CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Ottaviano succede ad Alberico nella podestà. — È fatto papa nell’anno

955, con nome di Giovanni XII. — Suoi traviamenti giovanili. —

Abbandona l’indirizzo politico del padre. — I Lombardi e Giovanni

XII chiamano Ottone I. — Suo trattato col Papa e suo giuramento. — È

coronato imperatore a Roma addì 2 Febbraio 962. — Indole del novello

Impero romano di nazione tedesca.

Morto Alberico, il suo giovine erede ottenne, senza contrarietà di

sorta alcuna, reverenza di Principe e di Senatore di tutti i Romani.

Noi reputiamo che Ottaviano fosse nato di Alda[422]; contava poco più

di sedici anni allorchè fu chiamato a reggere Roma. Il padre suo, per

un senso di orgoglio romano, gli aveva imposto nome di Ottaviano, e

aveane così espressa l’ardita speranza di veder giungere l’impero alla

sua stirpe; tuttavia lo aveva fatto educare nello stato sacerdotale.

Può darsi che vi si fosse deciso per ciò, che sotto al pontificato di

Agapito le pretensioni pontificie avevano di bel nuovo trovato maggiori

aderenti, e d’altra parte di lontano s’elevava minacciosa la potenza

tedesca. Egli stesso destinava la corona pontificia al figliuol suo,

che doveva riunirla novellamente alla podestà temporale; egli stesso

era che riconduceva Roma nelle vie antiche.

Avvenne infatti che, scorso un solo anno, il giovane Principe dei

Romani diventò papa, perocchè, nell’autunno dell’anno 955, morisse

Agapito II[423]. Ottaviano allora appellossi Giovanni XII; e da

questo tempo in poi, così vien detto, si indusse la regola che i Papi

mutassero il loro nome di famiglia. La sua acerba giovinezza prometteva

che avrebbe avuto un lungo reggimento; però, anche in lui, come in

Giovanni XI, come in tutti quelli che furono pontefici di giovane

età, dovevasi confermare la nota profezia che nessun Papa toccherebbe

i venticinque anni di Pietro. Poichè adesso l’erede di Alberico

nuovamente univa in sè le due podestà, la rivoluzione dell’anno 932

non conseguiva altro risultamento se non questo, che alla cattedra

di Pietro saliva la nobile famiglia dominatrice, la quale sperava

fare del pontificato un retaggio suo proprio. Le inclinazioni di

Giovanni al principato, erano tuttavolta più forti di quello che fosse

la coscienza dei suoi officî religiosi; e le due nature, quella di

Ottaviano e l’altra di Giovanni XII, si combattevano nel suo animo con

lotta disuguale. Venuto in giovinezza immatura al possedimento di una

dignità che gli dava diritto alla reverenza di tutto il mondo, smarrì

la moderazione dell’intelletto, e si gettò nel vortice dei piaceri

più sfrenati. Le sue case del Laterano diventarono un ridotto di

piaceri, un vero aremme; la gioventù ragguardevole di Roma diventò sua

compagnia favorita; passava tutto il suo tempo in cacce, in giuochi,

in amorazzi, a mensa col bicchiere alla mano. Un tempo, Caligola aveva

fatto senatore il suo cavallo; adesso Giovanni XII dava in una stalla

di cavalli la consecrazione ad un diacono, forse in quello che s’era

alzato ubbriaco fradicio da tavola, dove, con lepore pagano, aveva

fatto frequenti libazioni ad onore dei numi antichi[424].

Le condizioni di Roma, duranti i primi anni di Giovanni XII, ci

appajono però vestite di forma incerta. Il giovane stordito abbandonò

tosto il contegno del padre suo, che della moderatezza s’era fatto

legge. Poichè era principe nel tempo stesso che era papa, volle imitare

Giovanni X; gli sovvenne delle pretese che la santa Sede raccomandava

a donazioni antiche, e bramò estendere la sua signoria fin giù basso

nel mezzodì. Intraprese una guerra contro a Pandolfo e a Landolfo II

di Benevento e di Capua, raccogliendo assieme in quella spedizione

Romani, Toscani e Spoletini; sennonchè Gisulfo di Salerno mosse a

soccorso dei due minacciati, ed il Papa fu costretto a voltar le

spalle e a conchiuder pace con quel Principe, a Terracina[425]. La

grandezza romana gli era di stimolo; si travagliava in grandi disegni;

ma dal padre aveva ereditato l’audacia, non la saviezza. Come papa,

voleva, anzi doveva tentar di restaurare in tutta la sua larghezza il

dominio dello Stato ecclesiastico; per ragione dell’Esarcato si poneva

imprudentemente a capo della parte tedesca contro a Berengario, ma il

suo governo era travagliato di pericolo financo in Roma, avvegnaddio

i Romani non sentissero più il freno, che loro aveva potuto imporre

la mano gagliarda e principesca di Alberico. L’arte politica del

padre, che aveva saputo affermarsi nel potere colla temperanza del

comportamento, non poteva essere proseguita dal figlio, che papa

era: l’opera di Alberico crollò, e Giovanni XII, per cupidigia delle

sue province terrene, fu costretto di chiamare in suo ajuto Ottone

il grande. Forse, come Ottaviano, sarebbe stato forte in Roma; come

Giovanni XII, fu odiato e debole; donde si pare di che strana guisa

operasse nello stato dei Papi la miscela delle due dignità, di re e di

prete.

Fino allora, Berengario e Adalberto avevano fatto loro pro della

lontananza di re Ottone, che era tenuto con grave faccenda in

Alemagna per motivo della ribellione dei suoi figli e per causa degli

Ungheri: così i due Principi avevano potuto costringere a soggezione

i reluttanti Conti e Vescovi di Lombardia. I loro nemici di fazione

tedesca, massimamente il maligno Liudprando, che aveva ricevuto

offesa, non sappiamo quale, da Berengario, gli hanno dipinti coi

più negri colori; tuttavolta, se Willa, moglie di Berengario, era a

ragione odiata per la sua esosa avarizia, quei Re, d’altra parte, per

rendere forte la loro signoria, non fecero più o meno di quello che

si fossero permessi di operare i loro predecessori, o che, più tardi,

si permettessero gli stessi Re tedeschi. Dopo che repentinamente fu

morto Liudolfo, che Ottone padre suo aveva mandato in Italia per tenere

in freno Berengario, sembrò che a quest’ultimo nulla più resister

sapesse, onde adesso ei minacciava l’Emilia e la Romagna. Giovanni XII

era troppo debole per difendere questi patrimonî, laonde il figlio di

quell’Alberico medesimo, che un tempo aveva ricacciato di Roma Ottone,

invitava, nell’anno 960, il Re alemanno affinchè a Roma venisse. Ai

legati del Papa si aggiungevano i messaggieri di Conti e di Vescovi

parecchi d’Italia, e con essi Walberto, arcivescovo di Milano, andava

in persona ad Ottone.

Il Re tedesco accondiscese cupidamente agli inviti d’Italia, che gli

offerivano l’ambita corona d’imperatore. Ripigliò l’opera dell’ardito

Arnolfo: in prima, assicurò in Worms al suo giovane figliuolo la

successione del reame germanico, indi con un formidabile esercito

discese dalle Alpi, passando da Trento[426]. Mentre i Re, abbandonati

dai Lombardi, si chiudevano nelle loro castella, Ottone celebrava in

Pavia le feste natalizie dell’anno 961, e, dopo di avere spacciato

Attone di Falda perchè annunciasse la sua venuta, mosse egli stesso a

Roma[427]. Vi andò per effetto di un trattato conchiuso col Papa: in

esso aveva assunto obligo di difendere e di restaurare la Chiesa, e

in cambio ne conseguiva con qualche restrizione i diritti dell’Impero

carolingio. «Se concederà Iddio che io venga a Roma», così diceva il

giuramento, «io esalterò, secondo le mie forze, la Chiesa e te capo

suo: non sarà mai che, per mia volontà o per consenso mio, tu abbia

a ricevere offesa nella vita o nel corpo o nella dignità: nella città

di Roma, senza consenso di te, non terrò mai placito, nè pronuncierò

deliberazione alcuna su cosa che competa a te od ai Romani. Ciò che

in mano mia perverrà dei possedimenti di san Pietro, ti restituirò. E

qualunque sia l’uomo cui io possa concedere il reame d’Italia, farò che

prima giuri di ajutarti secondo le sue forze per la difesa dello Stato

ecclesiastico[428]». Ottone pertanto incominciò a operare con massima

cautela; non devesi dimenticare che egli trovava innanzi a sè la Roma

e i Romani di Alberico, i quali da sì lungo tempo s’erano governati

con ordini nazionali. Se anche prestava quel giuramento in cui egli,

Imperatore, rinunciava alla illimitata entratura di tenere placiti, il

trattato non si parificava peraltro ad una costituzione dell’Impero:

questa dovevasi ancora comporre.

Solenne fu l’ingresso di Ottone in Roma; degne d’imperatore le

accoglienze che egli vi ebbe. Solamente che gli audaci ottimati di

Alberico si chiudevano in un tetro silenzio; sui volti di questi

Romani, cui egli era venuto a torre libertà e potenza, egli leggeva

impressi i caratteri di un odio mortale, laonde, mentre s’allestiva

a ricever la coronazione, diceva ad Ansfredo di Löwen queste

caute parole: «Oggidì, allorchè m’inginocchierò innanzi alla tomba

dell’Apostolo, bada di tenere la tua spada alzata sempre sopra alla

mia testa; ben so quello che i miei predecessori ebbero a soffrire

dalla mala fede dei Romani. Il savio scansa il male colla prudenza; per

dire orazioni, avrai tempo di farlo quanto vorrai al _Mons Gaudii_,

allorchè torneremo a casa nostra[429].» Nel giorno 2 di Febbraio

dell’anno 962 Ottone e Adelaide furono coronati con pompa siffatta,

che la simigliante non si era usata mai; i donativi del novello Augusto

destarono la letizia dei cupidi Romani[430]. Per tal guisa fu rinnovato

l’Impero dopo trentasette anni dacchè s’era estinto, e, tolto alla

nazione italiana, fu dato alla eroica stirpe dei Sassoni stranieri.

Uno dei maggiori succeditori di Carlo era coronato da un romano, che

per istrana coincidenza aveva nome di Ottaviano; ma quest’opera, grave

di conseguenze, mancava di vera dignità e di consacrazione vera. Carlo

magno aveva ricevuto la corona dalle mani di un vecchio venerabile;

Ottone magno riceveva il crisma da un ragazzo imberbe e scostumato.

Non pertanto, la storia di Alemagna e d’Italia con questa coronazione

s’indirizzò sopra un sentiero nuovo.

Allorchè s’era composto l’Impero di Carlo, esso aveva avuto nella mente

degli uomini un’altissima giustificazione; la grande monarchia, in cui

le nazioni stavano ancor debolmente unite l’una accosto dell’altra,

era tenuta in conto di novella republica cristiana; l’idea di unità

della gente umana, proclamata dall’antico giudaismo con voce profetica,

promossa dalla signoria dei Cesari nell’ordine politico, s’era fatta

viva e reale per legge della religione universale. Alla fondazione

dell’Impero carolingio avevano contribuito non poco l’intento di

liberare Roma dal despotismo di Bisanzio, la necessità di contrapporre

una potenza cristiana affermata in un centro contro alla formidabile

monarchia dell’Islamismo: per tutte queste ragioni era avvenuto in

addietro, che il Vescovo di Roma aveva posto la corona di Costantino

sul capo del signore supremo dell’Occidente. Ma l’Impero teocratico

crollò per il ribollire delle forze ond’era gravido il suo svolgimento

interiore; l’effervescenza che agitava quella società in cui l’antico

si mesceva al nuovo, in cui gli elementi romani si frammischiavano a

quelli germanici, sconnesse il secondo Impero; la feudalità tramutò

gli officiali in principi ereditarî locali; le podestà temporali si

riunirono con quelle religiose; una rivoluzione continua del possesso

e del diritto fu educata nel seno della monarchia; le divisioni

del retaggio dell’Impero accelerarono la sua caduta. Le nazioni

cominciarono con forza impetuosa a separarsi l’una dall’altra; il

centro d’Europa, che aveva formato il midollo dell’Impero cristiano, si

divise in due parti, una contro l’altra armata ostilmente. Dopo cento

cinquant’anni di sua esistenza, la monarchia di Carlo s’era disciolta

e ridotta a termini di cose che erano simili a quelle anteriori alla

sua origine: pressura di Barbari nuovi, dei Normanni, degli Ungheri,

degli Slavi, dei Saraceni; devastazione delle province; morte delle

scienze e delle arti; barbarie senza limite nei costumi; regresso

della Chiesa come di là da’ tempi di Carlo magno; infiacchimento del

Papato, che aveva perduto la sua forza religiosa e l’appoggio dello

Stato fondato da Pipino e da Carlo; fazioni nobiliari signoreggianti

in Roma, e più pericolose di quello che fossero state a’ tempi di

Leone III. Mentre adesso l’Impero si restaurava per opera della

nazione germanica, i popoli non potevano più tornare completamente

all’indietro, per rientrare nella cerchia d’idee che l’età di Carlo

aveva accolto. Per verità, la tradizione dell’_Imperium_ continuava a

vivere ancor poderosa, e più di una voce si faceva udire in Alemagna a

rimpiangerne la caduta e ad augurare la sua restaurazione che sarebbe

stata beneficio del mondo; ma la venerazione degli uomini per questo

istituto s’era diminuita dopo la sventurata istoria di un secolo

e mezzo. La monarchia di Carlo non sorse più; Francia, Germania e

Italia erano diventati paesi separati fra loro; di lì a breve tempo,

dovevano combattere l’un contro all’altro, e ciascuno d’essi cercava

di farsi independente anche nelle forme politiche. Mentre adesso

Ottone rinnovava l’Impero in condizioni siffatte di cose, manifesto

era che còmpito tale poteva adempierlo soltanto un uomo grande, e che

una fiacca persona non era fatta per sostenere battaglia contro la

feudalità, contro il Papato e contro le tendenze nazionali. Perciò,

nel complesso, l’Impero fu considerato soltanto come una forma di

arte e d’idea, sebbene altresì fosse pur sempre una grande forma

politica in mezzo ai popoli. Il genio di Ottone diede un sistema al

mondo crollante; il vincitore degli Ungheri, degli Slavi, dei Danesi,

il patrono di Francia e di Borgogna, il signore d’Italia, l’eroico

missionario del Cristianesimo, cui aveva sgombrato maggiori vie,

meritava di farsi Carlo novello: financo la sua terra aveva sempre

nome dai Franchi, e la sua lingua tedesca era appellata franca. Egli

annodò or dunque l’Impero romano durevolmente alla nazione tedesca, e

questo popolo energico e intelligente intraprese la missione gloriosa,

ma ingrata, di fare da Atlante della storia universale del mondo.

Infatti, dall’associazione di Germania con Italia conseguiva tosto

anche la riformazione della Chiesa e il risorgimento delle scienze;

ed erano essenzialmente gli elementi germanici che in Italia andavano

eziandio educando le splendide republiche di città. Ben sono Alemagna

e Italia le più chiare rappresentazioni dell’indole antica e di

quella germanica; sono le più belle province che s’accolgano nel regno

dell’intelletto umano, e, per necessità provvidenziale, furono avvinte

fra loro in cosiffatte relazioni, feconde della storia mondiale.

Allorchè la mente si levi a pensiero cotale, i nepoti non devono

deplorare che l’Impero romano abbia pesato, grave come il destino,

sulla nazione tedesca, e che l’abbia costretta, per il corso di secoli,

a spandere il suo sangue in Italia, affine di porre le fondamenta della

civiltà universale di Europa: di ciò l’umana gente della moderna età

deve necessariamente serbar riconoscenza a Germania.

§ 2.

_Privilegium_ di Ottone. — Giovanni e i Romani gli rendono omaggio.

— Giovanni trovasi in condizioni irte di contrasti. — Cospira contro

all’Imperatore. — Ricetta Adalberto in Roma. — Ottone torna a Roma; il

Papa fugge. — L’Imperatore toglie ai Romani la libertà dell’elezione

pontificia. — Sinodo tenuto nel mese di Novembre. — Giovanni XII è

deposto. — Leone VIII. — Una rivolta dei Romani riesce a mal fine. —

Ottone parte di Roma.

È fuor di dubbio che Ottone imperatore, parimente come i suoi

predecessori, desse al Papa un documento, in cui confermava tutti i

diritti e i possedimenti della santa Sede. La rinnovazione dell’Impero,

la traslazione di questo a Germania, finalmente la confusione delle

cose d’Italia e dello Stato ecclesiastico, rendevanlo necessario. Però,

di questo documento conosciamo sì poco il tenore, come dei diplomi di

Pipino, di Carlo e di Lodovico: nè più, nè meno di questi, anch’esso

fu, più tardi, falsato, e destinato a servire di fondamento alle

intemperanti pretensioni di Roma[431]. Anche il Papa fe’ sacramento

all’Imperatore di non disertarlo mai di fede, e di non voltarsi a

Berengario, e per parte loro i Romani prestarono giuramento di fedeltà:

così parve rinnovarsi fra Ottone, Giovanni XII e la Città il rapporto

di costituzione ch’era stato fondato al tempo dei Carolingi. Ma

Giovanni trovavasi in condizioni tali, che lo cingevano di contrasti

gravissimi. Dal padre suo aveva ereditato podestà di principe in

Roma, e dipoi l’aveva riunita al Papato; alla rivoluzione antica era

succeduta la restaurazione, e questa finalmente metteva capo di bel

nuovo all’_Imperium_. L’aristocrazia romana vedevasi adesso ricondotta

sotto la duplice fedeltà dell’Imperatore e del Papa; cessava quella

independenza di cui essa aveva goduto per tempo sì lungo sotto di

Alberico; Roma tornava nella sua condizione di città universale, dacchè

era imperiale e pontificia insieme; l’antica contrarietà fra il Papa e

i Romani doveva rinnovarsi ancor più formidabile di quella che un tempo

era stata.

Gli ottimati di Alberico, ossiano i nazionali che si dibattevano contro

all’Impero, vedevansi per altro tenuti in freno dalle soldatesche

di Ottone; l’Imperatore era lietamente acclamato dalla moltitudine,

la quale aderisce sempre a tutto ciò che sa di novità; nei paesi di

fuori correva il concetto che, col novello Impero, Ottone avesse

restituito Roma a libertà, riponendo nei suoi diritti la Chiesa

oppressa, e sciogliendo la Città dalla tirannide di donne licenziose

e di maggiorenti temerarî[432]. Frattanto, il nuovo Imperatore mirava

con senso di vergogna alla giovinezza scapigliata del Papa; fin

d’ora poteva presagire ciò che si dovesse aspettare dal figliuolo di

Alberico. Addì 14 di Febbraio del 962 lasciava egli Roma per andarne

all’Italia settentrionale, dove Berengario si teneva munito nel

castello di San Leo, in prossimità di Montefeltro. Prima di sentirsi

appieno Imperatore, forza era che egli rovesciasse quest’ultimo

rappresentante della nazione italiana[433].

Era partito appena, che Giovanni XII cominciava a sentire di qual

peso lo premesse il giogo di quella podestà imperiale che avea

resuscitato. Lo angustiava lo spettro del suo gran padre; l’avvenire

gli appariva minaccioso. Le conseguenze della venuta di Ottone a Roma

avevano sorpassato di gran lunga i suoi calcoli; di liberatore dello

Stato ecclesiastico gli si era cambiato in un padrone, che, nel più

alto significato della parola, voleva essere imperatore; ed invero

un monarca, quale Ottone era, non poteva accontentarsi della parte

umiliante di un Carlo il Calvo. Adesso dunque Giovanni intendeva di

tornare allo stato di prima; incalzato dagli ottimati, cospirò con

Berengario e con Adalberto. Ma il partito imperiale che era in Roma

spiava tutti i suoi passi, e ne dava contezza a Ottone, in quello

che questi trovavasi in Pavia, nella primavera dell’anno 963. I

messaggi del partito gli descrissero la vita dissoluta del Papa,

che aveva tramutato il Laterano in bordello, che dissipava città e

beni per darli a sue cortigiane; dicevangli che nessuna onesta donna

osava di viaggiare a Roma per temenza di cadere in balìa del Papa;

lamentavano la desolazione della Città e la ruina delle chiese, dai

cui tetti crollati si rovesciava la pioggia sui sottoposti altari. La

risposta onde Ottone scusava i comportamenti di Giovanni è la satira

più acerba che siasi scagliata contro il Papato di quell’epoca: Il

Pontefice, diceva, è ancora un ragazzo; muterà vita quando avrà esempio

da uomini generosi[434]. Quindi mandava suoi legati a Roma perchè

s’istruissero dello stato delle cose di colà; egli poi moveva a San

Leo per assediarvi Berengario e Willa, e mentre, nella state dell’anno

963, stava innanzi a quel castello, riceveva, nunzî del Papa, Demetrio

e Leone protoscriniario, che venivano a lamentarsi per ciò che egli

occupava dei beni ecclesiastici, e intendeva d’impadronirsi eziandio

di San Leo, ch’era proprietà di san Pietro. Ottone, il quale del resto

traeva in lungo la restituzione di parecchi patrimonî, rispondeva che

i beni della Chiesa non poteva consegnare finchè non gli avesse tolti

dalle ugne degli usurpatori; e, poichè teneva in mano le prove dei

raggiri di Giovanni, poteva mostrare ai nunzî financo delle lettere

intercettate, che il Papa scriveva all’Imperatore greco, e perfino agli

Ungheri, eccitandoli a mover contro Germania. Legati imperiali allora

andavano a Roma per dichiarare al Papa, che il signor loro era pronto a

purgarsi con giuramento e col giudizio di Dio, in duello, del sospetto

di spergiuro; quelli però venivano accolti con mal garbo, e, appena che

erano tornati indietro con accompagnatura di messi pontificî, compariva

in Roma Adalberto. Questo giovane pretendente, che la forza delle

armi aveva spogliato del trono, faceva, dirimpetto ad Ottone, la parte

miserevole cui era stato un dì condannato Adelchi. Mentre il padre suo

si difendeva in san Leo, egli correva instancabile d’ogni parte, affine

di raccozzare partigiani; per via di messaggi invocava soccorso da

Bisanzio, andava a Frassineto dai Saraceni, indi, come nel tempo antico

aveva fatto Sesto Pompeo, in Corsica; di qui annodava negoziati col

Papa; finalmente sbarcava a Civitavecchia, e gli erano aperte le porte

di Roma[435].

Come gli fu giunta notizia di ciò, Ottone nell’autunno dell’anno 963,

lasciò in gran fretta San Leo, e venne a Roma. La Città era scissa in

una fazione imperiale e in un’altra che parteggiava pel Papa, sì come

lo fu nel tempo avvenire per lungo corso di secoli. Gli Imperiali,

che, alla venuta di Adalberto, avevano chiamato Ottone, si tenevano

sulle difese nella Giovannipoli, laddove i Pontificî, ossiano quelli

della parte nazionale, si sostenevano muniti nella città Leonina,

capitanati da Adalberto e dal Papa stesso, che si faceva vedere armato

da cavaliere, con elmo e corazza. Giovanni voleva difendere Roma; mosse

infatti contro ad Ottone fino al Tevere, ma tosto gli cadde il cuore.

Il partito avverso a lui cresceva ogni dì più; il popolo, che altra

volta aveva resistito con tanta fermezza contro gli assalimenti di

Ugo, tremava per paura di un assalto: il figliuolo di Alberico temè di

esser tradito, raccolse i tesori della Chiesa, e con Adalberto fuggì

nella Campagna e si nascose nei monti[436]. Allora il partito imperiale

aperse le porte ad Ottone; gli aderenti di Giovanni sbassarono le armi,

diedero ostaggi, e l’Imperatore entrò in Roma per la seconda volta,

addì 2 di Novembre del 963.

Raccolse clero, nobili e capitani del popolo, e li costrinse a

prestargli giuramento che nello avvenire non avrebbero ordinato

alcun Papa, e neppur lo eleggerebbero, senza il consentimento suo

e di quello del suo figliuolo. Pertanto egli rapiva ai Romani quel

diritto che eglino in tutti i tempi avevano conservato come loro gemma

preziosa, come atto unico di libertà cittadina, quello che nessuno dei

Carolingi aveva osato di toccare. Se si fosse considerata la cosa con

intelletto di ragione, il diritto di eleggere il capo supremo della

Chiesa, avrebbe dovuto appartenere alla intiera comunità cristiana, e

non al piccolo numero dei Romani elettori; ma poichè impossibile era

di trovare un modo pratico, per cui ne lo esercitasse la universalità

cristiana, fino dall’antichità era stato tacitamente ceduto alla città

di Roma, ossia, più veramente, ogni Vescovo di Roma era stato riverito

eziandio come capo della Chiesa universale: privilegio immensurato,

che era riposto nelle mani del _Clerus, Ordo et Populus_ dei Romani, e

che i primi Imperatori, come capi dell’_Imperium_ universale, avevano

limitato soltanto per via del diritto di confermazione.

Addì 6 di Novembre Ottone convocò un Sinodo in san Pietro. Parimente

come al tempo di Carlo patrizio dovevasi pronunciare sentenza sopra un

Papa accusato, e il tribunale stava sotto la presidenza della podestà

temporale: però Giovanni XII non aveva, come Leone III, prestato il suo

consenso a quel giudizio, e non v’era presente. Nè adesso i Vescovi

protestavano di non aver facoltà di giudicare la Sede apostolica;

mutati s’erano i tempi; un Imperatore energico s’ergeva, in tutta la

sua potenza di dominio, da ordinatore del reggimento decaduto della

Chiesa; e, senza che pietà o rispetto lo trattenesse, svelava agli

occhi del mondo la vergogna del Papa che lo aveva unto del crisma:

chiamava egli il popolo a profferire le accuse, e al suo comando

obbediva un Sinodo che, per la prima volta, giudicava e deponeva un

Papa senza pure ascoltarne le discolpe, indi esaltava a succeditore di

lui un candidato dell’Imperatore.

Liudprando, che era allora vescovo di Cremona, ha registrato, come si

conveniva a testimone oculare, gli atti di questo Sinodo; tenne egli

nota di tutti i Vescovi del territorio romano che vi furono presenti,

e ne rileviamo che molti vescovati assai antichi s’erano conservati ad

onta delle devastazioni datevi dai Saraceni. Dei Vescovi suburbicarî

vi intervennero quelli di Albano, di Ostia, di Porto, di Preneste,

di Silva Candida e della Sabina; furonvi inoltre i Vescovi di queste

diocesi: _Gabium_, Velletri, _Forum Claudii_ (_Oriolum_), Bleda, Nepi,

Cere, _Tibur_, Alatri, Anagni, Trevi, Ferentino, Norma, _Veruli_,

Sutri, Narni, Gallese e _Falerii_, Orta e Terracina[437]. Liudprando

vi contava soltanto tredici Cardinali di questi titoli: Balbina,

Anastasia, Lorenzo in Damaso, Crisogono, Equizio, Susanna, Pammachio,

Calisto, Cecilia, Lorenzo in Lucina, Sisto, _IV Coronatorum_, e

Santa Sabina. Parecchi Cardinali avevano seguito Giovanni nella sua

fuga; d’altronde può darsi che parecchi titoli si fossero estinti.

Lo Storiografo nomina fra gli astanti tutti i ministri del Palazzo

pontificio, i Diaconi e i Regionarî, i Notai, financo il Primicerio

della Scuola dei cantori; ed egli desta in noi attenzione ancor

maggiore colla menzione che vi fa di alcuni ottimati romani, fra

i quali troviamo di bel nuovo parecchi nomi che ormai ci sono ben

conosciuti. Stefano figlio di Giovanni superista, Demetrio figlio di

Melioso, Crescenzio «dal cavallo di marmo» (così appellato qui per la

prima volta), Giovanni Mizina (meglio _de Mizina_), Stefano _de Imiza_,

Teodoro _de Rufina_, Giovanni _de Primicerio_, Leone _de Cazunuli_,

Riccardo, Pietro _de Canapara_, Benedetto e Bulgamino figliuol suo,

erano allora i Romani più ragguardevoli del partito imperiale; laddove

altri nobili uomini se ne erano andati col Papa fuggitivo, altri

stavansi ricoverati nelle loro castella della Campagna. La _Plebs_

romana era rappresentata dai capitani della milizia, capo dei quali

era Pietro dal soprannome _Imperiola_[438]. La presenza sua, di cui

vien fatta speciale considerazione, dimostra che gli elementi popolani

avevano già conseguito uno svolgimento di maggiore independenza, e

ciò aveva avuto origine da Alberico. Peraltro, se questi avesse dato

ai Romani un ordine di costituzione, se veramente avesse creato un

Senato e dei Tribuni del popolo, e, ancor meglio, due Consoli annuali,

nessuna di queste dignità cittadine sarebbe sfuggita all’occhio di un

osservatore accurato quale era Liudprando; ma egli non fa pur motto

di Senato, nè di Senatori, nè di altro magistrato: parla soltanto

di primati della città di Roma, di milizie e del loro capitano,

rappresentante della _Plebs_, ed enumera d’altronde tutti gli officî

palatini che ci sono noti.

L’intervenzione completa di tutti gli ordini elettori faceva sì

che il Sinodo somigliasse a quello avvenuto sotto di Leone III: al

pari di questo, fu concilio, dieta e corte giudiziaria, tutto ad un

tempo. La presidenza tenuta da un Imperatore glorioso, la presenza di

tanti Vescovi, di Duchi e di Conti di Alemagna e d’Italia vi davano

aspetto di maestà; l’assistenza dei Romani di tutti i ceti lo poneva a

riparo da qualunque rimprovero di violenza illegale; però il modo del

procedimento faceva sì che esclusivamente fosse un atto di dittatura

imperiale. Giovanni di Narni e Giovanni cardinale diacono furono i più

illustri accusatori del Papa assente; la scrittura di accusa fu letta

da Benedetto cardinale. Ottone parlava di raro e male in latino; perciò

l’Imperatore dei Romani ordinava a Liudprando, segretario suo, di

rispondere, in sua vece, ai Romani.

La scrittura di citazione indiritta al Papa dichiarava le querele

che erano date al padre santo. Diceva: «Al sommo Pontefice e Papa

universale, al signore Giovanni, Ottone per grazia di Dio imperatore

augusto, insieme cogli Arcivescovi e coi Vescovi di Liguria, di

Tuscia, di Sassonia e della terra dei Franchi, nel nome del Signore.

Venuti a Roma per servigio delle cose di Dio, abbiamo richiesto i

figli vostri, ossiano i Vescovi, i Cardinali e i Diaconi romani, ed

eziandio il popolo tutto, della ragione per cui Voi ne siate assente,

e non vogliate vedere Noi, difensore Vostro e della Vostra Chiesa.

Eglino ci hanno riferite di Voi cose tanto vituperevoli, che ci

farebbero arrossire di vergogna, quando pur fossero attribuite ad un

istrione. Vogliamo dirne alcuna alla Signoria Vostra, imperocchè, a

noverarle tutte, troppo breve sarebbe il corso intero di un giorno.

Sappiate pertanto che non alcuni pochi, ma tutti, laici e preti,

vi hanno accusato di assassinio, di spergiuro, di profanazione di

chiese, d’incesto con vostre parenti e con due sorelle[439]. Altre

cose eglino dichiararono, cui l’orecchio repugna di udire, che Voi,

bevendo, abbiate fatto brindisi al diavolo, e, giocando ai dadi,

abbiate invocato Giove e Venere ed altri demonî. Noi perciò preghiamo

fervidamente la Paternità Vostra di venire a Roma e di purgarvi di

tutte queste querele. Che se voi temeste insulto dal popolo, noi vi

promettiamo che nulla sarà fatto contrariamente ai canoni. Dato addì 6

di Novembre.»

L’accusato rispose dal suo nascondiglio brevi parole, e con linguaggio

da pontefice: «Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, ai Vescovi

tutti. Udimmo dire, che Voi vogliate creare un altro Papa; se ciò

facciate, io vi scomunico per l’onnipotente Iddio; Voi non potrete

più ordinare chicchessia, nè celebrar messa.» I Vescovi ebbero di che

celiare sullo stile di questo Breve, e se n’ebbe a dire che Giovanni

era uso ad esprimersi soltanto in volgare[440]. Secondo i canoni, un

Vescovo che fosse accusato, doveva esser citato tre fiate a giudizio;

l’Imperatore s’accontentò di chiamarlo due sole volte a comparire;

indi si fece in pari tempo accusatore e giudice del Papa: propose al

Sinodo che si deponesse Giovanni XII, e questi, senza che se ne udisse

difesa, fu dichiarato colpevole di delitto, reo di maestà e decaduto

dal pontificato. Al Sinodo potevasi muovere rimprovero perchè non aveva

osservato un procedimento compiutamente canonico, ma il mondo tollera

più giustamente le infrazioni delle leggi canoniche, anzi che le offese

recate alla dignità dell’uman genere.

In vece di Giovanni, l’Imperatore proponeva a suo candidato un illustre

uomo romano: addì 4 di Dicembre, fu questi eletto, e nel sesto giorno

di quel mese ottenne la consecrazione. Contrariamente alla legge

ecclesiastica, Leone VIII passò dal ceto laicale alla cattedra di

Pietro; Sicone cardinale, vescovo di Ostia, lo insigniva con forma

spedita, un dopo l’altro, degli ordini di ostiario, di lettore, di

accolito, di suddiacono, di diacono, di prete e di papa[441]. Era

Leone, di condizione, protonotario della Chiesa, e talvolta leggiamo

il nome di lui in carte di quell’età[442]. Dimorava nel _Clivus

Argentarii_, che è la odierna Salita di Marforio, quella via che più

tardi fu detta «salita di Leone Proto» (protoscriniario), avvegnachè

ancora nel secolo decimoterzo una chiesa che ivi era, fosse appellata

di san Lorenzo _de ascensa Proti_[443]. Il suo retto costume lo aveva

raccomandato all’Imperatore, avvegnaddio non altri che un romano di

egregia vita potesse egli levare a succeditore di un uomo vizioso;

d’altronde, l’animo di Leone era debole, ossia pieghevole all’altrui

volere, e questo assai bene s’acconciava ai disegni di Ottone.

L’Imperatore faceva partire una gran parte delle sue milizie, e le

mandava a San Leo, affine di alleviare i Romani del peso di dar loro

alloggiamento: egli poi celebrava le feste di Natale in Roma, senza

pur sospettare che si congiurava contro la sua vita. Poichè era stato

deposto, Giovanni XII s’era guadagnato simpatie e qualche cosa più in

là: era il Papa eletto dai Romani simbolo adesso di amor di nazione. I

suoi amici dispensavano oro e promesse, ed alcuni baroni della Campagna

s’impegnarono a prestare soccorso. Addì 3 di Gennaio 964, si diè di

repente nelle campane a stormo; i Romani si scagliarono sul Vaticano

dove Ottone aveva sua stanza, ma il loro intendimento fallì. Infatti,

la schiera dei cavalieri imperiali si gettò sopra gli assalitori, e

ruppe il serraglio che questi avevano innalzato a ponte Sant’Angelo;

non ne ebbero più schermo i fuggitivi, e furono schiacciati con

orribile macello, finchè l’Imperatore colla sua propria bocca comandò

che si cessasse[444]. Fu questa la prima volta che il popolo romano si

sollevava contro un Imperatore tedesco. Il dì dopo i Romani comparvero

innanzi a Ottone supplicando mercè, e sulla tomba dell’Apostolo

giurarono di obbedire a lui ed a papa Leone. Ottone sapeva che

valore avesse il giuramento, si prese i loro cento ostaggi, e lasciò

andare per la Città quegli uomini umiliati. Rimasto ancora un’intiera

settimana in Roma, cedette alle preghiere di Leone riponendo in libertà

anche gli statichi, dacchè sperava in sì tristi condizioni di cose

di guadagnare degli amici al Papa, creatura sua: poi, sulla metà di

Febbraio dell’anno 964, mosse a Spoleto nell’intento di cogliervi

Adalberto. Lasciò esacerbata la Città, e il Papa come agnello tremante

in mezzo a’ lupi. Il sangue che le armi tedesche avevano sparso in Roma

nel giorno 3 di Gennaio non si asciugò mai più; ne trasse alimento

l’odio contro gli stranieri, e i Romani, premuti colla forza, non

ebbero appena veduto in libertà i loro ostaggi e lontano l’Imperatore,

che s’affrettarono di dar libero sfogo alla loro sete di vendetta.

§ 3.

Giovanni XII torna a Roma. — Leone VIII fugge. — È deposto in un

Concilio. — Giovanni toglie vendetta dei suoi nemici. — Muore nel

Maggio dell’anno 964. — I Romani eleggono Benedetto V. — Ottone

riconduce Leone VIII a Roma. — Benedetto V è deposto e cacciato in

esilio. — Il Papato è tenuto sotto la soggezione degli Imperatori

tedeschi. — _Privilegium_ di Leone VIII.

Giovanni XII, chiamato in gran fretta nella Città, vi veniva con un

esercito di amici e di vassalli: in meno che non si dica, Leone VIII

vedevasi abbandonato, e con pochi seguaci fuggiva a Camerino dove

trovavasi l’Imperatore. Berengario e Willa, che si erano arresi in

San Leo, erano stati di già mandati a Bamberga, nè temibili potevano

essere ad Ottone gli ultimi conati di Adalberto: però l’Imperatore

non moveva subito a Roma, forse perchè a molte delle sue milizie aveva

dato congedo, e doveva prima raccozzare un nuovo esercito. Frattanto,

Giovanni XII sfogava le sue vendette contro a’ nemici suoi. Addì 26

di Febbraio raccoglieva in san Pietro un Concilio: dei sedici Vescovi

presenti trovavansene undici di quelli che, tempo prima, avevano

sottoscritto la deposizione di lui, ed erano quelli di Gallese, di

Anagni, di Porto, di Narni, di Veruli, di Silva Candida, di Albano, di

Ferentino, della Sabina, di Nepi, di Trevi: nuovi venivano i Vescovi di

_Nomentum_, di _Labicum_, di Ferrara, di _Gentianum_, di _Marturanum_ e

di Salerno. Può essere che i primi, a torto o a ragione, protestassero

di essere stati costretti a prender parte al Concilio di Ottone; può

essere che altrettanto facessero i Cardinali: però il piccolo numero

dei cherici che intervenivano al Sinodo di Giovanni e la loro adesione

a due Concilî, di cui l’uno era il rovescio dell’altro, fanno prova

dello sciaguratissimo disordine che metteva a soqquadro la Chiesa

romana. Giovanni XII protestava che la violenza dell’Imperatore avealo

tenuto due mesi in esilio, dichiarava di essere tornato alla cattedra

sua, e di condannare il Sinodo che deposto lo aveva. I Vescovi di

Albano e di Porto confessarono tutto tremanti di aver peccato, e di

aver benedetto Leone contrariamente alle leggi dei canoni: furono

sospesi, e Sicone di Ostia, che avea insignito Leone di tutti gli

ordini ecclesiastici, fu espulso dallo stato chericale[445].

Dopochè Giovanni XII ebbe scomunicato Leone, si scagliò con tutta

la foga dell’ira sopra molti dei suoi ragguardevoli avversarî. Al

cardinale Giovanni fece svellere naso, lingua e due dita della mano;

ad Azzone protoscriniario fece mozzare una mano: e ambidue quegli

uomini erano stati legati suoi allorchè aveva invitato Ottone a venire

a Roma. Fece imprigionare Otgero vescovo di Spira, ma represse la sua

rabbia di vendetta a tal segno, che lo rimandò poi all’Imperatore, di

cui non voleva stuzzicare troppo oltre la collera[446]. Nel frattempo

Ottone continuava a starsene a Camerino, dove aveva celebrato la Pasqua

insieme col Papa creatura sua; indi, apprestatosi a muovere contro

Roma, prima ancor che giungesse alla Città, gli capitava messaggio che

Giovanni XII era passato di vita. Se sieno veritiere alcune narrazioni,

questo Pontefice trovava una morte degna della sua vita: una notte il

diavolo faceva tanto, che lo strascinava fuori di Roma coll’esca di

adulteri amori; e vicario del diavolo era un marito offeso, il quale

gli assestava sul capo una botta così gagliarda, che otto giorni

dopo moriva, addì 14 di Maggio del 964. Altri dice che finisse di

apoplessia, ed è cosa verosimile, dacchè una tremenda concitazione

dovesse agitare il suo animo. Di tal guisa, il figlio del glorioso

Alberico cadeva vittima delle sue dissolutezze e altresì di quel

dualismo che si accoglieva in lui, principe e papa ad un’ora medesima.

Però la sua giovinezza, la origine che aveva da Alberico, i tragici

contrasti della sua vita gli danno qualche diritto ad una sentenza più

mite; nè la storia gliela rifiuta[447].

I messaggeri che andavano all’Imperatore in Rieti, dove allora era

giunto, per annunciargli quella morte, gli soggiungevano che i Romani

s’erano eletto un nuovo Papa, e ne chiedevano la confermazione.

Ma Ottone protestava di volere piuttosto spezzare la sua spada che

rompere la sua parola, e dicea che veniva per restituire papa Leone in

Roma, e per punire senza remissione la Città, se essa gli rifiutasse

obbedienza. Morto Giovanni XII, i Romani s’erano eletto un pontefice;

avevano infranto il giuramento che era stato loro strappato, e s’erano

ripigliato il loro diritto preziosissimo. Non prestavano reverenza a

Leone VIII, ch’era stato deposto nel dì 26 di Febbraio, e ancora una

volta tentavano di gettar disfida contro all’Imperatore, così che, dopo

una violenta scissura delle fazioni, veniva eletto Benedetto, cardinal

diacono, e lo acclamavano le milizie: era uomo egregio, che in mezzo

alla barbarie di Roma s’era acquistato il raro titolo di grammatico, e

con questo nome andava denotato[448].

Accusatore di Giovanni, aveva sottoscritto alla deposizione di lui, ma

era pure quel desso che aveva assistito al Sinodo del Febbraio, in cui

s’era condannato il Papa creato dall’Imperatore. La indignazione dei

delitti commessi da Giovanni aveva imposto silenzio a maggiori doveri,

e i Romani miravano nel loro nuovo Papa l’uomo che avrebbe difeso

con coraggio la Chiesa contro le soperchianze imperiali. Ad onta del

divieto dell’Imperatore l’eletto fu tosto consecrato, e, sotto nome di

Benedetto V, salì alla Sedia apostolica.

Sennonchè Ottone giungeva; conduceva con sè Leone suo papa; veniva alla

testa di un esercito furente d’ira, e Roma era nuovamente minacciata

dalle furie della vendetta che accompagnavano un secondo Pontefice,

prima discacciato, adesso reduce. Le città del territorio romano

furono crudelmente saccheggiate e devastate: nemmeno gli Ungheri ne

avevano fatto sì aspra rovina[449]. Si tagliava la via a che pervenisse

vettovaglia, si cingeva la Città tutto all’intorno, non si permetteva

che alcuno v’entrasse; chi osava uscire cadeva sotto la spada nemica.

Ottone pose campo innanzi a Roma, chiedendo che la Città si arrendesse

a discrezione e consegnasse Benedetto; s’erigeva egli come Imperatore

che chiede obbedienza da una terra soggetta, ma i Romani non potevano

mirare in lui altro che un despota che veniva a loro torre l’ultima

reliquia d’independenza, quella libera elezione del Pontefice, che

avevano esercitato per diritto di tradizione. Cessata era, in fin

dei conti, la ignominia del governo di Giovanni XII; i Romani avevano

eletto a succeditore di lui un uomo pio, e umilmente avevano impetrata

la confermazione imperiale. Però, poteva Ottone lasciar cadere Leone

VIII, che un Concilio aveva creato pontefice col beneplacito suo?

Potevano d’altro canto i Romani rinunciare al tentativo di affermare

contro al novello Imperatore il loro antico diritto di elezione, senza

confessare che la servitù era tagliata al loro dosso? Il loro Papa,

involto nei vestimenti sacerdotali, saliva sulle mura e ammoniva i

difensori affinchè resistessero prodemente; ma l’Imperatore si rideva

della scomunica che gli veniva minacciata, e si prendeva giuoco della

debolezza dei Romani. La fame incominciava a infierire nella Città, e

alcuni assalti toglievano agli assediati il cuor di resistere[450].

Addì 23 di Giugno Roma aperse le porte; i Romani abbandonarono

Benedetto V alla sua sorte, e nuovamente giurarono obbedienza

sulla tomba di san Pietro: si aspettavano punizione fierissima, ma

l’Imperatore accordò loro un’amnistia[451].

Entrato che fu Leone VIII, obbedendo all’ordine di Ottone, radunò un

Concilio in Laterano. La presenza dell’Imperatore, di molti Vescovi

tedeschi e italiani e l’intervenzione di tutti gli ordini del popolo

di Roma fecero sì che l’adunanza avesse forme di perfetta somiglianza

col Sinodo tenuto addì 6 di Novembre. Lo sventurato Papa dei Romani,

vestito degli abiti pontificali, fu condotto nella sala ove il Concilio

sedeva; l’Arcidiacono lo richiese con qual diritto si fosse egli

arrogato di ornarsi delle insegne di pontefice mentre viveva ancora

Leone signore e papa suo, quello che egli stesso aveva contribuito ad

eleggere dopo la deposizione di Giovanni; e gli rinfacciò di aver rotto

fede all’Imperatore e signore suo ivi presente, cui giurato aveva di

non eleggere mai papa alcuno, senza averne da lui consentimento. Se

ho fallato, sclamava Benedetto tutto smorto in viso, pietà vi prenda

di me, e stendeva supplichevolmente le mani. I piagnistei facevano

male ad Ottone; la Chiesa romana, che, a’ tempi di Nicolò I, era stata

tribunale temuto dei Re, giaceva adesso ai piedi dell’Impero; Ottone

quindi volgeva istanza al Sinodo, intercedendo a favore di Benedetto

che abbracciava le sue ginocchia. Allora Leone VIII stracciava il

pallio dell’Antipapa; gli toglieva dalle mani tremanti la ferula e

la faceva in pezzi; gli comandava di sedersi sul nudo terreno, lo

spogliava degli abiti pontificali, lo privava di tutte le dignità

sacerdotali; soltanto, per far piacere all’Imperatore, gli lasciava

l’ordine del diaconato, e lo condannava a eterno esilio[452].

Da lungo tempo le fazioni della Città avevano signoreggiato la cattedra

pontificia impadronendosene con tumulto; financo femmine avevano

potuto eleggere Papi a loro piacimento, e la bruttura del Pontificato

era giunta, col nipote di Marozia, al suo culmine massimo. Perciò

l’Imperatore prestava un vero beneficio alla Chiesa, sottraendo

l’elezione pontificia alle mani di una nobiltà brutale. Il disordine

di Roma gli dava autorità dittatoria, così che egli raccoglieva nella

sua destra quella elezione, come se fosse stata un diritto imperiale

di lui, che in Germania aveva consuetudine di nominare i Vescovi a

suo piacimento. Quell’opera violenta era degna di un Principe che

sentiva in sè il dovere e la potenza di salvare colla sovranità del

suo comando la Chiesa precipitata a sì grande decadenza, e di renderla

in pari tempo servigievole alle idee dell’Impero. Nessun Imperatore

aveva mai conseguito un trionfo sì grande. La sua energia personale e

quella di alcuni succeditori suoi, che se lo tolsero a modello, resero

il Papato suddito all’Impero, la Chiesa di Roma vassalla a Germania.

La podestà imperiale salì a formidabile altezza, ma poi il Papato,

oppresso dalla maestà de’ suoi grandi dominatori, ne tolse vendetta,

perocchè esso (così per legge di natura vanno mutando le cose) non

soltanto riconquistasse la libertà perduta, ma con isforzi giganteschi

ne valicasse i limiti. La lotta che la Chiesa combattè contro il genio

tedesco, fu l’opera maggiore del medio evo; compose il grande dramma

della sua storia, e, scotendo il mondo in ogni fibra, seppe temprarlo a

sana gagliardìa.

Il tentativo glorioso fatto dai Romani per conservarsi il loro diritto

di elezione soccombette innanzi a una necessità istorica, chè il regno

germanico doveva, per un corso di tempo, trarre a sè la dittatura di

Roma e della Chiesa, affine di operarne la riformazione. La Città

umiliata aveva ricevuto l’Imperatore da padron suo; il Papa creato

dall’Imperatore era stato novellamente riposto sulla sua cattedra; ed è

cosa abbastanza probabile che Ottone adesso, a vece di starsi contento

di un giuramento, comandasse che un decreto pontificio pronunciasse

qualmente i Romani davano rinuncia assoluta al diritto elettivo;

è probabile che Leone VIII, creatura sua, si acconciasse a dare

adempimento al suo ordine. Un siffatto documento ci è conservato nelle

forme imperfette di compilazioni del secolo undecimo; però della sua

autenticità si destano gravi dubbî, e manifeste falsificazioni, fatte

a beneficio dei diritti imperiali, hanno reso irreconoscibile il suo

preciso tenore[453].

§ 4.

Ottone torna in patria. — Leone VIII muore nella primavera dell’anno

965. — Giovanni XIII è fatto papa. — Famiglia di lui. — Egli si rende

avversi i Romani. — È cacciato della Città. — Ottone muove contro

a Roma. — Si accoglie nuovamente il Papa. — I ribelli sono puniti

barbaramente. — Il _Caballus Constantini_. — Rimpianto a Roma caduta

sotto ai Sassoni.

Dopo che Ottone ebbe celebrato in Roma la festività di san Pietro,

abbandonò la Città, che era il giorno primo di Luglio dell’anno 964:

con sè adduceva Benedetto V, che più tardi confinò ad Amburgo. Leone

VIII, che, in mezzo a tanta difficoltà di cose, era rimasto a Roma, fu

sottratto al suo destino disperato, perocchè morte lo cogliesse nella

primavera dell’anno 965. Non osarono allora più i Romani di congregarsi

insieme per dargli un succeditore, e mandarono in Alemagna Azzone e

Marino vescovo di Sutri per rimettere all’arbitrio dell’Imperatore la

elezione pontificia. Eglino avevano indiritto i loro voti su Benedetto

V che era il papa di loro scelta, e avevano sperato che l’Imperatore

adesso lo confermerebbe; ma Benedetto moriva addì 4 di Luglio in

Amburgo, dove, sotto la vigilanza di Adaldago vescovo, aveva menato

vita di santi costumi[454]. La morte di lui liberava Ottone dal mal

passo di respingere le istanze dei Romani; congedò con molto onorifiche

cortesie i loro messaggieri e mandò a Roma, in loro compagnia, Otgero

di Spira e Liudprando di Cremona.

La elezione cadde sul Vescovo di Narni, che salì alla cattedra di san

Pietro addì primo di Ottobre dell’anno 965. Giovanni XIII, figlio del

Vescovo di Narni di pari nome, era stato educato in Laterano, dove

era salito per tutta la successione delle dignità sacerdotali ed aveva

acquistato gran rinomanza per la sua scienza erudita[455]. Nel Sinodo

di Novembre s’era schierato fra gli accusatori di Giovanni XII, indi

aveva preso parte alla deposizione di Leone VIII, ma è possibile che

all’esaltazione di questo avesse aderito soltanto di mala voglia. Di

illustre famiglia romana sortiva i natali, ed era prossimo congiunto

di Stefania Senatrice; più tardi dotava questa donna del feudo di

Palestrina, e il figlio di lei e di Benedetto conte (che aveva nome

eguale al padre) maritava alla figliuola di Crescenzio «dal cavallo

di marmo», e lo faceva rettore della Sabina[456]. Gli è propriamente

adesso che comincia lo splendore della famiglia dei Crescenzî, adesso

che caduta era quella di Alberico e di Ottaviano; fu Giovanni XIII che

la elevò a potenza, affine di averne un sostegno contro la nobiltà cui

tosto si inimicava. Egli si attaccava strettamente all’Imperatore per

tentare di svincolarsi dalla influenza degli ottimati, ma ne conseguiva

che si congiurava a suo danno[457]. A capo della cospirazione ponevasi

Pietro, prefetto della Città, e la menzione che tutto di repente vien

fatta di questo celebre officio ci ammaestra che l’Imperatore lo aveva

di bel nuovo restaurato. Associati a quello erano Roffredo conte della

Campagna, Stefano _vestiarius_, molti dei nobili, molti dei popolani.

I vessilliferi della milizia presero il Papa (addì 16 Dicembre), lo

gettarono nel castel Sant’Angelo, indi lo trassero nella Campagna,

e facile è che lo rinchiudessero nel castello di Roffredo[458].

La rivolta aveva caratteri di democrazia, avvegnaddio in ispecie i

capitani del popolo minuto (_Vulgus Populi_) saltino fuori assieme col

Prefetto della Città; trattavasi ancora una volta di liberare Roma dal

reggimento pontificio e dal giogo straniero, chè la perdita del giure

elettivo doveva involgere Roma in continue rivoluzioni: però, anche

questo scoppio di disperazione riusciva a tragica fine.

Nell’autunno dell’anno 966 Ottone venne in Italia: prima d’ogni

altra cosa punì la Lombardia sediziosa, dove lo sventurato Adalberto

aveva ancora una volta tentato la sorte delle armi, per fuggire indi

nuovamente in Corsica e per ricominciare la sua vita randagia nel

mondo. Allorchè l’Imperatore s’avvicinò a Roma, il suo approssimarsi vi

destò un moto di reazione. Giovanni, figlio di Crescenzio, si sollevava

insieme cogli aderenti del Papa discacciato; Roffredo e Stefano erano

trucidati, il Prefetto si salvava fuggendo; richiamavasi il Papa.

Giovanni XIII stava ricoverato sotto la protezione di Pandolfo conte

di Capua, al quale può darsi che fosse fuggito o che si fosse lasciato

andare. Con accompagnatura di genti di Capua venne nella Sabina, dove

Benedetto, nipote suo e genero di Crescenzio «dal cavallo di marmo»,

era conte; di colà rientrava nella città nel giorno 12 di Novembre,

dopo un esilio di dieci mesi e ventotto giorni[459].

Tosto dopo in Roma entrò Ottone. Quantunque la Città lo accogliesse

senza oppor resistenza, può essere che le sue soldatesche non la

risparmiassero delle loro vendette, nè dubitiamo che Roma s’insozzasse

del sangue di cittadini uccisi, e fosse data al sacco. Tanto era il

furore che lo agitava per ogni vena, che l’Imperatore deliberava di

punire severamente i capi della ribellione. I maggiori colpevoli,

uomini che si fregiavano del titolo di consoli, furono esiliati in

Germania. Dodici capitani del popolo, che nei manoscritti antichi

ricevono nome di _Decarcones_, espiarono il loro desiderio di

libertà sul patibolo; molti furono decapitati, o orbati degli occhi e

sottoposti a crudeli tormenti[460]. Barbara e insieme bizzarra come

l’indole di quella età fu la pena inflitta a Pietro prefetto della

Città, dopochè, fatto prigioniero, fu cacciato nelle carceri del

Laterano. L’Imperatore lo diede in mano del Papa, e Giovanni lo fe’

appiccare per i capelli alla statua equestre di Marco Aurelio. Così,

in questa strana occasione torna di repente a galla innanzi a noi un

celebre monumento degli antichi, e noi di buon grado ci soffermiamo a

discorrere del «_Caballus Constantini_.»

Questa egregia opera d’arte dura oggidì ancora, ornamento bellissimo

del Campidoglio. Chi di quel luogo la mira è compreso di venerazione

ripensando all’antichità di quasi diciassette secoli che passarono

sopra quell’Imperatore di bronzo, seduto sul suo destriero, col braccio

teso, maestosamente silenzioso e fiero: in quell’atteggiamento esso

continuerà a sedere, anche quando sarà andata in ruina una storia

parimente lunga di popoli, di religioni e di culture. Sorta allora

che la podestà dei Cesari era al suo culmine sommo, quella statua

equestre fu spettatrice della caduta dell’Impero e dello svolgimento

che ebbe il Papato in Roma. Goti, Vandali, Eruli, Bizantini, Tedeschi

le passarono innanzi, trucidando e saccheggiando, e la rispettarono.

Costante II, ladrone per la vita, la vide, ma non la portò via. Intorno

ad essa crollarono templi e basiliche, portici e colonnati e statue;

essa stette, senza soffrir danno, simile al genio solitario della

grandezza passata di Roma. Soltanto il nome ne sparve, avvegnaddio,

perita la statua equestre di Costantino che era collocata presso l’arco

di Severo, essa fosse battezzata col nome di quell’Imperatore, cui

la Chiesa aveva tanto debito di riconoscenza. La fantasia del popolo,

cui erano ignote le geste di Marco Aurelio e di Costantino, affibbiò

a quest’opera d’arte una rozza leggenda della sua origine. Un Re

straniero, così narravano i pellegrini, aveva in antico assediato Roma,

dalla porta Lateranense: era il tempo in cui la Città aveva il governo

dei Consoli e del Senato. In quelle angustie un guerriero dalla figura

gigantesca, od altrimenti un uomo del contado, offrivasi liberatore, ma

chiedeva in premio trentamila sesterzî e una statua equestre di metallo

dorato, monumento dell’opera sua. Concesse il Senato; egli allora montò

a dorso nudo sopra un cavallo, recando in mano una falciuola: sapeva

che quel Re ad ogni notte si faceva appiè d’un albero ove lo chiamavano

occorrenze del corpo; gliene dava avviso una civetta, la quale, seduta

sull’albero, allora incominciava a stridire. L’uomo agguanta il Re

e lo strascina con sè; in quello i Romani assaltano il campo nemico,

fanno man bassa dell’oste avversa, e insaccano un immenso bottino di

tesori. Il Senato adempiè alla sua promessa, diede all’uomo liberatore

la sua ricompensa; e gli fe’ fare un cavallo di bronzo dorato, senza

sella, con sopra il cavaliere che teneva teso il braccio con cui aveva

afferrato il Re. Sulla testa del cavallo fu collocato il simulacro

della civetta, e il Re fu raffigurato, avvinte le mani, in atto che

l’ugna del corridore lo calpesta[461].

Omai nel secolo decimo la statua equestre di Marco Aurelio era posta

nel _Campus Lateranensis_. La basilica che ivi s’ergeva era stata

fondata da Costantino, le case patriarcali erano state palagio suo;

perciò la piazza che vi si stendeva innanzi fu ornata del monumento

che da lui aveva ricevuto il nome. Noi supponiamo essere di già stato

Sergio III, che, dopo di avere ricostruito la basilica, ve la faceva

collocare; nè era il solo monumento antico che di sì buon’ora venisse

trasportato al Laterano; avvegnachè fosse possibile che nel palazzo

pontificio e imperiale, residenza delle somme podestà di Roma, si

raccogliessero quei tali monumenti che ricordavano le grandezze dei

Romani. E fin dal secolo decimo il gruppo in bronzo della lupa che

allatta i bambini era posto in una sala del palazzo Lateranense, dove,

sotto la presidenza del _Missus_ imperiale, si teneva giudizio; e il

luogo da quel gruppo aveva nome _ad Lupam_[462].

Ma torniamo al Prefetto appiccato per i capelli. Tolto giù, e nudato

dei vestimenti, Pietro fu cacciato a bisdosso di un asino colla faccia

rivolta verso la coda, e questa, munita di un campanello, gli venne

posta in mano come se gli servisse di briglia. In testa gli fu messo

un otre piumato, due simili vasi gli si appesero alle gambe, e in tale

assetto lo si trasse per le vie tutte di Roma: dopo ciò, fu mandato in

esilio oltr’alpe[463]. Vendetta fu tolta anche dei morti; i cadaveri

di Roffredo conte e di Stefano _vestiarius_ furono, per comandamento

dell’Imperatore, strappati alla loro fossa, e gettati fuori della

Città. Queste severità destarono spavento e ire in Roma, sensazione

e pietà al di fuori; crebbe l’odio dei nemici dell’Impero. Non v’era

che Giovanni XIII, il quale avesse ragione di ringraziarne Ottone; e

lo nomava liberatore e restauratore della Chiesa cadente, imperatore

illustre, grande, e tre volte benedetto[464]. Peraltro i Romani non

poterono mai imparare a inchinarsi davanti la podestà di Re stranieri,

che scendevano con loro eserciti dalle Alpi per torsi in san Pietro

una corona ed un titolo, coi quali signoreggiavano la loro Città.

Rodendosi di collera in silenzio, eglino si dovettero curvare sotto

alla mano potente della casa di Sassonia. Non avevano più fra loro un

poeta, che descrivesse a parole le sorti della Città illustre, sì come

un tempo gli antenati loro avevano fatto. Il solo Monaco di Soratte,

che pon termine alla sua Cronica coll’arrivo di Ottone irato e della

sua «immensa oste di Gallia», getta commosso da sè la penna, ed espande

l’animo in lamenti: è un balbettìo barbarico, ma il sentimento che lo

ispira parla chiaro alla nostra mente.

«Guai a te, Roma!», sclama Benedetto, «perocchè tanti popoli ti

opprimano e calpestino: tu caschi in mano anche del Re sassone; il tuo

popolo è giudicato a colpi di spada; la tua robustezza è annichilata.

Il tuo oro e il tuo argento costoro se lo portan via ben mucchiato

nelle loro sacca. Madre fosti, ed ora sei fatta figliuola. Quel che

possedevi, perdesti; ti rapirono il fiore della giovinezza primiera;

a’ tempi di Leone papa ti calpestò il primo Giulio. Quando fosti al

culmine della tua potenza trionfasti dei popoli, frangesti in polvere

il mondo, svenasti i Re della terra. Tenesti scettro e podestà grande:

sei saccheggiata tutta quanta e messa a tributo dal Re sassone. Come

dissero alcuni savî e come trovasi eziandio scritto nelle tue storie,

un tempo hai domato i popoli stranieri, e vincesti per ogni verso il

mondo, da settentrione a mezzodì: di te prende possedimento il popolo

delle Gallie: troppo bella fosti. Tante erano le tue mura turrite e

merlate quante trovasi detto: avevi trecentottantuna torre, quarantasei

castella, merli seimilaottocento; quindici erano le tue porte. Guai a

te, città Leonina: già da lungo tempo presa fosti, ma adesso caduta sei

nell’abbandono del sassone Re[465].»

Questa voce, piangente la Roma caduta sotto ai Sassoni, usciva

del petto di un fraticello ignorante che sedeva sul solitario

monte Soratte: dalle sue cime mirando in giù su quei campi così

indicibilmente belli, ei poteva seguire coll’occhio tutte le imprese

armate dei popoli, che, anno sopra anno, vi scorrevano per mezzo,

moventi a dar l’assalto all’eterna Roma, ed a riempierla di sangue

e di terrore. Nelle condizioni mutate di Roma la lamentazione del

frate non può più commuoverci come ci commossero le elegie dei tempi

che precedettero; tuttavia essa si associa alle voci di doglianza

che Girolamo sollevava dopo che la Città era caduta sotto ai Goti, a

quelle di Gregorio, quando la angustiava la pressura dei Longobardi,

finalmente al toccante inno di dolore che plorava Roma soggiogata da

Bisanzio. Ma allorchè quella lamentazione si compara a queste elegie

il suo stile orribilmente barbaro ci mostra quanto in basso fossero

cadute, nel secolo decimo, anche la lingua e la scienza dei Romani.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 19 / 35 题