§ 1.
Ottone II è coronato imperatore. — Liudprando va ambasciatore a
Bisanzio. — Preneste, ossia Palestrina. — Questa celebre città è data a
Stefania senatrice, nell’anno 970.
Sei intieri anni le cose d’Italia tennero Ottone affaccendato in questo
paese, il quale, dopo di lui, fruttò bensì gloria ad una moltitudine
innumerevole di altri uomini tedeschi, ma gli afferrò colle braccia del
suo odio fiero, e li seppellì nei suoi sepolcri. Mentre tuttavia era in
Roma, l’Imperatore aveva infeudato Spoleto e Camerino a Pandolfo «testa
di ferro», duca di Capua: per tal guisa, ad un vassallo devoto affidava
le terre più belle dell’Italia di mezzo e di quella meridionale, e
gli lasciava l’incarico di guerreggiare contro a’ Bizantini. Ottone
celebrava a Ravenna, insieme con papa Giovanni, le feste di Pasqua
dell’anno 967, ed in un Concilio restituiva alla Chiesa quella città,
col suo territorio e con altri patrimonî[466]. Dipoi faceva venire in
Italia il suo figliuolo per farne sicuri i diritti di successione, e
per rendere di ragione ereditaria il reame d’Italia e l’Impero.
Ottone II giunse a Roma col padre suo addì 24 di Dicembre; presso
alla terza colonna miliare furono ricevuti con accoglienze festose,
e, nel giorno di Natale, il giovine Re conseguì la corona imperiale
dalle mani di Giovanni XIII[467]. Le idee che ispiravano il padre suo,
accesero la mente e il petto di quel ragazzo quattordicenne, il quale,
di repente, era sbalzato in Roma, nel bel mezzo dei monumenti della
storia universale, con dignità di Cesare. Meta del pensiero politico
di Ottone si era la restaurazione dell’Impero romano occidentale; modi
di giungervi dovevano essere la soggezione di Roma e del Papato, la
cacciata dei Greci e degli Arabi dall’Italia, la unificazione di questa
terra divisa. Eziandio con Bisanzio si voleva annodar legami, come più
in antico avevane coltivato desiderio Carlomagno; ed Ottone I bramava
ornare di splendore la sua giovine dinastia, avvincendola con rapporti
di parentela alla corte greca. Ma l’Imperatore bizantino mirava con
occhio di gelosia la rinnovazione dell’Impero d’Occidente, cui egli
non prestava riconoscimento, e vedeva di mal animo la potenza del
tedesco Ottone (la quale cresceva anche in Italia), e cui i Principi di
Benevento e di Capua obbedivano come si conveniva a vassalli; perciò
i figli fuggitivi di Berengario trovavano presso al Greco protezione,
onde agevolmente potevano essi accendere un incendio di guerra dalle
Calabrie, parimente come un tempo aveva fatto il pretendente Adelchi.
Ora Ottone spediva a Niceforo Foca un’ambasceria, affine di conchiudere
pace, e di ottenere pel suo figliuolo in isposa la figlia di Romano
II. Legato di Ottone fu l’uomo più arguto che vivesse in Italia a quel
tempo, Liudprando, cortigiano e adulatore, che, uno dopo l’altro,
aveva servito a Ugo, a Berengario, ad Ottone, e che era, da dopo
l’anno 962, vescovo di Cremona. La sua scienza non comune del greco,
il suo ingegno, la vivacità del suo spirito, la sua maestria di arti
cortigianesche, lo rendevano capace di sostenere la più difficile di
tutte le ambascerie che allora occorressero. Liudprando indirisse ad
Ottone una relazione particolareggiata della sua missione, ed oggidì
ancora noi la leggiamo come una delle scritture più attrattive di
quell’età, avvegnachè essa, con vivezza di vedute, offra un quadro
della corte bizantina, il quale, sebbene abbastanza spesso sia dipinto
con mente maligna, riesce tuttavia pregevole altamente[468]. A quella
relazione ci riferiamo in quanto essa concerne le cose di Roma e dei
Romani.
Liudprando giungeva nella città capitale dell’Oriente addì 4 di
Giugno 968, e dopo qualche attendere aveva udienza da Niceforo Foca,
glorioso conquistatore di Creta. Il vano uomo di corte si vide condotto
innanzi ad un eroe dall’apparenza semplice e ruvida, che si degnò
a stento di concedergli qualche parola; del trattamento sprezzante
che ne ricevette Liudprando si vendicò, sbozzandone il ritratto di
un mostro. L’Imperatore gli disse: «Avremmo bramato di accoglierti
con isplendore e con generosità; ma l’empietà del signor tuo ce lo
vieta; con invasione ostile egli s’è strappato Roma; contro dritto e
contro dovere egli ha fatto morire Berengario e Adalberto; ha ucciso,
acciecato e bandito i Romani, e s’è preteso di soggiogare con ferro
e con fuoco le città del nostro Impero[469]». Il Vescovo, che non
si perdeva di leggieri nell’imbarazzo, contrappose a quelle accuse
la risposta, che Roma era stata liberata dalla signoria di femmine
invereconde e di aristocratici temerarî, e confortò i Greci affermando,
essere bensì vero che i Romani erano stati decapitati, strangolati,
acciecati e mandati in esilio, ma che queste esecuzioni avevano colpito
dei ribelli spergiuri, e che s’erano compiute a tenore delle leggi
degli Imperatori di Roma, di Giustiniano, di Valentiniano, di Teodosio
e di altri Cesari. Nel progresso dei suoi negoziati protestava, che
Ottone aveva restituito alla Chiesa romana tutti i possedimenti
di questa, e che al Papa avea ceduto tutti i beni ecclesiastici
esistenti nel suo Impero; e su di ciò riferivasi alla donazione di
Costantino, che allora era tenuta in conto di genuina. L’orgoglio
del greco Imperatore, la sua persona solennemente chiusa nell’aureola
tradizionale, i diritti antiquati della legittimità sopra di Roma e
d’Italia, lo sprezzo pei Barbari, la pompa ceremoniale pesante e di
forme teatrali che era usata nella corte, tutto ciò rende l’argomento
della relazione dilettevole a considerare, e fa parere meravigliosa
la destrezza con cui Liudprando sapeva cavarsi d’impaccio: però noi
abbiamo dei dubbi che egli veramente usasse di tutta quell’ardita
franchezza onde si die’ vanto nella sua scrittura. Come, un tempo,
Basilio aveva rifiutato a Lodovico II il titolo d’imperatore, parimente
faceva anche adesso Niceforo, il quale pretendeva che Ottone fosse
appellato soltanto col nome di «Riga». Il Greco teneva sè pur sempre in
conto di solo imperatore romano, e Liudprando era messo in non lieve
temenza allorquando giungeva a Bisanzio una lettera di Giovanni XIII,
la quale, fosse audacia o ignoranza, era fregiata colla soprascritta:
«all’Imperatore dei Greci.» Mentre sedevano un dì alla mensa, cui
Niceforo, sempre con aria di sprezzo mantenuta ad ostentazione, aveva
fatto grazia di invitare il messaggiero di Ottone, il Principe gli
rimproverava che coloro, i quali in Italia allora si nominavano romani,
altro non erano che barbari, ossiano longobardi. I veri Romani, gli
rispondeva allora il Longobardo, derivano da Romolo fratricida e da una
gente di predoni; ma noi altri, Longobardi, Sassoni, Franchi, Lorenesi,
Bavari, Svevi, Borgognoni, disprezziamo i Romani siffattamente,
che se vogliamo far grave onta ai nemici nostri, semplicemente gli
appelliamo «romani», avvegnaddio con questo solo nome comprendiamo
tutto ciò che v’ha di ignobile, di vile, di avaro, di scostumato e di
mendace[470]. Sorridevano a quelle parole i Greci, perchè odiavan Roma
caduta; e poichè sperare non potevano di torla dalle mani dei Barbari,
dichiaravano all’ambasciatore che Costantino aveva condotto con sè
a Bisanzio il senato ed i cavalieri romani, e che in Roma non aveva
lasciato altro che la feccia della plebaglia.
Allorchè poi Liudprando ebbe chiesto la mano di Teofania per il
figliuolo di Ottone, gli fu risposto: Rendete ciò che per diritto è
nostro, ed avrete ciò che bramate; restituiteci Ravenna e Roma e tutte
le terre che di lì si stendono fino alle nostre province: se poi il
signor tuo vuol conchiudere alleanza senza parentela, renda a Roma
la libertà. E, obbiettando il Longobardo che Ottone aveva reso la
Chiesa più ricca di quello che stata era un tempo, laddove Bisanzio
non restituiva i patrimonî incamerati, il ministro imperiale gli
rispondeva ghignando: farebbelo l’Imperatore, non appena che potesse
governare Roma e il Vescovado di Roma a suo talento[471]. Liudprando
non giunse al suo intento; il Vescovo vanaglorioso non ebbe dai Greci
astuti che beffe e mali tratti; e, dopo innumerevoli dispiaceri, che
egli descrisse con arguzia più briosa di quella che avesse usato a
sopportarli, fu lieto di partirsi di Bisanzio sulla fine dell’anno 968.
Non seguiremo Ottone nei suoi viaggi in Italia: lo troviamo ora nelle
Calabrie, ora a Ravenna, ora a Pavia; indi, nel Natale del 970, a Roma.
La Città sopportava adesso il giogo imperiale senza contrarietà, e,
duranti alcuni anni che successero all’orribile giudizio di sangue di
cui dicemmo, la sua storia non registra avvenimento di sorta. Però,
degno è di nota un Diploma di Giovanni XIII, che concerne una celebre
città del Lazio. L’antichissima Preneste, distante ventiquattro miglia
da Roma, donde ad occhio nudo si scorge disegnarsi sull’azzurra
pendice dei monti, serbava allora tuttavia il suo nome e le ruine
della magnificenza antica[472]. Leggende di poeti e fatti della
storia decoravano di grande splendore la vecchia città dei Siculi.
Ivi il giovane Mario s’era ucciso gettandosi sulla punta della sua
spada; Silla aveva ridotto la città in ruina sopra i cadaveri dei suoi
abitatori e dipoi v’avea edificato lo splendido tempio della Fortuna;
di lì Fulvia aveva scagliato disfida ad Ottaviano, e in compagnia di
lei era stata Livia, primamente nemica, indi sposa dell’Augusto. Un
tempo l’aria balsamica di Preneste era stata medicina alle dissolutezze
di Tiberio; gli Imperatori, i poeti (che fanno tutti la corte
alla fortuna), Ovidio, Orazio, Virgilio avevano amato dilettamente
quella città, coronata di allori e sacra alla felicità. Nell’epoca
della barbarie era decaduta; i suoi templi, le sue basiliche, i
suoi teatri erano crollati, o duravano ruinosi, e, come in Roma, i
ruderi ammonticchiati seppellivano le bellissime opere di tre epoche
dell’antichità[473]. Preneste era diventato uno dei sette vescovati
suffraganei di Roma, sotto la protezione del santo giovine Agapito,
che ivi aveva sofferto martirio addì 28 di Agosto dell’anno 274, e che
oggidì ancora è venerato da patrono della città in quel duomo costruito
sulle reliquie del tempio della Fortuna. Giovanni adesso, nel Novembre
del 970, dava la città, a titolo di enfiteusi, a Stefania senatrice;
per un censo annuo di dieci solidi d’oro, Preneste doveva appartenere
a lei, ai figli e ai nipoti suoi; indi tornar doveva alla Chiesa. Il
documento ci offre un esempio delle infeudazioni, che a quella età
erano usate nel territorio romano[474].
Più tardi troveremo ancora i nepoti di Stefania nel possedimento di
Palestrina, e colla storia del secolo undecimo avremo a farvi ritorno
ancora più spesso, per motivo delle guerre di famiglia.
§ 2.
Teofania sposa Ottone II in Roma. — Benedetto VI, papa nel 973. —
Muore Ottone il grande. — Commovimenti in Roma. — La famiglia dei
Crescenzî. — I _Caballi marmorei_. — Soprannomi romani a questo tempo.
— Crescenzio _de Theodora_. — Cade Benedetto VI. — Esaltamento di
Ferruccio, con nome di Bonifacio VII. — Repente fuga di lui. — Oscura
fine di Crescenzio.
Ciò che Ottone imperatore non avea ottenuto da Niceforo conseguiva egli
dal suo successore. Giusto un anno dopo che era partito con vergogna
di Bisanzio, il maligno Liudprando poteva allietarsi alla notizia
che il valoroso Greco era caduto sotto i colpi di pugnali assassini.
Giovanni Zimisce, che aveva guidato gli uccisori dentro al palazzo,
saliva al trono di Bisanzio nel giorno di Natale dell’anno 969; con
amiche cortesie accoglieva l’ambasceria che Ottone gli mandava a fargli
sue gratulazioni; e la figlia di Romano il giovane veniva fidanzata ad
Ottone II. Nella sua giovinezza, questa Principessa era sopravvissuta
alle tragedie orribili che avevano funestato le sue case paterne;
aveva veduto il padre morire di un veleno che la madre di lei gli aveva
mesciuto; aveva veduto passare la madre fra le braccia di Niceforo, e
di queste in quelle dell’assassino di lui, Zimisce, il quale allora si
era pigliata la corona sozza di sangue, e aveva relegato la sua druda
in una solitudine. Teofania, sospirando, aveva detto addio alle spiagge
del Bosforo; di gran cuore si allontanava ella dai delitti di Bisanzio,
ma, avvezza al lusso, alla lingua ed alle arti culte dell’Oriente,
partiva con animo dubbioso per il Settentrione, ove andava a condurre
sua vita in mezzo ai ferrei uomini di guerra della Sassonia, in città
cui il clima e la manchevole cultura davano impronta di barbarie.
La sposa imperiale veniva coll’accompagnatura di Gerone, arcivescovo
di Colonia, di due Vescovi e di Conti e Duchi molti; scendeva a terra
nelle Puglie, e, addì 14 di Aprile dell’anno 972, entrava in Roma,
dove l’imperatore e il suo fidanzato la accoglievano con grandissima
allegrezza. Il giovine Cesare toccava i diciassette anni d’età; aveva
aspetto di adolescente, ma persona piena di eleganza; era educato
elettamente, e chiudeva in petto spiriti arditi e bell’ingegno; in
corpicciuolo minuto albergava anima di eroe[475]: la giovine sposa era
donna arguta e leggiadra. I Romani miravano con occhio curioso quella
coppia, alle cui mani l’eroe Ottone, che andava invecchiando, affidava
adesso l’avvenire dell’Impero e della Città. Addì 14 di Aprile Giovanni
XIII coronò Teofania a imperatrice, e in pari tempo ne benedì le nozze,
innanzi ad un’assemblea di maggiorenti di Germania, d’Italia e di
Roma: indi si celebrarono feste splendidissime[476]. Mentre adesso, per
la prima volta, un Imperatore dell’Occidente sposava una Principessa
bizantina, sembrava che si pacificasse l’odio dell’Oriente contro al
Settentrione; ma il vanitoso splendore di quegli sponsali non recò
alcun profitto vero: frutto ne fu un fanciullo di portentosa natura,
il quale amò tutto ciò che sapeva di greco e di romano con passione
quasi d’infermo, si vestì del fasto brillante della terra materna,
vi dimenticò il suo proprio paese paterno, e giovane si buttò al
malaticcio, e giovane morì. Come le feste nuziali ebbero avuto fine, la
famiglia imperiale abbandonò Roma, per tornare ad Alemagna: tosto dopo
moriva Giovanni XIII, nel giorno 6 Settembre del 972[477].
Ebbe a successore Benedetto VI, figlio di Ildebrando monaco di origine
germanica, divenuto poi romano: il nuovo Papa era stato primamente
diacono nella Regione ottava, che non è più denotata col nome di _Forum
Romanum_, ma con quello di _sub Capitolio_. A cagione della lontananza
degli Imperatori la sua confermazione sofferse ritardo, laonde fu
ordinato soltanto ai 19 di Gennaio dell’anno 973[478]. L’esaltamento
di lui aveva cagionato divisioni, chè, ad onta della perdita del
loro diritto elettivo, i Romani continuavano a levare dei candidati
al pontificato. La fazione imperiale aveva proposto Benedetto, ma il
partito nazionale aveva votato fin d’allora per Franco, figliuolo di
Ferruccio; tuttavia Benedetto VI diventò papa, perocchè la temenza del
braccio poderoso del vecchio Imperatore tenesse in freno Roma finchè
egli visse. Sennonchè, il grande Principe moriva addì 7 di Maggio
dell’anno 973, dopo di aver reso la Germania signora di Europa; allora
immantinente i Romani cospiravano contro il Papa, e s’affrettavano di
porre il loro candidato in vece sua. La giovinezza di Ottone II, la
sua presenza in Germania (dov’eragli necessario di farsi prima forte
nella signoria), financo le promesse dei capitani bizantini che erano
nell’Italia meridionale, davano ai Romani coraggio. Sembrava adesso
essere venuto per loro il momento di recuperare i diritti antichi,
massime forse di conseguire nuovamente libertà dalla soggezione
straniera.
Alla testa dei parteggianti nazionali era allora la potente famiglia
dei Crescenzî. Similmente come gli antenati di Alberico gli avi di
questi romani si celano nell’oscurità; peraltro romani di antica stirpe
eran dessi, chè il nome Crescenzio e Crescente s’ode già al tempo
degli Imperatori, sebbene di poco innanzi al secolo terzo. Per la prima
volta in un Placito di Lodovico III, nell’anno 901, fu citato il nome
di un Crescenzio; indi questo stesso nome rilevammo all’età del grande
Alberico; vedemmo poi Crescenzio «dal cavallo marmoreo» intervenire
nel Sinodo di Novembre, al tempo di Ottone I; e nei libri di Farfa
trovammo registrato che Teodoranda, figlia di quell’uomo, aveva sposato
Benedetto, nipote di Giovanni XIII: un Giovanni, certamente figlio del
Crescenzio istesso, aveva capitanato il moto di reazione dell’anno 966.
Il soprannome _a caballo marmoreo_ è uno dei più notevoli di Roma.
Il cavallo di marmo, onde era attinto, significava i due cavalli
colossali e i loro domatori, quelle due celebri opere d’arte di Roma
imperiale, le quali allora (al pari delle tre statue dei Costantini
che oggidì stanno nella piazza del Campidoglio) s’erigevano tuttavia
sul Quirinale, innanzi alle terme di Costantino; e, probabilmente fin
da quel tempo, avevan dessi dato origine alla tradizione strana che
trovasi registrata nei _Mirabilia_. Gli indotti pellegrini miravano
attoniti quei giganti tutto nudi; e poichè sui loro piedestalli
leggevano scritti i nomi dei più grandi scultori di Atene, questi nomi
riferivano ai domatori stessi di cavalli, e narravano così: «Un dì
vennero a Tiberio imperatore due giovani filosofi Prassitele e Fidia;
li guardò egli e disse loro meravigliando: Perchè ne andate all’ingiro
così nudi? Ed eglino risposero: Perchè innanzi a noi tutto è nudo e
manifesto, e il mondo teniamo dammen che nulla; anzi, tutto ciò che
nelle tue stanze, nel più cupo della notte, tu puoi consigliar teco
stesso, parola per parola, a te ripeteremo. Tiberio lor disse: Se lo
farete, darovvi io tutto ciò che possiate chiedere. Ed eglino: Oro non
vogliamo, ma soltanto un monumento. Quando dunque al dì seguente gli
ebbero veramente svelato i suoi più riposti pensieri egli fece fare
ad essi la loro «Memoria», cioè i corsieri nudi che percuotono colla
zampa il suolo, simboli dei dominatori potenti del mondo: però, verrà
un Re poderoso che monterà in groppa ai corsieri, ossia che domerà la
forza dei Principi del mondo. E inoltre fece fare gli uomini mezzo nudi
che stanno presso ai cavalli con braccia alzate e con pugni stretti,
avvegnaddio narrino quel che ha da venire, e come eglino stessi sono
nudi, così anche tutte le scienze innanzi a loro sono aperte. La donna
cinta dal serpente, che ivi siede e tiene a sè davanti una coppa,
significa la Chiesa che da molte scritture è circondata; ma niuno può
comprendere il senso di quelle se prima non siasi bagnato nella coppa.»
Quest’è la leggenda poetica dei _Caballi marmorei_, laonde sembra che
allora, vicino ai domatori dei cavalli, fosse collocata anche la statua
di una Igea, col serpente che s’abbeverava ad una coppa; e questo
al popolo, con significato arguto e leggiadro, pareva simbolo della
Chiesa[479].
Crescenzio dunque, dal luogo di sua dimora, fu chiamato con quel
soprannome; e di esso si fregiarono altri Romani anche in tempo
posteriore[480]. Molti ricevevano appellazione dai loro quartieri,
e, poichè questi spesso si denotavano da’ monumenti, i Romani del
secolo decimo compaiono con siffatti nomi, che bellamente suonano
al nostro orecchio e invaghiscono la nostra fantasia, poichè ne
richiamano ricordanza delle opere artistiche di Roma antica, la cui
notizia talvolta è associata soltanto a queste nominazioni di uomini
romani. Così incontriamo: Romano e Gregorio _a Campo Martio_, Giovanni
_de Campo Rotundo_, Sergio _de Palatio_, Benedetto _a Macello sub
Tempio Marcelli_ (dal mercato di vettovaglie che era posto sotto
al teatro di Marcello), Duranto _a Via Lata_, Ildebrando _a Septem
Viis_, Graziano _a Balneo Micino_ (dal piccolo bagno oppure dal bagno
di Micino), Giovanni _a sancto Angelo_, Franco _a sancto Eustachio_,
Riccardo _a sancto Petro in Vincula_, Pietro _de Cannapara_, Bonizo
_de Colossus_, Andrea _de Petro_, che era appellato dal vicoletto del
Colosseo[481]. Da cosiffatti soprannomi ebbero qua e là origine vere
nominazioni famigliari di case nobili, per esempio di Santo Eustachio
o Santo Stazio; ma il popolo chiamava omai alcune persone altresì da
loro attributi o qualità, onde ne sorgevano poi dei veri nomi proprî.
Di questa guisa troviamo: Crescenzio Cinquedenti, Adriano Collotorto,
Benedetto Boccapecora, Giovanni Centoporci, Leone Cortabraca[482].
Parimenti, durava il consueto modo di denotare il figlio dal nome del
padre o da quello della madre, di maniera che, per esempio, v’avevano:
Stefano _de Imiza_, Leone _de Calo Johannes_, Azone _de Orlando_,
Benedetto _de Abbatissa_, Giovanni _de Presbytero_, Crescenzio _de
Theodora_.
Nel secolo decimo, il nome di Crescenzio era ormai sì frequente, come
quelli femminili di Stefania, di Teodora, di Marozia[483]. Mentre
l’uno era detto «dal cavallo marmoreo», erano chiamati gli altri: _de
Bonizo_, _de Roizo_, _de Duranti_, _Raynerii_, Crescenzio _Cannulus_,
Crescenzio _Stelluto_, _sub Janiculo_, _de Polla_ ossia _Musca Pullo_,
_de Flumine_, _de Imperio_, _a Puteo de Proba_ (dal pozzo di Proba)
e _Squassa Casata_ (dalla casa crollata)[484]. È cosa assai contraria
a probabilità, che Crescenzio «dal cavallo di marmo» fosse la stessa
persona di Crescenzio _de Theodora_, come ora s’appellava il capo dei
ribelli romani. Nella Cronica di Farfa, questi soprannomi non vanno
fra loro confusi; ivi si parla soltanto di Crescenzio _a Caballo
marmoreo_, ma il capo dei Romani sollevati contro a Benedetto altrove
è appellato soltanto Crescenzio _de Theodora_, ed, a quel tempo, chi
scriveva si atteneva con grande precisione a siffatti soprannomi. Gli
è altresì un ozioso studio di fantasia voler cercare in quella Teodora
la famosa Senatrice dello stesso nome, e di dare Giovanni X per padre
a Crescenzio figlio di lei: nessun documento infatti ne fa parola.
Però, ad un’illustre stirpe patrizia apparteneva egli, e senza dubbio
discendeva da quel Crescenzio, di cui femmo cenno fra i grandi del
tempo di Lodovico III. Era famiglia che possedeva ricchi beni nella
Sabina, e, già nell’anno 967, viene detto che Crescenzio era conte e
rettore del territorio Sabinate[485].
Crescenzio, o in forma abbreviata, Cencio _de Theodora_, destò in Roma
una rivolta; i Romani s’impadronirono di Benedetto VI, lo gettarono in
castel Sant’Angelo, e quivi lo strangolarono nel Luglio del 974, mentre
alla cattedra di Pietro elevavano un diacono, figlio di Ferruccio, con
nome di Bonifacio VII[486]. Il Papa immesso con quest’opera violenta, è
detto uomo romano, ma ignota ne è la stirpe. Poichè egli aveva eziandio
soprannome di Franco, lo si volle far discendere dalla famiglia così
chiamata, che forse era d’origine franca, ed in documenti del secolo
decimo viene nominata frequenti volte[487]. Bonifacio si fece sgabello
del corpo vivo o agonizzante di Benedetto, e salì al trono pontificio.
I suoi contemporanei lo dipingono siccome un «mostro», e dicono che
egli si coperse del sangue del suo predecessore[488]. Sventuratamente,
gli avvenimenti di Roma ci sono fatti conoscere soltanto dalle
scarsissime notizie di secoli posteriori; e appena ci vien dato
l’annuncio dell’esaltamento di Bonifacio, che udiamo anche della sua
fuga. Balzato del trono dopo un mese e dodici giorni, egli insaccava
il tesoro della Chiesa, e andava a Costantinopoli, dove, alla paro di
altri pretendenti, trovava ricovero. Questo suo luogo di rifugio fa
credere che la elevazione di lui al pontificato si fosse associata ad
un intendimento politico di Bisanzio, il quale, propriamente allora,
cercava di soppiantare l’influenza tedesca anche in Salerno: e la
cacciata dell’Antipapa non poteva essere altro che opera del partito
tedesco, il quale trionfava nuovamente in Roma, e il cui capo, nel
mezzogiorno, era pur sempre il valoroso Pandolfo «testa di ferro»[489].
Anche Crescenzio _de Theodora_ scompare dalla scena della storia.
Sembra che egli non l’abbia fatta da patrizio; dopo che il partito
avversario ebbe vinto, egli visse tranquillo in Roma stessa. Infatti,
nell’anno 977, un documento dice che Crescenzio, illustrissimo uomo,
appellato _de Theodora_, è pacifico fittavolo di un castello in
prossimità di Velletri[490]. Un’altra scrittura dei 15 di Ottobre 989,
si riferisce a lui, che era già morto, e lo chiama Console e Duce
d’altro tempo, sposo dell’illustre Sergia, e padre di Giovanni e di
Crescenzio[491]. Finalmente, e ciò s’acconcia all’indole di quell’età,
crediamo di ravvisarlo monaco in una cella del convento di santo
Alessio, dove passò alcuni anni supplicando dai Santi «il perdono delle
sue scelleraggini», fino a che morì addì 7 di Luglio 984. «Qui riposa»,
dice un epitaffio di quella chiesa, «l’insigne Crescenzio, esimio
cittadino romano e duca magno; da grandi genitori ebbe nascimento,
egli, prole grande ed egregia; Giovanni padre e Teodora madre dettero
a lui splendore. Cristo, amorevole salvatore delle anime, a sè lo
avvinse, così che in pia e lunga lassitudine d’ogni speranza terrena,
rinunciò al mondo, si prostrò sulla soglia del santo martire Bonifacio,
e, vestito abito monacale, quivi si die’ in braccio al Signore. Con
donativi e con dovizia di terre arricchì questo tempio. O tu che
leggi, prega per lui, affinchè consegua finalmente venia delle sue
scelleratezze. Morì nel giorno 7 di Luglio l’anno dell’incarnazione del
Signore 984»[492].
§ 3.
Benedetto VII, papa nel 974. — Promuove la riforma di Cluny. —
Restaura chiese e conventi. — Monastero dei santi Bonifacio e Alessio
sull’Aventino. — Leggenda di sant’Alessio. — Spedizione di Ottone II
in Italia. — Viene a Roma nella Pasqua dell’anno 981. — Sua sfortunata
impresa nelle Calabrie. — Giovanni XIV è fatto papa. — Ottone II muore
in Roma ai 7 Dicembre 983. — Sepolcro di lui in san Pietro.
Dopo la fuga di Bonifacio, la elezione pontificia diventò difficile; un
sant’uomo, Majolo di Cluny, cui Ottone II offerse la tiara, la rifiutò;
finalmente, Benedetto VII, fin a quell’ora vescovo di Sutri, fu fatto
papa nell’Ottobre dell’anno 974. Vien detto, ma non se ne può dar
prova, che egli fosse nipote e discendente di Alberico[493]. Il novello
Pontefice condannava in un Concilio il reo Bonifacio, e dava per tal
guisa incominciamento ad un governo di valente energia. Nove anni si
mantenne in quello, quantunque Ottone ne restasse più di cinque lontano
d’Italia; laonde convien dire che il partito avverso fosse tenuto sotto
il morso della fazione tedesca; ad ogni modo, oscurità ci nasconde in
che condizioni fossero allora le cose[494].
Silenzio ricopre anche i fatti di Benedetto VII; sappiamo soltanto
che egli favorì zelantemente la riforma di Cluny, e diede opera alla
restaurazione di chiese e di conventi. Nel chiostro dell’abazia di
santa Scolastica a Subiaco una pietra, segnata con rilievo di rozzi
caratteri, serba tuttavia un’iscrizione, la quale dice che questo Papa,
ai 4 Dicembre del 981, consecrò la nuova chiesa del convento[495].
Rinnovava egli eziandio il monastero dei santi Bonifacio ed Alessio
sul monte Aventino, che in quell’età diventò il più illustre di Roma.
Sebbene da secoli la Città fosse zeppa di conventi, questi non avevano
raggiunto la importanza ottenuta dalle Abazie d’Italia, di Germania
e di Francia. In antico il monastero fondato da Gregorio I sul Celio
era stato insigne quale seminario dei missionarî di Inghilterra; e
quella veneranda Abazia dei santi Andrea e Gregorio durava tuttavia
in vita, mentre altre molte erano perite: rilevammo già le cure che
Alberico aveva rivolto alla loro restaurazione. Adesso, alla fine
del secolo decimo, principiava a fiorire il convento di san Bonifacio
sull’Aventino, e tosto diventava istituto delle missioni per i paesi
Slavi.
Antica era la chiesa di quel Santo, avvegnachè narri la tradizione
che Eufemiano, a’ tempi di Onorio imperatore, cedesse per la sua
edificazione i palazzi che in quel luogo possedeva. Figlio di quel
Senatore, era stato Alessio eroe di una fra le più belle leggende che
mettano in pregio l’abnegazione cristiana. Il giovinetto illustre
disertava le sale splendenti di luce dei doppieri e affollate di
ospiti convitati alle sue nozze: invece di stringere fra le braccia la
sposa, le rivolgeva un umile predicozzo, in cui dimostrava la vanità di
tutte le umane cose; indi, coperto di un manto modesto, pellegrinava
ai più remoti deserti della terra. Dopo molti anni tornava, pari ad
Ulisse, accattando; senza esser conosciuto per chi era si accovacciava
sotto la scala delle sue case paterne, dalla quale saliva e scendeva
la caterva dei famigli beffeggiatori. Ivi accovacciato viveva sedici
anni, trattato e cibato come un cane, e alla fine vi moriva sempre
tacendo, da vero eroe; ma una scrittura, in cui narrava i casi della
sua vita, e che teneva serrata nella mano irrigidita dalla morte,
svelava chi fosse, e un coro di voci angeliche facevano manifesta la
grandezza sua e la sua origine. Il morto figliuolo del Senatore fu
tratto fuori dal suo coviglio di sotto alla scala, e coll’accorrenza di
tutta Roma fu sepolto splendidamente in san Pietro per opera del Papa e
dell’Imperatore[496]. Più tardi lo si associò, come santo, a Bonifacio;
ma soltanto dopo la fine del secolo decimo i due nomi andarono uniti,
avvegnaddio, in epitaffî del tempo di Benedetto VII, non si trovi che
il solo titolo di Bonifacio. Probabile è che un convento già esistesse
presso alla chiesa antica (era una diaconia); ambidue però decaddero,
finchè quel Papa, nell’anno 977, ne li cedette a Sergio metropolita
greco. Fuggente dagli Arabi, questi era venuto dal suo vescovato di
Damasco a Roma; fondava adesso il convento di san Bonifacio e ne
diventava primo abate. Quantunque il monastero serbasse la regola
di Benedetto, tuttavia vivevano in esso anche dei frati basiliani
in unione ai latini; e può darsi che Sergio preferisse questa chiesa
ad ogni altra, poichè era stata fondazione greca: infatti quel luogo
appellavasi _Blachernae_; oltracciò san Bonifacio stesso aveva trovato
morte in Tarso e, come dicono i loro nomi, greci erano stati Eufemiano
e la moglie sua Aglae e il figliuol loro Alessio. Qui visse dunque
Sergio di Damasco fino all’anno 981; indi, abate del convento diventò
Leone, e tosto il nuovo chiostro fu ricetto di alcuni illustri uomini,
dei quali avremo ancora opportunità di discorrere[497].
Tuttavolta, Benedetto VII non potè sempre in buona pace attendere a
cure di chiostri e ad ornamento di chiese. Se possedessimo notizie
chiare di quel tempo, lo vedremmo cimentarsi a lotta contro il
partito ostile, e forse lo vedremmo costretto a fuggire. Ai motivi
che obligavano Ottone II a muovere con una spedizione su Roma ben
si associavano anche querimonie ferventi del Papa, che lo pregava
di liberarlo dalla mano dei suoi oppressori[498]. Ottone veniva in
Italia per mandare a compimento i disegni del suo gran padre; caduto
Berengario, caduti i figli di lui, distribuiti i maggiori Vescovati e
le maggiori Contee dell’Italia superiore fra gli aderenti della casa
di Sassonia, la sola Italia meridionale offeriva un campo d’imprese al
genio che ne accoglieva l’animo giovanile dell’Imperatore. Infatti,
Roma e Italia tremavano pur sempre di paura dei Saraceni; quantunque
Guglielmo di Provenza avesse distrutto, nell’anno 972, il covo di quei
ladroni a Frassineto, tuttavolta i loro correligionarî continuavano
le loro scorrerie brigantesche venendo di Sicilia, e disertavano le
Calabrie, dandovi il sacco. Oltracciò, trattavasi di combattere i Greci
che aspiravano a restituire sotto il proprio dominio Capua e Benevento
perdute; volevansi ridurre le Puglie e le Calabrie sotto allo scettro
tedesco; volevasi finalmente conquistare la Sicilia. Agitato dal
fervido desiderio di condurre a compimento tai degni propositi Ottone
II scendeva nell’autunno dell’anno 980; celebrava le feste natalizie a
Ravenna, dove forse s’incontrava col Papa; e, non prima della Pasqua
del 981, giungeva a Roma. Con lui erano Adelaide sua madre, la sua
sposa Teofania, Matilde abbadessa di Quedlinburg sorella sua, Ugo
Capeto duca di Francia, re Corrado di Borgogna, e molti altri Principi
e signori[499].
Nessun Cronista contemporaneo narra che Ottone punisse i ribelli
dell’anno 974; soltanto in alcune notizie di tempi posteriori si
favoleggia che, a modo di un Caracalla, traditorescamente raccogliesse
a convito i Romani sulla scalea del san Pietro, e facesse, duranti
le mense, mozzar la testa ad alcuni, ordinando agli altri che
continuassero a banchettare: è una leggenda che, oggidì ancora, trova
luogo qua e colà presso alcuni Storiografi italiani, i quali, secondo a
quella, tessono il loro racconto[500]. Il giovine Imperatore, alla cui
collera, giusto allora, Crescenzio scampava nascondendosi sotto il saio
monastico, lasciava Roma, nel mese di Giugno o in quello di Luglio, per
volgere i suoi passi all’Italia meridionale: ivi i Greci (Basilio II e
Costantino IX, fratelli di Teofania, dominavano allora sopra Bisanzio)
andavano apprestandosi in arme per respingerlo, e così parimenti
facevano i Saraceni governati da Abul-Kasem di Palermo. Infausto esito
ebbero le battaglie combattute da Ottone in quelle province, nelle
quali l’Impero orientale, quello occidentale e l’Islamismo, già da
tempo sì lungo, andavano fra loro pugnando. Guadagnata e riperduta,
addì 13 del Luglio 982, la giornata di Stilo, in cui il fiore della
nobiltà di Germania e d’Italia cadde mietuto sotto la scimitarra dei
Saraceni, salvatosi dalla nave greca, che fuggitivo lo aveva portato a
Rossano, Ottone se ne tornò a Capua[501]. I suoi disegni si sciolsero
in fumo, Bisanzio trionfò; e, se avessero saputo far loro vantaggio
della grande vittoria riportata dall’Islamismo, fors’è che i Greci
avrebbero potuto restaurare i loro Esarchi a Ravenna e riporre i
loro Papi a Roma. I maggiorenti dell’Impero, con grande mestizia,
attorniarono Ottone, nel Giugno dell’anno 983, a Verona, dove s’era
bandita una adunanza universale. Colà il fanciulletto Ottone (III) fu
eletto re di Alemagna e d’Italia; indi l’Imperatore mosse nuovamente
in gran fretta verso l’Italia meridionale, per provvedere a una
nuova campagna; e venne a Roma, dove la morte di Benedetto VII (che
trapassato era nel Settembre o nell’Ottobre del 983) reclamava la sua
presenza[502].
A succeditore del Pontefice Ottone elevò Pietro di Pavia, cancelliere
dell’Impero, che prese nome di Giovanni XIV; ma l’aveva fatto appena,
che egli stesso infermò e venne in fin di vita. Le angustie degli
ultimi tempi avevano roso il suo animo; la sua fibra non era costruita
di saldo acciaio come quella del padre suo; la sua anima giovanile
s’alzava a volo sull’ale della fantasia, non su quelle della volontà
robusta e calma. Ottone II parve e sparì, rapidamente come una meteora;
e la breve esistenza di lui e del figliuol suo forma un contrasto
strano nel fondo del quadro in cui si disegna la vita lunga e gagliarda
di Ottone I, che sorpassa quei due giovani di tutta la sua maschia
statura di eroe. Il giovane Imperatore raccolse in Roma, attorno al
suo letto di morte, gli amici e i compagni; dispensò i suoi tesori alle
chiese, ai poveri, a sua madre, a Matilde sua unica sorella, e ai suoi
guerrieri, che per amore di lui avevano abbandonato le terre natìe; in
presenza dei Vescovi e dei Cardinali si confessò al Papa addolorato,
ricevette l’assoluzione delle sue peccata, e morì nel palazzo imperiale
presso al san Pietro, addì 7 di Dicembre del 983, nell’anno vigesimo
ottavo di sua età[503].
Solo Imperatore di stirpe germanica che morisse in Roma e che vi fosse
tumulato, ebbe sepoltura dal lato orientale del «paradiso» del san
Pietro, a sinistra di chi v’entra: il suo cadavere fu chiuso in un
sarcofago antico, adorno di figure che rappresentavano un console e la
sua donna. Similmente alle belle colonne dei templi anche le vecchie
urne dei Romani avevano la sorte di andar per Roma peregrinando; e,
parimenti come esso, imperatore di nazione germanica, s’era ornato in
vita dei titoli e delle forme dell’antichità, così entro al sarcofago
dell’antichità nascondeva sè stesso in morte. Infisso nella parete, fu
collocato sopra la tomba di Ottone un musaico; raffigurava il Redentore
in atto di benedire, nel mezzo di san Pietro e di san Paolo. Questo
quadro mirabile, che oggidì vedesi nelle grotte del Vaticano, fitto
nel muro, è monumento dell’arte di allora; la sua fattura, quantunque
cattiva, è tuttavia migliore di quella del tempo di Giovanni VII;
l’espressione della testa del Cristo, adorna di capelli lunghi e
neri, è piena di dignità; difettosi sono il disegno e i lumeggiamenti,
massime nei due Apostoli, uno dei quali, Pietro, reca in mano un gruppo
di tre chiavi. Fu senza dubbio Teofania che fece comporre il musaico,
e allogarlo sopra l’arca pagana che chiudeva la salma dello sposo suo.
Per un periodo di sette secoli i pellegrini alemanni poterono sostare,
commossi a pietà, innanzi a quel sepolcro imperiale, monumento della
grandiosa storia della nazione tedesca; ma, finalmente, la nuova
edificazione della basilica, avvenuta a’ tempi di Paolo V, distrusse
la tomba veneranda. Si estrasse il cadavere dell’Imperatore, presente
un notaio, il quale coi suoi proprî occhi riscontrò esser provato che
corrispondeva alla corporatura minuta di Ottone II. A lui non fu pur
concesso il sarcofago antico, chè questo, con turpe profanazione, fu
abbandonato ai cuochi del Quirinale perchè lo adoperassero a funzioni
vili di serbatoio d’acqua; e le ceneri dell’Imperatore si deposero in
un’altra arca di marmo, che bruttamente si coprì di stucco. In questo
stato, il suo sepolcro mirasi ancora oggidì nelle grotte del Vaticano,
dove Ottone II dorme il sonno della morte in vicinanza di Gregorio
V congiunto suo, nella tragica assemblea di Papi riposanti, simili a
mummie, nei loro avelli; colà ei dorme in mezzo all’ombra fantastica e
oscura di quella catacomba massima del mondo, cui l’uomo di cuore non
traversa senza sentirsi alitare in fronte il fiato della storia[504].
§ 4.
Ferruccio torna a Roma. — Fine orribile di Giovanni XIV. — Bonifacio
VII regge col terrore. — Caduta di lui. — Giovanni XV, papa nell’anno
985. — Crescenzio s’impadronisce della podestà di patrizio. —
Teofania viene a Roma come reggente dell’Impero. — Suo atteggiamento
imperatorio. — Rimette la Città a quiete. — Santo Adalberto in Roma.
Accosto alla tomba di Ottone Giovanni XIV poteva trarre il pronostico
della prossima fine anche di sè. Infatti, i Romani si sentivano
adesso liberi del freno di un Imperatore temuto; erede di questo era
un coronato bambino di tre anni, sotto la tutela di una femmina, ed
esposto al pericolo delle armi di un ambizioso parente, che in Germania
si prendeva titolo di re; perciò anzi Teofania aveva lasciato in gran
fretta Roma. Si faceva allora sentir viva la richiesta di avere a papa
un uomo romano; e il pretendente del papato (viveva egli tuttavia)
capitava a Roma in tempo massimamente propizio.
Da più che nove anni il figlio di Ferruccio era vissuto nel suo esilio
di Bisanzio, e sempre, come Sergio III in antico, aveva inteso i suoi
cupidi sguardi al trono di san Pietro. Aveva contribuito la sua parte
a far conchiudere la lega fra’ Greci e Saraceni, aveva udito con
compiacimento la disfatta dell’Imperatore, ne aveva sentito con gioia
la morte. Ora veniva egli a Roma; trovava bensì la cattedra di Pietro
occupata dal Vescovo di Pavia, ma i suoi aderenti gli si schieravano
tutti all’intorno; e i suoi tesori, ossia l’oro bizantino, gli
procacciavano amici nuovi. Bonifacio, nella sua partenza di Bisanzio,
ne era stato accompagnato coi migliori desiderî; Greci gli avevano
fatto corteo, e può supporsi che un patto si fosse conchiuso fra lui e
la corte di Bisanzio: soltanto, che la mancanza dei documenti ci lascia
anche qui all’oscuro, e la storia di Roma ci compare più confusa che
mai.
Presta e orribile fu la fine di Giovanni XIV. Caduto in potere di
Ferruccio, lottò quattro mesi colla fame nelle segrete del castel
Sant’Angelo, finchè morì di quella tortura, oppure di veleno[505]. La
rivoluzione dev’essere accaduta intorno alla Pasqua dell’anno 984; per
conseguenza, la morte di Giovanni avveniva nell’estate di quello stesso
anno. Bonifacio, il quale certo lo aveva fatto deporre per opera di
un Sinodo, non aveva mai cessato di tenere sè in conto di pontefice
legittimo; ed invero, dopo il suo ritorno, egli contò la sua êra
sempre dall’anno 974[506]. Per un periodo di undici mesi dev’egli aver
seduto sulla sedia di san Pietro, ma di quel tempo nulla ci è noto.
La narrazione, per cui di passaggio vien detto, che egli aveva fatto
svellere gli occhi a Giovanni cardinale, ci dà a sospettare che altri
eccessi ancora di crudeltà commettesse la sua ira, coltivata con sì
lunghi anni di esilio. Però, anch’egli era diventato uomo straniero fra
i Romani, e la sua presta caduta ci ammaestra che s’era fatto molesto
eziandio al suo partito. Questa fazione non s’inspirava così tanto a
devozione bizantina, quanto a sensi di nazione romana; era quella che
in addietro aveva obbedito a Crescenzio, e adesso era capitaneggiata
dal figliuolo di lui: laonde sbalzò del trono il tiranno Pontefice,
poichè voleva essa, a tutto profitto di sè, impadronirsi del reggimento
cittadino, or che ne le si offrivano circostanze tanto fauste di cose.
Bonifacio VII morì, non v’ha dubbio, di violenta morte. Il suo cadavere
fu dato in balìa alle più feroci turpezze, fu trascinato per le vie,
e finalmente gettato innanzi alla statua equestre di Marco Aurelio:
così il monumento di uno fra i più generosi Imperatori di Roma, servì
ripetute volte da patibolo in tempi di rivolta. Sul mattino successivo
alcuni preti o famigliari del Papa ne raccolsero il corpo, e gli
diedero sepoltura cristiana. Questa fine sortì, nell’estate dell’anno
985, l’ambizione di Bonifacio VII, dopochè egli in undici anni di tempo
aveva sbalzato di seggio due Papi e fattili morire nel castello di
Sant’Angelo[507].
In mezzo a condizioni di cose che ci sono ignote saliva adesso
alla cattedra pontificia Giovanni XV, abitatore del quartiere detto
_Gallina Alba_, che la _Notitia_ osserva, essere stato situato nella
sesta Regione, _Alta Semita_[508]. Suo padre era Leone prete; la
famiglia ci è sconosciuta, ma dev’essere stata avversa alla casa
dei Crescenzî, e aderente di Germania ossia dell’Impero: infatti,
l’esaltazione di Giovanni XV non potè avvenire che in onta alla parte
nazionale, e quindi per opera della fazione tedesca. Aveva fama di
uomo erudito, e si dice anche aver compilato dei libri: tanto più
fortemente doveva essergli ostile la zotichezza del clero romano,
che egli disprezzava e da cui era odiato; ed invero Giovanni cercò di
dare le cariche più importanti a’ suoi aderenti ed a’ suoi congiunti,
affine di reprimere la potenza della nobiltà romana, al cui gremio
appartenevano i Cardinali ed i Giudici della Città[509]. Però, dopo il
ritorno o dopo la morte di Bonifacio, Giovanni Crescenzio (che bene
era figliuolo di quel Crescenzio primo onde dicemmo) aveva tratto
a sè il reggimento temporale. Il celebre uomo romano, che Cronisti
di tempi posteriori appellano col nome di _Numentanus_ (perocchè a
lui debba avere appartenuto il sabinate _Numentum_, odierna Mentana)
intendeva a rinnovare la potenza di Alberico, e per alcuni anni gli
arrise la sorte di essere signore di Roma. D’allora in poi lo troviamo
a capo della parte nazionale, ma non, come fu Alberico, rivestito del
titolo di «Principe e Senatore di tutti i Romani.» Non v’è documento
alcuno che lo denoti per tale; soltanto che, nell’anno 985 dopo la
morte di Bonifacio, aveva assunto titolo di _Patricius_[510]. Tanto
poteva osare egli di fare, perciocchè allora non vi fosse imperatore
alcuno; di quella maniera esprimeva bensì di possedere la podestà
temporale in Roma, ma dimostrava di non tenere sè stesso in conto di
principe independente. Italia non moveva più sforzo alcuno per far
conquista della sua autonomia; nessun Re indigeno era eletto, nessuno
di straniero si invocava. I Vescovati, divenuti potenti dopo di
Guido e di Lamberto, più potenti ancora per privilegî dei due Ottoni,
parevano quasi altrettanti Stati nello Stato; reggevano l’equilibrio
di contro ai Conti, e nutrivano sentimenti favorevoli all’Impero,
in quello stesso tempo che nessun animo gagliardo si trovava nemmeno
fra i maggiorenti. Così, morto Ottone II, il paese italico, privo di
qualsiasi forza, si condannava di nuovo al giogo straniero, poichè
tranquillamente continuava a riverire i diritti di un fanciullo
sassone, e a rivolgere i suoi sguardi alla nazione tedesca, che, per
ragione di sua potenza politica, doveva necessariamente imperare sopra
di questa contrada.
Soltanto l’atteggiamento dei Romani faceva impensierire la reggente
Teofania, e perciò affrettava ella di muovere a Roma, dove la chiamava
il Papa premuto d’angustie. Venne nell’anno 989 in Italia, e questa
terra, altre volte sì irrequieta, obbedì a lei, donna di Grecia, in
quello stesso momento che l’Impero orientale (stranezza di caso) era
governato dai fratelli suoi, i quali continuavano a pretendere ai
loro diritti di legittimità sopra Roma e su Italia. Il Patrizio non le
chiuse in faccia le porte di Roma; non si ode che le venisse opposta
contrarietà alcuna; si parla invece solamente dell’obbedienza che i
Romani professavano alla donna, vedova dell’imperatore e madre del
bambino che era destinato alla corona imperiale. Sennonchè, siffatta
soggezione non si spiega a sufficienza, nemmanco se si accolga per
vero che la parte tedesca fosse in Roma assai forte: si può chiarire
soltanto per ragione di un patto che Teofania, ancor prima, dovesse
aver conchiuso coi Romani e con Crescenzio, ed in cui avesse investito
quest’ultimo della luogotenenza, con qualità di Patrizio. Ella reputava
che l’_Imperium_ non s’era estinto colla morte del suo sposo, e teneva
per fermo che il dominio su Roma era retaggio del figliuol suo: donna
di elevato intelletto, dietro cui pareva che s’alzasse, sorreggendola,
l’ombra del grande Ottone, dominava da imperatrice; nè Roma ardiva più
di ricordare quei tempi nei quali i Papi avevano protestato, sè essere
quelli che concedevano l’_Imperium_. Il reggimento imperiale di una
femmina non aveva nell’Occidente riscontro di esempî, ma Teofania, da
vera bizantina, si ricordò dei casi di Irene e di Teodora, e pertanto
non volle essere stata in addietro coronata per mera apparenza.
Arditamente si comportò da _Imperatrix_, anzi da _Imperator_; esercitò
pienamente la podestà imperiale così a Ravenna che a Roma; tenne
personalmente dei Placiti, e in suo proprio nome fece eseguire sentenze
giudiziarie[511]. Ci è lecito tenere per fermo che ella facesse giurare
i Romani di riverire la podestà del figliuol suo, e di rispettare tutti
i diritti imperiali a lui riserbati, che ella in suo nome esercitava;
e sotto queste condizioni crediamo che ella confermasse Crescenzio nel
patriziato in qualità di luogotenente.
Celebrò ella le feste di Natale in Roma, ancor prima di lasciar la
Città, nella primavera dell’anno 990. Onorò la memoria dello sposo suo
con elemosine e con messe mortuarie; e i conforti che un Santo le dava
fecero scorrere con più calma dolcezza le lacrime di lei[512]. In quel
tempo infatti trovavasi in Roma Adalberto, vescovo di Praga, l’uomo
che dappoi esercitò influenza grandissima sul figlio di Teofania. In
Adalberto, che più tardi diventò martire celebre, l’indole vagabonda
dell’uomo slavo si associava al fervore dei Santi romani de’ tempi
passati. Il Cristianesimo, giusto allora, s’era insinuato fra gli
Slavi, e Adalberto fu secondo vescovo di Praga: costretto a vivere
fra i Boemi, sentiva repugnanza della loro rozzezza di costume, e,
invece di dar opera a diffondere fra loro la civiltà, si struggeva
del desiderio delle terre del mezzogiorno e del sole che le scalda.
Contravveniva alla legge, abbandonando il suo Vescovato che gli
riusciva di peso molesto, e volle peregrinare a Roma, risoluto di
muovere indi anche a Gerusalemme. Venuto a Roma, Teofania lo regalava
di una moneta perchè gli servisse di viatico; egli la prendeva, la
dispensava fra i poverelli, e moveva a monte Cassino: un’interna
irrequietezza dell’animo e una vocazione che gli parlava al cuore con
molteplici impulsi lo spingevano ad andare presso il Santo greco, che
era allora il più insigne delle Calabrie. Questo meraviglioso eremita
era appellato con nome Nilo, il più acconcio che potesse portare un
uomo dedito al misticismo; patriarca delle solitudini selvagge, ei
viveva coi suoi pii discepoli nell’Italia meridionale, le cui province
andava percorrendo da apostolo. È soltanto a stento, che gli uomini dei
dì nostri giungono a comprendere la tempra di nature pari a quella di
santo Nilo, e l’ordine del mondo che li circonda, li trae facilmente
a porle in derisione come altrettante sconciature: solamente chi
studia con calma riflessione l’indole dei tempi e i varî bisogni di
loro riverisce in quei monaci e in que’ Santi singolari i veri ed
efficaci benefattori di una stirpe barbarica. Nilo andava coperto di
una nera pelle di capra, ispida la barba, a piè e a capo ignudi, e si
nutriva ad ogni due o tre giorni di un tozzo di pane: da quest’uomo
il fuggente Slavo fu accolto con gioia ed ospitato. Nilo però lo
sconsigliava dall’idea di peregrinare a Gerusalemme, e lo rimandava
a Roma presso a Leone abate di san Bonifacio. In questo convento
Adalberto vestì l’abito monastico intorno alla Pasqua dell’anno 990,
e visse alcuni anni. Erane abate Leone il Semplice, e accanto a lui
splendevano per virtù di eloquenza o di silenzio Giovanni il Savio,
Teodosio il Tacito, Giovanni l’Innocente. Chi intendeva di greco vi
trovava consorzio anche di frati basiliani, Gregorio abate, Giovanni il
Buono, Strato il Semplice. Nel tempo stesso dunque che Roma risonava
dello strepito delle fazioni quei santi uomini sedevano sui ruderi
dell’Aventino, in vista della piramide di Cestio e di monte Testaccio,
e coltivavano disegni entusiasti di andare a convertire remoti paesi
pagani, o di spargere il loro sangue in servigio di Cristo. L’ambizione
di Crescenzio mirava forse a eguagliare la gloria degli antichi
eroi romani; l’ambizione di Adalberto si accontentava di raggiungere
l’esemplare degli antichi Martiri romani. Però egli era costretto di
abbandonare i silenzî del chiostro. L’Arcivescovo di Magonza reclamava
ch’ei tornasse, e un Sinodo romano gli comandava di partire per Praga.
Adalberto lasciò Roma, soffocando i sospiri; tuttavia, appena s’era
egli restituito alla sua selvaggia terra natia, che non vi potè far
nulla; per la seconda volta fuggì di Praga, e nell’anno 995 ricomparve
nel convento di san Bonifacio.