescovi di Gallia e
di Germania si spezzavano all’urto del marmo di san Pietro, rozzo sì,
ma saldo come rupe.
Insieme coi monasteri di Roma, entro ai quali i Benedettini avevano,
per un tratto di tempo, coltivato le scienze, decaddero eziandio le
scuole. Quantunque ancora durasse in vita, doveva esser discesa assai
in basso anche quella scuola di canto posta presso al Laterano, la
quale, da dopo di Gregorio magno, poteva considerarsi che in Roma
fosse università unica, dove essenzialmente si attendeva alla cultura
della mente. Perite erano le biblioteche, i frati dispersi, o, se
v’erano, non lavoravano più; e se pur fra loro trovavasi taluno di
letterato, il difetto di carta rendeva difficile l’opera del copiare.
Dopochè l’Egitto, patria antica del papiro, era caduto in mano degli
Arabi, Italia aveva sopportato grande penuria di carta, ed a questa
circostanza, il Muratori, con buona ragione, attribuisce una parte
della barbarie intellettuale del secolo decimo. Il comporre codici
costava a esorbitanza[629]; laonde in tutta Italia si profittava
di altri già scritti in pergamena; se ne raschiavano i caratteri
primitivi per tornarvi a scrivere; ed è a questi palinsesti che noi
tanto spesso abbiamo dovuto la perdita e la ricuperazione di molte
opere dell’antichità. Il frate ignorante raschiava i libri di Livio,
di Cicerone, di Aristotele, e sulle carte, da cui s’era cancellata la
vecchia sapienza, trascriveva antifonarî o storie di Santi. Così, i
codici degli antichi si trasformavano parimente come i loro templi; la
dea che aveva abitato una magione magnifica di colonnati, ne sloggiava
per cedere il posto ad un Martire; le idee divine di Platone dovevano
sbrattare della pergamena, per far largo ad un messale. Però, non
udiamo che in Roma a quel tempo esistessero biblioteche, nè che vi
fervesse operosità di copisti; in Germania ed in Francia con fatica
indicibile si raccoglievano biblioteche; in Roma si sperdevano i
codici[630].
Il clero rozzo restringeva la sua dottrina alla intelligenza del
Simbolo, del Vangelo e delle Epistole, se pur, massime, avrà saputo
leggerli e decifrarli. Le matematiche, l’astronomia, la fisica non
davano segno di vita, e la cultura classica si raggomitolava nel
rachitico concetto della «grammatica.» Un’età, le cui scritture non
erano altro che una continua storpiatura delle regole grammaticali,
e la cui stessa lingua volgare sorgeva dalla dissoluzione completa
di tutte le leggi del latino, sentiva per verità bisogno, in
altissimo grado, di quella scienza. Anche in Roma essa aveva allora
insegnamento, chè talvolta ci avveniamo nel titolo di «_Grammaticus_»,
ond’era fregiato Leone VIII[631]. La instabilità di tutte le cose,
le continue guerre di fazioni, i rivolgimenti, non permettevano che
in Roma prosperassero istituti di lettere, sempre dato che a cura
di essi si pensasse. Per lo contrario, non si può dubitare che una
scuola romana di diritto durasse anche in questo periodo, nel quale la
_lex romana_ conseguiva novello splendore, ed al giudice romano con
ceremonia solenne si affidava il Codice di Giustiniano, affinchè con
esso giudicasse Roma, il Transtevere e l’orbe delle terre. Tuttavolta,
quantunque la _Graphia_ descriva minuziosamente quella ed altre
formalità della corte di Ottone, e parli di eunuchi, di musicanti, di
cavalieri e di parecchie specie di officiali di corte, non fa motto di
dottori di leggi, come non ne fa di scolastici e di grammatici. Essa,
invece, fa menzione del teatro, come di magnificenza, che alla corte
non poteva mancare.
Il gusto dei sollazzi teatrali, che un tempo aveva avuto in Roma tanto
grande dominio, cominciò (ed è cosa degna di considerazione) a rivivere
nell’età dei Carolingi, per via delle feste cristiane. I giuochi
scenici, condannati dalla Chiesa come invenzione del diavolo, s’erano
conservati in tutti i paesi. Terenzio era noto dappertutto, dove la
classica antichità aveva culto; e Rosvita di Gandersheim scriveva i
suoi drammi latini, ossiano «Moralità», precisamente allo scopo di
torre il pagano Terenzio dalle mani delle monache. Ancora oggidì,
la Vaticana possiede, celebrato tesoro suo, un codice di Terenzio
del secolo nono, le cui miniature grandemente espressive ed imitate
dall’arte classica, rappresentano scene tratte dalle commedie di quel
Poeta: però, lo scrittore del codice, Rodgario, com’egli appella sè
medesimo, manifesta origine non di Roma, ma di Francia, dove può darsi
che quell’opera si componesse. È cosa di fatto che, al secolo decimo,
si davano rappresentazioni teatrali nell’Italia settentrionale. In
quell’età, nella quale tante espressioni greche venivano in uso, gli
attori avevano nome di «Thymelici», perlochè la Thymele antica della
scena di Sofocle e di Euripide, in un tempo tardo e barbarico che non
aveva più contezza de’ tragici, prestava il suo nome ai commedianti.
Attone di Vercelli biasimava la vaghezza che i preti avevano per le
scene teatrali, e gli ammoniva di levarsi di mensa non appena che
entrassero i Thymelici: per tal guisa egli ci ammaestra, che, alla
stessa maniera dei banchetti antichi, usavasi spassare i convitati
con giuochi di mimi, e ci informa che nelle feste nuziali si davano
rappresentazioni teatrali: massimamente poi egli ne fa conoscere che
di cosiffatti spettacoli era costumanza, e che specialmente darne si
soleva nella ottava di Pasqua[632]. I fatti della Passione ed altre
storie bibliche si recitavano in tutti i paesi durante la settimana di
Pasqua, e, senza dubbio, erano conditi di sali burleschi a gusto del
popolo; ma, oltre ad essi, in occasioni solenni, si rappresentavano
anche spettacoli di argomento profano. Poichè si può dare dimostrazione
che, a questo tempo, erano di voga nell’Italia settentrionale, giova
credere alla possibilità che essi lo fossero anche in Roma. Per verità
dubitiamo che ivi si recitassero commedie di Terenzio e di Plauto;
e forse la vicinanza delle case dei Santi avrebbe impedito che ciò
avvenisse (anche come lusso di corte) nel palazzo di Ottone III. Non
udiamo parola di giuochi dell’anfiteatro, nè delle cacce di animali,
rinnovate in tempi più tardi; e dei gladiatori e dei _venatores_ durava
la ricordanza soltanto come di cosa antica. Tuttavolta in Roma v’erano,
senza dubbio, mimi, cantori, danzatori e comici; e noi pensiamo che
essi, non soltanto dessero rappresentazioni in chiese e in palazzi;
ma tal fiata lo facessero anche dentro del Colosseo, o nelle ruine
di qualche teatro, come sogliono fare anche oggidì nell’arena di
Verona, o nel mausoleo di Augusto a Roma. La _Graphia_ ha dedicato
due paragrafi ai sollazzi teatrali, e quelle sue considerazioni sugli
spettacoli di Roma sono le sole in cui ci si incontri, da Cassiodoro
in poi. Poeti, comedianti, tragici, scena, orchestra, istrioni,
saltatori e gladiatori, tutto questo vi si registra; e l’espressione
di «Thymelici», allora veramente venuta in uso, dimostra, per lo meno,
che quello onde parla la _Graphia_ era qualche cosa più che ricordanza
di antiquario[633]. Nè opinione troppo temeraria affermiamo se diciamo
che alle corti di Ugo, di Marozia e di Alberico si rappresentavano
scene mitologiche: allorquando Giovanni XII, con capriccio faceto,
faceva brindisi a Venere e ad Apollo, può darsi che la sua fantasia si
fosse accesa in aver visto dei comici, a qualche festa nel Laterano,
rappresentare di quelle persone pagane.
Per ciò che concerneva la letteratura classica, i Romani avevano
sempre, se non altro, il vantaggio che quella era vecchia proprietà
di loro, e che la lingua volgare ad essi ne agevolava l’intelligenza.
Mentre la cognizione degli antichi, in Francia e, massime, in Alemagna,
era conquista laboriosa dei soli addottrinati, ed il popolo non vi
prendeva parte alcuna, ai Romani del secolo decimo invece non costava
sforzi ancor troppo gravi l’intendere la lingua degli avi, se anche
il senso ne era divenuto difficile alle loro menti. Le scritture e i
documenti del secolo decimo dimostrano per fermo che il linguaggio
volgare aveva fatto un gran passo innanzi verso la formazione
dell’idioma italiano, e financo, per la prima volta, troviamo in Roma
fatta menzione del volgare, come di vera lingua posta accanto al
latino. La inscrizione funeraria di Gregorio V celebra di lui, che
sapeva in tre lingue ammaestrare alla pietà i popoli, in tedesco,
in latino ed in volgare, ossia in italiano[634]. La lingua volgare
era divenuta universale; la parlavano anche i dotti, e sembra che
Giovanni XII, da ottimate romano, non sapesse esprimersi per bene
che in italiano. Il latino spariva dall’uso; rimaneva soltanto lingua
del culto, delle lettere e della giurisprudenza; e i pochi scrittori
di quella età lottavano faticosamente contro il volgare, che traeva
in errore la loro penna, perciocchè avesse tanto prossima attenenza
col latino[635]. Giusto per questo, la intelligenza dei poeti antichi
riusciva tanto facile agli Italiani, laonde, sebbene Orazio, Virgilio
e Stazio non si recitassero più nel foro di Trajano, i grammatici gli
spiegavano nelle loro scuole, per quanto queste povere fossero.
Dopochè, sotto ai Carolingi, le scienze erano risorte, la cognizione
dei poeti antichi divenuta era elemento indispensabile della cultura
letteraria, e le scuole fondate, eziandio in Italia, da quei Principi,
davano a cotale studio sostegno. Sulla fine del secolo decimo un caso
stranissimo occorso a Ravenna destava gran chiasso, e dimostrava il
fervore con cui alcuni uomini attendevano a siffatta scienza. Vilgardo,
scolastico, s’era innamorato con tanto ardore di Virgilio, di Orazio
e di Giovenale, che questi poeti ei vedeva in sogno comparirgli e
promettergli vita immortale: e poichè proclamava che le loro dottrine
avevano la forza di tanti articoli di fede, veniva accusato di
paganesimo e citato davanti al tribunale ecclesiastico. Germania era
assai addentro in cotali studî eleganti. Per verità, Ottone I parlava
appena il latino, ma il figliuolo e il nepote di lui conoscevano a
fondo la letteratura antica; e l’arcivescovo Brunone, fratello suo,
un Mecenate sassone, rinnovava benanco la scuola palatina di Carlo,
e raccoglieva altresì grammatici greci intorno a sè. Fra le donne di
Roma una sola, Imiza, ci apparisce essere stata matrona culta di quel
tempo, perciocchè troviamo alcune lettere di Gerberto indiritte a
lei; ma le dame più illustri erano _literae nesciae_, non sapevano di
scritto; laddove in Alemagna, la bella Edvige di Svevia, in compagnia
di Eccardo monaco, leggeva Virgilio ed Orazio. Nelle scuole delle
monache di Gardersheim e di Quedlinburg nobili fanciulle erano annoiate
dai loro educatori collo studio dei classici, che ad esse riuscivano
inintelligibili, e, mentre loro restava ignota la storia e la geografia
della loro terra patria, le si faceva domestiche colle più favolose
confinazioni d’Italia, insegnate sulla fede di Virgilio. Rosvita,
monaca tedesca, scriveva versi epici e drammi in latino; e Adelaide
e Teofania, per classica cultura, potevano misurarsi con Amalasunta,
regina dei Goti, o con Adelberga, principessa longobarda. Per tal guisa
Roma dalla sua famigliarità colla lingua classica non ritraeva profitto
alcuno, e la società romana stavasi molto al di sotto della cultura
di Germania e di Francia. In quello che Ottone III si proponeva di
restaurare l’impero del filosofo Marco Aurelio i Romani credevano che
la statua equestre di questo Principe rappresentasse un contadino che,
in antico, aveva sorpreso e imprigionato un Re, mentre questi badava
ai bisogni del ventre. Però, se il favoleggiare è sempre privilegio
poetico del popolo ignorante, la storia della letteratura deve
scagliare a buon diritto le sue accuse contro la zotichezza di Roma,
perocchè quella dimostri che, in tutto il secolo decimo, nessun uomo
d’ingegno letterario emerge in mezzo ai Romani[636].
In Lombardia splendevano alcuni insigni stranieri, come era Raterio
di Verona, un errante Liegese che doveva la sua educazione alla
scuola monastica di Laubes, o vi tenevano luogo ragguardevole uomini
longobardi, fra i quali erano, ad esempio, Attone di Vercelli, il
Panegirista di Berengario e Liudprando di Cremona. Danno tutti prova
di una dottrina scolastica e pedantesca, e le loro prose e le loro
poesie sono adorne di frammenti di classici, che, incastonati ivi
dentro, fanno lo stesso effetto delle cornici e delle colonne, allogate
ad innesto nelle chiese e nei palazzi del medio evo. I medesimi
caratteri scoprimmo già in Giovanni Diacono, biografo di Gregorio, e
li troviamo eziandio in alcuni scrittori romani del secolo decimo:
pari natura di quella che è visibile nell’Impero di Ottone III, il
quale avidamente accoglieva titoli, abiti, idee, brandelli dell’Impero
romano, e gli innetteva nel suo Stato medioevale, dove avevano
l’apparenza di piastricci classici appiccicati, che conservavano pur
sempre indole straniera all’ordine nuovo delle cose. Il vestimento di
cui si copriva quel tempo, era di panni rozzi, abbelliti di galloni
e di disegni antichi. Da dopo di Carlo si andavano adoperando, con
fervore passionato, citazioni di frasi di Virgilio o di Stazio; e
l’arte di verseggiare, a’ tempi dell’Apologista di Berengario, era
diventata così comune, che nell’esordio del suo poema quegli domanda
venia di comporlo, sebbene nessuno a quei suoi giorni vada più a cerca
di poesie, se già gli stessi uomini rustici dettino versi al paro che
i cittadini[637]. Tuttavolta, in Roma, adesso come già prima, non si
coprivano di distici che le urne dei morti o le porte e le tribune
delle chiese; in mezzo a quelli molti ne troviamo di orrendamente
barbarici, di gonfî, di esagerati; pochi di mediocri, come segnatamente
sono gli epitaffî che si riferiscono ai Crescenzî. Dappertutto si
scorge la tendenza alla copia, alla fioritura; e il concetto del
pensiero è rozzo, pesante, e misticamente oscuro come quella età.
Probabilmente, autori di siffatti versi erano allora laici ossiano
grammatici, anzichè monaci.
§ 2.
Ritorno lento delle scienze. — Gregorio V. — Genio di Silvestro II,
straniero in Roma. — Boezio. — Storiografia italiana nel secolo decimo.
— Benedetto di Soratte. — Il _Libellus de Imperatoria potestate in urbe
Roma_. — I Cataloghi dei Papi. — La _Vita_ di santo Adalberto.
Il lume della cultura umana però non può spegnersi più. Non la caduta
dell’Impero romano, non la ripetuta devastazione portata da’ Barbari
migranti, non il primo furore pio del Cristianesimo, hanno potuto
estinguere il fuoco sacro di Grecia. Talvolta, la cultura sembra
scorrere attraverso canali sotterranei, celati sotto il piano della
storia, ma alla fine, allorchè meno sel suppone, essa appare in un
luogo o nell’altro alla luce del giorno, e, fattasi manifesta a guisa
di fonte che spruzza con alto getto, abbevera, un dopo l’altro, una
moltitudine di intelletti. Quando più pareva che il lavorio di Carlo,
nell’ordine della cultura, si fosse sepolto sotto di una barbarie
nuova, la Germania e la remota Inghilterra si facevano, tutto ad un
tratto, centri di nuova vita della scienza, e di Francia aveva origine
la riformazione del monacato.
Lo stesso Odone di Cluny non fu un semplice santo, come era Romualdo;
fu eziandio un erudito uomo, che a Reims aveva studiato filosofia,
grammatica, musica e arte poetica. Perciò, lorquando riformò i
conventi romani, ei dev’essersi anche preso sollecitudine di rinnovare
la scienza ecclesiastica; avvegnachè studio e scuola sieno doveri
del chiostro, che, insieme colla modestia claustrale, ottengono
restaurazione. Per verità, non sappiamo che i Papi di quell’età
promulgassero, in riferimento alle scuole conventuali e parrocchiali,
dei decreti simili a quelli che Raterio e Attone bandivano per le
terre lombarde; tuttavia, ci giova supporre che di cotali ne dessero
i Papi migliori vissuti al tempo di Alberico. Lente, lente, le scienze
tornavano ai conventi romani; e già vedemmo segnalarsene uno, posto sul
monte Aventino, congregazione di monaci pii. Quei fanatici uomini, dai
soprannomi di «Semplice» o di «Tacito», invero non contraddicevano,
per erudizione loro propria, all’audace apologia che, dal punto di
vista del diritto divino di Roma, il loro abate, Leone il Semplice,
faceva della ignoranza; nondimeno eglino influivano ad affrettare il
tempo in cui sarebbe avvenuto, che i monaci attendessero a più serie
occupazioni.
Negli ultimi trent’anni del secolo decimo si squarcia omai la tenebra
spaventosa di Roma. Un uomo tedesco ed un francese pongono termine
finalmente alla serie oscura dei Papi di quel periodo, e mondano il
Laterano dalla barbarie accumulatavi da lungo tempo. Se l’erudito
Gregorio V avesse regnato più a lungo e con maggior quiete, egli
avrebbe indiritto le sue riforme anche alla cultura scientifica:
ciò ancor meglio può dirsi di Silvestro II. Gerberto splende in Roma
come una face solitaria in mezzo a notte buja; sembrò che i Romani,
avvezzi per lungo tempo all’oscurità, restassero abbarbagliati della
sua luce. Pertanto, cosa abbastanza sorprendente, il secolo della
massima ignoranza si chiude con uno splendidissimo genio, con quello
stesso Silvestro che, da profeta, spalanca le porte del secolo
undecimo, vaticinando le crociate. Roma, per fermo, non ha altro
onore che quello di avergli servito, durante alcuni torbidi anni,
da sede dei suoi studî, i quali nella Città non trovarono accordo di
eco alcuna. Infatti, quel savio visse da solitario in Roma, là dove
non capivasi iota delle matematiche e dell’algebra, da lui apparate
nelle Spagne arabe; dove l’astronomia e le fisiche non avevano
maestri nè discepoli; dove la dialettica si restringeva a qualche
esercitazione di grammatica. Lorquando i Romani avranno mirato il loro
vecchio Pontefice, che da una torre del Laterano, fatta sua specula,
contemplava le stelle, o quando lo avranno veduto nelle sue stanze,
circondato da pergamene, inteso a tracciare figure geometriche, o
ad abbozzare di sua mano un orologio solare, od a studiare sopra una
sfera astronomica cerchiata di cuoio di cavallo, i Romani, forse fin
d’allora, avranno creduto che egli stesse a patto col diavolo[638].
Sembrava che un novello Tolomeo portasse la tiara, e la persona di
Silvestro II, come quella di un dottore Faust, è omai indice di un
periodo novello del medio evo, del periodo scolastico, che sgombra a
Platone e ad Aristotele una signoria nuova.
Silvestro però conseguì intelligenza della filosofia greca (ed è cosa
che può tornare ad onoranza di Roma), per la mediazione di uno fra gli
ultimi Romani. Quando dicemmo dell’età dei Goti, descrivemmo la vita
e la morte di Boezio; ora, dopo un cinquecento anni, la sua persona
si solleva come un’ombra dal sepolcro, e ci ricompare davanti, a
mostrarci che i posteri segnarono con lui l’ottima delle conciliazioni,
avvegnachè le opere sue abbiano meditato, e ne abbiano ricavato
sempre ammaestramento. Lo studio di esse s’era ridestato nella età dei
Carolingi; il suo libro «della Consolazione della filosofia» correva
per le mani di tutti; le sue traduzioni ed i suoi compendî di scrittore
di Aristotele e di Platone erano ancor lette; e quelli, al paro delle
sue versioni di Archimede, di Euclide, e di Nicomaco, matematici greci,
avevano valso ad acquistargli, presso Silvestro, massima reverenza. In
mezzo alla tenebra del secolo decimo Boezio risplendeva come stella
di grandezza prima; lo si studiava con fervore pari a quello, onde
applicavasi la mente alle opere di Terenzio o di Virgilio. Perfino si
ravvisa che all’esemplare della «Consolazione» Liudprando modellava le
sue scritture, avvegnachè questi, al paro dell’antico Romano, sia vago
di mescolare dei versi nella sua prosa: Alfredo il grande volgarizzò
il libro «della Consolazione» in anglo-sassone; ancor più tardi
Tommaso d’Aquino ne scrisse un commento; e lo sventurato filosofo,
ultimo dei Romani, continuò ad essere maestro e conforto di tutto
il medio evo. L’intelletto versatile di Silvestro riuniva, al paro
di Boezio, l’ingegno del teologo, del matematico, del musicante, del
filosofo e del poeta; perciò egli onorò il suo maestro dedicandogli una
poesia laudatoria; ed è degno di nota a sapersi, che l’invito gliene
venne fatto da Ottone III. Quello stesso Imperatore, il quale con
fede superstiziosa toglieva da Benevento il cadavere di Bartolomeo,
e devotamente seppelliva a Roma, nella sua basilica, un braccio di
Adalberto, erigeva al filosofo Boezio un monumento di marmo in Pavia:
per esso sembra che Gerberto abbia scritto quella poesia pregiabile
assai[639].
La città di Roma non può vantare che sieno parti suoi quei versi, nè
gli scritti matematici, teologici e filosofici di Gerberto; però,
il secolo decimo non è affatto sprovveduto di componimenti. Valore
letterario essi non hanno, ma, come documenti di quest’epoca oscura,
sono preziosi, e di molte notizie lo Storico va a loro debitore.
La storiografia italiana, anche nel secolo decimo, dava vita ad
alcune opere; nell’Italia settentrionale Liudprando scriveva i suoi
libri coloriti di tinte poetiche; Venezia componeva la sua storia
antichissima, opera pregevole del diacono Giovanni, ministro di Pier
Orseolo II; nella Campania si compilava quella Continuazione della
Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, che va conosciuta sotto nome di
Cronica dell’Anonimo Salernitano. Anche in Roma, e nelle sue vicinanze,
avevano origine alcuni scritti storici. Una Cronica vera, nei tempi
ottoniani, dettava Benedetto dal suo convento di santo Andrea sul monte
Soratte. Il frate ignorante era sedotto a farlo dall’esempio di quei
Cronisti nella cui lettura s’era immerso, e tanto più fortemente lo
era, dacchè vedeva agitarsi innanzi a’ suoi proprî occhi tanto bollore
di avvenimenti: perciò intese a comporre una Cronica universale, di cui
compilò la prima parte raccogliendone le notizie da altre scritture
parecchie, sia che la biblioteca del suo convento gli offerisse
opportunità di consultare Anastasio, Beda, Paolo Diacono, Eginardo ed
alcuni Cronisti di Alemagna e d’Italia, sia che altrimenti egli ne
leggesse i libri a Farfa ed a Roma. Pei tempi vicini a lui egli si
giovò non soltanto della continuazione di Anastasio, ma eziandio di
tutte quelle narrazioni che erano giunte al suo orecchio, avvegnaddio
di pochi fatti egli fosse stato testimonio di veduta. Anche là dove
scrive da contemporaneo i suoi racconti hanno un valore dubbioso, e
per certo sono spesso attinti a fonti non pure; tuttavolta deploriamo
che egli non abbia descritto i casi della caduta di Crescenzio.
Se mancanza assoluta di conseguenza logica di pensiero e bruttezza
orrenda di lingua possano a buona ragione essere tenuti a indici della
barbarie più profonda, la Cronica di Benedetto fa prova dell’estremo
decadimento, cui era potuto giungere l’idioma di Cesare e di Cicerone.
Per somiglianza di stile, assai presso gli vengono soltanto la Cronica
del prete Andrea da Bergamo, compilazione del secolo nono, e carte
molte di questa età; però delle centinaja di documenti che noi abbiamo
letto pochi giungono a quell’eccesso di barbarismi che in Benedetto
si trova. La lingua volgare d’Italia sorse essenzialmente da ciò, che
si abbandonarono le desinenze latine dei verbi e dei casi, onde ebbe
nascimento l’articolo, non già per imitazione della lingua germanica,
ma per necessità intrinseca; chè, senza di esso, i casi non avrebbero
potuto distinguersi più. Se Benedetto avesse scritto italianamente sì
come avrà egli parlato, il suo libro sarebbe diventato un monumento
preziosissimo della lingua volgare di quell’età; ma egli volle invece
scriver latino, e perciò compose un’assurda sconciatura. Pertanto,
al filologo che investiga le origini della lingua italiana la sua
Cronica presta minor servigio di quello che facciano altre scritture,
massime documenti di quel tempo; ad ogni modo, essa saprà dargli
ammaestramento, che le leggi della lingua si associano nel modo più
intimo con quelle del pensiero, e che la ruina delle une partorisce
quella delle altre. La lingua latina, divenuta sforzo di arte (sì come
esser doveva in Benedetto), ricadeva quasi in forme puerili; somiglia
a quei busti conservati in Campidoglio, che sono opere dell’ultimo
tempo imperiale di Roma, quando la statuaria non era dappiù che arte di
vasajo; o somiglia a quelle sculture ornamentali di chiese cristiane,
che sono opere del secolo decimo e dell’undecimo, nelle quali ogni
foglia ed ogni figura ha perduto il suo contorno naturale, parimente
come la parola latina aveva perduto la sua flessione.
Benedetto fece suo pro del trattato di un suo contemporaneo, partigiano
dell’Impero, che è intitolato: «Della podestà imperatoria nella città
di Roma». Questo scritto mirabile di piccola mole, celebra con gran
fervore l’_Imperium_ dei Carolingi, mostra qual fosse la loro podestà
imperatoria su di Roma, e lamenta il suo decadimento avvenuto colla
coronazione di Carlo il Calvo. L’Autore cade in parecchi errori là
dove parla delle condizioni di Roma a’ tempi prima di Carlo magno, ed
anche altrove desta dubbiezze parecchie. Barbarica è la composizione
scucita dei concetti, però, come lingua, può leggersi: difficile cosa
è che l’autor suo fosse uomo romano; piuttosto era longobardo, e forse
scriveva dal convento imperiale di Farfa o dal monte Soratte, ancor
prima che l’Impero fosse rinnovato da Ottone I[640]. Se mai abbia avuto
origine in Farfa, ben è la sola opera di cui questo chiostro, ridotto
a così grave disordine, possa far mostra in tutto il secolo decimo;
soltanto dopo che l’ordine vi sarà restaurato nell’undecimo, noi ne
loderemo le cure date da Ugo abate alle lettere, e la grande operosità
di frate Gregorio di Catina.
In Roma la storiografia s’era fatta muta. Alla fine del secolo nono
vedemmo che Giovanni scriveva della vita di Gregorio I, e trovammo che
Anastasio traduceva scrittori greci e raccoglieva le _Vitae Paparum_,
che da lui hanno nome. A que’ due lavori corrispondono, nel secolo
decimo, alcune scritture più fiacche di simil genere. Il prezioso
«Libro Pontificale», il quale, nella forma che ci è nota, termina colla
Biografia di Stefano V, ebbe chi vi diede in Roma continuazione. Nel
modo istesso con cui quella grande collezione aveva avuto origine da
notizie raccolte in calendarî e in annali, parimente formavansi brevi
Tavole dei Papi di quell’arida età, e vanno sotto nome di Cataloghi.
Si conservarono in manoscritti parecchi; la lingua ne è barbarica, e
la loro compilazione non contiene vestigia di senso storico. Poichè
non v’era più a dire cosa alcuna di edificî e di doni votivi, quelle
compilazioni non facevano che registrare brevemente i nomi, la stirpe
e il tempo di governo dei Papi, aggiungendovi scarsissimi appunti di
singoli avvenimenti. Nulla dimostra sì chiaramente la barbarie in cui
era caduta Roma nel secolo decimo più di quello che lo faccia questa
Continuazione del celebre «Libro Pontificale», il quale ora ritorna
alla scarsità dei suoi primi incominciamenti[641].
Alla Biografia di Gregorio fa riscontro adesso quella di santo
Adalberto. Tosto dopo la morte di lui un monaco del convento di san
Bonifacio scriveva, per desiderio di Ottone, la vita del Martire:
si crede che autore di quel libricciuolo sia stato l’abate Giovanni
Cannapario; e di tal maniera l’opera letteraria più importante che
si componesse in Roma nel secolo decimo è la Biografia di un Santo
slavo. La scrittura non ha fiore di mente storica, ma è opportuna
a dar contezza di quell’età, avvegnaddio al suo compilatore fossero
conosciuti gli uomini che allora andavano per la maggiore. Anch’egli
si mostra compreso delle idee che Ottone III accoglieva sulla grandezza
di Roma, e nel fervore del suo còmpito, s’eleva talvolta a voli arditi,
come aveva fatto Giovanni Diacono, nella Vita di Gregorio. Di Giovanni,
lo scrittore per fermo non eguaglia il sapere; tuttavolta la sua lingua
non è cattiva, e sebbene spesso si travolga in ampollosità bibliche,
essa la vince di gran lunga sulla prolissità fraseggiante di santo
Brunone di Querfurt, il quale, nell’anno 1004, ampliò quella medesima
Biografia di Adalberto[642].
§ 3.
Descrizioni della Città. — L’Anonimo di Einsiedeln. — Fecondità
della tradizione e della leggenda in Roma. — Le statue sonanti del
Campidoglio. — Tradizione dell’edificazione del Panteon. — La _Graphia
aureae urbis Romae_. — La _Memoria Julii Caesaris_.
Sollecitudine maggiore che tutte quelle scritture desta in noi una
specie di letteratura, la quale, dapprincipio ebbe origine locale in
Roma, e proprietà sua rimase anche dopo, sebbene pur vi prendessero
parte scrittori stranieri: vogliamo dire dei libri che prendono a
còmpito di descrivere i monumenti, i santuarî e la grande antichità
della Città. Lorquando i pellegrini venivano nell’eterna, nell’aurea
Roma, eglino trovavano, nelle Scuole degli stranieri, alcuni uomini
del loro paese che facevano ad essi da condottieri, attraverso
quel mondo enigmatico di meraviglie, dove antico era omai diventato
eziandio il Cristianesimo: oltracciò, non difettavano nemmeno di libri
di notizie, che loro servivano, con brevi appunti, di guida. Alcuni
pellegrini, franchi o tedeschi, appo i quali, da dopo di Alcuino,
s’erano risvegliati l’amore e lo studio delle antichità romane,
incominciarono a fare osservazione di Roma coll’occhio dell’antiquario
e dello storico; compilarono registri delle cose della Città, degne a
vedersi, e li diffusero poi nelle loro terre settentrionali. Siffatte
Descrizioni furono i precursori delle odierne «Guide» di Roma, e
parimenti come si vedono oggidì forestieri di tutte le nazioni andarvi
all’ingiro, tenendo in mano di quei grossi volumi, così, nel medio evo,
miravansi i pellegrini avvolgersi per le vie di Roma, seguendo il filo
di alcune scarse notizie, che erano scritte sopra piccolissimi fogli
di pergamena. Quei «Regionarî», detti anche «Grafie» o «_Mirabilia_»,
non erano così estesi, nè così nojosi come sono le nostre «Guide»; e di
buon grado noi permuteremmo per sempre queste con quelli, se ci fosse
ancora concesso di vedere i molti monumenti, che ai nostri antenati
ignoranti era dato di affisare.
Il duplice carattere della Città segnava la sua impronta su quelle
scritture, perocchè in esse dovesse tenersi nota così di Roma antica,
che di Roma cristiana. Di quella offerivano descrizione, nel maggior
fondamento, la _Notitia_ e il _Curiosum_; di questa, i Cataloghi
delle «Stazioni», dei cimiteri, delle chiese, i quali del continuo
erano compilati ad uso dei pellegrini. Vi si aggiungevano leggende di
Santi o di chiese, tradizioni che ponevano Roma pagana in associazione
col Cristianesimo, e vi si accumulavano benanco notizie della corte
pontificia e di quella imperiale. Di tal guisa, poco a poco, ebbero
origine le «Grafie» e i «_Mirabilia_» della città di Roma.
La letteratura descrittiva della Città, cresciuta oggidì tanto, che
se ne potrebbero empiere gli scaffali di una biblioteca, cominciò
(lo abbiamo veduto) cogli indici officiali delle Regioni, dei quali
ci siamo giovati per iscrivere del secolo quinto. Duranti quattro
secoli interi dappoi non ci avvenimmo più in alcuna scrittura di
questa specie, e, soltanto all’età di Carlo, insieme col risorgimento
di Roma e della scienza classica, incominciarono ad aver vita nuova
di quei registri. Un pellegrino, che forse fu discepolo di Alcuino,
dettò degli appunti sui cimiteri e sulle chiese di Roma; ed un
altro, sconosciuto di nome, compose quelle notizie che vanno sotto
il titolo dell’Anonimo di Einsiedeln: in questo convento trovolle
il Mabillon, e, per primo, le publicò[643]. La loro compilazione
rimonta alla fine del secolo ottavo od al principio del nono, prima
che fosse edificata la città Leonina. In un paio di fogli, scritti a
due colonne, l’Anonimo vi registra, senza darne descrizione, i nomi
dei monumenti, che potevano vedersi dalla destra e dalla sinistra mano
di chi percorreva le vie della Città fino alle porte; e v’aggiunge
ottanta epigrafi trascritte da monumenti e da chiese, anche fuori
di Roma. Con ciò ha incominciamento la scienza della epigrafia; e
questa prima e breve collezione di inscrizioni antiche, opera di
un culto pellegrino nordico, rimane, fino ai primi anni del secolo
decimoquinto, la sola di cui abbiamo contezza[644]. I «Regionarî»
antichi prendevano nota soltanto di Roma pagana, ma l’Anonimo registra
e gli edificî antichi e quelli cristiani, e così traccia, in un
contorno topografico, i caratteri che si aveva la Città a’ tempi di
Carlo magno. Da uomo erudito, attribuisce tuttavia ai monumenti i nomi
usati dalla _Notitia_, e perfino disdegna di dire _Colisaeus_ a vece
di _Amphiteathrum_; peraltro denota alcune ruine colla voce popolare
di _Palatium_, sebbene di palazzi non fossero ruderi[645]. Parimente,
nelle inscrizioni, all’arco di Tito dà nome di _VII Lucernarum_, onde
il popolo lo aveva battezzato dalla figura scolpitavi del candelabro
a sette braccia. L’Anonimo vide e tenne conto della massima parte
delle terme, di cui erano tuttavia grandiosi gli avanzi; al foro
Romano ed a quello di Trajano impone egli i loro veri nomi, ma gli
altri sorpassa in silenzio. Vide ancora il circo Flaminio e quello
Massimo ed il teatro di Pompeo; presso il Campidoglio registrò tuttavia
la inscrizione della statua equestre di Costantino, nè gli scappò
d’occhio, senza notarlo, l’_Umbilicus Romae_. Passeggiò ancora sotto i
portici a colonnami della via Lata; vide l’acquedotto della Vergine e
quello di Claudio, il _Nymphaeum Alexandri_, ed il _Septizonium_, e ne
fece avvertenza coi loro nomi che ancor perduravano; scrisse a taccuino
i nomi antichi di porte e di vie, e da un registro officiale desunse
il numero di tutte le torri, dei merli, delle porte di sortita e delle
feritoie, che v’avevano nelle restaurate mura di Aureliano[646]. In
lui orma non v’ha di favole, e quel secco Catalogo ci palesa che il
suo compilatore era uno scolastico erudito, cui la _Notitia_ era ben
conosciuta. Oltre a questa, dovettero servire di base al suo lavoro
altri elementi officiali, che papa Adriano, od altrimenti Leone III,
aveva fatto molto probabilmente raccogliere. Forse, fin d’allora
eransi compilati dei piani, ossiano delle carte topografiche della
Città, sui quali può darsi che venissero tracciate le vie principali
ed i monumenti maggiori; se non si fossero compiuti di simiglianti
studî, non sapremmo per lo meno comprendere come si avesse potuto
comporre quelle mense preziose, fregiate dei disegni di Roma e di
Costantinopoli, che Carlo magno aveva ricevuto in dono, probabilmente
dal Papa e da Irene imperatrice. Ove non avesse avuto soccorso di
siffatti documenti officiali, un pellegrino nordico, massimamente, non
avrebbe potuto conoscere e descrivere Roma; nè è difficile che, oltre
a quelli, lo sovvenisse di ajuto qualche grammatico romano, di mezzana
sapienza[647].
Frattanto, la tradizione, genio leggiadro che incomincia a porre
sua stanza nei monumenti appena che diventano deserti, aveva già da
lungo tempo tessute le sue fila attorno alle meraviglie di Roma, e
divulgato fra il popolo molte istorie e molti nomi. Ogni dì più che i
Romani si dilungavano dall’antichità, tanto più affaccendata era la
tradizione a coprire del suo velo i monumenti pagani, in quello che
la leggenda operava similmente colle chiese cristiane. Entrambi, muse
del popolo, sono sorelle gemelle; e la duplice natura di Roma spesso
le congiunge in meravigliosa associazione. Intorno al mille molte
tradizioni locali dovevano omai essersi raffermate in Roma, laonde non
stemmo dubbiosi di considerare la tradizione del «Cavallo di marmo» e
quella del «_Caballus_» di Marco Aurelio, come appartenenti a questa
età. Un’altra favola può dar prova, che nel secolo decimo, anzi ancor
prima, s’erano composte molte di quelle tradizioni, che noi troviamo
registrate nei _Mirabilia_, compilati più tardi. L’Anonimo di Salerno,
che scrisse intorno al 980, narra che gli antichi Romani avevano
eretto nel Campidoglio settanta statue di bronzo, in onore dei popoli
tutti. A ciascuna di esse, dic’egli, si era inscritto sul petto il nome
del popolo che rappresentava, ed a ciascuna s’era appeso al collo un
campanello: dì e notte i sacerdoti, dandosi il cambio, ne vegliavano
a guardia. Quando si ribellava una provincia dell’Impero la statua si
agitava tutta, il campanello sonava e i preti ne davano avvertimento
all’Imperatore. Però, il Cronista racconta che, da tempo, quelle statue
erano state trasportate a Bisanzio, e che Alessandro, figlio di Basilio
imperatore e fratello di Leone il Savio, le aveva fatte vestire di
abiti di seta in segno di venerazione; perlochè, una notte, san Pietro
gli compariva innanzi, e con gran collera gli diceva: «Principe dei
Romani son io!» Al mattino dopo l’Imperatore era morto[648].
Meravigliosa cosa è questo nesso che intercede fra una tradizione
locale di Roma e la cronologia bizantina; tuttavolta questa favola
istessa ricompare, senza riferimento a Bisanzio, in una Descrizione
della città di Roma, in quello che si vuol dare chiarimento
dell’edificazione del Panteon. Eccone la narrazione: A’ tempi in cui
Agrippa, prefetto dell’Impero romano, aveva soggiogato Svevi, Sassoni
ed altri popoli occidentali, ed era ritornato in patria, squillò il
campanello che pendeva dalla statua dell’Impero persiano: era questa
collocata nel tempio di Giove e della Moneta sul Campidoglio. I
Senatori affidarono pertanto ad Agrippa l’incarico della guerra di
Persia, ma egli chiese una dilazione di tre giorni. La terza notte,
quando, dopo smaniare lungo di pensieri, aveva preso sonno, una
donna gli apparve e disse: Che hai, Agrippa? tu sei in gran cure.
Rispos’egli: Sì, o signora. Ed ella: Confortati, prometti di edificarmi
un tempio come io ti mostrerò, ed io ti annuncierò se vincerai. Egli
soggiunse: Lo farò, o signora. La donna gli mostrò in visione la forma
di un tempio, ed egli le chiese: Signora, chi sei? Ed ella: Io sono
Cibele, madre degli Dei; sacrifica a Nettuno dio del mare, ed egli
ti ajuterà: fa consecrare ad onore di Nettuno e di me questo tempio,
perocchè noi saremo con te, e vincerai. Agrippa s’alzò di letto tutto
giulivo, e narrò la cosa al Senato, e partì con una grande armata e con
cinque legioni, e vinse tutti i Persiani, e li ridusse nuovamente sotto
il tributo dei Romani. Reduce in patria, edificò il tempio, lo fece
consecrare a Cibele, madre degli Dei, a Nettuno e a tutti i demonî, e
gli impose nome di Panteon. Ad onoranza di questa Cibele ei fe’ fare
una statua dorata, che collocò alla sommità del tempio, sopra il forame
della cupola, e lo coperse di un mirabile tetto di bronzo dorato. Sulle
cime poi del tempio venivano posti due tori di bronzo dorato[649].
Tale è la narrazione contenuta nel notevole libro intitolato _Graphia
aureae urbis Romae_, ossia Descrizione dell’aurea città di Roma,
che, nella serie di questa letteratura, succede per noi alle notizie
di Einsiedeln. Può darsi che all’età degli Ottoni, e forse omai dal
tempo di Alberico, avesse origine una nuova Descrizione della Città,
e che, in corrispondenza alla restaurazione del dominio secolare di
Roma, vi si tenesse nota soltanto dei monumenti pagani, nel tempo
medesimo che, ad uso dei pellegrini, v’avevano libri che raccoglievano
le notizie delle «Stazioni» delle chiese e dei cimiteri. Un qualche
Scolastico, che aveva conoscenza degli antichi, componeva un registro
dei monumenti di Roma, e vi aggiungeva il racconto di tradizioni
popolari. Egli non seguiva più la divisione regionale osservata
dalla _Notitia_; e laddove l’Anonimo di Einsiedeln aveva conservato i
vecchi nomi, quegli invece, tratto tratto, adoperava le appellazioni
popolari, secondo la loro origine volgare. I significati di _Palatium_,
di _Templum_, di _Theatrum_, di _Circus_, perdevano presso di lui la
loro severa distinzione, chè allora il popolo chiamava con nome di
_Palatium_ tutte le grandi ruine dei templi ed i _Fora_, e di regola
appellava _Theatrum_ le ruine di terme e del Circo. Cotale Descrizione
della Città, che or subentrava in vece della _Notitia_ antica e del
_Curiosum_, oppure che ampliava quelle due scritture, forse veniva
compilata ancor prima del secolo decimo. A Benedetto di Soratte fu
precisamente nota, avvegnachè egli abbia tratta la enumerazione delle
torri e delle castella di Roma da una Descrizione della Città, che
dev’essere stata la forma prima della _Graphia_[650]. Però, sotto
questo titolo, nel secolo decimoterzo una ne andò celebre, che è
citata come libro «assai autentico» dal milanese Galvano Fiamma. Fu
lungo tempo conosciuta nella biblioteca Laurenziana come codice del
secolo decimoterzo o del decimoquarto, ma non se ne trasse profitto
alcuno, e soltanto nell’anno 1850 venne data alle stampe[651]. Ebbe
essa subìto, nel corso degli anni, parecchie revisioni, finchè ottenne
la forma che si vede nel codice fiorentino. I due limiti estremi di
tempo riconoscibili della sua compilazione sono l’età degli Ottoni e
la prima metà del secolo duodecimo, perocchè vi sia fatta menzione del
sepolcro di Anastasio IV, morto nell’anno 1154. Al tempo di Ottone II
o a quello di Ottone III si fanno rimontare quei paragrafi aggiuntivi,
che trattano delle ceremonie di corte, della nomina del Patrizio e del
Giudice, e dell’accoglimento delle persone nella cittadinanza romana; e
il titolo del libro corrisponde alla leggenda _Aurea Roma_, che di già
al tempo di Ottone III era impressa sopra suggelli imperiali. Altresì,
le nominazioni date ai monumenti la fanno risalire al tempo anteriore
del grande incendio, che scoppiava durante la presa di Roma fatta da
Roberto Guiscardo.
Sta nella natura di cotali libri che essi diano occasione di continue
aggiunte; pertanto la _Graphia_ contiene parti diverse che derivano
da tempi varî. Essa incomincia narrando, secondo la tradizione, che
Noè fondava, non lungi da Roma, una città appellata dal suo nome,
e che Giano, figliuolo di lui, Japeto e Camese edificavano sul
monte Palatino la città di Gianicolo, e nel Transtevere il palazzo
Gianicolo[652]. Giano dimorava sul Palatino, e dappoi, con Nemrod ossia
Saturno (evirato da Giove suo figlio), erigeva la città di Saturnia
sul Campidoglio[653]. Indi, re Italo, coi Siracusani, costrusse,
presso al fiume Albula o _Tibris_, la città di pari nome; ed altri
Re, _Hemiles, Tiberis_, Evandro, Coriba, Glauco Enea, Aventino, altre
città innalzarono, finchè, quattrocento trentatre anni dopo la caduta
di Troja, nel giorno 17 di Aprile, Romolo le cinse tutte quante di
muro, e vi diè nome di Roma: allora, non soltanto tutti gli Itali,
ma quasi tutti i nobili uomini di tutto il mondo, vennero con loro
donne e con loro fanciulli ad abitarvi[654]. Il nesso in cui si pone
il Noè dell’antico Testamento colla fondazione di Roma, dà prova della
maestria di combinazioni che possiede la tradizione; del resto, non
potremmo fare che inutili tentativi, se volessimo determinare il tempo
in cui quella tradizione sia sorta. Più tardi, nei secoli decimoterzo e
decimoquarto, libri parecchi andarono tessendo le favole della origine
prima di Roma; ed ebbero vita il _Liber Imperialis_, il _Rumuleon_, la
_Fiorita d’Italia_, la _Historia Trojana et Romana_. Queste tradizioni
vennero massimamente in fiore allorchè le città italiche incominciarono
a ottenere le loro libertà, chè ognuna bramò ornarsi del pregio di
antiche genealogie[655].
Fra le tradizioni raccolte nella _Graphia_ certo è una delle più
antiche quella della sepoltura di Giulio Cesare. Narravasi fra il
popolo, che le sue ceneri fossero racchiuse nella palla d’oro collocata
sulla cima dell’obelisco Vaticano. Con grande stupore si additava il
pomo d’oro posto a quella sommità, cui nessun predone aveva saputo
giunger mai; e si diceva ch’era guernito di gemme, e che recava scritto
questo bell’epitaffio: «Cesare, grande fosti come il mondo; adesso
ti chiude una tomba angusta». E raccontavasi che lo si aveva sepolto
in quell’altezza, affinchè anche in morte gli restasse suddito il
mondo, qualmente a lui, vivo, era stato. Perciò l’obelisco fu chiamato
_Memoria_ od anche _Sepulcrum Caesaris_, parimente come la tomba di
Adriano appellavasi _Memoria_: e questa parola ha per Roma un grande
significato, perocchè tutto ivi parlasse memorie. Così denotato,
trovasi l’obelisco in una Bolla di Leone IX, dell’anno 1053, dove,
nel tempo istesso, è chiamato eziandio _Agulia_, come anche oggidì in
italiano si addomandano guglie gli obelischi. Tuttavia, può darsi che
il nome di _Agulia_, da antichissimo tempo, si fosse tramutato nella
bocca del popolo in quello di _Julia_, e che questo potesse indi dare
origine a siffatta tradizione del grande Giulio Cesare, per guisa
che qui dalla parola avesse derivazione il mito: e ciò tanto più a
ragione, che sul basamento dell’obelisco leggevasi l’iscrizione _Divo
Caesari_[656].
Fra le tradizioni locali, che sono registrate nella _Graphia_ o nei
_Mirabilia_, appena ve n’ha una (compresa altresì quella della Sibilla
e di Ottaviano), che non possa essere sorta dapprima del mille; però
noi preferiamo di dire di cotali tradizioni ai luoghi dove ce ne sarà
offerta più acconcia opportunità[657].
§ 4. Le Regioni della Città nel secolo decimo. — Le vie. — Architettura
di quel tempo. — Descrizione di un palazzo. — Numero grande di grandi
ruine. — Roma saccheggiata dai Romani.
È nostro intendimento di comporre una piccola «Grafia» di Roma, tale
qual era nel secolo decimo: la vogliamo trarre non già da quei libri
di favole, bensì da documenti; ma per verità riuscirà essa così
irregolare, come lo sono i _Mirabilia_, avvegnaddio siamo privi di
un condottiero che ci guidi attraverso il labirinto di Roma. Abbiamo
tentato di abbozzare questa descrizione, seguendo la divisione delle
Regioni, sennonchè, a comporla, i documenti non ci soccorsero che
incompletamente. È cosa meravigliosa che continuamente rimanga visibile
un ripartimento regionale, quando i sette distretti ecclesiastici
sono scomparsi dal nostro sguardo; nondimeno, quello non s’accordava
più allo scompartimento di Augusto, e può darsi che le alterazioni ne
fossero avvenute in epoche parecchie. Nei secoli decimo e undecimo la
città vera di Roma contava dodici Regioni; probabilmente il Transtevere
formava la decimaterza. Erano denotate per numeri rispettivi, ma
avevano eziandio un nome loro proprio.
Delle dodici Regioni, che emergono da documenti di Roma del secolo
decimo e dell’undecimo non possiamo determinare il luogo in cui erano
situate quelle X e XI[658].
La Regione I comprendeva l’Aventino, e per _Marmorata_ e _Ripa Graeca_
si stendeva giù fino al fiume; dai magazzini di granaglia che ivi erano
aveva, anche adesso, nome di _Horrea_[659].
La Regione II racchiudeva il Celio e una parte del Palatino fino
all’Aventino. Come compresi in essa sono registrati i _IV Coronati_,
la _Forma Claudia_, il _Circus Maximus_, il _Septizonium_, e la _Porta
Metrovia_ o _Metrobi_, innanzi alla quale erano situati i _prata Decii_
o _Decenniae_[660].
La Regione III si trova denotata dalla Porta Maggiore, dalla santa
Croce, dall’_Aqua Claudia_ (che scorreva attraverso due Regioni), dal
convento di santo Vito e di santa _Lucia Renati_, dal santo Pastore,
e dall’_Arcus Pietatis_. Comprendeva quindi alcuni luoghi, che avevano
spettato alla Regione V di Augusto, detta _Esquiliae_[661].
La Regione IV è, in un documento, determinata dal _Campus s. Agathae_;
forse fronteggiava con _S. Agatha in Suburra_ (che faceva parte della
Regione VII) e comprendeva il Quirinale e il Viminale[662].
Entro la Regione V si racchiudeva una parte del Campo di Marte: ed in
essa erano situati il mausoleo di Augusto, la colonna Antonina, la via
Lata, il san Silvestro in Capite, la _Posterula s. Agathae_ al Tevere,
ed eziandio il Pincio e la porta di san Valentino (del Popolo). Il suo
territorio aveva nel tempo antico appartenuto in parte alla Regione
IX, appellata _Circus Flaminius_, in parte alla Regione VII, detta _Via
Lata_[663].
Della Regione VI parlano pochi documenti soltanto, e ne risulta che vi
capivano i giardini di Sallustio e quel territorio che oggidì forma il
quartiere di Trevi[664].
La VII Regione a quest’età viene denotata dalla _S. Agatha super
Suburram_, dalla colonna di Trajano e dal _Campus Kaloleonis_ che vi
era confinante[665].
La Regione VIII nel secolo decimo appellavasi _Sub Capitolio_, come
nei Cataloghi dei Papi parecchie volte è chiamata; per conseguenza il
_Forum Romanum_ antico aveva conservato il numero regionale onde era
stato contrassegnato nel vecchio tempo.
La IX Regione era il distretto che raccoglieva dentro di sè il
santo Eustachio, la Navona, il Panteon, le terme di Alessandro,
il san Lorenzo in Lucina. Comprendeva il vero Campo di Marte, e
quindi chiudeva nei suoi confini l’antica Regione IX, detta _Circus
Flaminius_, da cui avevano avuto origine due Regioni. Volle il caso
che, propriamente per questa Regione del secolo decimo, si conservasse
la maggior copia dei documenti: questi, assai di frequente ci tengono
parola di un luogo appellato _ad Scorticlarios_ o _in Scorticlam_, il
quale dava il nome all’intiero distretto. Era esso il quartiere dei
conciatori di cuoi; oggidì è situato presso il fiume, nella Regola, ma
allora trovavasi posto in vicinanza alle terme di Alessandro, presso al
Tevere[666].
In nessun documento di quella età incontrammo parola della Regione
X e di quella XI; però la XII Regione compare in un Diploma, col
nome antico di _Piscina Publica_, il quale pertanto non aveva subìto
mutazione di sorta[667].
Parimente, come s’erano conservati i nomi della _Via Lata_, del _Caput
Africae_ e della _Suburra_, così altre vie antiche dovevano essere
ancora note in Roma; però la parte maggiore di esse era omai denominata
da chiese, altre eranlo da monumenti notabili: lo abbiamo già veduto
a proposito del Colosseo, del teatro di Marcello, e dei Colossi di
marmo. Spesso, nei documenti, a esprimere le vie di Roma animate
di maggior moto, si usa l’espressione _Via publica_ o _communis_;
e già nel secolo decimo esisteva una _Via Pontificalis_, la quale,
passando dal Campo di Marte, conduceva al san Pietro[668]. Queste
strade irregolari del primo medio evo, di cui alcune erano ancora le
antiche, altre erano aperte in mezzo a cumuli di rottami ed a rovine,
dovevano offrire una veduta tetra e bizzarra insieme. La tortuosità,
la strettezza di esse e l’aspetto rozzo delle case ci avrebbero messo
repugnanza, ma la pittoresca architettura ci avrebbe reso insieme
meravigliati. Come nella massima parte è anche oggidì, ogni casa di
Roma aveva un poggiuolo di pietra; porte e finestre erano arcuate
a foggia romana; le cornici, rilevate a teste acute di mattoni; i
tetti, il più di frequente, coperti di embrici di legno; le muraglie
si componevano di terra cotta senza intonaco di calce. Di consueto, le
case erano fornite di solaio, perlochè tanto sovente ci incontriamo
nella espressione di _casa solorata_. Erano di uso universale, e si
mantennero lungo tempo anche in Roma i vestiboli, che in tutta Italia
si denotavano colla parola tedesca «Laubia», e posavano sopra pilastri
o su colonne antiche. Ei conviene oggidì andar girando per Transtevere,
o nel quartiere chiamato «Pigna» e in quello detto «Parione», per
farci un’idea degli ultimi avanzi di quella architettura medioevale.
Non possediamo alcuna descrizione autentica di un palazzo romano quale
allor fosse, e quella, casualmente conservataci, di un palazzo che
esisteva a Spoleto, ci risospinge ai tempi antichi, o, per lo meno,
all’età bizantina. Vi si distinguevano dodici parti, così appellate:
il _Proaulium_ ed il _Salutatorium_; il _Consistorium_, dove si
radunavano i convitati prima del pranzo e dove si dava l’acqua alle
mani; il _Trichorus_ ossia sala da mangiare; lo _Zetas hiemalis_,
camera riscaldata per l’inverno; lo _Zetas estivalis_, salotto fresco
per l’estate; l’_Epicastorium_ (meglio _Epidicasterium_), sala ove
si trattavano i negozî: v’erano inoltre triclinii da più che tre
letti, terme, un ginnasio o luogo destinato al giuoco, le cucine, il
_Columbum_ da cui si riversava l’acqua alle cucine, l’ippodromo, e
gli _Arcus deambulatorii_, porticati a colonne, con cui era messo in
comunicazione anche lo scrigno[669].
Sebbene divenuti irreconoscibili per causa di decadimento e di
trasformazioni, può darsi che, ancora nel secolo decimo, si fossero
conservati alcuni dei palazzi antichi, che avevano, un tempo,
appartenuto alle ricche famiglie dei Ceteghi, dei Massimi, dei
Gracchi e degli Anicii. Ed invero, perchè mai non dovevano aver
durato un cinquecento anni quelle case private, costruite di pietre
inconsumabili, sì come s’era conservato un tempio od un arco trionfale?
Altri palazzi, dalla forma di castella, erano sorti a nuovo, e sempre
sulle fondamenta di edificî antichi. Se ci fosse dato di aver dinanzi
agli occhi il palazzo di Marozia sull’Aventino, quello di Alberico
presso ai santi Apostoli, la casa dei Crescenzî, il castello imperiale
di Ottone III, ne vedremmo fabbriche costruite a muraglie di mattoni
rossi, ornate in modo mirabile di mensole e di cornici antiche, e
forate a finestre arcuate romane, con loro piccole colonne, parimente
come ne offre un esemplare l’architettura della così detta «Casa di
Crescenzio», la quale è il più vecchio edificio privato del medio
evo che in Roma si conosca. I monumenti antichi prestavano i più
begli ornati così a chiese, come a’ palazzi; e se, oggidì ancora,
ci fermiamo ammirati nei luoghi più antichi di Roma, mirando tante
colonne, spesso magnifiche, di stile corinzio od ionio, che, infisse
nel muro, sostengono, in funzione di pilastri, le più povere case, si
può di leggieri imaginare, qualmente, nel secolo decimo, quasi tutte le
case della Città fossero tirate su colle reliquie dell’antichità. Se
potessimo varcare la soglia del palazzo di Alberico, nelle sue camere
fatte a volta secondo il costume romano, saremmo certi di trovare
parecchi pavimenti antichi di musaico, vi vedremmo antichi vasi e
stoviglie, ma a mala pena una statua; ci fermeremmo attoniti a mirare,
lavori di quel tempo, i _lectuli_ ossiano lettucci di riposo, fregiati
di disegni d’oro, e coperti dei broccati e delle sete di Oriente,
quali adornavano le abitazioni dei Vescovi, ed erano oggetto delle
censure di Raterio. La fantasia si accende pensando alle decorazioni
di queste stanze fornite di suppellettili pesanti, sculte in oro, di
sedie che ancora traevano all’antica forma, di candelabri di bronzo,
di scansie sulle quali non istavano adagiati codici di scritture, ma
si schieravano in mostra bicchieri d’oro preziosi (_Scyphi_), o coppe
d’argento, o conchiglie ridotte a recipienti da bere (_Conchae_): però,
la mente giunge a indovinare tutto quello che ciò fosse, soltanto per
gli indizî che ritrae dai musaici e dalle miniature di quell’età, i
quali ci fanno conoscere che la moda del lusso toglieva essenzialmente
a prestito da Bisanzio le forme fantastiche, la varietà dei colori che
imitavano l’arabesco, e il gusto degli ornati di musaico.
In quell’epoca la copia degli edificî antichi era ancor grande assai.
Il più degli archi trionfali, dei portici, dei teatri, delle terme,
dei templi durava tuttavia in ruine magnifiche, e ad ogni piè sospinto
mostrava alla generazione vivente le grandezze delle età passate, la
piccolezza del tempo che correva. E questo solo carattere antico,
che domina su Roma, pone in chiaro, durante l’intiero medio evo,
molti fatti storici. Da dopo di Totila nessun nemico aveva più recato
guasto a Roma, ma neppure v’era stato un solo Imperatore od un sol
Papa intento più a vigilare sui monumenti e a proteggerli. Già Carlo
magno aveva trasportato colonne e sculture di Roma ad Aquisgrana, e i
Papi, i quali dapprima avevano tenuto i maggiori monumenti di Roma in
conto di proprietà dello Stato, bentosto non avevano più sentimento,
nè tempo, nè potenza di darsi cura della loro esistenza. Roma fu
abbandonata al sacco dei Romani: i preti trascinavano colonne e marmi
nelle loro chiese; i nobili e gli stessi Abati piantavano torri sopra
vecchi monumenti magnifici; i cittadini rizzavano nelle terme e nel
circo le loro botteghe di lavoro, le loro fucine, le loro officine da
canapa, i loro filatoi[670]. Quando il pescatore del Tevere, quando
il macellaio ed il fornaio esponevano in vendita al buon mercato,
le loro derrate lungo i ponti, o presso il teatro di Marcello, la
mercanzia era sdraiata in mostra sopra bellissime tavole di marmo,
che, forse, anticamente avevano servito, nel teatro o nel circo, da
sedili ai padroni del mondo, a Cesare, a Marc’Antonio, ad Augusto,
a tanti e a tanti Consoli e Senatori. I bei sarcofaghi degli eroi
andavano all’ingiro, come avviene anche adesso, in funzione di tini
d’acqua, di mastelli da lavandaia, di truogoli da porci; probabilmente
la panchina del calzolaio e la tavola del sarto erano state nè più nè
meno che il cippo di un Romano illustre, o una lamina d’alabastro,
su cui, in antico, qualche nobile matrona romana aveva disteso le
minuterie della sua acconciatura. Seppure Roma nel secolo decimo non
possedesse più che poche statue di bronzo, assai grande doveva essere
pur sempre il numero di quelle di marmo. In tutte le piazze, in tutte
le vie, l’occhio s’imbatteva in capi d’arte della vecchia Roma, caduti
o mutilati; nè peranco i portici, i teatri, le terme erano così ridotti
in cumuli di ruine, che molte delle loro decorazioni di statuaria ne
fossero sparite. Il Romano del tempo di Ottone III mirava ancora, per
certo, emergere sopra il suolo il gruppo del Nilo nel _Minervium_, ed
era ancora oggetto di sua conoscenza il gruppo del Laocoonte nelle
terme di Tito, e, forse tuttavia, la Venere medicea nel portico di
Ottavia. Migliaia di statue degli Imperatori e di grandi Romani stavano
ancora ritte o giacevano alla scoperta sul terreno; molte dipinture
antiche vedevansi ancora ai loro luoghi sulle pareti. Ma il senso
di queste opere dell’arte bella era così ammutito, che neppure uno
scrittore di quell’età spendeva per esse una sola parola. Che più? i
Romani imbarbariti tenevano i più preziosi monumenti dei loro antenati
in conto soltanto di materiali da lavoro; li segavano per trarne il
bel marmo onde componevano il pavimento delle loro chiese e delle loro
case, o li facevano in polvere affine di cavarne calce. Da secoli Roma
era pari ad una grande fossa da calce, nella quale si cacciavano dentro
nobilissimi marmi per trarne cemento: nè senza una grande ragione in
Diplomi del secolo decimo e dell’undecimo si trova di frequente sparso
il nome di _Calcarius_, fornaciaio, il quale non deve già attribuirsi
a persone che attendessero al lavoro delle fosse di calce, ma a chi ne
possedeva in Roma o vi dimorava presso[671]. Da secoli dunque i Romani
saccheggiavano e devastavano la vecchia Roma, la facevano in pezzi, la
foravano, la abbruciavano, la trasformavano; nè la finivano mai.
§ 5.
Una scorsa per la Roma del tempo di Ottone III. — Il Palatino. — Il
_Septizonium_. — Il Foro. — Santi Sergio e Bacco. — L’_Infernus_. —
Marforio. — Il Campidoglio. — Santa Maria _in Capitolio_. — Il _Campus
Caloleonis_. — La colonna di Trajano. — La colonna di Marco Aurelio. —
Il Campo Marzo. — Il _Mons Augustus_. — La Navona. — Chiese farfensi.
— Santo Eustachio _in Platana_. — Leggenda di Santo Eustachio. — Santa
Maria _in Minervio_. — Camigliano. — _Arcus manus carneae._ — Parione.
— Ponti del Tevere. — I templi della Fortuna Virile e di Vesta. —
Conchiusione.
Voglia il lettore accompagnarci in una breve scorsa per Roma, qual
essa era a’ tempi di Ottone, o piuttosto voglia soltanto venire con
noi in cerca di alcuni fra i luoghi più celebri della Città. Muoviamo
anzi tutto al Palatino. I palagî imperiali vedevansi ancora in loro
ruine colossali, ed erano pieni di obliate opere d’arte di ogni
maniera. In quel labirinto, nel quale a mala pena si metteva piede
per temenza degli spiriti, parecchie camere erano ancora fornite dei
loro preziosi intonachi di marmo; e, perfino a’ tempi di Innocenzo X,
vi si discopriva una sala adorna di tappeti d’oro, e stanze, le cui
pareti erano coperte di finissime lamine d’argento e di piastre di
piombo[672]. Non altro che rada poteva essere allora la popolazione
del colle Palatino, chè, su di esso, poche e piccole chiese soltanto
erano state costruite: una era quella di santa Maria _in Pallara_
(_Palatio_), ovvero di san Sebastiano in _Palladio_, eretta nel luogo
in cui ergevasi in antico il _Palladium_, là dove vuolsi che quel Santo
sia stato ucciso, nel tempio di Eliogabalo; un’altra era la chiesa di
santa Lucia in _Septa solis_ o _Septem viis_, che già a’ tempi di Leone
III si elevava presso al _Septizonium_[673]. Questo edificio magnifico
di Severo nel medio evo aveva nome di _Septemzodium_, di _Septodium_,
di _Septisolium_, di _Septemsolia_, e benanco di _Sedem Solis_, sede
del sole, ed era situato all’estremo del Palatino verso mezzodì e
quasi di fronte al san Gregorio. L’Anonimo di Einsiedeln lo notò con
nome di _Septizonium_, e, nell’anno 975, con esso ci incontriamo in
un documento degno di considerazione. Lo si appellava allora _Templum
Septem solia major_, per distinguerlo da un monumento ignoto, che era
in vicinanza. Questo aveva nome di _Septem solia minor_, e Stefano,
figlio di Ildebrando, console e duce, lo donava a Giovanni abate di
san Gregorio, affinchè a suo piacimento ne usasse, o lo atterrasse,
secondo che meglio potesse far mestieri alla fortezza del convento.
In quei tempi di guerre di partito sorgevano in Roma torri e rocche,
non soltanto della nobiltà, ma anche dei conventi; molti monumenti
erano caduti in possedimento dei privati cittadini, ed erano adoperati
in cotale uso; ed il grande _Septizonium_ dipendeva in proprietà da
quel monastero, e già lo si aveva trasformato in rocca. I frati di
san Gregorio possedevano allora anche l’arco trionfale di Costantino,
che per certo era stato elevato a tanta altezza da comporne una
torre: così il loro convento s’era munito tutto all’intorno, dietro
la trincea di monumenti antichi. Nella detta carta si contiene parola
così dell’_Arcus triumphalis_, come del _Circus_ (_Maximus_), sebbene
non altro che nominarli si faccia, e ne rileviamo che quell’illustre
romano Stefano possedeva una parte dei palazzi imperiali, della quale
notava, specialmente sopra tutto il resto, un portico con trentotto
cripte, ossiano camere edificate a volta[674]. Ignoriamo quale aspetto
avesse allora il _Circus Maximus_; i due obelischi erano omai ridotti
in rottami, ma ancora, da un capo e dall’altro, era avvertito dalla
_Graphia_ esistere due archi di trionfo: neppure sappiamo cosa fosse
del Colosseo, il quale non peranco erasi tramutato in fortezza; ma con
buon fondamento imaginiamo, che questi edificî cadenti in polvere,
conservassero ancora la massima parte delle loro muraglie di cinta
esterna, ed i loro ordini di sedili.
Il tempio di Venere e di Roma, massimamente decaduto, appellavasi omai
_Templum Concordiae et Pietatis_ come gliene dà nome la _Graphia_; le
sue colonne gigantesche di un sol pezzo di granito azzurro duravano
ancora intatte da qualsiasi danno, ed offrivano una vista mirabile. Per
la via Sacra, camminando sopra il selciato antico, e passando dall’arco
dei «sette candelabri,» si andava al Foro, dove la piccola collina
detta Velia aveva tuttavia una discesa assai profonda, perocchè il
Foro non fosse coperto di cumulo tanto grande di ruine come oggidì è.
Tutt’all’intorno, spettacolo di distruzione grandiosa, stavano templi,
portici, basiliche; e il Romano, fatto uomo barbaro, moveva il piede in
quel suo museo nazionale, attraversando ruderi innumerevoli di colonne,
di architravi e di figure di marmo: la orrenda ruina, il deserto di
cui s’era impadronita la leggenda, la mesta magnificenza dovevano
ispirare nell’animo di lui sentimenti di commozione indicibile.
Se un qualche antiquario romano, successore ignorante di Varrone,
avrà accompagnato Ottone III in questa peregrinazione, quegli, con
meravigliosa mescolanza di nomi veri e di nomi falsi, gli sarà venuto
accennando i monumenti antichi. Gli avrà egli additato il _Templum
Fatale_, l’arco di Giano presso a santa Martina, un _Templum Refugii_
vicino a sant’Adriano, e con giusto nome gli avrà indicato il tempio
della Concordia, presso a santo Sergio. Questo edificio celebre, dove
un tempo Cicerone aveva tenuto le sue tonanti orazioni, fu, per qualche
tratto di tempo, conservato in vita, mercè di una chiesa; indi andò
in ruina: e quella l’Anonimo di Einsiedeln vide collocata frammezzo
al tempio ed all’arco di Severo, che probabilmente le serviva di
campanile. Oltre che a Sergio, dedicata era la chiesa anche a Bacco,
un Santo il quale, sebbene stranamente emerga da quel luogo di antico
paganesimo, non era straniero in Roma, dove, fra’ Santi, torniamo a
trovare nomi di dei e di eroi: così è di quelli di santo Achilleo, di
san Quirino, di san Dionisio, di santo Ippolito, di santo Ermete; così
avveniva anche di santo Bacco[675].
L’Archeologo del secolo decimo, mostrandoci gli avanzi della basilica
_Julia_ o di uno dei santuarî di Vesta, ce gli avrebbe scambiati
per il tempio del terribile Catilina, e lì presso ci avrebbe fatto
vedere la chiesa di sant’Antonio, nel sito dove oggi s’eleva santa
Maria Liberatrice, quella che salva dai tormenti dell’inferno. Ei ci
avrebbe detto con gran serietà, che questo luogo diabolico, nomato
_Infernus_, era il _Lacus Curtius_, entro la cui voragine, in antico,
si era gettato il generoso Romano per salvare la patria; e ci avrebbe
aggiunto, che ivi, in una caverna del Palatino chiusa con porte di
bronzo, forse nel Lupercale antico, erasi appiattato un drago, che
Silvestro aveva ucciso[676]. Presso alla carcere Mamertina, la _Privata
Mamertini_ del medio evo, ei ci avrebbe additato la statua del dio
fluviale, celebre sotto nome di Marforio, che ivi rimase illesa per un
corso di secoli; e ci avrebbe affermato che essa era un simulacro di
Marte[677]. La via Sacra e la sua continuazione, _Clivus Capitolinus_
o via dei Trionfatori, facendoci passare lungo i templi di Saturno e
di Vespasiano, ci avrebbe condotto al Campidoglio, in mezzo a ruine
innumerevoli della magnificenza antica. Chi potrebbe enunciare quello
che fosse la vista grandiosa e tragica che esso allora offriva!
Cassiodoro, per l’ultimo, aveva detto, il Campidoglio essere massima
meraviglia di Roma, e rilevammo che nel secolo ottavo lo si notava come
primo miracolo del mondo. Tuttavia, da tempo lungo, non udimmo più,
neppure una fiata, ripetersi il suo nome: sparito era dalla storia di
Roma, e soltanto la _Graphia_ narra, che le sue mura mirabili erano
composte di vetro e d’oro, ma non lo descrive[678]. Di già, intorno
all’anno 882, si menziona il convento di santa Maria _in Capitolio_;
però non si fa ancor motto della chiesa _in Ara Coeli_ che ivi esiste,
sebbene, probabilmente, a quell’età essa fosse omai edificata[679].
Profondo silenzio cela lo stato in cui fossero i _Fora_ imperiali, ad
eccezione di quello di Trajano; ma anche esso era a quest’ora ridotto
a tanta ruina, che i documenti, i quali ne tengono discorso, parlano
delle _petrae_ che ivi si ammonticchiavano. Il nome della odierna via
«Magnanapoli», che dal Quirinale conduce al Trajano, ebbe origine fin
da quella età[680]. Dall’altro lato, era posto il _Campus Caloleonis_,
oggidì storpiato nel nome di «Carleone», ch’era così appellato dal
palazzo di un ottimate romano del tempo di Alberico[681]. Sopra ai
ruderi delle biblioteche e delle basiliche Ulpie s’alzava ancora la
magnifica colonna di Trajano, gigante che non aveva sofferto crollo.
Vicino ad essa era la chiesa _S. Nicolai sub columpnam Trajanam_;
costruita dei materiali del Foro, aveva certamente contribuito di assai
alla sua ruina: essa apparteneva alla giurisdizione ecclesiastica dei
santi Apostoli, e di questa basilica bene era proprietà eziandio la
colonia Trajana[682].
Anche la sua bella gemella, la colonna di Marco Aurelio, ergevasi
parimenti come s’erge oggidì. Nell’anno 955 Agapito II la confermava
in proprietà del convento di san Silvestro _in Capite_, e, sette anni
più tardi, Giovanni XII rinnovava il Diploma. «Noi confermiamo _in
integrum_», vi è detto, «la grande colonna di marmo che da Antonino
si appella, così come vedesi, con sue sculture, colla chiesa di santo
Andrea che sta a’ suoi piedi, e col territorio che la attornia, in
quel modo ch’essa d’ogni parte è circondata di via publica, in questa
città di Roma»[683]. Se ne rileva, che pur sempre, dall’intorno
esisteva una piazza sgombra, e che, vicino, vi si era edificata una
piccola chiesa; il nano accanto al gigante. Siffatte cappelle erano
botteghe di guardiani; dentro, i monaci vi facevano di sentinella,
ed a loro andiamo debitori della conservazione di quelle illustri
opere mirabili, dominatrici solitarie dei ruderi della storia, sulle
quali, nell’azzurro del cielo, si disegnano le statue di san Pietro
e di san Paolo: simboli della duplice signoria di Roma sul mondo,
quei simulacri non potevano trovare luogo più acconcio delle colonne
dei due Imperatori, i quali professarono una filosofia che per prima
sgombrò le vie del Cristianesimo. I pellegrini avevano facilità di
salire sulle colonne per loro interne scale a chiocciola, sì come
oggidì ancora si suol fare, per godere di lassù la vista stupenda
di Roma. Ai monaci poi avranno per ciò messo in mano qualche moneta;
per lo meno, la inscrizione dell’anno 1119 (la quale può leggersi nel
portico di santo Silvestro) nota, che i pellegrini presentavano di loro
offerte la chiesa di santo Andrea presso la colonna di Marco Aurelio,
donde il monastero costumava affittarle, come reddito considerevole.
Desta grandissima meraviglia che cosa somigliante avvenisse anche
nell’antichità. Infatti, tosto dopo dell’erezione della colonna,
Adrasto, liberto dell’imperatore Settimio Severo, si era costruito,
nell’anno 193, una casa in quelle vicinanze, per vegliarne a custodia,
ossia per torne denaro a chi vi saliva sopra; ed invero in escavi
dell’anno 1777 erano trovate in quelle località due inscrizioni in
marmo, che Adrasto aveva fatto collocare nella sua casa di guardia; ed
esse parlano di quell’usanza[684]. Anche la colonna che, in antico,
Marco Aurelio e Lucio Vero avevano innalzato ad onore del loro padre
Antonino Pio, era situata in prossimità dell’odierno monte Citorio.
Aveva soltanto cinquanta piedi di altezza ed era di rosso granito;
però non ne fa cenno l’Anonimo di Einsiedeln, nè la _Graphia_, nè i
_Mirabilia_, perlochè, forse, nel secolo nono era di già crollata[685].
Nel secolo decimo il Campo di Marte, già appellato Campo Marzo,
presentava il magnifico aspetto di una città di marmo caduta in
rovina. Degli edifizî degli Antonini esistevano tuttavia grandi avanzi
di basiliche o di templi, come oggidì ancora ce ne offre un saggio
il frontone a colonne della Dogana: si pensi un po’ all’estensione
che correva dal Panteon al mausoleo di Augusto, si pensi a quelle
grandi ruine delle terme di Agrippa e di Alessandro, dello _Stadium_
di Domiziano e dell’_Odeum_, che si seguivano tutte le une presso
alle altre; si richiamino alla imaginazione gl’innumerevoli portici
che attraversavano questo campo, venendo dalla via Lata, da porta
Flaminia, dal ponte di Adriano; e si avrà innanzi alla mente la
vista di una città meravigliosa smantellata, mezzo sepolta nel fango
e nella polvere. Ivi, appiattati sotto le oscure volte dei ruderi,
abitavano uomini meschini, che vi avevano posto covo, come altrettanti
trogloditi; altri, avevano povere case posate sulle ruine, come tanti
nidi di rondini. Allora, nell’antico Campo di Marte si piantavano
cavoli e viti in mezzo a’ frammenti di edificî; strette viuzze si
aprivano di qua e di là, e conducevano a chiese che, ruinate esse
stesse, erano state costruite di rovine, e davano ai chiassuoli origine
e nome. Tratto tratto dai ruderi s’alzava qualche oscura torre, rocca
munita di un qualche Romano che si chiamava con nome di Console o di
Giudice. Il mausoleo di Augusto non era peranco stato tramutato in
fortezza; poichè era stato ricoperto di terriccio e piantato di alberi,
la sua figura, simile a quella di un colle, gli acquistava nominazione
di monte, e nel secolo decimo lo si appellava _Mons Agustus_, che
in volgare si smozzò nel nome di _Austa_, ovvero di _L’austa_. Una
bella tradizione narrava, che l’imperatore Ottaviano aveva fatto
trasportare un corbello pieno di terra da ogni provincia dell’Impero,
e che ivi l’aveva riversata, affine, quasi, di poter riposare nella
terra di tutto il mondo, che dominato aveva. Ad imitazione di quel che
s’era fatto nel sepolcro di Adriano, anche sulla cima del mausoleo di
Augusto si era edificata una cappella all’arcangelo Michele: lo abbiamo
scoperto da quegli stessi Diplomi di Agapito II e di Giovanni XII,
che confermano anche questo sepolcro in proprietà del convento di san
Silvestro[686]. Presso alla tomba era posta allora la chiesa di santa
Maria o Martina _in Augusta_, che più tardi fu tramutata nell’ospitale
di san Giacomo degli Incurabili: tutto all’intorno erano vigneti e
campi pertinenti al detto monastero. La muraglia della Città, ruinosa
e coperta di sterpi, si prolungava lungo l’odierna Ripetta fino al
ponte di Adriano, ed era interrotta da due porte del fiume, quelle
di sant’Agata e della Pigna[687]. L’odierna porta del Popolo era pur
sempre chiamata Flaminia, come la appella la _Graphia_, ma altresì
era omai detta _S. Valentini_, dalla chiesa che è posta fuori della
porta. Dove sta oggi la bella piazza del Popolo era terreno coltivato
a campo e a giardino, similmente di ciò che avveniva a quell’età
del _Mons Pinzi_, sopra il quale esisteva una chiesa di san Felice.
Massimamente, tutto il Campo di Marte era traversato di vigneti e
di orti. Il magnifico _Stadium_ di Domiziano giaceva in rovinaccio;
l’Anonimo di Einsiedeln erroneamente lo chiama «_Circus Flaminius_ dove
è santa Agnese», e per tale lo appella dall’antica Regione di questo
nome cui l’edificio apparteneva; però, nel secolo decimo chiamavasi,
con linguaggio popolare, _Agonis_ da _Agon_, ossia _Circus Agonalis_.
Poichè dunque questo luogo si denominava _in Agona_, ne derivò la
dizione _’n Agona_, finalmente quella di Navona, onde è denotata oggidì
la maggiore e bellissima delle piazze popolari di Roma[688].
Dei materiali del Circo, già ancora a’ tempi prima, erano state
edificate parecchie chiese: da un lato, la Diaconia di santa Agnese
_in Agone_, perocchè ivi la leggenda della Santa s’avesse composto
la scena; dall’altro, la parrocchia di santo Apollinare, fondata
probabilmente sui ruderi di un tempio d’Apollo, che era stato cacciato
in bando dal suo santo omonimo, primo vescovo di Ravenna[689].
Similmente ad altri conventi e ad altre basiliche di Roma, che poco a
poco s’erano impadroniti del suolo della Città e dei suoi monumenti,
la chiesa di santo Eustachio aveva in questa Regione dei possedimenti;
e financo la remota Farfa vi aveva proprietà di campi, di case, di
giardini e di cripte dello Stadio caduto o delle prossime terme di
Alessandro Severo. In vicinanza a questi distrutti bagni appartenevano
alla Badia tre piccole chiese, quelle di santa Maria, di san Benedetto
e di san Salvatore, a cagione delle quali aveva essa sostenuto continue
controversie coi preti di santo Eustachio: e precisamente al documento
di questa lite noi andiamo debitori della cognizione topografica della
Regione _in Agone_, ossia _in Scorticlariis_[690]. Santa Maria farfense
si dice essere l’odierna chiesa di san Luigi dei Francesi; la cappella
di san Benedetto perì; san Salvatore conservò il nome ed il luogo,
coll’addiettivo _in Thermis_. Qui dunque, accanto allo _Stadium_ di
Domiziano, stavano le terme di Nerone, ampliate da Alessandro Severo, e
si stendevano da santo Eustachio fino a santo Apollinare[691]. Dei loro
ruderi fu edificato il quartiere odierno, in cui s’accolgono il santo
Eustachio, il palazzo Madama, quello Giustiniani, le Poste, il san
Luigi: ed ancora in tempi più tardi ivi si trovavano avanzi magnifici
di portici, di archi, di colonne, di ornati.
Voleva la tradizione che la chiesa di santo Eustachio, appellata _in
Platana_ (forse da un platano che fioriva colà), fosse stata edificata
in un palazzo delle terme di Alessandro. La sua fondazione deve
risalire ad un tempo assai remoto, perocchè ancor sotto di Gregorio
I fosse una Diaconia. Formava, nel medio evo, il punto di mezzo di un
quartiere; e di tal guisa diede nome alla Regione, ed altresì ad una
celebre famiglia di nobili. Mirabile è la leggenda del Santo. Il suo
nome pagano era quello di Placido; amico e generale di Trajano aveva
vinto i Daci e gli Ebrei, ed era tornato a Roma in trionfo. Un dì,
mentre era alla caccia, inseguiva egli un cervo fra Tivoli e Preneste;
l’animale, fuggendogli davanti, si gettò sul monte Vulturello (presso
a Guadagnolo), e Placido, che correva sulle sue orme, vide tutt’a un
tratto sfolgorare fra le corna il volto del Cristo, che gli ordinava di
tornare a Roma e di torvi battesimo. Placido assunse il nome cristiano
di Eustachio, fe’ battezzare la moglie sua con quello di Trojana
Teopista, e i figli appellò Agapito e Teopisto. Per volere celeste fu
ridotto povero come Giobbe, ed allora emigrò nei deserti d’Egitto. Dei
marinari gli rapirono la moglie; un leone ed un lupo gli portarono via
i suoi figliuoli, ed egli si pose ad officî servili presso un signore
egiziano. Frattanto, Trajano involto in guerre coi Persiani, mandò pel
mondo, quant’era vasto, in cerca del suo eroe Placido, e, finalmente,
due centurioni lo riconobbero alla cicatrice di una ferita, che un
tempo aveva riportato in battaglia. Vestirono di abiti magnifici lui
reluttante, e lo trassero a Roma, dove giunto, trovava che Adriano era
succeduto sul trono dell’amico suo. Prese la capitananza della guerra
contro ai Persiani; ritrovò per propizia ventura moglie e figliuoli,
e, compiuta l’impresa, tornò a Roma coronato di allori. Decretavagli
il Senato un arco trionfale, ma il segreto cristiano rifiutava di
offrire a Giove il sacrificio della vittoria, e confessava arditamente
la sua fede. Egli fu condannato coi suoi a morire; e, poichè i leoni
dell’arena si accovacciavano nella polvere innanzi a loro, i martiri
furono gettati entro ad un toro di bronzo arroventato; e quando il
carnefice aperse la macchina affreddata, Eustachio, la sua donna e i
suoi figliuoli trovaronsi morti, ma i loro corpi apparvero agli occhi
di tutti belli e senza offesa. I cristiani diedero ad essi sepoltura
nelle case del morto; molti Romani presero battesimo, e Adriano,
amaramente pentito, bevve il veleno in Cuma[692].
Eustachio ha per Roma un altra ragione d’importanza, chè egli diventò
l’eroe di una genealogia delle più stravaganti. Fin dal secolo
duodecimo si compiacquero i Romani di far derivare la loro nobiltà dal
tempo antico; i loro alberi genealogici germogliarono tutt’a un tratto
sul Palatino, dal celebre lauro di Augusto, o crebbero nei giardini di
Mecenate e di Pompeo, degli Scipioni e dei Massimi. Poichè fu detto che
la famiglia dei Conti di _Tusculum_ si fosse tramutata in quella dei
Conti di sant’Eustachio, la si fece, con ardita fantasia, discendere
da quell’Ottavio Mamilio di _Tusculum_, che era caduto nella battaglia
combattuta presso il lago Regillo. Da quello si volle che derivassero
gli Ottavî, e da Ottaviano imperatore si fe’ venire il senatore Agapito
Ottavio, padre di Placido Eustachio. Alla famiglia stessa avrebbe
appartenuto però anche Tertullo, padre di quel santo Placido che era
stato scolare di Benedetto, e la loro casa, dicevasi, dai tempi di
Mamilio in poi aveva pur sempre posseduto _Tusculum_, finchè Tertullo
lo donava al convento di Subiaco. Naturalmente si volle che Tertullo
fosse stato eziandio cugino di Giustiniano imperatore; e naturalmente
dalla famiglia degli Ottavî si fecero discendere altresì il grande
papa Gregorio e la stirpe Anicia. Per queste anella, dal favoleggiato
Ottavio Mamilio derivarono non soltanto i Conti di _Tusculum_, ma
eziandio i Pierleoni, i Conti di Segni, di Pola, di Valmontone, ed i
Frangipani, che diedero origine a casa d’Austria[693].
Dall’altro lato del Panteon l’Anonimo di Einsiedeln trovava omai il
convento di santa Maria nel _Minervium_, che vuol dire edificato nelle
ruine del tempio antico di Minerva; ed ancora la _Graphia_ registra:
«Presso il Panteon è il tempio di Minerva Calcidia». Non lungi di là
era eretto un arco trionfale che si attribuiva a Camillo, e perciò il
luogo era anche denominato Camigliano. Ivi pure una via assai antica
era chiamata «ai due amanti», donde, eziandio un convento esistente
colà era detto di san Salvatore _ad duos amantes_[694]. Di fianco era
situato l’_Iseum_, e nelle sue ruine duravano tuttavia i bellissimi
gruppi del Nilo e del Tevere, che possono in oggi vedersi nel Vaticano:
con bella ventura sfuggirono essi alla distruzione, parimente come fu
del Marforio.
Facciamo nota anche di un altro arco trionfale che s’ergeva nel
territorio di san Marco, e che nel medio evo è menzionato di frequente.
Appellato era «della mano di carne», _arcus manus carneae_, e stava
all’ingresso dell’odierna via detta «Macello de’ corvi», il cui nome,
bene o male, fu considerato essere storpiatura di _manus carnea_.
Probabilmente, si mirava colà l’imagine di una mano, segnacolo di una
coorte, e la tradizione narrava che fosse quella la mano del carnefice,
converso in pietra, che aveva martoriato la pia Lucina al tempo di
Diocleziano[695].
Nulla sappiamo dello stato in cui si trovava il teatro di Pompeo, ma
ancor lo si denota con nome di _Theatrum_ oppure di _Templum_. Le sue
ruine, come quelle di altri antichi edificî di questo quartiere, erano
ancora così considerevolmente grandi, che tutto il sito all’intorno
era, nel secolo decimo, chiamato «Parione», quel nome onde oggidì
s’appella la Regione VI ivi posta: lo si contrassegnava altresì per
via di una grande urna antica, che ivi istesso balzava all’occhio del
popolo[696]. Del _Circus Flaminius_ si fa ancora menzione fugace, e
più tardi torna a galla, con nome di «aureo castello»: il teatro di
Marcello porta ancora in alcuni documenti il suo nome antico, sebbene
potesse darsi che il popolo omai lo chiamasse anche di Antonino: lungo
i margini del fiume poi ci imbattiamo in luoghi a noi noti, nella
_Ripa Graeca_, davanti a santa Maria _in Cosmedin_ e nella _Marmorata_
antica[697].
Un importante documento dell’anno 1018, dato per il vescovato di
Porto (la cui giurisdizione si estendeva allora di là dell’isola
Tiberina e del Transtevere) ci ha conservato i nomi di alcuni ponti
del Tevere, come erano allora chiamati. Poichè quella carta delimita
nei suoi confini la diocesi di Porto, la sua descrizione prende
partenza «dal ponte rotto, donde l’acqua scorre, dalle mura della
città transtiberina, da porta Settimiana, da porta san Pancrazio»;
indi percorre la Campagna oltre il fiume Arrone, procede al mare di
là dal faro, poi torna indietro «per lo mezzo del gran fiume, a Roma,
al ponte rotto presso Marmorata, al ponte di santa Maria, al ponte
degli Ebrei in mezzo del fiume, e, dirittamente in mezzo di questo,
al predetto ponte rotto, che è il più prossimo alle chiese cattoliche
di Transtevere, di santa Maria, di san Crisogono e di santa Cecilia,
al convento di san Pancrazio e dei santi Cosma e Damiano». Quindi
si rileva, che l’odierno ponte Sisto era allora un ponte abbattuto,
avvegnachè da esso s’incominci la descrizione, e la si prosegua lungo
il muro transtiberino per porta Settimiana: se ne ritrae che un secondo
ponte ruinato esisteva presso alla Marmorata, la quale, visibile anche
adesso sotto all’Aventino, era nel medio evo appellata col nome _Probi_
oppure _Theodosii in Riparmea_ (_ripa marmorea_): l’odierno ponte
Rotto, il quale attualmente è sostenuto a catene, era chiamato allora
di santa Maria, da una chiesa che ivi s’ergeva: finalmente, il ponte
odierno «quattro Capi» (altra volta appellato _Fabricii_), si chiamava
degli Ebrei, perocchè gli Israeliti fin d’allora vi abitassero in
vicinanza[698].
Presso al ponte Palatino si elevano, l’un vicino all’altro, tre
mirabili edificî di Roma; il cosiddetto tempio della Fortuna Virile,
la elegante rotonda della così appellata Vesta, e la mutilata torre
a ponte che si addimanda casa di Pilato, oppure di Crescenzio, ed
anche di Cola di Rienzo. Il primo tempio, che è un pseudo periptero
di stile jonio, ben conservato, di forma severa e leggiadra, deriva
certo ancora da’ tempi della Republica. Questo santuario della Fortuna
virile di Servio Tullo, come si credette esser bene appellarlo, era
stato tramutato in chiesa, e tradizione suona che lo fosse di già
sotto a Giovanni VIII: ivi dentro si adagiò più tardi Maria, cortigiana
egiziana, una bella peccatrice, che nel deserto aveva fatto penitenza
della sua vita licenziosa; e il tempio porta oggidì il suo nome, di
santa Maria Egiziaca. Anche il grazioso tempio di Vesta, che vi è
dirimpetto, e che, in età più tarda del medio evo, fu appellato tempio
della Sibilla, si cambiò in chiesa; quando, non sappiamo: lo si chiama
san Stefano delle Carrozze, oppure, da una sacra imagine, santa Maria
del Sole[699]. Della cosiddetta Casa di Pilato ci occuperemo più tardi.
Tutti e tre quei monumenti, aggruppati col ponte e colla santa Maria in
Cosmedin, rendono il sito uno dei più vaghi di Roma.
Quest’è la nostra piccola «Grafia» della Città nel secolo decimo. Ne
caviamo la conchiusione, che allora il Campo di Marte era coperto
fittamente di edificî, che i colli Quirinale, Viminale, Esquilino
continuavano ad essere abitati, e che vasti territorî lungo le mura
della Città erano messi a cultura e a vigneti, come sono oggidì. Il
Celio, dove durava per un corso di secoli una strada antica detta
_Caput Africae_, ed il monte Aventino appaiono massimamente coperti
di edificî e traversati di vie; abitato era il territorio circostante
al Foro; la _Suburra_ continuava ad esistere. Il quartiere più
splendido era quello della _Via Lata_. Anche allora doveva essere assai
densamente popolato il Transtevere; e Leone IV colla edificazione della
città Leonina, del cosiddetto «_Porticus_ di san Pietro», aveva fondato
una nuova colonia cittadina nel borgo Vaticano.