§ 1.
Leone VI e Stefano VII, papi. — Il figliuolo di Marozia sale alla
cattedra pontificia con nome di Giovanni XI. — Ugo re. — Marozia gli
offre mano di sposa a Roma. — Loro sponsali. — Il castel Sant’Angelo. —
Rivoluzione in Roma. — Il giovine Alberico s’impadronisce del potere.
A Giovanni X succedettero due Papi, i quali non furono altro che ombre
vane, creature entrambi, senza alcun dubbio, di Marozia or divenuta
onnipossente, cui non era dato peranco di elevare alla cattedra
di san Pietro il suo proprio figliuolo, avvegnaddio la giovinezza
troppo acerba di questo lo impedisse. Leone VI, figlio di Cristoforo
primicerio, fu papa soltanto per pochi mesi, in quello stesso tempo
che il suo predecessore, deposto violentemente, languiva tuttavia in
un carcere. Dopo di Leone, si innalzava alla sedia pontificale Stefano
VII, anch’egli romano come l’altro. Quantunque tenesse il pontificato
per più di due anni, fino al Febbrajo od al Marzo dell’anno 931, le
opere di lui ci sono affatto ignote[372]; l’esistenza di questi due
Papi andò perduta in un silenzio così profondo, che financo Liudprando,
loro contemporaneo, sebbene d’alquanto più giovane, gli ebbe preteriti
per modo tale, che a Giovanni X ei fa tosto susseguire Giovanni XI. Con
questo Papa il potere di Marozia comincia a non aver più confine.
Giovanni XI era figlio di questa famosa donna romana, che si faceva
appellare Senatrice e perfino Patrizia, avvegnachè ora ella fosse in
fatto la dominatrice temporale della Città ed elettrice dei Papi: padre
di lui reputavasi Sergio III, ma è cosa tuttavia incerta. Una femmina
tiranneggiava adesso la Chiesa e Roma. Morto era allora il suo secondo
marito, Guido di Tuscia, che senza dubbio i Romani avevano nominato
Patrizio; però la dignità di margravio era toccata a Lamberto fratello
di lui. Rimasta appena vedova, Marozia pensava a trovarsi un terzo
marito, e i suoi desiderî, fatti sempre più audaci, si levavano fino
ad Ugo re d’Italia. Lamberto, ch’era giovane ed aveva vigoria d’animo,
rivolgeva i suoi intendimenti a grandi cose, laonde era cagione di
pericolo a quel Principe: costui voleva sbarazzarsene e presto; perciò
afferrava la mano che la Patrizia di Roma gli offeriva.
Ugo era maestro d’inganni e di astuzie: dissoluto, avaro, temerario,
non si faceva coscienza di cosa alcuna, e coi modi più perfidi si
studiava di ampliare il suo reame italico: egli raffigura al vivo la
vera tempra di quell’età. In essa, Stato e Chiesa, così in Francia che
in Italia, erano in balìa della dissoluzione più spaventosa, laddove
la robusta Alemagna per buona ventura, non era tocca che lievemente
di quel pestifero morbo romanesco, ed è per questa ragione che essa
custodiva nel suo seno il principio della legge morale e del diritto,
e le era riserbata la missione di rigenerare l’Impero di Carlo insieme
colla Chiesa: tuttavolta i tempi non ne erano peranco maturi, e Italia
doveva in prima piombare nell’estremo del decadimento. Se ci fosse
concesso di soffermarci a lungo fuor dei limiti della storia di Roma,
potremmo mostrare come quell’Ugo facesse traffico dei Vescovati e delle
Abazie d’Italia, e li riempiesse di impudenti cortigiani, e sbrigliasse
ogni licenza di desiderî, e soffocasse tutti i sensi di giustizia.
Liudprando vescovo viveva allora in Pavia, ed era paggio alla corte
di quel Re, di cui s’aveva guadagnato il favore col suono armonioso
della sua voce; ivi era dove acquistava quelle tendenze d’ingegno
frivolo e arguto, che in parte è impresso negli scritti suoi. Magnificò
egli con lodi Ugo tiranno, sì come più tardi il Macchiavelli fece di
Cesare Borgia un eroe; gratitudine, intendimento politico e ricordanze
di quei suoi anni giovanili vissuti in vita cortigianesca influirono
sul giudizio di lui: celebrò Ugo come principe prudente, coraggioso,
liberale, favoreggiatore di preti e di scienze, e addirittura lo
appellò filosofo. Certo è che quel Principe s’ornava di pregi fuor del
comune; le sue dissolutezze ammantava con forme cavalleresche; molto
trattava con Santi, ad esempio con Odone di Cluny; ma in pari tempo
era il più audace libertino del suo tempo. Poco diverso da un Sultano,
teneva con sè un aremme ben fornito; financo Liudprando, ai cui occhi
tutte le donne parevano non esser altro che femmine da partito, ne lo
doveva biasimare, ma, in mezzo alla censura, trovava di che spassarsi
alla facezia del popolo, il quale alle favorite di Ugo dava nomi di
dee; chè Pezola era appellata Venere, Rosa passava per Giunone, e
la bella romana Stefania aveva nome di Semele. Ad ogni modo, innanzi
ai delitti di Ugo, anche il Vescovo, che pur era privo di coscienza,
non può far tacere ogni voce di verità, ed egli stesso narra che, per
ottenere la mano di Marozia, il Re non si trattenne di vituperare la
propria madre. Le leggi canoniche divietavano i maritaggi fra cognati
come se fossero state nozze incestuose, e Marozia era stata moglie
di Guido, fratello uterino di Ugo. Perciò questi andò affermando
publicamente, che i tre figli di sua madre Berta erano stati suppositi
nel parto: non giovò che Lamberto, secondo il costume di quel tempo,
dimostrasse in duello l’origine sua legittima, e della prova uscisse
vincitore; Ugo attirava un dì il fratello in un suo trabocchetto, lo
faceva acciecare, lo cacciava in un carcere, e dava il margraviato di
Toscana a Bosone fratel suo, nato dell’istesso padre. Tostochè s’era
così liberato di Lamberto, andava egli a Roma per celebrare il suo
matrimonio con Marozia, cui la morte di sua moglie Alda aveva lasciato
libero il varco.
Marozia, di mariti non mai sazia, calpestò ogni riguardo religioso,
chè censure o anatemi non poteva temere da un Papa che le era
figliuolo[373]. Appena morto Guido, ella aveva spedito messaggi a
Ugo, per offerirgli la sua mano di sposa e il possedimento di Roma,
dove la podestà temporale non era più del Papa. Ella medesima non
si sentiva ben forte nella signoria della Città; soltanto per breve
ora una femmina poteva tenervi luogo potente coll’ajuto di uomini
che erano suoi vassalli o zerbini, e doveva ben temere che i Romani,
presto o tardi, risentendosi di loro onta, fossero per iscuotere il
turpe giogo[374]. Alla sua sconfinata ambizione sorrideva il pensiero
di cambiare il titolo di senatrice, ossia di patrizia, colla pompa di
regina, e già le pareva di ornarsi della porpora d’imperatrice, chè il
figliuolo di lei, Giovanni I, non avrebbe potuto rifiutarsi di porre
la corona imperiale sul capo di colui che presto sarebbegli divenuto
patrigno, ed era re d’Italia. Ugo non adescavano i vezzi di una beltà
avvizzita, bensì le aspettazioni che gliene erano offerte, ed ei veniva
a Roma per isposarsi a Marozia e per torre possesso del Patriziato,
della Città e di tutto ciò che doveva conseguire da quel connubio.
Gli avvenimenti che ora succedevano segnavano nella storia di Roma
caratteri tutto nuovi; di repente e per la prima volta partorivano una
tirannide, quale nei tempi antichi aveva oppresso le città di Grecia,
o quale, nel più tardo medio evo, doveva gravare le spalle alle città
d’Italia.
Nel Marzo dell’anno 932 Ugo giunse alla testa di un esercito: sia che
seguisse l’esempio dei suoi predecessori o che obbedisse alle leggi di
Roma, fece che le sue soldatesche ponessero campo fuori della Città;
egli v’entrò con grande accompagnatura di cavalieri, circondato del
clero e della nobiltà, che lo avevano salutato con omaggio degno di
re. La fidanzata stava attendendolo ansiosamente, ma gli sponsali di
quella femmina, maestra raffinata d’arti galanti, dovevano celebrarsi
entro a un sepolcro: la sala delle nozze e la stanza nuziale erano
apprestate con grande magnificenza in una tomba, quella di Adriano
imperatore, il cui sarcofago di porfido riposava allora tuttavia nella
camera sepolcrale. Al mondo non v’ha un secondo edificio, il quale
possa vantare una storia fortunosa sì che superi ogni imaginativa,
parimenti di quella del mausoleo di Adriano: nè esso l’ha peranco
tutta fornita la sua storia; gli si spetta di continuarla ancora per
un corso di secoli lunghi, i quali non saranno peraltro tanto tristi
e oscuri come furono quelli del suo tempo passato. Da Onorio in poi,
nella storia della Città ci avvenne di far cenno spesse volte di quel
monumento; e di esso parlammo da ultimo, allorquando le brune cime
delle sue moli furono inondate di luce alla visione celeste che parve
innanzi agli occhi di Gregorio. Fin dal settimo secolo, a ricordanza
di quel portento, s’era edificata una chiesa sul suo vertice sommo, e
dedicata all’arcangelo Michele; dal suo luogo aveva avuto nome di _S.
Angeli usque ad coelos_, «fino al cielo»[375]. Al tempo di Marozia era
quasi caduto in oblio l’officio cui in origine aveva servito il castel
Sant’Angelo; appellata dal popolo «casa di Teodorico», da secoli la
tomba di Adriano serviva da fortezza munita, ed era la rocca più salda,
anzi la sola, di Roma. Ella è perciò cosa mirabile, che Liudprando,
il quale coi proprî occhi vide la mole di Adriano, la chiami fortezza
addirittura, senza pur darle nome di _Hadrianeum_. Poichè Liudprando
scriveva la storia degli eventi di allora, gli premeva di dare la
descrizione del castello, sì come ne aveva preso cura Procopio,
allorchè aveva narrato dell’assalimento recatovi dai Goti: però adesso
s’era spenta ogni idea d’antico, e Liudprando non sapeva dir altro che
queste parole: «All’ingresso della città di Roma v’ha una fortezza;
mirabile ne è il lavoro e mirabile la gagliardia; innanzi alla porta
sua è edificato un prezioso ponte che traghetta il Tevere, e dal quale
passano tutti coloro che entrano in Roma o che ne escono, sempre che lo
conceda la scolta della rocca. E la fortezza, per tacere di tutto il
rimanente (questo ci addolora!), è tanto alta che la chiesa edificata
all’arcangelo Michele, e che vedesi eretta sul vertice suo, è chiamata
_S. Angeli Ecclesia usque ad coelos_»[376]. Magnifico pertanto doveva
essere tuttavia l’aspetto del mausoleo, e ancora doveva possedere molta
parte dei suoi intonachi di marmo. Per fermo vi si leggevano peranco
le iscrizioni degli Imperatori ivi sepolti, che il frate di Einsiedeln
trascrisse; ma il tempo aveva appena lasciato una sola delle sue statue
o uno solo dei suoi colonnati che non fossero miserevolmente ruinosi,
ed è difficile che sul ponte di Adriano sorgessero ancora quelle statue
che un tempo lo avevano adorno di tanto grande bellezza.
Ugo adesso era messo dentro al castel Sant’Angelo, vi celebrava il
suo matrimonio con Marozia, e può darsi che il figlio di lei, Giovanni
XI papa, lo benedicesse. Tacciono i Cronisti delle festività date in
occasione di questo strano imeneo, ed è mirabile cosa che eglino non
facciano pur parola degli apparati della coronazione imperiale. Se
questa, nè può dubitarsene, stavasi preparando, la repentina mutazione
delle cose che avveniva in Roma la faceva tramontare. Ugo, che era
in possesso del castello ed aveva innanzi agli occhi la sua prossima
podestà, cominciava con grande alterigia a farla da padrone: trattava
con disprezzo gli ottimati romani, e da ultimo recava offesa mortale ad
Alberico, giovane figliastro suo, il quale doveva odiar di gran cuore
il matrimonio della madre, dappoichè questo troncasse la via ai suoi
intendimenti. Già l’astuto Ugo aveva accolto il disegno di disfarsi,
tosto che gli fosse data opportunità propizia, del giovane romano con
acciecarlo o con mescergli veleno, e Alberico da parte sua ne viveva
anche in temenza. Costretto dalla madre a prestare al patrigno officio
di paggio, un bel giorno il giovinetto con baldanzosa inaccortezza,
mentre gli versava acqua, ne rovesciava tutto il vase sulle mani del
Re superbo, che lo puniva con una ceffata. Alberico, gettando fiamme
per l’ira che gli bolliva in petto, si lanciava fuori del castello,
raccoglieva i Romani, gli scaldava con un discorso, dimostrava essere
per loro onta indegna obbedire al governo di una femmina e lasciarsi
dominare dai Borgognoni, barbari famelici che un tempo erano stati
schiavi di Roma. Alle sue parole dava nerbo la ricordanza dello
splendore antico di Roma, che invocava: quelle reminiscenze, immortali
in Roma come i monumenti delle età trascorse, ebbero sempre potenza,
in pari condizioni di cose, di accendere l’animo dei Romani; talmente
avveniva allora che Alberico parlava, come più tardi accadde ai tempi
di Crescenzio, di Arnaldo, di Cola di Rienzo, di Stefano Porcari, o dei
così detti republicani dell’anno 1798 e del 1848[377]. I Romani, che da
lunghissimo tempo covavano desiderio di sollevarsi contro a Marozia e
contro al novello Patrizio che loro era imposto, si levarono furibondi.
Le campane sonarono a stormo; il popolo corse con grida terribili alle
armi, sbarrò le porte della Città affine di impedire che v’entrassero
le soldatesche di Ugo, e diè assalto al castel Sant’Angelo. Ugo e
Marozia stavano rappiattati e tremanti nella tomba di Adriano. Poichè
non poteva sperare di difendersi lunga pezza contro gli assalitori,
il Re pensò di fuggire: di nottetempo, come un galeotto che scampa
del carcere, calò del castello tenendosi a una fune, scese alla mura
della città Leonina, e, lieto in cuor suo di avere schivato la morte,
corse al campo de’ suoi, donde poi mosse con malanno e con vergogna
a Lombardia, dietro a sè lasciando il suo onore, la sua donna e una
corona d’imperatore.
Siffatta fine imprevista ebbe in Roma la pompa regale del matrimonio di
Marozia. Ma la Città era libera e giubilante. D’un colpo solo i Romani
s’erano disfatti di monarchia regia, d’impero, di podestà temporale del
Papa, avevano conseguito independenza cittadina, e adesso eleggevano,
ossia acclamavano Alberico a loro principe: prima opera del giovane
signore di Roma era quella di cacciare in un carcere la madre, e di
serrare in Laterano con vigilata custodia il fratello suo, Giovanni XI
papa[378].
§ 2.
Natura del rivolgimento avvenuto in Roma. — Alberico, _Princeps atque
Senator omnium Romanorum_. — Concetto di questo titolo. — Il Senato.
— Le _Senatrices_. — Fondamenta su cui posava il potere di Alberico.
— L’aristocrazia. — Condizioni della cittadinanza romana. — Milizia
cittadina. — Ordini di giustizia al tempo di Alberico.
Il rivolgimento avvenuto in Roma non s’inspirava in guisa alcuna a
quelle idee romantiche dell’antichità, che più tardi vedremo sorgere
a vita nella Città. Aristocratica ne era l’indole, e Roma diventò
republica di nobili. Dacchè i Papi avevano conseguito il reggimento
temporale, le famiglie romane di ordine cospicuo gli avevano combattuti
sempre, e il risultamento di quella lotta era stato, ognor più,
favorevole ad esse. La mano vigorosa de’ Carolingi primi aveva messo
a dovere gli ottimati; la caduta della podestà imperiale aveva lor
lasciato libero il campo. Al finire del secolo nono erano eglino
diventati i padroni del reggimento civico; sotto di Teodora, e più
decisamente sotto di Marozia, s’erano veramente insignoriti del potere.
Il rivolgimento dell’anno 932 abbatteva la possanza effettiva, ma
illegittima, di una femmina, che aveva trovato sostegno nella salda
grandezza di sua famiglia e dei mariti suoi, uomini non romani: ed
era propriamente l’erede di quella donna romana, che la rivoluzione
elevava a capo della Città, in quello che ne consecrava la signoria
con elezione e con titolo legittimo. Il mutamento di cose tolse al
Papa, che alla medesima famiglia apparteneva, il _dominium_ temporale,
e lo diede al fratello di lui: fu in pari tempo una rivoluzione di
famiglia e di Stato. Colla cacciata di Ugo i Romani proclamarono di
non volerne saper più di gente straniera, di non voler Re o Imperatori
che, da signori supremi li tenessero in sudditanza; protestarono di
volersi reggere da sè stessi con ordini nazionali. Roma fece tentativo
mirabile di conseguire independenza politica; e, tutt’a un tratto, la
città capitale del mondo entrò nel novero dei piccoli Ducati italici,
sì com’erano Venezia, Napoli, Benevento: in mezzo alla cerchia delle
donazioni che avevano costituito lo Stato della Chiesa i Romani si
proponevano di formare uno Stato temporale libero, in quello che il
Pontefice era ridotto alle sue discipline religiose, sì come era stato
anche in tempo addietro.
Il titolo nuovo che la Città concedeva al suo signore novello, non
fu di _Consul_ o di _Patricius_ dei Romani; i contemporanei suoi,
lo chiamano così, soltanto perchè se n’era diffusa costumanza. In
questo periodo di tempo la dignità di Patrizio denotava la podestà
puramente temporale e giudiziaria che reggeva Roma, ma si associava
al concetto di un vicariato pari a quello che altra volta aveva avuto
l’Esarca, e perciò significava che, al di sopra del Patrizio, stava
una podestà suprema di comando. A titolo di tale natura non si volle
dare accoglienza, laonde Alberico ebbe quello di _Princeps atque
omnium Romanorum Senator_, ed egli sottoscrisse ai suoi atti, secondo
lo stile del tempo, in questa maniera: «Noi Alberico, per grazia di
Dio, umile Principe e Senatore di tutti i Romani»[379]. Di siffatti
titoli insieme associati, quello soltanto di _Princeps_ era nuovo per
Roma. Roma vi faceva protesta di sua independenza; avvegnaddio anche
Arichi di Benevento si fosse dato titolo di _Princeps_, allorquando,
caduta Pavia, aveva proclamato il suo principato independente. Poichè
la podestà regia era separata dal Papato, il titolo significava la
podestà di principe temporale, a contrapposizione di quella religiosa
che il Pontefice continuava a possedere: pertanto, esso era anteposto
decisamente a qualunque altro, e lo dimostrano Diplomi e Croniche, dove
talvolta difetta l’altro titolo di «Senatore di tutti i Romani.» Per lo
contrario, anche Teofilatto, avo di Alberico da parte di madre, aveva
tenuto dignità di «Senatore dei Romani», ma, probabilmente adesso per
la prima volta, il titolo si accresceva coll’addiettivo «tutti». In sè
aveva un’importanza essenzialmente civica, che allettava le ricordanze
dei Romani; e siccome poi Alberico usciva del seno dell’aristocrazia,
che allora abbastanza spesso aveva nome di _Senatus_, in lui si
riveriva di quel modo il capo della nobiltà romana. Dicendo della
storia del secolo ottavo, noi ci siamo industriati di scoprire se
qualche traccia vi avesse di una esistenza continuata del Senato
romano, ma trovammo che questo, fuor d’ogni dubbio, s’era spento. Anche
durante il periodo de’ Carolingi non si riscontra indizio di sua vita;
ma, ancor più frequente negli Storici del secolo nono e in quelli del
decimo, e nei documenti di quelle età, si produce il nome di _Senatus_,
tolto in forma di concetto generale. Dacchè l’Impero romano era stato
restaurato sotto di Carlo, dacchè i titoli antichi di _Imperator_ e
di _Augustus_, e financo la determinazione del Postconsolato degli
Imperatori tornavano a udirsi novellamente, rivivevano allora più
fortemente le memorie dei tempi antichi; se già gli ottimati dei
Franchi di buon grado si nomavano _Senatus_, cupidamente ancor più
la nobiltà di Roma doveva impadronirsi del titolo: e tanto abituale
diventava, che il nome suo si legge fino negli Atti di un Concilio,
là dove è statuito che il Papa debba essere eletto da tutto il clero,
dopo la proposta che ne facciano il Senato e il popolo[380]. Però, non
sono più degne di accoglimento le opinioni di quegli Scrittori, che,
dall’usanza di un nome antico, conchiudono alla durata del Senato,
così che questo nel secolo decimo continuasse in vita. La esistenza di
un Senato fa presupporre che vi fossero dei Senatori veri, ossia dei
singoli membri suoi che si nomassero e si sottoscrivessero col nome
di _Senator_, ma, quantunque in carte innumerevoli di quell’epoca,
prima e dopo, trovassimo uomini romani che si segnavano col titolo
di _Consul_ e di _Dux_, neppur una ci fu dato di scoprirne, in cui
un Romano si appellasse _Senator_. Questo concetto si presenta ognora
con significato collettivo, e, in generale, si discorre di Senato e di
nobili Senatori, ossia di maggiorenti della Città. Teofilatto fu, dopo
la fine del Senato antico, il primo uomo romano che si nomasse Senatore
dei Romani, ma l’addiettivo «tutti» dappoi dimostra, che di un Senato
veramente costituito non può aversi mente. Parimente non crediamo
che il titolo di _Senator_ in Alberico avesse pari significazione
di _Senior_ ossia di «Signor», e reputiamo che più determinatamente
denotasse la sua podestà municipale[381]. Concedendogli il consolato
a vita, colla dignità di «Senatore di tutti i Romani», i Romani
significavano la maggior larghezza dell’officio ch’egli doveva tenere
nella nuova Republica romana; nè puossi perder di vista che, anche
in tempo posteriore, spesso non v’ebbe in Roma che un solo Senatore.
Oltracciò, questo titolo si mostra essere stato ereditario nella
famiglia di Alberico, locchè non accadde per alcun’altra stirpe di
Roma: ed invero anche le donne, la sua zia, la giovane Teodora, le
figlie di lei Marozia e Stefania, avevano nome di _Senatrix_, e,
financo, il titolo era reso completo coll’aggiunta _omnium Romanorum_.
Ed è cosa abbastanza degna di nota, che femmine si ornassero in Roma
del nome di Senatrici, laddove in quel tempo nessun Romano tenesse
titolo di Senatore fuori di Alberico, e, dopo di lui, di Gregorio di
Tusculo che gli fu nipote[382].
La nuova signoria di Alberico posava dunque, anzi tutto, sulla
aristocrazia: meglio ancora, il suo fondamento più robusto risiedeva
nella potenza di sua famiglia. Non erano caduti in dimenticanza i
servigî prestati dal padre suo, che aveva capitanato i Romani al
Garigliano ed ornato Roma di nuovi allori; sennonchè, ultimamente,
questo padre era pure stato nemico di Roma, e sempre uomo intruso: che
ciò durasse in mente, ce ne ammaestra il considerare che il figliuolo
non vien mai denotato dal padre suo Alberico, ma sempre dalla madre
Marozia, avvegnaddio questa donna romana per qualche tempo fosse stata
capo della famiglia, che più tardi ebbe appellazione di Tusculana,
e il giovane Alberico non dal padre, ma da lei ereditasse tutto
quello che possedeva. La casa di Marozia (questa donna scompare dalla
storia senza lasciar traccia di suo fine) s’associava per ragione di
matrimonî a molte altre famiglie, che erano in Roma e nel territorio
della Città. Poichè ora Alberico possedeva dovizia molta, ed estesi
beni fondi, e numerosi vassalli, e il castel Sant’Angelo, per sè
stesso era ormai l’uomo di massima potenza; gli altri ottimati egli
incatenava alla sua causa per comune beneficio della independenza,
per elettissimi officî del reggimento che loro concedeva, e per
donativi di molti beni ecclesiastici che eglino chiedevano con avida
cupidità. Il mutamento avvenuto in Roma traeva seco un organamento
nuovo; la nobiltà s’impadroniva del governo, ed ora poteva statuirsi
la cerchia di coloro cui il reggimento apparteneva, e che avevano il
diritto di prender parte alla cosa publica. Confessiamo però, che
ci mancano notizie precise degli istituti di Alberico. Non udiamo
parola di un Senato che si raccogliesse nel Campidoglio, nè di nuovi
ordinamenti nella magistratura. Non si discorre di Patrizio o di
Prefetto, imperocchè Alberico la loro podestà raccogliesse nella
persona sua; nè si può pur pensare ad una costituzione civica che si
foggiasse secondo lo stile dei tempi posteriori. Le relazioni della
nobiltà col ceto de’ cittadini mediocri, non s’erano allora peranco
stabilite in forma di contrapposti, e gli è soltanto da questi che
derivano gli ordini delle costituzioni. In una città che non aveva
vita di traffici o di industrie, che era zeppa di preti, di frati, di
monache, ch’era dominata da prelati, a mala pena poteva esistere una
classe di media cittadinanza. Non v’erano che preti, nobili e plebe,
ma il ceto medio sociale, fornito d’intelletto e di operosità, su cui
riposano le libertà e le forze dello Stato, mancava in Roma, sì come
propriamente vi manca anche al dì d’oggi. Abbiamo riletto con attenta
cura i documenti di quell’età, per iscoprirvi traccia della vita
dei cittadini mediocri di Roma: qua e là rinvenimmo soltanto citati
dei testimonî col predicato dei loro mestieri, quali sono quelli di
_lanista_, di _opifex_, di _candicator_, di _sutor_, di _negotiator_.
Ma i lavoratori delle lane, gli orafi, i fabbri, gli operai, i pochi
mercatanti, attendevano alle loro arti in una città che non aveva
spiro d’industria, senza che pur loro sorgesse in mente con qualche
vivezza il pensiero, che anche a loro competeva diritto di prender
parte al governo cittadino. Gli era soltanto all’elezione del Papa
che facevano udire con acclamazioni la loro voce, e, nelle cose di
loro interesse, si congregavano in tornate delle loro Scuole, ossiano
_artes_, che duravano sotto il reggimento di proprî priori. La povertà
e le necessità della vita li tenevano in dipendenza degli ottimati che
chiamavano loro patroni, e presso ai quali eglino, sì come i coloni
ossiano fittaiuoli, stavano spesse volte in condizione di clienti
e in pesante rapporto di protezione e di debito: può darsi che il
novello signore di Roma li regalasse di privilegî in riguardo alle loro
corporazioni. Il popolo minuto finalmente, quantunque massimamente
vivesse della Chiesa e della liberalità di essa, mutava volentieri
di padrone, e di buon grado obbediva ad un Principe romano fornito di
energia, ch’era giovane, splendido, bello di persona, e collo sguardo
imponeva autorità[383]. La sua mano di ferro reprimeva i tumulti, dava
quiete al cittadino, e lo difendeva contro le tracotanze dei forti;
senza di ciò egli non avrebbe mai potuto durare così lungamente padrone
di Roma.
Per raffermare il poter suo era costretto a rivolgere la sua
sollecitudine operosa all’organamento delle forze militari. La
soldatesca di Roma continuava ad avere ordine di Scuole, avvegnaddio
ce lo insegni la formula, pur sempre adoperata nei contratti, in
cui al fittavolo viene proibito di cedere il fondo a luoghi pii,
oppure al _numerus seu bandus militum_. Egli è dunque assai probabile
che Alberico guarentisse il suo potere col soccorso della milizia
cittadina, togliendola sotto la sua capitananza e agli stipendî
suoi. La rendeva forte, soprattutto la costituiva a nuovo, e forse da
lui derivava un altro scompartimento della Città in dodici Regioni,
ciascuna delle quali comprendeva un reggimento di milizia sotto ad
un vessillifero: infatti, dopo di lui, la milizia cittadina s’elevò
a maggiore importanza, sì come vedremo. Egli ne aveva bisogno per
ottenerne soccorso contro agli intrighi del clero che aveva avverso,
contro le gelosie della nobiltà e contro gli assalimenti di Ugo. I
Romani della nobiltà, del clero e del popolo gli prestavano giuramento
di obbedienza, e d’allora in poi quell’uomo ardito pare monarca vero
della Città.
Nei suoi Diplomi tiensi nota, come fu stile prima e poi, del
pontificato e dell’anno di governo del Papa, ma le monete dei Pontefici
sono adesso impresse col nome di Alberico, come per lo passato facevasi
di quello degli Imperatori[384]. La pienezza della sua podestà in Roma,
è riconosciuta parimenti negli atti giudiziarî. Solevasi, a’ tempi
prima, tenere i tribunali nel Laterano o nel Vaticano, alla presenza
del Papa, dell’imperatore o dei loro _Missi_: adesso, non appena che
Alberico ebbe tolto il dominio temporale al Pontefice, il tribunale
supremo di Roma fu raccolto presso al Principe di Roma. Può darsi che,
più tardi come già in addietro, corti di giustizia fossero radunate
in luoghi parecchi, ma ha una grande significazione per i mutamenti di
cose avvenuti, che egli facesse sedere il suo tribunale anche nelle sue
proprie case. Queste ei possedeva sul monte Aventino dove era nato;
però la sua dimora abituale aveva nella via Lata in vicinanza alla
chiesa degli Apostoli, probabilmente nel luogo dove oggidì è il palazzo
dei Colonnesi, famiglia che vuol discendere da Alberico. Abbiamo già
osservato che questo quartiere era il più ragguardevole della Città;
vi avevano abitazione i nobili; era il sito di Roma animato di maggior
vita, circondato dalle rovine, in quel tempo ancor grandiose, delle
terme di Costantino e del foro di Trajano; comprendeva la via Lata che
è la parte superiore del Corso odierno. Ci è conservato un documento,
che ne offre notizia di un Placito tenuto da Alberico, nel suo palazzo.
Addì 17 di Agosto dell’anno 942, innanzi a lui comparve Leone, abate di
Subiaco, in una lite che sosteneva il suo convento: giudici della curia
di Alberico erano Marino vescovo di Polimarzio e bibliotecario, Nicolò
primicerio, Giorgio secondicerio, Andrea arcario, il Saccellario, il
Protoscriniario della sede apostolica, e, in pari tempo, quei nobili
della Città che allora andavano per la maggiore. I loro nomi leggiamo
con avida curiosità. Erano, Benedetto chiamato Campanino (cioè conte
nella Campagna), Caloleo, il _dux_ Gregorio _de Cannapara_, Teofilatto
vestarario, Giovanni superista, Demetrio figlio di Melioso, Balduino,
Franco, Gregorio dell’Aventino, Benedetto Miccino, Crescenzio,
Benedetto _de Flumine_, Benedetto _de Leone de Ata_, Adriano _dux_,
Benedetto figlio di Sergio, ed altri ancora[385]. Qui pertanto si
distinguono due classi di giudici. Alla prima appartengono (come fino
a questo tempo era stato) i ministri palatini pontificî, prelati che,
tosto dopo di Alberico, avranno nome di _Judices ordinarii_; e di qui
si rileva che il Principe dei Romani teneva immutato l’ordinamento
pontificio nelle cose della giustizia. I nobili di Roma, parimente
come per lo innanzi, formavano la seconda classe di giudici, ma adesso
v’entravano in qualità di curiali o di cortigiani del Principe. Quei
nobili uomini erano obligati ad esercitare funzioni di assessori
nelle sue corti di giustizia, ed era officio che spesso poteva loro
riuscir grave. Infatti, a quel tempo non v’avevano peranco assessori
permanenti, alla foggia degli Scabini franchi o dei _Judices Dativi_
venuti più tardi; gli ottimati facevano dunque da veri giudici che
pronunciavano sentenza, oppure anche assistevano ai giudizî in qualità
di _boni homines_[386].
§ 3.
Temperanza d’animo di Alberico. — Ugo assedia Roma due volte. — Sposa
sua figlia Alda ad Alberico. — Relazioni di questo con Bisanzio.
— Leone VII, papa nell’anno 936. — Uno sguardo retrospettivo
sull’importanza del monachismo benedettino. — Decadimento di esso. —
Riformazione di Cluny. — Operosità di Alberico a quest’uopo. — Odone di
Cluny viene a Roma. — Continua la storia di Farfa. — La provincia della
Sabina.
I Cronisti di questa età non hanno attribuito al figliuolo di Marozia
alcuno dei vizî che biasimarono nella madre sua: nessuno di loro leva
la voce per rimproverargli un solo di quei delitti onde si contaminò
re Ugo. Se sono istizziti contro di lui, ciò avviene soltanto perchè
egli aveva tolto al Papa il reggimento temporale, lo teneva quasi da
prigioniero, e sembrava aspreggiare con tirannia la Chiesa[387]. Altri,
e cioè i partigiani della podestà imperiale germanica, lo ingiuriano
come s’ei fosse un usurpatore, ma, in fondo, la sua signoria, almeno
in ciò che riguarda l’Impero, non era usurpazione per guisa alcuna,
avvegnachè quello allora si fosse spento, e il Re d’Italia non avesse
diritto di sorta sulla città di Roma. Se ai tempi di Gregorio II,
quando ancora un Imperatore legittimo possedeva titolo giuridico sopra
di Roma, i Romani, serbando viva sempre la tradizione di Republica
ossia del diritto di elezione imperiale, s’erano appropriata pienezza
di potere per mutare la loro sovranità di governo, per torla a Bisanzio
e per darla al Papa, a maggior ragione credevano eglino adesso di
potersi apprendere una pari facoltà, adesso che Imperatori più non
v’avevano. Nè Pipino, nè Carlo avevano donato Roma ai Papi; questa
s’era data loro da sè, di spontanea volontà, ossia tacitamente. La
costituzione carolingia dell’Impero, che aveva consecrato la podestà
territoriale del Pontefice, era crollata insieme coll’_Imperium_, e
i Romani ora rivendicavano novellamente il loro diritto antichissimo,
senza pur darsi pensiero che anche i diritti del Papa si fossero resi
legittimi per corso lungo di tempo, e, ancor meglio, per mille e mille
opere gloriose onde Roma nuova era stata creazione dei Papi. Pertanto,
i Romani elessero dal loro seno un Principe, così come elegger solevano
il Papa, e la podestà temporale, che un tempo a quest’ultimo avevano
concesso, ora attribuirono a quell’altro.
Gli è con grande attrattiva che gli uomini della posterità mirano alla
persona del romano Alberico, il cui animo, composto a virile prudenza,
adatto a grandi cose e degno d’imperare su Roma, supera di eccellenza
tutti quei suoi succeditori, che più tardi nella Città vennero tentando
di restituirla a libero stato. Poichè la necessità degli eventi gli
imponeva di usare moderatezza, egli si accontentava della signoria di
Roma e di quel tanto territorio che stava sotto al dominio di essa.
Chetamente ei si tenne il titolo modesto, ma bello, di «Principe
e senatore di tutti i Romani», nè si lasciò abbagliare d’ambizione
maggiore, avvegnachè, a procacciarsi titolo d’Imperatore, egli avrebbe
dovuto in prima conquistare la corona dell’Impero longobardo. Invece
dunque di combattere contro Ugo per istrapparsela, come avrebbe fatto
qualche avventuriero, egli, da savio, stette pago della podestà che
aveva in Roma; perciò accadde appena mai una seconda volta, che questa
Città godesse di sicurezza così grande e di pace interiore così soda,
come durante il lungo reggimento di lui.
Era a prevedersi che Ugo avrebbe anelato a vendicarsi. Venne egli
infatti, nell’anno 933, con un esercito; certo che aveva rinunciato
senza dolore a Marozia sposa sua, la cui liberazione, se ancor essa
viveva, per sicuro non metteva gran cura a chiedere; ma ardeva
di desiderio di punire la Città, di far valere i diritti ch’egli
vantava dal suo matrimonio, e di torsi la corona imperiale. Sebbene
facesse ogni giorno muovere assalto alle mura, dovette voltar
indietro senza alcun risanamento, e tenersi contento di dar il guasto
alla Campagna[388]. Tornò del 936, ma non ebbe fortune migliori;
mentre stava assediando la Città, una pestilenza gli mieteva le
sue soldatesche, e finalmente era costretto di conchiudere pace
con Alberico: Odone di Cluny deve esserne stato intercessore. Ugo
accondiscese perfino ad accordare Alda, figlia sua di legittime nozze,
in moglie al figliastro ch’era invincibile; sperava l’astuto Re di trar
nelle sue reti il Romano audace, ma ne fu deluso, chè Alberico ben
accoglieva nella Città la sua fidanzata regale, ma non il patrigno,
anzi ai vassalli ribelli di questo dava ricetto in Roma; e poichè
adesso gli uomini malcontenti fuggivano della Città, e si ricoveravano
nel campo del Re, dalle due parti se ne alimentavano i sospetti e gli
odii[389]. Alberico si sposò con Alda. Gli intendimenti di lui, rivolti
ad ottenere la mano di una Principessa greca, caddero allora, o più
tardi, a vuoto. Per lo meno, racconta il Monaco di Soratte che Alberico
mandava a Bisanzio, ambasciator suo, Benedetto della Campagna, e che
apparava le sue case ad accogliere la sposa, obligando nobili donne
della Città e della Sabina a venire nelle sue stanze, perchè servissero
da ancelle alla Principessa. Però questo maritaggio, dice il Cronista,
non giunse a compiersi[390]. È probabile cosa che Alberico cercasse
di raccostarsi alla corte di Grecia, per averne il riconoscimento del
suo principato, e per ornarsi dello splendore che gli sarebbe venuto
da così cospicuo parentado. Dopo che era caduto l’Impero di Occidente,
Bisanzio destava di sè nuova temenza; i Greci, in causa di loro
successi avventurati, erano venuti sempre più accostandosi a Roma; gli
Imperatori d’Oriente non cessavano mai di reputare sè stessi in conto
di legittimi Imperatori romani, e loro agenti mantenevano continuamente
in Roma. Un’alleanza con loro, poteva dare ad Alberico un valido
sostegno contro ad Ugo, e forse i Bizantini vi avrebbero consentito,
se il padrone di Roma avesse aderito di diventare _Patricius_ sotto
ai loro ordini. Incerto è il tempo di questi negoziati, e ancor essi
sono ravvolti nel buio; questo solo sappiamo, che Alberico si sforzava
di comporre l’opera sua in modo che andasse a’ versi dell’imperatore
Romanus, ed obligava il Pontefice ad accordare l’uso del pallio a
Teofilatto, patriarca bizantino e figlio dell’Imperatore, senza che i
succeditori di lui nel patriarcato avessero più bisogno di chieder per
ciò la licenza pontificia. Questa concessione, contraria ai canoni,
manifesta qual fosse l’arte politica di Alberico, ma non dimostra che
fosse intendimento suo di riporre novellamente Roma sotto la soggezione
di Bisanzio. Piuttosto è che le sue trattative fallirono a causa degli
intrighi di Ugo, e per il rifiuto ch’egli stesso opponeva alla proposta
che gli veniva fatta di tradire Roma[391].
Giovanni XI, fratello di Alberico, trapassava di vita nel Gennaio
dell’anno 936, dopochè, ristretto al suo officio spirituale, era
vissuto sei anni privi di splendore, durante i quali il fratello
suo l’aveva tenuto d’occhio con vigilanza severa[392]. Lui morto, il
signore di Roma aveva costretto un monaco benedettino ad accettare la
tiara[393]. L’animo pieghevole di Leone VII, che nutriva sentimenti
di modestia monacale, ne lo rendeva un Papa assai docile e maneggevole
per Alberico, e, poichè rinunciava alla podestà temporale senza opporre
contrasto o protesta, non sorgevano difficoltà nelle relazioni di quei
due uomini. Reprimendo i sospiri, Leone appellava il suo patrono e
tiranno con nome di «misericordioso Alberico, figliuol suo spirituale
diletto, e glorioso Principe dei Romani[394]». Flodoardo cronista
dedicò a quel Papa alcuni versi inspirati a gratitudine, perocchè ne
avesse avuto amichevoli accoglienze in Roma; lo laudò come dovrebbesi
sempre celebrare un Papa, disse che era uomo santo, tutto inteso alle
divine cose, e sprezzatore delle terrene; però il Cronista evitò di
dire una parola sola che si riferisse ad Alberico[395]. Così veramente
era fatto di necessità virtù.
Il savio Principe dei Romani aveva posto sulla cattedra di san Pietro
un pio fraticello, e ve lo faceva risplendere di virtù apostoliche;
è così che noi troviamo Papa e Principe adoperarsi d’accordo per
restaurare quelle modeste consuetudini della vita monastica, che
s’erano perdute: perciò, noi dobbiamo qui rivolgere uno sguardo
all’istituto del monacato.
Sorto sugli incominciamenti del secolo sesto, allora che la società
romana antica andava dissolvendosi, l’istituto di Benedetto, nel corso
di quattro secoli, aveva fornito il suo còmpito di cultura storica, ed
era caduto in ruina. Era stata missione sua di contribuire a foggiare
la novella società cristiana: in mezzo ai popoli barbarici, i monaci
nelle loro associazioni avevano raffigurato una società inspirata a’
principî d’ordine, sebbene ristretta ad un’idea unica; sua forma era
quella di una famiglia obbediente ad un padre, e unita insieme da
vincoli di autorità e di amore. Morte erano le leggi scritte della
vita civile, ma i Benedettini avevano composto quasi un nuovo codice
di civiltà, onde la regola di Benedetto fu il più antico libro di
leggi che si compilasse nel medio evo: così, in mezzo alla barbarie,
seminarono i germi di una società di fratellevole amore cristiano.
Mentre il mondo tutto era un focolare fumante d’incendio, essi nelle
loro associazioni vivevano una vita di pace, di lavoro, di pietà, e
ai popoli rozzi additavano un regno d’idealità morale, di cui s’aveva
tanto bisogno, dove si stava a riparo dalle necessità, dove felicità e
requie, obbedienza e umiltà fiorivano rigogliose e belle. Cooperarono
potentemente a domare la barbarie; con valore d’apostoli convertirono
i pagani; coll’evangelio soccorsero alla spada di Carlo conquistando
province, ed allargarono la cerchia delle terre soggette alla Chiesa.
Nei loro conventi trovavano asilo la sventura e la colpa; ed erano in
pari tempo vivai gloriosi della scienza, sole scuole dell’immiserita
gente umana, rifugio unico dove si ricoveravano le ultime reliquie
della civiltà ellenica e romana. Le loro idee o i loro fantasticari
si perdevano nelle più remote regioni del cielo, eppure in pari tempo
quei sognatori seminavano i campi, e mietevano e raccoglievano i frutti
della terra in capaci granai. Poichè eglino stessi possedevano beni e
coltivavano le terre, sì come statuiva la regola di Benedetto informata
a leggi di vita pratica, diventarono fondatori di città e di colonie;
e tratti innumerevoli di paesi andarono debitori ad essi di nuova
coltura, di fecondità, di popolo e di fiore[396]. Fecero una grande
opera di civiltà storica componendo l’amore cristiano a principio
sociale, educando colle scuole, coltivando i terreni, edificando
città, frapponendosi pacieri in mille maniere nel mezzo delle forze
feroci che si combattevano l’una contro all’altra, associando alla
Chiesa gli elementi temporali di cui massimamente i monaci usavano
per vincere la barbarie: e questa fu missione gloriosa che guarentirà
all’istituto di Benedetto uno splendido luogo negli annali della gente
umana. Ma quel còmpito era omai fornito allora che Carlo costituiva
la monarchia germanico-romana, laonde, col secolo nono, il monacato
precipitava rotoloni dalla sua altezza. Ad onta che riformazioni molte
abbia ricevuto anche più tardi, ad onta che ordini monastici nuovi,
ed in parte celebri, sieno stati dappoi fondati, non uno di essi
possedette più le virtù cristiane, nè il valore sociale dell’istituto
di Benedetto; perocchè tutti abbiano obbedito soltanto a tendenze
inspirate a fini speciali, e si sieno posti agli stipendî della Chiesa,
e abbiano seguito particolari indirizzi delle loro età.
D’altronde, il rapido decadimento del monacato benedettino s’associava
intimamente in tutti i paesi alla caduta dell’Impero e del Pontificato.
Soggiaceva alle cause stesse; però il monacato racchiudeva in sè un
germe di dissoluzione che, per forza di principio, lo andava logorando
più degli istituti ecclesiastici e politici. Allorchè, conseguenza
del nuovo ordinamento politico di Carlo, gli elementi temporali si
fecero intrepidamente davanti sulla scena del mondo, scoppiò con grande
violenza il contrasto fra le cose del cielo e quelle della terra,
quel contrasto che alla muta stava spiando l’opportunità di erompere.
Dopo un periodo lungo di abnegazioni e di sacrificî, lo spirito umano
cominciò a discendere dalle sfere sublimi che erano fuori della terra,
e riprese il dominio di quel mondo che le idee monastiche avevano
messo tanto in disprezzo. La cultura che si era andata educando poco a
poco, per sè medesima non era altro che la scienza di torre possesso
giocondo delle cose terrene, animate di vita e di forma. S’abbandonò
il mistico regno ch’è fuor della terra, si lasciò deserta la regione
dei crucci desiosi; dal cielo delle mortificazioni l’uomo ridiscese sui
campi fioriti e belli della terra; la realità, mentre reclamava il suo
retaggio di diritti e di colpe, venne in lotta acerba ed empia colla
virtù religiosa, e partorì orribili sconci: quindi è che il secolo
decimo, come il decimoquinto, ha qualche cosa di titanico. Però, non è
còmpito dello Storico di entrare in quest’ordine di idee; piuttosto ei
può mostrare come la decadenza del monacato abbia cominciato in quello
stesso momento che i conventi s’empievano di dovizie, e sia derivata
dalle alte dignità d’onore e dagli officî concessi dallo Stato e dalla
Chiesa, perocchè se ne accrescesse l’ambizione dei monaci, i quali,
alle corti dei Re, trovavano grandissimo luogo, e financo salivano
alla cattedra di san Pietro. Forniti di possedimenti immensurati, i
conventi s’erano tramutati in principati, gli abati in conti, e già
Carlomagno aveva dato l’esempio pernicioso di concedere abazie a baroni
laici. I beni di quelle fondazioni religiose erano prodigati a nepoti,
ad amici, a vassalli degli abati; e tosto migliaia di avidi predoni
facevano a chi più sapesse portarsene via. In vece di Benedetto e
di Scolastica, i frati si toglievano Bacco e Venere per loro santi.
L’egoismo delle passioni, proprio di questo secolo di forze scapigliate
e rozze, la crescente concupiscenza di piaceri, l’indicibile
divisione che i parteggiari creavano, non avevano però colpa maggiore
all’indisciplinatezza, di quello che lo aveva la instabilità dei
rapporti politici: per ultimo, le ripetute devastazioni che gli Ungheri
e i Saraceni davano ai conventi menavano ad essi il colpo di grazia.
Molte abazie andavano distrutte, i loro frati si sperdevano; e dove
i conventi continuavano ad esistere, la regola era infranta, e il
monacato si dissolveva parimenti come la costituzione canonica del
clero secolare, che un tempo era stato cura sollecita di Lodovico il
Pio.
Tutta volta, allorchè il decadimento di questi istituti ebbe raggiunto
il suo limite estremo, incominciò ad opporvisi contro una mirabile
reazione religiosa. Al cielo cadente del Cristianesimo fecero, tutt’a
un tratto, puntello con loro mani alcuni santi uomini che sembravano
rivivere dalle ceneri di san Benedetto. In mezzo alle angustie onde
si affannava la gente umana, paurosa dell’aspettata fine del mondo,
si risvegliava altresì l’impulso dell’ascetismo; in mezzo al caos
di passioni ributtanti e contaminate di delitti, si sollevava con
novello trionfo l’amore della contrizione e dell’espiazione; fondatori
di ordini, eremiti, penitenti, sorgevano dalla terra e diventavano
sognatori fantastici come quelli della Tebaide antica; missionarî
e martiri percorrevano da un capo all’altro le contrade degli Slavi
feroci; principi e tiranni nuovamente si seppellivano piangendo sotto
il saio monacale, e il secolo della Chiesa, oscurissimo come il cielo
di una notte tempestosa, cominciava a tingersi di luce e a splendere di
stelle pietose.
La riforma benedettina ebbe sua origine in Francia, dove Berno fondava
nell’anno 910 il suo celebre convento di Cluny, dopo che Guglielmo,
duca di Aquitania, gli aveva a quell’uopo donata la sua villa di
Cluniacum. Teneva quegli a fondamento la regola di Benedetto ricondotta
a principî di maggiore severità, e riordinava un sistema claustrale
che ben tosto si diffuse in Europa. Odone, discepolo di Berno, presto
superò il maestro; fu egli l’abate missionario della riformazione
monastica, e, correndo i paesi, introdusse in parecchie abazie
la regola di Cluny. D’allora in poi, la congregazione cluniacense
incominciò a dominare il mondo religioso, laonde acconciamente la si
paragonò ai Gesuiti venuti più tardi, e alla influenza che questi
ebbero grande eziandio nelle corti regie. Per verità, anche il suo
sistema intendeva a restaurare la supremazia di Roma, a raccogliere il
mondo morale entro al Papato come in un centro, e, per siffatta guisa,
la Chiesa, anche nei suoi tempi più tristi e sconfortati, non difettò
di forze; sorgevano queste sempre nuovamente da essa, e le infondevano
nerbo di vita nuova. L’ordine di Cluny è il primo anello di quella
catena mirabile di istituti battaglieri, che mettono capo fino alla
storia moderna ed ai tempi più recenti.
Odone ebbe grande onoranza da re Ugo; non fu dammeno quella che
Alberico gli tributò. Più d’una volta venne egli a Roma, e di lui si
giovarono Alberico e Leone VII per restaurare l’ordine modesto della
vita monastica. Nella Città stessa, nell’anno 937, affidarono al suo
reggimento il convento di san Paolo, di cui caduti erano gli edificî,
e i cui monaci se l’erano battuta o vivevano vita gaudente. Odone
vi addusse altri fratelli, e pose a capo di essi Balduino di Monte
Cassino, la cui badia egli aveva già sottoposta alla sua riforma[397].
Nell’anno 939 Alberico gli dava a riformare il convento Suppontino
di santo Elia nella Tuscia romana, e gli donava il suo palazzo
dell’Aventino, in vicinanza dei santi Alessio e Bonifacio, perchè vi
collocasse un monastero; così fu che sorse il convento di santa Maria,
monumento di quel Romano illustre, il quale esiste oggidì ancora sul
monte Aventino, ed è sede del Priorato di Malta[398]. Massimamente,
Alberico aveva creato Odone archimandrita di tutti i conventi che erano
nel territorio romano, e la Cronica di Farfa, che ne dà notizia, non fa
a quest’occasione pur motto del Papa, che dietro al Principe s’asconde
nell’ombra. Ad Alberico andarono debitori della riforma di Cluny anche
i conventi di san Lorenzo e di santa Agnese[399], e il Principe di Roma
rivolse la sua vigilanza a tutte le abazie e a tutti i vescovati che
stavano «sotto il suo dominio.» Non poteva egli rimanersi indifferente
al loro decadimento, avvegnachè vi si aggiungesse qualche cosa di più
che non fosse l’impoverimento del contado e la ruina dell’agricultura.
Egli cercava di conservarne la forza, affine di darli poi ad aderenti
suoi, che lo soccorressero a imbrigliare la nobiltà la quale si
erigeva contro a lui audacemente. Nell’anno 937 concedeva larghezze di
suo favore al convento di Subiaco, confermandone i privilegî con cui
Giovanni X lo aveva investito del possedimento di _Castrum Sublacense_;
ivi l’Abate potè esercitare diritto di giustizia per mezzo del suo
prevosto. In Roma poi confermava, sotto la podestà dell’Abate medesimo,
il convento abbandonato di santo Erasmo sul Celio, che quindi fu unito
per sempre a Subiaco[400].
In vicinanza di quello stava il celebre monastero dei santi Andrea e
Gregorio, e ne facciamo menzione, perciocchè vi si riferisca il più
notevole dei documenti relativi ad Alberico. Vale cioè notare che,
addì 14 di Gennaro dell’anno 945, egli donava a Benedetto abate, il
castello di Mazzano con tutte le sue pertinenze e con tutti i suoi
coloni: questa terra, che allora apparteneva in proprietà alla famiglia
di Alberico, trovasi ancora nella diocesi di Nepi, di cui era vescovo
Sergio, fratello del Principe. Una sorte propizia ci ebbe serbato
una copia di quella pergamena preziosa, che è sottoscritta da tutta
la famiglia del senatore dei Romani[401]. Così è che il tiranno di
Roma compare in figura nuova di zelante promotore del monacato, e,
financo, la leggenda attribuisce alle sorelle di lui la fondazione del
convento dei santi Stefano e Ciriaco in vicinanza di santa Maria in
via Lata[402]. Però, in nessun luogo la riformazione era necessaria più
di quello che fosse in Farfa. Questa badia celebre, che inutilmente i
Papi avevano tentato di ridurre sotto la loro soggezione, non godeva
più del patronato di un Imperatore, perocchè più non ve ne fosse
uno; ma adesso il dominatore di Roma teneva sè in conto eziandio di
signore supremo di Farfa, e saltava oltre ai privilegî dativi dagli
Imperatori. Abbiamo narrato della ruina dell’Abazia ed ora proseguiamo
il racconto della sua storia. Roffredo abate aveva riedificato Farfa,
ma, nell’anno 936, due dei suoi monaci, Campone e Ildebrando, in
ricompensa, lo assassinavano. Campone, uomo sabinate ragguardevole,
era entrato in giovine età nel convento; l’Abate lo aveva erudito nella
grammatica e nella medicina, e l’allievo dava una prova eloquente dei
suoi progressi in quest’ultima arte, mescendo un veleno efficace al
benefattor suo[403]. A forza di donativi ottenne colui da re Ugo la
dignità di abate, e allora cominciò con Ildebrando una dissoluta vita
di piaceri. Non passò un anno che i due furono nemici; Ildebrando
discacciato si proclamò abate nei beni che il monastero possedeva nella
marca di Fermo, e Farfa per lunghi anni rimase divisa. Ambidue quegli
uomini avevano menato donna. Campone procreò con Liuza sette figliuole
e tre figli, e gli allevò tutti con magnificenza da principe. Mediante
simulazioni di contratti di fitto e di permute, sparnazzò i beni del
chiostro distribuendoli ai suoi aderenti e ai suoi militi, e nella
Sabina la fece interamente da principe, mentre Ildebrando si teneva in
Fermo con pari potenza. Un giorno che quest’ultimo aveva invitato ad un
festino, nella sua residenza di Santa Vittoria, le sue donne, i figli,
le figlie e i suoi cavalieri, ed erano ebbri tutti, s’appiccava il
fuoco al castello, e ne erano arsi i tesori innumerevoli che Ildebrando
ivi aveva ammassati dalle sue ruberie fatte a Farfa. L’esempio degli
abati era imitato dai monaci; ciascuno d’essi s’era sposato con rito
ecclesiastico ad una concubina[404]. Fra le pareti del convento non
dimoravano, ma avevano stanze nelle ville, e, tutt’al più, venivano a
Farfa la domenica, per iscambiarsi i loro saluti e starsi in allegria.
Quello che vi trovavano di prezioso rubavano; ciuffavano perfino l’oro
dei suggelli che erano apposti ai Diplomi imperiali, e strappatolo, vi
sostituivano altri suggelli di piombo; prendevano i sacri paramenti
d’oro per farne vesti alle loro baldracche; rapivano gli arredi
d’altare per foggiarne loro agrafi e orecchini: e questo stato di cose
durò un mezzo secolo. Alberico tentò di opporvi un argine, tosto che re
Ugo gli lasciò libera mano nella Sabina, avvegnaddio volesse rendere
suddita a Roma questa doviziosa provincia. Qui per Odone v’era a far
molto; mandò a Farfa dei monaci perchè vi introducessero la regola di
Cluny, ma Campone si rifiutava di accôrveli, e quei frati fuggivano
spaventati a Roma, poichè di nottetempo s’era tentato di pugnalarli nei
loro letti: allora Alberico in persona mosse colle sue milizie contro
all’Abazia, cacciò l’Abate, vi pose monaci che seguivano le leggi di
Cluny, e affidò a frate Dagoberto di Cuma il governo del convento,
comandando che si restituisse quanto al monastero era stato rubato.
Ciò avveniva nell’anno 947. Però, cinque anni dopo, il nuovo Abate era
ucciso di veleno, e le condizioni malvage di cose continuarono, salve
alcune interruzioni, così che al tempo degli Ottoni vi sarà richiamata
novellamente l’attenzione nostra[405].
Alberico, che riformò altresì il convento di Sant’Andrea sul monte
Soratte, estese così la sua potenza anche nella Sabina. Questa terra
magnifica aveva fino adesso appartenuto a Spoleto, e sembra che
allora se ne fosse separata. Infatti, da dopo l’anno 939, trovansi dei
Rettori proprî della Sabina, che hanno nome or di Dux, or di Comes ed
or di Marchio. Primo Rector della Sabina incontriamo nell’anno 939 il
longobardo Ingebaldo, sposo di Teodoranda, ch’era figlia di Graziano
console romano: è difficile cosa che tenesse quel grado se non lo
avesse voluto Alberico[406].
§ 4.
Stefano VIII, papa nel 939. — Alberico reprime un moto di rivolta. —
Marino II, papa nel 942. — Ugo assedia nuovamente Roma. — Caduta di lui
per opera di Berengario d’Ivrea. — Lotario, re d’Italia. — Pace fra Ugo
ed Alberico. — Agapito II, papa nel 946. — Lotario muore. — Berengario,
re d’Italia nel 950. — Gli Italiani chiamano Ottone magno. — Colpa
d’Italia a chiamarsi addosso la dominazione straniera. — Alberico
respinge Ottone da Roma. — Berengario diventa vassallo di Ottone. —
Alberico muore nell’anno 954.
Frattanto, nel Luglio dell’anno 939, era morto Leone VII, e nel
pontificato gli succedeva Stefano VIII romano[407]: fu questi un Papa
del cui governo tiene appena parola la storia, chè, sotto il reggimento
di Alberico, i Pontefici raccomandavano il loro nome soltanto alle lor
Bolle. Non v’ha che una voce solitaria, la quale si eleva a narrare
come Stefano, in una sollevazione, andasse orrendamente mutilato, e
perciò nascondesse la propria onta in un eremo, ove stette, schivando
il consorzio della gente. Seppure non sia che una fola, siffatto
racconto dà chiaro lume alla mente degli uomini, e fa loro conoscere
quel che fossero in questo tempo i Papi[408].
Stefano VIII andava debitore ad Alberico della sua dignità; se egli
dunque, come credono alcuni venuti più tardi, fu maltrattato sì
aspramente dagli aderenti del Principe o addirittura per comando di
lui, dovrebbesi accogliere per vero, che ei si fosse messo dentro ad
una congiura ordita contro di Alberico. Però, là pure dove di questa
si narra, non si fa motto del Papa, nè si trova che egli fosse fra
gli uomini puniti da Alberico. Che in Roma non mancassero tentativi
di rovesciare di dominio colui che ne era principe, è cosa manifesta.
Il clero, al quale egli aveva tolto la potenza, molti della nobiltà
che ne erano invidiosi, il popolo incostante, prestavano orecchio alle
sobillazioni degli emissarî di Ugo, e si lasciavano subornare; se la
corruzione di una città venale avesse potuto precipitare la signoria
di Alberico, il fallire dell’esito non dipendeva certo perchè quella
mancasse. Il Monaco di Soratte discopre bruscamente il velo di questi
avvenimenti, ma la sua arida narrazione non ci fa conoscere altro (e
anche questo oscuramente), che fuvvi un complotto, e che alla testa
di esso stavano i vescovi Benedetto e Marino. Parrebbe che vi fossero
involte anche le sorelle di Alberico, chè una di esse, così racconta il
detto Scrittore, tradì il disegno, onde i rei furono puniti di morte,
di prigionia e di frusta[409]. La mano gagliarda di Alberico represse
i conati del clero e dei nobili, e n’ebbe vittoria: era nato per esser
principe. Finchè visse nessun Papa ardì stendere la mano al potere
temporale perduto; i vicarî di Cristo salivano docilmente alla cattedra
di Pietro, e ne cadevano giù silenziosi e cheti.
Morto Stefano VIII nell’anno 942, Alberico innalzò al pontificato
Marino II[410]. Questo inane fantasima di papa vi durò più di tre
anni, obbedendo timidamente ai comandi del Principe, «senza dei quali,
il dolce e pacifico uomo nulla osava operare[411].» Splendida fu la
resistenza che Alberico oppose anche ai continuati assalimenti di
Ugo, il quale non era mai stanco di combattere per farsi sua quella
corona imperiale che, chiusa nel san Pietro, sfuggiva alla mano di
lui. Già nell’anno 931 egli si era associato nel regno il suo giovane
figlio Lotario, e nel 938 aveva mirato a farsi più forte sposando
Berta, vedova di Rodolfo II di Borgogna, e fidanzando suo figlio colla
figliuola di quello, con quell’Adelaide che più tardi ottenne tanta
celebrità. Cercava di rendere più saldi i vincoli di alleanza con
Bisanzio; però il suo trono vacillava in Italia, quantunque dei più
illustri vescovati e delle maggiori contee avesse investito i suoi
Borgognoni. Era odiato il suo comportamento tutto astuzie e tirannide,
ed in quel mal sentiero era costretto di procedere sempre più avanti;
gli ottimati lombardi erano disgustati di lui, e le sue imprese
contro di Roma, riuscendo infruttuose, scemavano manifestamente la sua
autorità.
Nell’anno 941, comparve nuovamente davanti le mura della Città, e
pose il suo maggior quartiere in vicinanza di santa Agnese[412].
Forse è che passasse tutto l’inverno accampato contro alle mura, in
quello che Odone di Cluny tentava un’altra volta di comporre pace. Nè
minacce, nè violenze, nè promesse astute valsero ad aprirgli le porte:
i Romani rimanevano fermamente stretti ad Alberico, vedevano disertate
senza misericordia le città e le campagne del loro territorio, ma non
rompevano fede al loro Principe; e lo storico Liudprando meravigliavasi
cosiffattamente del mal successo delle devastazioni e dei maneggiamenti
del Re, che era costretto di attribuire ad un arcano volere di Dio la
salda resistenza di Roma venale.
Ma la Città fu finalmente liberata, e per sempre, dalle insidie di
Ugo, chè un turbine scoppiava in Lombardia, nè più riusciva il Re ad
abbonacciarlo. Ad onta di ogni sforzo fatto, non aveva egli potuto
cacciarne tutti i Lombardi che gli erano ostili. Berengario d’Ivrea,
figlio di Adalberto, aveva ottenuta in moglie Willa, nipote di Ugo e
figlia di Bosone: il Re voleva far cadere nei suoi lacci il potente
margravio, ma questi era scampato al tradimento che lo aspettava,
fuggendo prima al Duca di Svevia, indi al tedesco re Ottone. Quando
ebbe sentore che il terreno d’Italia era abbastanza gravido di mine
sotto ai piedi di Ugo, Berengario tornò, che era l’anno 945. Parecchi
Vescovi tosto si dichiaravano in favor suo, Milano gli apriva le porte,
i Lombardi a gran frotte disertavano le bandiere di Ugo, affine di
conseguire da un nuovo potente vescovati e contee. Ugo però mandava
a Milano il suo figliuolo, degno di affetto per giovinezza e per
cortesia, affinchè supplicasse gli ottimati di lasciare, se non altro
a lui, la corona; e l’arte politica degli Italiani era di siffatta
natura, che eglino tolsero a sostenerlo per opporlo come avversario a
quel Berengario che avevano pur testè esaltato[413]. Poichè allora Ugo
faceva mostra di trasportare in Provenza gli immensi tesori del reame,
Berengario, anche a nome dei Lombardi raccolti a Milano, gli protestava
che per lo avvenire, come già prima, eglino intendevano riverirlo da re
d’Italia. Tuttavolta, Ugo tosto dopo tornò in Provenza, e per alcuni
anni infelici lasciò al suo giovane figliuolo Lotario quella larva di
regno d’Italia.
Questo mutamento di cose ebbe per Roma le conseguenze di una pace.
Nell’anno 946 Ugo rinunciò a tutte le sue pretese che potevangli
derivare non dal suo reame italico, ma dal suo matrimonio con Marozia,
e cedette ad Alberico la signoria di Roma e del territorio romano[414].
Da allora in poi, il Principe dei Romani governò con sicurezza
completa, mentre il Papa anche in avvenire obbediva al reggimento di
lui, sì come in addietro avea fatto. Marino II morì nel Marzo dell’anno
946; gli succedette Agapito II, romano di nascita, uomo prudente, che
si conservò quasi dieci anni nella cattedra pontificia[415]. Con lui
incominciò benanco il Papato a rivivere di vita nuova, avvegnachè
ricompaia coi paesi di fuori in relazioni parecchie, le quali non
si riscontrano avere esistito sotto i predecessori suoi. Oltracciò,
stavano maturandosi avvenimenti che in Roma dovevano rimutare ogni
ordine di cose. Il secolo decimo era omai giunto a mezzo del suo
cammino; come s’ebbe oltrepassato questo limite di tempo, la robustezza
dei Re alemanni s’inoculò nell’Italia, esaurita di forze oltre ogni
segno, e per lunghi secoli incatenò le sorti di questa terra all’Impero
tedesco.
Il giovine re Lotario passava di vita repentinamente a Torino, nel
dì 22 di Novembre dell’anno 950; moriva di febbre o di veleno che
gli mesceva Berengario. Con lui cadde il partito borgognone; quello
nazionale italico rialzò novellamente il capo, e si fe’ continuatore
di quei tentativi che erano falliti con Guido, con Lamberto e con
Berengario I. Addì 15 di Dicembre Berengario d’Ivrea si tolse la
corona lombarda, e fe’ cingerne, come socio nel regno, anche Adalberto
figliuol suo; così Italia tornava ad avere due Re indigeni, ai quali
balenava remotamente in vista la corona imperiale. Berengario intese
a sposare il figliuolo suo alla giovane vedova di Lotario, affine di
guadagnarsene così il partito borgognone; Adelaide custodita in una
torre sul lago di Garda espiava il suo rifiuto con quel carcere, ma
ne scampava ricoverandosi nel castello di Canossa sotto la protezione
di Azzo o Adalberto; e allora cambiava tutto ad un tratto la faccia
delle cose. Ella, i suoi aderenti ch’erano del partito di Lotario,
i nemici di Berengario, primi di tutti i Milanesi, papa Agapito, il
quale, oppresso in Roma da Alberico, vedeva in pari tempo l’Esarcato e
la Pentapoli caduti in balìa di Berengario, tutti costoro volsero loro
sguardi alla Germania: invece di por mano a un ordinamento nazionale
della lor terra, chiamarono eglino nuovamente uno straniero in
Italia[416].
Ottone, sfolgorante di gloria guerriera, per potenza regia, per energia
di governo, per saviezza d’animo era un secondo Carlo magno: tale
ei veniva di Alemagna. All’avvicinarsi di lui si sperdeva l’esercito
lombardo di Berengario: Ottone liberava Adelaide, si sposava con lei
in Pavia sulla fine dell’anno 951, e la giovine regina dei Lombardi,
accolta nelle sue braccia poderose, non era altro che il simbolo
d’Italia che gli si gettava in grembo. Da allora in poi questa bella
contrada fu avvinta a Germania per un destino che dentro la stimolava:
e a questo punto, in cui s’eleva una pietra di confine che separa due
epoche storiche, ci è cosa gradita soffermarci un istante, e riflettere
alla meravigliosa necessità che attrasse i popoli germanici di continuo
sempre a Italia e a Roma: a questo punto, con un senso di maggior
compiacimento, si possono rammentare i Goti generosi che un tempo
erano caduti da eroi sulle ruine di Roma. Ad essi erano succeduti i
Longobardi con vita lungamente durata; questi cacciati dai Franchi,
avevano lasciato sparso un elemento germanico per lungo e per largo
nelle terre italiche, e l’efficacia ne era stata incancellabile.
S’era spenta adesso anche la dinastia dei Franchi, e in Italia si
facevano avanti i Tedeschi. Non più vaganti come anticamente i Goti od
i Longobardi, sotto le cui bandiere, altre volte, parecchie migliaia
di guerrieri sassoni avevano valicato le Alpi; venivano adesso,
esercito agguerrito di uno Stato possente, col loro Re alla testa, per
conquistare questa contrada, per dominarla, ma non per porvi dimora.
Roma oggidì non s’attrista più sotto lo scettro di Imperatori tedeschi,
ma da lunghi anni è occupata dai soldati di Francia. Piemonte e
Lombardia hanno chiamato gli eserciti di Napoleone III perchè li
liberassero dall’Austria odiata; le pianure del Po furono coperte
ancora una volta di cadaveri, e il mondo aspetta con ansietà di vedere
qual luogo Francia sarà per tenere in Italia[417]. Antiche sono queste
pugne, come antichi sono i giochi dell’arte politica, per isventura
eternamente uguali; stranieri vengono chiamati perchè facciano da
liberatori; vengono, liberano, indi imperano. Da quattordici secoli in
cui i Principi d’Italia, i Papi, le città, le province, venditori di
loro nazione, ebbero chiamato Goti, Vandali, Longobardi, Bizantini,
Franchi, Ungheri, Francesi, Tedeschi, Normanni, Spagnuoli, perfino
Turchi, gli Italiani pur sempre si dolgono dell’ira celeste che ha
condannato il loro classico paradiso a servire agli stranieri, ossia ai
barbari. Chi ama libertà e giustizia ha debito di dar loro compianto,
ma giustificarli non può, chè troppo spesso il giudizio della
storia loro dà rimprovero di incapacità politica, di scissura eterna
fabbricata dalla loro colpa, di eterni amorazzi coi paesi stranieri per
cagione di partiti pigmei e miserevoli. Se alla metà del secolo decimo
Italia avesse saputo darsi a re un uomo della sua terra, tal quale in
Roma era il glorioso principe Alberico, l’impresa di Ottone di Germania
non si sarebbe compiuta; ma quel paese, che volle sempre aver due
padroni affine di aizzar l’uno contro all’altro, si gravò per interne
necessità le spalle colla dominazione straniera, e dovette sopportarne
le conseguenze fino al dì d’oggi.
Non si sa se Agapito facesse pervenire il suo invito ad Ottone, sciente
Alberico; noi reputiamo che così fosse, avvegnachè il Principe dei
Romani dovesse desiderare che Berengario s’indebolisse per via di
Ottone; ed infatti ei prevedeva che il Re d’Italia avrebbe rinnovato
contro di Roma i tentativi di Ugo. Sennonchè, le conseguenze della
spedizione di Ottone egli non prevedeva, nè con lui sapeva prevederlo
la mente politica di uomo alcuno. Il Re tedesco era disceso delle Alpi
facendo le viste di voler imprendere un pellegrinaggio a Roma: dalle
condizioni in cui erano le cose di colà intendeva di tor norma a’ suoi
disegni, e già nell’anno 952 palesava il desiderio di venire in persona
nella Città. Il suo alto intelletto comprendeva omai il grande sistema
che avrebbe assunto in avvenire la ragione politica tedesca. Mandava
a Roma i Vescovi di Magonza e di Coira; erano eglino indiritti al Papa
e non al tiranno di Roma, ma il deciso rifiuto di dargli accoglimento
veniva da Alberico; e non è piccolo l’onore che da ciò deriva all’animo
energico di quest’uomo romano. Il grande re Ottone fu respinto dal
Senatore di tutti i Romani; e Ottone, portando la cosa in buona pace,
tornò ai suoi Stati con Adelaide sposa sua[418].
Berengario, disperando della sua sorte, deluso di repente in tutte le
sue speranze, si arrese allora tosto a Corrado duca di Lotaringia, che
era vicario di Ottone in Italia. Berengario comparve col figliuol suo
innanzi alla dieta di Augusta, ed ivi, dalle mani di Ottone, ricevette
la corona lombarda come vassallo tedesco, in quello che la marca di
Verona e di Aquileja erano sottratte alla unione delle terre italiche,
e per volere regale erano date ad Enrico duca di Baviera, fratello di
Ottone[419]. Berengario, con quella umiliazione, tornossene in patria
al suo reame vassallo; la spada di Ottone si librava di continuo sul
capo di lui, sebbene i torbidi interiori di Alemagna gli concedessero
ancora qualche anno di vita independente. Sembra che egli ponesse sua
residenza massimamente in Ravenna: questa celebre città, che Pavia
e Milano avevano da lungo tempo messo nell’ombra e quasi in oblio,
ottenne d’allora in poi grande rilevanza, e destò la sollecitudine
degli Imperatori. Non più la mano del Papa, cui essa apparteneva per
virtù di patto, nè quella di Alberico giungevano fino alle province
remote dell’antico Esarcato, che, poco a poco, i Re d’Italia avevano
tolto alla Chiesa.
Questo era lo stato delle cose nell’Italia superiore, allorquando
l’illustre Principe e Senatore di tutti i Romani abbandonò la scena
della storia. Giunto nel bel fiore della sua potenza, Alberico morì
in Roma nell’anno 954: ignoti sono il giorno e il mese della sua
fine[420]. Fortuna gli concesse di non vedere co’ suoi occhi la patria
cadere sotto un nuovo giogo d’Imperatori. Narra il Monaco di Soratte,
che quand’ei sentì avvicinarsi il termine di sua vita, si affrettò
di andare in san Pietro; ivi, innanzi alla Confessione dell’Apostolo,
fece giurare la nobiltà di Roma che, morto Agapito II, si eleggerebbe
per papa, Ottaviano figliuolo ed erede suo. Che ciò avvenisse non ci
prende alcun dubbio; il chiaro intelletto di quell’uomo capiva che era
impossibile di rendere durevole in Roma la separazione fra la podestà
temporale ed il Papato. Ciò che il genio suo aveva saputo operare,
non poteva avere continuazione dal mediocre ingegno del figliol suo,
che di età era ancora un ragazzo; a questo pertanto egli assicurava
la signoria, mentre induceva i Romani a concedere eziandio la corona
pontificia a lui, che già aveva avviato allo stato sacerdotale. Così,
almeno, poteva accogliere speranza di lasciare alla sua famiglia la
podestà di Roma.
Se si rifletta che il reggimento di Alberico s’ebbe conservato ventidue
anni, duranti i mutamenti di quattro pontificati; che resistette
vittorioso alle pretese di dominio temporale che la Chiesa nutriva, ai
torbidi interni di una nobiltà e di un popolo avvezzi all’anarchia, ed
in pari tempo ai continui assalimenti di poderosi nemici esteriori; che
finalmente quel reggimento non si estinse con lui dopo la sua morte,
ei si conviene attribuire a questo «Senatore» uno dei luoghi primi
fra i Principi d’allora, e senza dubbio il luogo primo fra i Romani
del medio evo che non furono papi. Alberico è una gloria dell’Italia
di quel tempo, chè gloria fu l’essere, e degnamente, uomo e romano.
Meritò dalla sua età quel nome di grande che sembra gli fosse dato
dai suoi nepoti, orgogliosi di aver avuto origine da lui[421]. La sua
stirpe non si spense con esso, nè col celebre figliuol suo Ottaviano,
ma si propagò per molti membri di sua famiglia, e, nel secolo undecimo,
signoreggiò una seconda volta su Roma, conosciuta sotto il nome dei
Conti di _Tusculum_.