§ 1.
Trapasso al secolo decimo. — Benedetto IV corona Lodovico di Provenza
a imperatore, nell’anno 901. — Gli ottimati più insigni di Roma a
quell’età. — Leone V e Cristoforo, papi. — Sergio III è fatto papa.
— Sue Bolle. — Riedifica la basilica Lateranense. — Anastasio III e
Lando, papi.
Sul finire del secolo nono abbiamo veduto crollare l’Impero
franco-romano, e con esso il Papato; il secolo decimo ci mostrerà lo
spettacolo di una ruina spaventosa ancor più. In mezzo alla confusione
senza limite delle cose d’Italia, ed innanzi al dubbio chiarore delle
più scarse notizie, noi vi mireremo la Roma del medio evo desolata e
tetra, come se a illuminarla vi battesse sopra il raggio di una luna
colorata di sangue: epoca sommamente memoranda, la quale si chiude con
un pallido albore di civiltà, dopo che la nazione tedesca ha restaurato
l’Impero. Laddove, ancora nel secolo nono, la storia interiore della
Città fu, nell’essenza, assorbita da quella dei Pontefici e degli
Imperatori, nel secolo decimo invece, per la prima volta nel medio
evo, vedremo, ad onta della densa tenebra dei tempi, sorgerci davanti
i Romani con figure di rilievo più definito; chè la storia del
Senato del medio evo, ossia della nobiltà di Roma, incomincia, colla
caduta dell’Impero carolingio e della podestà pontificia, a muoversi
nell’orbita di una sua propria autonomia.
Mentre, al settentrione, due Principi pugnavano per disputarsi il
possedimento d’Italia, Roma risonava dello strepito romoroso delle
fazioni. Non v’era più un braccio imperiale che le infrenasse, e
i Papi, l’un dopo l’altro, salivano tumultuariamente alla sedia di
Pietro, per esserne strascinati abbasso in brevissima ora. Benedetto
IV romano, figliuolo di Mammolo, otteneva la tiara nel Maggio o nel
Giugno dell’anno 900. Il suo breve reggimento fu segnalato soltanto
dalla coronazione di quel Lodovico di Provenza che gli Italiani avevano
chiamato nella loro contrada; il figlio di Bosone ricevette in Roma la
corona, nei primi giorni di Febbrajo dell’anno 901[317]. Alcuni Diplomi
promulgati da lui dimostrano che egli vi esercitò veramente diritti
imperatorî; e massimamente ci fu conservato un Placito romano del dì
4 di Febbrajo 901, in cui sono registrati i nomi dei più illustri
ottimati romani, in qualità di giudici di Lodovico. Appellavansi:
Stefano, Teofilatto, Gregorio, Graziano, Adriano, Teodoro, Leone,
Crescenzio, Benedetto, Giovanni e Anastasio; sono detti Judices della
città di Roma, e tutti, senza dubbio, erano fregiati del titolo di
_Consules_ e di _Duces_[318]. Parecchie volte ci avverrà di trovare
nuovamente questi uomini stessi, o i loro discendenti; e giova notare
che fra quei loro nomi, non uno se ne trova che abbia suono germanico.
Benedetto IV, uomo di animo mite e di pietà sacerdotale, come lo
appella Flodoardo, moriva prestamente, nell’estate dell’anno 903, ed
allora Leone V, nativo di Ardea, saliva alla cattedra santa[319]:
però non s’andava più in là d’un mese, che Cristoforo cardinale ne
lo sbalzava. Ma neppur questo intruso sfuggiva ad egual sorte, chè,
pochi mesi dopo, Sergio lo chiudeva in un convento, dove spariva dalla
scena del mondo[320]. In soli otto anni erano dunque saliti al trono, e
n’erano caduti, ben otto Papi, indizio manifesto degli orrori onde le
guerre di fazioni funestavano Roma; sennonchè, poco a poco, da questo
caos andavano emergendo alcune famiglie, e finalmente ad una di esse
riusciva di impadronirsi del potere.
A questa casa apparteneva Sergio, figliuolo di Benedetto. Il suo
ripetuto esaltamento dinota l’epoca della tirannide nobiliare, che
gravò decisamente su di Roma all’incominciamento del secolo decimo.
Vedemmo già questo ambizioso Cardinale combattere Giovanni IX, lo
mirammo indi, nell’898, cacciato in esilio, rimanervi sette anni,
sempre cogli occhi cupidamente torti al trono pontificio; alla fine
gli veniva fatto di insignorirsene. Sebbene Flodoardo o l’inscrizione
funeraria di Sergio dichiarino, che le instanze del popolo lo ebbero
tratto dall’esilio alla cattedra di san Pietro, ciò potè avvenire
soltanto dopo che furono debellati i suoi nemici, cacciati od uccisi
i Cardinali a lui avversi, e dappoi che a forza di terrore s’ebbe
conseguita nel popolo concordia[321]. Le soldatesche del potente
Adalberto di Tuscia lo avrebbero condotto a Roma; di ciò peraltro non
si ha certezza; poichè l’influenza toscana adesso scompare, e poichè
Sergio si mantenne sette anni nel pontificato, vuol dire che la fazione
dei nobili allora dominanti, ed alla quale egli apparteneva, aveva
già disfatto i partiti nemici. E Sergio si conservò sul trono per
ciò che, dal più o dal meno, egli affidò alle mani della sua fazione
il reggimento della Città. Capo di quella aristocrazia romana era
allora Teofilatto; e la potente moglie di lui, Teodora, era amica e
proteggitrice di Sergio.
Sergio III diventò papa nel mese di Gennaio dell’anno 904[322]. Tosto
ei pronunciò novella condanna sul morto Formoso, dichiarò essere
invalide tutte le ordinazioni avvenute per opera di quel Pontefice,
e, seppur non li fe’ uccidere, fe’ che nei tormenti del carcere
morissero Leone e Cristoforo che lo avevano preceduto sulla cattedra
pontificia[323]. Quest’uomo operoso nella violenza, che visse sette
anni nell’esilio e sette nel papato, che si lasciò dietro alle
spalle il cadavere vituperato di Formoso e gli spettri sanguinosi di
alcuni Pontefici, che regnò in mezzo a condizioni di cose le quali
cingono Roma di un mistero impenetrabile, quest’uomo ci fa deplorare
la oscurità in cui quel periodo di tempo sarà sempre sepolto. Gli
Scrittori ecclesiastici, il Baronio sopra tutti, hanno imprecato
alla memoria di lui come a quella di un mostro; la parte ch’egli
ebbe all’inquisizione contro a Formoso, la violenza onde si levò al
pontificato, i legami d’amore colla romana Marozia, figlia di Teodora,
che a lui attribuì lo storico Liudprando, danno ragione a siffatta
sentenza. Forse essa potrebbe essere più mite se ci venisse in chiaro
lo stato di quell’età; e poichè Sergio durò papa sette anni in mezzo
alle orrende procelle di quel tempo, egli ha, se non altro, il diritto
di parerci animo dotato di gagliarda energia: virtù apostoliche,
d’altronde, in lui non andiamo cercando. Gli è con grande curiosità
che leggiamo alcuni de’ suoi documenti: con una Bolla dell’anno 906,
egli donava alcuni fondi del patrimonio toscano al Vescovato di Silva
Candida, dove i Saraceni avevano fatto sterminio di quasi tutti gli
abitatori. Un’altra Bolla costituisce molti terreni in dote ad Eufemia,
abbadessa del convento _Corsarum_, perocchè i Saraceni avessero recato
ruina anche al possedimento di questo convento. Un uomo, quale era
Sergio, doveva credere di aver davvero bisogno delle orazioni delle
monache, dal momento che loro ordinava di cantare, ogni giorno, cento
«Kyrie Eleison», a beneficio dell’anima sua[324].
Se possedessimo i Regesti di quella età, noi vi leggeremmo che Sergio
III restaurò parecchie chiese di Roma che erano cadute. Abbiamo
documenti della riedificazione del Laterano cui egli diede opera. La
veneranda chiesa di Costantino era crollata nell’anno 896; i tumulti
di Roma avevano impedito a Giovanni IX di rinnovarla. Durante questo
orrendo periodo di tempo, per ben sette anni aveva ingombrato, cumulo
di ruine, il suolo, e i Romani entro a quelle erano iti frugacchiando
per rubarne gli splendidi doni votivi. Opere preziose dell’antichissima
arte cristiana, e robe financo che erano state donativi di Costantino,
e di cui il Laterano sopra tutte le chiese si gloriava, trovarono
allora fine, e può darsi che a quel tempo anche la croce d’oro di
Belisario si trafugasse[325]. Il popolo romano non poteva tollerare
la rovina del suo tempio santissimo: sebbene, dopo la coronazione di
Carlo, il duomo di san Pietro fosse diventato il centro di tutte le
attenenze di Roma col mondo politico e dommatico (perocchè ivi fossero
stati anche celebrati nella massima parte i Concilî), la basilica
Lateranense era pur sempre il sacrario delle reliquie, l’imagine vera
di Gerusalemme, la Sionne romana, la chiesa massima e madre di tutta la
Cristianità; era consecrata al Salvatore, e illustre per la ricordanza
di Costantino. La calma in cui era venuta la Città sotto il reggimento
di Sergio e della sua fazione, dominanti col terrore, concedeva al
Papa di restaurare la basilica; e quel grande «delinquente», in mezzo
ad un’età nefasta, potè ornarsi della gloria di un edificio, che,
poco a poco colmandosi di monumenti della storia, durò, monumento di
lui, quasi quattrocento anni, finchè ebbe anch’esso distruzione da
un incendio. E, per vero, come la caduta del Laterano, alla fine del
secolo nono, fu annunciatrice e presagio dell’età più desolata di Roma,
così l’incendio dell’anno 1308 coincidette col periodo Avignonese, in
cui Roma precipitò in pari miseria.
Sergio edificò tutta a nuovo la basilica, vi fondò nuovi doni votivi,
e noi con molta vaghezza torniamo a leggere gli antichi nomi artistici
di ciborii, di croci e di crocifissi seminati di gemme, di candelabri
a corona, di calici, di patene e di arazzi[326]. Più non si può
completamente rilevare quale fosse la forma dell’edificio, e dacchè
l’architettura era allora in decadimento, non può darsi che la basilica
di Sergio per bellezza si illustrasse. Ei pare che si conservassero
le fondamenta e le dimensioni antiche[327], ma può essere che da
Sergio derivasse l’atrio di dieci colonne e la partizione in cinque
navate. Le colonne erano, quali di granito, quali di verde antico, e
naturalmente provenivano da monumenti antichi. Sergio fece ornare la
tribuna di musaici, ed è possibile cosa che fossero di gusto abbastanza
barbarico: una lunga inscrizione celebrava ivi la sua edificazione,
e versi simiglianti leggevansi altresì collocati sopra alla porta
maggiore[328]. La basilica continuò ad aver titolo dal Salvatore,
ma Sergio nella sua inscrizione dichiarò che la chiesa teneva
come «patrono» suo san Giovanni (probabilmente il Battista), quale
Costantino stesso aveva eletto: così il titolo del Salvatore principiò
a scomparire anche da questa chiesa massima, e per Roma è cosa degna
di nota. Pertanto il Laterano si eresse un’altra volta in piedi; al
tempio novello, sorto da ruina così completa, crebbe la venerazione dei
fedeli; e dal tempo di Sergio III in poi, per il corso di due secoli,
quasi tutti i Pontefici non più in san Pietro, ma ivi dentro, si
composero i loro sepolcri.
L’edificazione di una chiesa è il solo monumento storico di quell’età,
chè tutti gli altri avvenimenti sono involti nel buio. Lo sventurato
Lodovico per verità s’appellava Imperatore, ma non era che un’ombra o
un nome vano di senso, e, già fin dall’anno 905, la persona di lui era
scomparsa dalla storia d’Italia. Berengario lo aveva assalito e fatto
prigioniero in Verona, e, orbatolo degli occhi, lo aveva rimandato
alla sua terra natia. Però, neppur Berengario era capace di torsi da
Roma quella corona imperiale ch’era caduta a sì vil prezzo; nè tanto
gli opponevano ostacolo i diritti legittimi del cieco Lodovico, quanto
la confusione in cui erano involte le cose tutte del paese, le lotte
continue contro agli Ungheri, e finalmente gli aristocratici di Roma
che di Imperatori non volevano saperne più[329]. Ora, correndo l’anno
911, moriva Sergio III[330], ed aveva a succeditore Anastasio III,
romano. Fittissima tenebra ricopre il pontificato di questo Papa (che
durò più di due anni) e il reggimento (di poco più di sei mesi) che
si ebbe Lando venuto dopo di lui: può essere che questi Pontefici
abbiano finito con tragiche sorti. E dopochè Lando, figlio di un Raino,
dovizioso conte longobardo della Sabina, passò di vita nella primavera
dell’anno 914, un uomo degno di ricordanza salì alla cattedra di
Pietro, e la occupò per quattordici anni, con animo fornito di energia
non comune[331].
§ 2.
Giovanni X. — Sua vita prima. — Ottiene la tiara per favore della
romana Teodora. — Teofilatto marito di lei, console e senatore dei
Romani. — Alberico, uomo di nuove fortune. — Relazioni di lui con
Marozia. — Teodora e Marozia.
Brutta fama in parte ravvolge la vita prima di Giovanni X; però
dubbioso ne è il fondamento. Deriva quella dalle narrazioni del
lombardo Liudprando, nato soltanto a’ tempi del pontificato di
Giovanni; ma l’indole leggiera dello scrittore affievolisce la fede
di parecchie delle sue notizie. Racconta egli che Pietro, arcivescovo
di Ravenna, avesse soventi volte mandato a Roma Giovanni, prete suo,
per trattare di negozî ecclesiastici, e che ivi il Ravennate fosse
divenuto l’amante di un’illustre romana, per nome Teodora. Poco tempo
dopo quel prete diventava vescovo di Bologna; indi, morto l’Arcivescovo
di Ravenna, ascendeva alla cattedra di lui, finchè Teodora, assetata
di voluttà, lo chiamava dalla remota Ravenna a Roma, e lo faceva
papa[332]. Secondo che narra la tradizione, Giovanni era nato nel
castello _Tauxinianum_ (Tossignano), in vicinanza di Imola; aveva però
cominciato il corso della sua vita ecclesiastica a Bologna, dove quel
vescovo Pietro lo aveva ordinato diacono; e con opere di violenza, così
vien detto, gli succedeva nella dignità episcopale. Animo ambizioso e
destramente accorto, giungeva, dopo la morte dell’arcivescovo Cailo,
anche al seggio di Ravenna, e, prima di diventar papa, si manteneva
in quello nove intieri anni, e non senza gloria[333]; indi, ad onta
di ciò che statuiva il decreto conciliare di Giovanni IX, passava da
una sede vescovile alla cattedra di san Pietro. Ciò accadeva contro
alla ragione dei canoni, ma non per questo gliene venne macchia; se
poi egli veramente sia stato l’innamorato di una bella donna (e non è
cosa appieno dimostrata) occorre pur dire, che non fu il solo dei Papi
venuti prima e dopo di lui a godere di simiglianti fortune. La fazione
nobiliare dominante allora su di Roma (ad essa apparteneva Teodora)
chiamò al papato Giovanni che era uomo di robusta tempra d’animo,
e, vinta la contrarietà del clero e della parte avversa, gli diè la
corona. Ad una femmina potente, che era l’anima di un grande partito,
Giovanni X andò debitore della sedia apostolica; però noi dobbiamo
confessare che le circostanze più particolareggiate di quei fatti si
celano agli occhi nostri dentro alla tenebra[334].
Teodora, bellissima della persona e ardita di spiriti, nata di una
famiglia onde l’origine ci è ignota, s’eleva tutto a un tratto,
Semiramide misteriosa, in mezzo all’oscurità di quel tempo, e, come
dice Liudprando, domina la Città con autorità di monarca, non senza
valore virile: ella ci costringe a studiare le ragioni onde una
femmina, aprendosi una via quasi fuor delle ombre della notte, potesse
giungere a tanta altezza di potere. Sposo di lei era Teofilatto,
console e duce, che apparteneva ad una delle più egregie stirpi di
Roma; e nell’anno 901 ci fu dato d’incontrarlo, per la prima volta,
annoverato tra i giudici romani di Lodovico III[335].
Il nome di lui, al paro di quello di Teodora moglie sua, si trova
frequente in ogni luogo d’Italia dove i Greci dominavano o dominato
avevano; ma non per questo deve indurci a credere che i suoi avi
venissero di Grecia. Nomi bizantini, omai da secoli, s’erano fatti di
gran costumanza in Roma, per modo che in Diplomi dei secolo decimo
si rinvengono assai di sovente; i nomi di Dorotea, di Stefania, di
Anastasia, di Teodora, compaiono spesso sì, come quelli di Teodoro, di
Anastasio, di Demetrio, parimenti che gli altri di Sergio, di Stefano
e di Costantino. Queste nominazioni non erano soltanto vibrazione
dell’eco dei tempi bizantini, ma, nel secolo decimo, erano conseguenza
di una specie di risorgimento legittimista, una forma di moda che i
ragguardevoli di Roma avevano adottata; fors’è che con esse la nobiltà
cercava di opporre una protesta politica contro all’Impero germanico.
In pari tempo, quei nomi danno una prova notevole che le idee di
nazione erano ancora fra i Romani assai fiacche, avvegnachè non venga
mai a galla, in mezzo a loro, il nome di uno Scipione, di un Cesare, di
un Mario, nè quello di un Trajano o di un Ottaviano; e là dove trovi
nomi di suono latino, sono tratti da quelli di Santi, segnatamente di
Benedetto, di Leone e di Gregorio. Appena però che la Città verrà in
balìa di un principe della nobiltà, tosto farà sua mostra anche il nome
del primo Imperatore di Roma, di Ottaviano, come quello che si spetta
al suo erede. Per la qual cosa noi reputiamo, che gli antenati del
romano Teofilatto fossero di origine ravennati, e che venissero nella
Città durante l’età bizantina di Roma[336].
Sull’incominciamento del secolo decimo, Teofilatto conseguiva un
grandissimo potere. Sebbene nell’anno 901 egli fosse numerato a mazzo
cogli altri nobili, secondo nella loro serie, tuttavolta, negli ultimi
tempi di Sergio III o dei fiacchi succeditori di questo Papa, egli
doveva portare omai, a preferenza d’altri, il titolo di «Console o
Senatore dei Romani.» Accanto a lui Teodora, sua donna, esercitava
influenza onnipossente sopra il Papato e sulla città di Roma[337].
Nell’anno 915 il figliuolo di Teofilatto non era già appellato
figlio di un console denotato per suo special nome, ma addirittura
era detto «figlio del Console,» e, accosto al fratello del Papa,
andava, sopra tutti gli altri Romani, distinto[338]. Ei ci è duopo
tuttavia confessare che lo studio, pur laborioso, dei documenti, non
ci concedette di giungere ad una conchiusione ben sicura e determinata
sull’assetto in cui trovavasi il reggimento temporale di Roma a
quell’età. Noi ripudiamo l’opinione che i Romani allora eleggessero
dei consoli annualmente, e li ponessero a capo del loro governo
municipale, ma crediamo con buon fondamento, che, caduto l’Impero
dei Carolingi, Roma subisse un mutamento nell’ordine interiore. Poco
a poco il reggimento della Città era venuto in mano de’ laici (dei
_Judices de militia_), ed i prelati (i _Judices de clero_) erano
messi da banda. Scosso il giogo imperiale, e liberata dalla soggezione
dei _Missi_, l’aristocrazia strappava al Pontefice franchigie ancor
maggiori, in quello che essa sorgeva a prender parte al governo della
Città e di tutte le cose prettamente politiche: sembrava che il Senato
antico risorgesse adesso in questo baronato cittadino; il Patriziato,
quell’idea tradizionale e importantissima di Roma temporale, sembrava
tornare, dopo la caduta dell’Impero, in mano ai così detti «Consoli»
di Roma divenuti potenti; e famiglie ambiziose s’adoperavano a
conquistarsi podestà di _Patricius_, e a renderla ereditaria nelle loro
case. Un «_Consul Romanorum_» era eletto dal gremio della nobiltà,
siccome _Princeps_ dell’aristocrazia, ed era confermato dal Papa;
simile ad un _Patricius_, era posto a capo della giurisdizione e della
amministrazione cittadina; ed oltre che del titolo di «Console dei
Romani» sembra che questo capo della nobiltà si fregiasse fin d’allora
anche di quello di _Senator Romanorum_[339]. Teofilatto ci si presenta
rivestito di tal qualità, e questa sua condizione ne spiega di per sè
sola la potenza di Teodora, della _Senatrix_, com’ella si chiamava.
La bella e valorosa donna del Senatore de’ Romani, era in pari tempo
l’anima di quella grande famiglia di nobili e della sua clientela, e
da ultimo trasfondeva nelle sue figliuole la propria potenza. Infatti,
non molto andava che queste, Marozia e Teodora, più ancora di lei, coi
loro vezzi avvincevano Romani e non Romani. Già di Sergio III s’era
mormorato che lo allietasse l’amore di Marozia e che con lei procreasse
quello che più tardi fu Giovanni XI; in progresso di tempo la bella
romana introduceva nella famiglia di Teofilatto un audace uomo che
sorse in quell’età a nuove fortune, e da cui le nacque un figliuolo,
che fu primo principe secolare di Roma[340].
Fu quegli Alberico, uomo nuovo in Roma del paro che nella storia,
avvegnachè, prima di lui, ivi non fosse visto mai alcuno che portasse
un nome prettamente germanico come il suo[341]. Nulla sappiamo de’
suoi padri che furono indubbiamente di gente longobarda, e di cui è
possibile cosa che avessero loro case nelle terre di Spoleto, oppure
nella Tuscia romana, e forse in Orta; però, nell’anno 889, Alberico fa
sua comparsa sotto le bandiere di Guido, e se ne mostra prode vassallo,
indi lo abbandona per cercar sua fortuna sotto il sole di Berengario
che va sorgendo sull’orizzonte: la sua vita somiglia a quella degli
arditi capitani di ventura dei tempi posteriori d’Italia, sì come fu a
Milano dell’antenato degli Sforza. Alberico divenne margravio, forse
di Camerino, e già nell’anno 897 teneva titolo di _Marchio_: se poi
egli giungesse altresì al possedimento del ducato di Spoleto, dopochè
s’avesse sgombrato dalla sua via l’ultimo erede della casa Spoletina,
è incerta cosa[342]. Ad un uomo ardito che tendeva a sollevarsi in
alto luogo, niun’altra epoca poteva dare maggiori speranze di quelle
che concedeva quest’età, in cui le fazioni italiche avevano origine,
per eternare indi la loro peste in tutto il paese. Alberico, tutt’a un
tratto, diventava il più potente vicino di Roma, e tosto si maneggiava
negli affari della Città. Duranti i tumulti sanguinosi che portarono
Sergio III alla cattedra di san Pietro, non si fa ancor cenno di lui,
ma il pericoloso uomo di nuova potenza presto fu avvinto agli interessi
della fazione di Teofilatto. Amore lo strinse alla bella Marozia, la
sposò[343], e dobbiamo accogliere per vero che ciò avvenisse prima
dell’anno 915: può darsi che Sergio III, o Giovanni X, combinasse
quest’alleanza di famiglia, affinchè la dubbia fede del forte vicino si
tramutasse in amicizia zelante[344].
Furono pertanto questi uomini, Teofilatto prima, Alberico poi, che
addussero un’epoca nuova nella storia di Roma, o furono piuttosto
le donne di loro, destre di raggiri, le quali, per buon tratto di
tempo, seppero ravvolgere Roma entro una cerchia fatata, disegnata
dalla loro mano. Nella storia dei Papi, entro cui dovrebbero avere
accoglimento soltanto femmine di pia santità, similmente come nel
recinto di un convento o di un tempio, formano invece un contrasto
alquanto strano le persone di donne maestre d’inganni e di lascivie.
Perciò, questo arido e oscuro periodo di Roma fu significato con una
frase appellativa assai aspra, che parecchi Scrittori, indotti da idea
di frivola malignità, andarono massimamente aggravando; sennonchè la
Chiesa romana di quella età parve vero «bordello» anche agli occhi
dei Cattolici mossi a indignazione di cotali casi[345]. Il fatto
incontestabile che, per una pezza di tempo, alcune femmine fossero
dispensiere della corona pontificia e dominatrici di Roma, è cosa in
verità inonorevole per i Romani di quel tempo; però, anzichè rilevare
questo fenomeno coll’occhio munito di un microscopio morale, meglio si
conviene allo Storico di rintracciarne le ragioni in una condizione di
ordine sociale. Da sei secoli a questa parte la storia della Città non
ci mise in aperto donna alcuna che colla sua persona si levasse sopra
dell’altezza comune; dopo di Placidia e di Eudossia, una sola figura
di donna vedemmo risplendere, e questa fu di nazione gota, Amalasunta,
e neppur visse in Roma: qui mirammo primeggiare soltanto qualche santa
monacella; tali furono le amiche di Girolamo, o Scolastica, sorella di
Benedetto. Nei secoli settimo, ottavo e nono veruna femmina sovrasta in
Roma alle altre, oppur tien luogo meritevole di nota, per fuggevole che
sia; nè ciò desta meraviglia di sorte, perocchè Roma fosse fatta città
prettamente di Chiesa. Poichè adesso, sul principio del secolo decimo,
emergono tutt’a un tratto donne illustri per bellezza, per potenza e
per fortune di vita, se ne rivela uno stato di cose che fra’ Romani
era tutto mutato da quello d’un dì; e propriamente si discopre essersi
affraliti gli elementi ecclesiastici, preponderare la società laicale.
Non occorre di ricordare quanto luogo avessero avuto le donne nella
bigotta e licenziosa corte dei Carolingi, chè ci stanno ancor vivi
innanzi agli occhi i casi della vita di Gualdrada. In questo periodo
di dissolvimento universale degli ordini politici ed ecclesiastici,
il feudalismo, mentre creava una duplice aristocrazia possidente,
diffondeva la più brutale licenza in ogni cerchia della vita sociale.
Tutte le passioni si sguinzagliavano, perocchè lo spirito morale della
Chiesa non le frenasse più: alla splendida vittoria che Nicolò I, in
nome della legge morale e cristiana, aveva conseguito combattendo le
voglie sfacciate di un Re, il mondo rispondeva con una emancipazione
della carne che non voleva saperne di briglia; e vi si associavano i
preti e financo i frati, senza che pudore li rattenesse[346]. L’istesso
stato di decadimento si manifestava a Roma e nei patrimonî, dappertutto
ov’erano ricchi ottimati, laici o cherici, in balìa dei quali era
caduto il Papato. Da siffatte condizioni di cose, in un’età di frivolo
ribollimento dei sensi, e di parteggiari che non conoscevano legge o
coscienza, quelle donne romane si elevavano a grande possanza, poichè
voleva così la natura degli avvenimenti; nè sole erano, chè in pari
tempo altre leggiadre femmine vedremo dominare in Italia a capo di
fazioni. Una Teodora o una Marozia del secolo decimo non s’aggentiliva
colla splendidezza esteriore della cultura classica, quale fu quella
onde si ornò Lucrezia Borgia, figliuola di un Papa venuto più tardi;
egli è probabile che quelle donne non sapessero di leggere o di
scrivere[347]; e poichè vivevano in una età di barbarie profondissima
di costume, gli è da questa che dobbiamo torre misura dell’essere
loro. Tuttavolta, è difficile cosa che l’indole di esse fosse più
immorale di quella ch’ebbero le donne venute al tempo raffinato di una
Lucrezia, di una Caterina di Russia o di una Pompadour. Nella cerchia
rimpicciolita del mondo romano non dobbiamo in Teodora e in Marozia
andare a cerca di una novella Messalina o di una nuova Agrippina; in
esse dobbiamo mirare donne ambiziose, fornite di grande intelletto e di
coraggio, avide di piaceri e di potenza di comando, destre di astuzie.
La figura di loro persone, che induce a meraviglia, ci dà sentore che
nella società laicale di Roma spira omai una vita che si estende a
più larghi confini, sebbene rozza ancor sia; elleno, in modo mirabile,
interrompono la monotonia claustrale che poc’anzi pesava sulla storia
di Roma.
§ 3.
Guasti orribili dati dai Saraceni. — Distruzione di Farfa. — Subiaco. —
I Saraceni s’appiattano a ruba in castella della Campagna. — Giovanni X
offre a Berengario la corona imperiale. — Berengario entra in Roma, ed
è coronato sul principio del Dicembre dell’anno 915.
Giovanni X salì alla cattedra di san Pietro nella primavera dell’anno
914: il favore di Teodora e la potenza del console Teofilatto diedero
a lui la dignità pontificia[348]. Però, non fu egli altrimenti
un officioso favorito di femmine, ma si rivelò uomo independente,
anzi grande, per guisa che ebbe superata la gloria del bellicoso
predecessore suo, Giovanni VIII: tenne in pugno le cose d’Italia,
siccome Giovanni IX fatto aveva, nè v’ha dubbio che in questo paese fu
il primo uomo di Stato della sua età.
Giusto in quel tempo i Saraceni dal Garigliano facevano nuovamente
battere il cuore a Roma per la paura. I piccoli Principi dell’Italia
meridionale, Atenolfo di Benevento, Landolfo di Capua, Guaimaro di
Salerno avevano fatto contro essi qualche spedizione di guerra,
ma senza frutto: quei predoni terribili continuavano a devastare
la Campagna, la Sabina e la Tuscia. Nessuna voce più eloquente che
quella di Giovanni VIII ebbe mai descritto i mali spaventosi delle
province; però, dai documenti di Sergio III raccogliemmo il lamento
della devastazione ond’era afflitta la campagna di Roma. Le mura
che cingevano la Città guarentivano sicurezza ai Romani, grazie alle
gloriose cure di Pontefici anteriori; ma tutte le terre circostanti
non erano altro che un campo di incendî saraceni, e, più d’una volta,
nei Diplomi di quel tempo, ci occorre di trovare discorso di una
chiesa deserta (_in desertis posita_, oppure _destructa_), perfino
nelle più prossime vicinanze di Roma. Il territorio Sabinate era
tribolato anch’esso orribilmente, avvegnaddio le ricche Badie di
Farfa e di Subiaco allettassero l’ingordigia dei predoni, e dessero
compenso alle imprese di quelle ladronaje. Il convento imperiale di
Farfa era allora, insieme con quello lombardo di Nonantola, il più
bello d’Italia. Situato in mezzo ad un paese vaghissimo, somigliava
ad una oasi della cultura: la bella chiesa maggiore dedicata alla
Vergine, tutta splendida d’oro, era ancor circondata da cinque altre
basiliche; un palazzo imperiale e case molte stavano nel territorio
soggetto al convento. Dentro e fuori s’elevavano corridoi sostenuti
da colonne (_arcus deambulatorii_), destinati ai passeggiari dei
monaci, e tutta l’Abazia, parimente come una città munita, era
cinta di un muro forte di torri[349]. Allorchè nel prezioso codice a
pergamena dei Regesti farfensi, che si conserva oggi nella Vaticana, si
leggono le sei pagine in foglio, che, a minuti caratteri di scritto,
contengono l’elenco dei beni fondi, delle castella, delle chiese e
delle ville che Farfa possedeva nel Sabinate, nella marca di Fermo,
nel territorio romano e financo dentro della Città, ei si crederebbe
di numerare i possedimenti di un principato potente. Ed in vero le
dovizie della Badia erano regalmente grandi. Per l’amministrazione
dei suoi dominî avrebbe occorso un vero esercito di officiali, ma i
suoi vassalli, baroni grandi e piccoli dell’Italia media che tenevano
quei possedimenti in affitto, liberavano l’Abate del convento da
quella cura, che troppo grave sarebbe stata[350]. Fin dalla metà del
secolo nono i Saraceni avevano mosso minaccia all’Abazia; e, intorno
all’anno 890, la assediavano con forze poderose. Per sette anni il
coraggioso abate Pietro si difese coi suoi vassalli; ma finalmente
conobbe che impossibile gli era di ottener salvamento. Spartì i tesori
del suo convento, gli spedì a Roma, a Fermo e a Rieti, spezzò il
prezioso ciborio del maggior altare, con lagrime ne seppellì sotterra
le colonne di onice, indi abbandonò la Badia. Usciti che ne furono i
frati, v’entrarono i Saraceni; però la bellezza degli edificî scosse i
loro animi siffattamente, che ne risparmiarono la distruzione; tennero
Farfa per loro quartieri, ma, non avendovi lasciato presidio, avvenne
che briganti cristiani, i quali avevano stanza in quelle vicinanze,
appiccarono il fuoco all’Abazia, e, per ben trent’anni, Farfa la bella
ingombrò il suolo col cumulo delle sue ruine.
Tempo prima ancora era perito quel Subiaco, che i Saraceni avevano
già ruinato intorno all’anno 840. Sebbene l’abate Pietro I l’avesse,
tosto dopo, restaurato, il convento venne una seconda volta in loro
balìa[351]. Massimamente, dai tempi di Giovanni VIII in poi, quei
ladroni non cessavano di devastare la regione montuosa dell’Anio, fin
dove questo fiume, uscendo della profonda gola di Jenne e di Trevi,
si spinge a Tivoli, per continuare indi il suo corso lungo la Campagna
romana. In tutte le terre che ivi erano, i Saraceni recavano il guasto,
oppure qua e là vi si afforzavano munitamente. Oggidì tuttavia, vive
la ricordanza di loro in quei luoghi solitarî, di cui si favoleggia
che fossero coltivati ancor prima de’ tempi romani. Dietro a Tivoli,
sul dorso roccioso di un monte, s’alza il vecchio castello saracinesco,
che è notevole per la foggia delle vesti e dei costumi d’antichissima
data, che ancor durano fra quegli abitatori: il suo nome deriva dagli
Arabi del secolo nono, che ivi si erano trincerati[352]. Dall’altra
parte di quella montagna, nella magnifica e selvaggia solitudine dei
monti Sabinati, sta Ciciliano; e anche questo castello, a’ tempi di
Giovanni X, era una rocca forte dei Saraceni[353]. Adesso, lorquando
i pellegrini nordici, che movevano a Roma, scendevano dalle Alpi,
intoppavano nei Mauri ispani, i quali, dopo l’anno 891, avevano posto
sede a Frejus ossia _Fraxinetum_; trovavano da quelli impedimento
alla loro via, e tosto che con tributi avevano riscattato il passo,
cadevano nelle mani della ladronaia saracena che scorrazzava lungo le
strade di Narni, di Rieti e di Nepi. Nessun pellegrino più giungeva
a Roma recando donativi. La Sabina, la Tuscia, il Lazio erano fatti
deserto dove dominava silenzio di sepolcro, e, sorte peggiore, vi si
aggiungevano orde di predoni cristiani, che spesse volte facevano causa
comune coi pagani: tali condizioni disastrose duravano da trent’anni;
nè il Re d’Italia, nè i Margravî di Tuscia o di Spoleto si davano un
pensiero al mondo di spurgare il paese da siffatta piaga. In questo
periodo di tempo, di cui non si riesce a descrivere la confusione,
cessato aveva di esistere ogni potere che s’affermasse in un centro:
ogni città, ogni abazia, ogni castello era abbandonato a sè medesimo ed
ai suoi casi[354].
Finalmente, Giovanni X sentì pietà del suo paese e salvò Italia.
Gli Infedeli non avevano nemico più acerbo del Papa, per il quale si
trattava nientemeno che di salvarne Roma, anzi la Chiesa. Ricordava
egli quel che un tempo aveva potuto operare la podestà imperiale,
rammentava l’appello universale alla riscossa, per cui mezzo Lodovico
II aveva condotto gli Italiani a combattere contro i Saraceni, ed a
vincerli; vedeva il decadimento ognor più profondo in cui s’andavano
inabissando gli ordini politici, capiva che le ruine di questi
avrebbero alla fine travolto con sè Roma, e fattala preda di qualche
Principe che avesse avuto maggiore audacia o fortuna. Egli deliberò
pertanto di restaurare la podestà imperiale, sì come Giovanni IX aveva
fatto. Per verità, il cieco Lodovico continuava in Provenza a fregiarsi
del nome d’imperatore, ma i suoi titoli non avevano più valore alcuno
in Italia. Per lo contrario, le terre dell’Italia superiore erano
raccolte sotto al mite scettro di Berengario, e questi, come altra
fiata Lamberto, era adesso la speranza degli uomini che s’ispiravano
a idea di nazione. Il Papa si unì risolutamente con questa parte,
se ne pose alla testa, e, come ebbe certezza di riuscire nel suo
intendimento, decise di dar la corona a Berengario, affine di fondare
per mezzo suo un Impero italico independente.
Chiamato con lettere e con messaggi del Pontefice, Berengario si pose
in cammino per Roma, nel mese di Novembre. L’accoglimento festoso
che vi trovò dimostra che il Papa aveva guadagnato a favore di lui i
voti dei Romani, e che ora la parte italica era dominatrice. Un Poeta
cortigiano (ne è ignoto il nome) descrisse con diligente cura, qual
si conveniva a lui testimone di veduta, le solennità che avvennero
allorchè il signor suo entrò in Roma e v’ebbe la corona: i sonori
esametri di lui sono la sola opera che la immiserita musa d’Italia
dettasse a quel tempo; modestamente adorni dei fiori di Virgilio
e di Stazio, ci ridestano la ricordanza della venuta di Onorio,
onde un tempo aveva cantato Claudiano[355]. Parimente come i suoi
predecessori, anche Berengario venne per Monte Mario, attraversando
il campo di Nerone: la nobiltà, ossia senato, e le milizie della
Città lo salutarono colle consuete laudi; e il Poeta nota che le
loro alabarde erano adorne di simulacri di fiere, cioè di teste di
aquile, di leoni, di lupi e di dragoni[356]. Nè mancavano le Scuole
della Città: fra esse il Poeta, ispirandosi alla venerazione della
classica antichità, metteva al di sopra di tutte quella dei Greci,
ricordandone gli «inni dedalici di lode,» laddove le altre comitive di
esse salutavano Berengario, ciascuna parlando l’idioma della propria
nazione. Non perdette il Poeta di vista gli omaggi che due illustri
giovani, bianco-vestiti, venivano prestando all’Imperatore: erano
Pietro fratello del Pontefice, e il figliuolo di Teofilatto console.
Poichè il Papa e il Console dei Romani erano qui accoppiati l’uno
allato dell’altro, poichè l’uno mandava incontro a Berengario il fratel
suo, l’altro il figliuolo, eglino compajono quasi in sembianza di due
podestà, per guisa che, accosto al Papato, s’erige l’aristocrazia come
ordine di potenza cittadina.
Dall’alto della scalea del san Pietro il Papa stavasene attendendo il
Principe, che veniva cavalcando un palafreno delle stalle pontificie:
Giovanni sedeva sopra un _cliothedrum_ ossia _faldestorium_, che era
una scranna d’appoggiatoio ripieghevole. L’affollamento della gente
che gli faceva ressa intorno, era così grande che soltanto a stento
Berengario giungeva fino a lui. Come egli ebbe prestato giuramento di
dare ajuto e di far giustizia alla Chiesa, si aprirono le porte della
basilica: orarono innanzi alla Confessione, come era costume, indi il
Re fu condotto nel palazzo Lateranense. Nei giorni primi del Dicembre
dell’anno 915 avvenne la coronazione colle solite ceremonie; nè il
Poeta dimentica di descrivere il suo diletto Imperatore tutto raggiante
nella porpora del suo manto, e ne dipinge lo splendore della corona e
dei coturni d’oro. Dopo che Berengario fu unto col crisma e coronato,
e dopo che il popolo a lui ebbe acclamato, fu ordinato silenzio, ed un
_Lector_ pontificio diede, ad alta voce, lettura del Diploma con cui
il novello Imperatore confermava i possedimenti della Chiesa romana. La
solennità ebbe termine coi donativi che l’Imperatore fece alla basilica
di san Pietro, al clero, alla nobiltà ed al popolo di Roma[357].
In tal guisa, disconosciuti i diritti del cieco Lodovico III, la
corona imperiale per la terza volta cinse le tempie ad un Principe che,
sebbene disceso di origine germanica, era tuttavia italiano. Ed ora il
paese sperava di conseguire independenza, unità e ordine interiore,
in quello che il Pontefice aveva fede nella gagliarda operosità del
novello Imperatore.
§ 4.
S’imprende guerra contro a’ Saraceni. — Si combatte nella Sabina e
nella Campagna. — Trattato di Giovanni X coi Principi dell’Italia
inferiore. — I Saraceni sono disfatti sul Garigliano, nell’Agosto
dell’anno 916. — Il Pontefice e Alberico tornano a Roma. — Cosa
divenisse Alberico. — Berengario cade. — Conseguenze che ne avvengono
in Roma. — Fine incerta di Alberico.
La coronazione di Berengario fe’ palese la sua efficacia nella
splendida opera di guerra che fu tosto intrapresa contro a’ Saraceni.
L’amor di nazione risvegliavasi; era desso che ispirava gli Italiani e
li riuniva ad un solo intento, per guisa che eglino in gran moltitudine
correvano a schierarsi sotto il vessillo di questa crociata gloriosa.
Per verità, il novello Imperatore non si metteva alla loro testa.
Avvenimenti gravi lo richiamavano indietro nell’Italia superiore,
dopo che aveva trattato coi Principi dell’Italia meridionale e coi
Bizantini, per muovere ad una comune impresa[358]. Egli poneva delle
soldatesche sotto il comandamento del Papa, ed erano propriamente
composte di Toscani, che Adalberto margravio aveva levato in arme,
e di genti di Spoleto e di Camerino, che erano guidate da Alberico;
forse l’Imperatore vi aggiungeva altresì alcune milizie dell’Italia
superiore, e un naviglio delle città marittime settentrionali. La
grande lega contro ai Maomettani toccava a fortunato risultamento;
concordi erano i Principi dell’Italia inferiore; financo l’Imperatore
bizantino, premuto da ambascerie di Giovanni, faceva tacere i suoi
rancori e porgeva la mano all’Imperatore dei Romani per una spedizione
concorde. Alle instanze del Papa e dei Principi del mezzodì, il
giovane Costantino di Bisanzio aveva armato una flotta e l’aveva messa
sotto agli ordini dello stratega Nicolò Picingli. Poichè una grande
parte delle Calabrie e delle Puglie obbediva nuovamente ai Greci, che
continuavano a chiamare quella loro provincia col nome di «Lombardia,»
era cosa desiderata per il governo bizantino di entrare nell’Italia
meridionale, armato in guerra. Il Picingli veleggiava, nella primavera
dell’anno 916, nel mare napoletano; ai Duchi di Gaeta e di Napoli
apportava il titolo pur sempre ambito di Patrizio; induceva questi, che
altra volta erano stati ostinatamente amici dei Saraceni, a prender
parte alla lega; indi schierava innanzi alla foce del Garigliano la
sua armata, cui si saranno aggiunte le dromone pontificie di Ostia e
le galere di Berengario: l’esercito di terra dell’Italia meridionale
prendeva ordinanza, al di sotto della fortezza saracena, dalla parte
di mare. Dalla banda di terra s’avanzavano le soldatesche condotte
da Giovanni X in persona, e, insieme con lui, da Alberico. Il Papa
aveva dato prova di un’operosità istancabile, degna di un Principe
guerriero; aveva chiamato in arme le milizie di Roma, le genti del
_Latium_, della Tuscia romana, della Sabina e di tutti gli Stati suoi,
e le aveva riunite con quelle che gli venivano di Toscana e di Spoleto.
Teofilatto senatore e Alberico avevano, quai generali, la capitananza
dell’esercito così composto[359]. La preponderanza delle forze di
esso cacciò, battendoli, i Saraceni fuor della Sabina, ed ivi e nella
Campagna s’accese la prima pugna. I Longobardi di Rieti e di altre
terre sabinati, condotti da Agiprando, si scagliarono sull’inimico
in vicinanza a Trevi; le milizie di Sutri e di Nepi combatterono
prodemente presso a Baccano, finchè i Maomettani furono costretti di
ritirarsi sul Garigliano; e, anche senza di ciò, i loro fratelli,
messi a mal punto, ve gli avrebbero chiamati. Ei pare che Giovanni
conseguisse, in prossimità di Tivoli e di Vicovaro, una vittoria,
la cui novella si serbò in tradizione[360]. A Terracina, il Papa
s’incontrò coi Principi dell’Italia inferiore, e con essi conchiuse un
trattato in piena regola, perocchè quegli astuti signori esigessero
un compenso, se volevasi che entrassero nella lega. Il Papa dovette
rinunciare a parecchi diritti cui la Chiesa pretendeva sulla Campania
del mezzodì: oltre al patrimonio di Traetto, il Duca di Gaeta riceveva
altresì il Ducato di Fundi, e i restanti Principi probabilmente
erano guadagnati a forza di donazioni di altri possedimenti. Quei
due paesi avevano, da lungo tempo, appartenuto alla Chiesa romana, la
quale li faceva amministrare per mezzo di suoi officiali laici, che
avevano titolo di conte o di console e duce[361]; ma di già Giovanni
VIII, nell’anno 872, in pari circostanze, ne avea fatto cessione a
Docibile e a Giovanni di Gaeta, ed ora Giovanni X era costretto a
confermare quella donazione. Il trattato si conchiuse nella pianura del
Garigliano, entro al campo dell’esercito alleato. Gli ottimati romani,
che ora, in armamento di guerra, comandavano nell’esercito con autorità
di capitani pontificî, sottoscrissero da parte loro il Diploma: ivi
sono registrati per nome; a capo di loro è primo Teofilatto, senatore
dei Romani; vengono indi i duchi Graziano, Gregorio, Austoaldo (uomo
germanico), Sergio primicerio, Stefano secondicerio, Sergio de Eufemia,
Adriano «padre del signor papa Stefano (VI)», Stefano primicerio dei
defensori, Stefano arcario, Teofilatto sacellario. Per comando di
Giovanni, giurarono il patto altri diciassette nobili, che nominati
non sono; vi sottoscrissero altresì i Principi e i capitani della
lega; primo Nicolò (Picingli) _Stratigus_ della Longobardia greca,
poi Gregorio console di Napoli, Landolfo patrizio imperiale e duca di
Capua, Atenolfo di Benevento, Guaimaro principe di Salerno, Giovanni e
Docibile gloriosi duchi e consoli di Gaeta[362].
Splendida e completa fu la vittoria che gli alleati riportarono sul
Garigliano. Nel Giugno dell’anno 916, si cominciò a muovere contro le
schiere dei Saraceni, i quali si difesero ancora ostinatamente per ben
due mesi. Circondati da tutte le parti, e senza speranza di soccorso
da Sicilia, eglino finalmente si appigliarono al partito di aprirsi un
varco, e di rifuggirsi sui monti. Di nottetempo diedero fuoco al loro
campo, e se ne scagliarono fuori con grande impeto, ma caddero sotto
la spada dei Cristiani inferociti, o ne furono fatti prigionieri; e
quanti si salvarono sulle vette dei monti, ivi pure furono inseguiti e
sterminati. Così, quel covo meraviglioso di ladroni musulmani disparve
dalle terre inferiori del Garigliano, dopochè, per più di trent’anni,
era stato onta, spavento e ruina d’Italia. La sua distruzione è l’opera
nazionale più onoranda che abbiano compiuto gli Italiani nel secolo
decimo, parimente come la vittoria di Ostia era stata il maggiore loro
decoro nel secolo nono[363].
Adorno di gloriosa onoranza per questa vittoria ottenuta sugli
Africani, Giovanni X tornò a Roma, pari a trionfatore reduce da una
guerra punica. I Cronisti tacciono di feste che celebrasse la Città in
segno di gratitudine e di letizia; non parlano dell’ingresso che vi
fece l’uomo liberatore, innanzi ai cui passi forse avranno preceduto
Saraceni, tratti in catene con pompa di trionfo; ma noi possiamo
credere che egli entrasse a cavallo da una delle porte che guarda a
mezzodì, tenendosi al fianco Alberico margravio, e venendo alla testa
dei nobili Duchi e dei Consoli di Roma, che avevano maneggiato la spada
con pari prodezza; lo avranno accolto le acclamazioni del popolo, il
quale plaudiva a lui, capitano diplomatico della guerra, e ad Alberico
rendeva venerazione come ad un Scipione novello. L’eroe del Garigliano,
carico di allori, salutato con grande reverenza dalla Città, ne avrà
chiesto ed ottenuto una ricompensa. Se potessimo penetrare collo
sguardo entro il buio di quella età, vedremmo che il Papa lo regalava
riccamente di beni, e che egli ebbe benanco in dono la dignità di
console dei Romani. Tempo prima ancora, aveva menato in moglie Marozia,
figlia di Teofilatto senatore; dopo la vittoria del Garigliano,
doveva per certo essergli attribuito uno stato potente in Roma; però
confessiamo di non saper cosa alcuna delle geste di Alberico, e neppur
del luogo ove ponesse sue dimore per una serie di anni: anche il
senatore Teofilatto perdiamo di vista. Vien detto che il figlio di
Alberico nascesse nel palazzo della sua famiglia, posto sull’Aventino,
e ivi può darsi che il Margravio e Console avesse stanza. Finchè durò
la potenza di Berengario, e fino a tanto che Roma obbedì chetamente
all’energico reggimento del Papa che gli era amico, nessuna opportunità
si offerse ad Alberico di condurre a compimento quei disegni ambiziosi
che per certo coltivava nell’animo: anzi, per alcuni anni, fu egli
sostenitore del Pontefice in Roma[364].
Ma una rivoluzione violenta mutò lo stato d’Italia. Gli irrequieti
ottimati di Tuscia e di Lombardia, alla cui testa stava Adalberto
margravio d’Ivrea, che aveva sposato Gisela sorella di Berengario, si
levarono in arme contro l’Imperatore. Quei piccoli tiranni si beffavano
dell’idea di nazione italiana, o, piuttosto, nessun’altra cura
nutrivano fuor di quella che premeva alla persona propria di loro. Li
frugava la maledizione antica di cacciare un dominatore con evocarne un
altro, laonde novellamente chiamavano nella loro terra uno straniero,
ed erano di bel nuovo i Principi e i Vescovi stessi d’Italia, che
senza necessità soffocavano le speranze della independenza nazionale,
e vendevano la loro patria alla gente di fuori. Nessun popolo rivela
nei suoi annali un’arte politica così triste, come è quella del popolo
italico per lungo corso di secoli. Se pur sia un fatto innegabile che
i Pontefici favorirono la disunione d’Italia, è però difficile che
quel peccato sia apposto sempre a colpa di loro soli; e, poichè le cose
d’Italia erano così cadute in basso, chi pronuncia giusto giudizio deve
confessare che per lungo tempo il Papato fu sola podestà che reggesse
Italia anche nell’ordine politico: senza di esso questa contrada
avrebbe dovuto precipitare in miseria ancor più profonda.
Giovanni X, che ne fu innocente, vide, per isventura propria, cadere
in pezzi l’opera che egli aveva composto. Rodolfo, re della Borgogna
cisalpina, era chiamato in Italia, e scendeva dalle Alpi per torsi la
corona che gli veniva profferta. La Storia della Città non descrive
le battaglie che Berengario combattè contro a lui ed ai ribelli
italiani; soltanto di volo essa nota, che lo sventurato Imperatore era
costretto a tradire il suo paese, perocchè, come la disperazione sua lo
consigliava, implorasse a soccorso i terribili Ungheri: e questi allora
davano alle fiamme Pavia, sede antica dell’Impero longobardo, che
Liudprando diceva essere tanto bella, da sovrastare financo a quella
Roma che andava così famosa nel mondo. L’imperatore Berengario, di cui
le genti contemporanee lodarono la fortezza e la clemenza dell’animo,
cadde a Verona nello stesso anno 924, sotto il pugnale di un assassino.
Fu il terzo e ultimo imperatore di nazione italiana, avvegnaddio,
dalla morte di Carlo il Grosso in qua, gli Italiani avessero sollevato
all’Impero tre uomini della loro terra, Guido, Lamberto e Berengario.
D’allora in poi, l’Impero uscì per sempre fuor delle mani del popolo
italico, e cagione ne fu la debolezza e la colpa di quest’ultimo. Per
verità, anche lo stato di altri paesi a questi tempi era spaventevole
tanto, che, nell’anno 909, Eriveo vescovo di Reims, innanzi al concilio
di Trosle, paragonava gli uomini ai pesci del mare, di cui gli uni
divorano gli altri; però Italia trovavasi allora in balìa ad una
dissoluzione così orribile, che superava i mali di ogni altro popolo.
Divisa per differenze di stirpi, lacerata da fazioni, da tiranni grandi
e piccoli, cherici e laici, orbata di coscienza, di onore e di diritto
di nazione, Italia non aveva intelletto di conquistarsi independenza
e unità. E adesso, anche il titolo di imperatore romano si spegneva
per un periodo di trentasette anni; indi la corona imperiale toccava
nuovamente in sorte ad uno straniero, ad un eroe sassone, che la
tramandava in retaggio agli animosi Principi di nazione tedesca.
Italia sommerse in un caos di barbara anarchia: l’Imperatore, morto;
il Papa, minacciato di pericolo estremo. Anche in Roma l’idra delle
fazioni levava adesso il suo capo, e Giovanni X doveva cader soffocato
fra le sue spire. Ma Roma si asconde al nostro sguardo, ravvolgendosi
nelle negre ombre di una notte che cela gli avvenimenti venuti dappoi.
Ogni luogo è funestato di stragi orrende; sui ruderi fumanti di città
distrutte celebrano loro baccanali gli Ungheri che non hanno costume
umano; gli abitatori paesani fuggono in luoghi ermi e selvaggi;
Re, vassalli e Vescovi pugnano fra loro per strapparsi i brandelli
sanguinanti d’Italia; donne belle e dal protervo sorriso sembrano furie
o menadi tremende che conducano quelle schiere feroci. Le Croniche
contemporanee, o di tempi poco più tardi, sono tutte un guazzabuglio
incolto, così che lo studioso vi si perde, come dentro a un labirinto
inestricabile: di Alberico non fanno pur motto. Tuttavolta, se sia
nella natura delle cose che un uomo cupido di giungere ad alto luogo,
colga le opportunità favorevoli per accrescere la sua potenza, e se
debbasi accogliere con buon fondamento che l’ambizione di Marozia
moglie sua gliene desse stimolo, può credersi che Alberico, morto
l’Imperatore, abbia vagheggiato il Patriziato di Roma, che allora, in
pari tempo, diveniva vacante. Potrebbesi accogliere per vero ciò che
annunciano Cronisti di tempi posteriori, che egli si imbronciasse col
Papa, che strappasse a sè il governo della Città, e che despoticamente
dominasse in Roma, fino a che all’accorto Pontefice riusciva,
coll’ajuto dei Romani, di cacciare fuor della Città lui che romano non
era: allora Alberico si sarebbe munito a difesa in Orta, che ben era
il luogo maggiore dei suoi dominî; avrebbe chiamato in soccorso suo gli
Ungheri, ma, assalito nel suo castello dalle milizie di Roma accese di
furore, ne sarebbe stato trucidato[365]. Ad ogni modo, di certo v’ha
questo solo che le orde dei Magiari in quel tempo mettevano a guasto la
Campagna romana, e, d’allora in poi, ripetute volte scorazzavano fino
sotto alle porte di Roma[366].
La fine di Alberico è coperta di mistero; però il suo nome, la sua
ambizione, il suo valore, le sue astuzie ei lasciava in retaggio ad un
figliuolo, più fortunato di lui: di lì a non molti anni, Roma doveva
obbedire al vero dominio di questo[367].
§ 5.
Cacciata di Rodolfo di Borgogna. — Intrighi donneschi per elevare
Ugo al trono. — Giovanni X conchiude un trattato con lui. — Marozia
sposa Guido di Tuscia. — Giovanni X è travagliato in Roma di gravi
difficoltà. — Pietro, fratello di lui, è discacciato. — Rivolgimento in
Roma. — Pietro è trucidato. — Caduta e morte di Giovanni X.
Frattanto Rodolfo di Borgogna non riusciva a tenere la corona d’Italia
per più di tre anni; e anche in questi facevalo a grande stento. Egli
cadeva sotto l’urto di una potente fazione avversa, della quale era
l’anima una donna leggiadra e ammaliatrice, Irmengarda, seconda moglie
di Adalberto d’Ivrea, onde era adesso rimasta vedova. Se vogliamo
trovare il filo che ci guidi fra gli avvolgimenti di questi fatti,
i quali ebbero influenza anche su Roma, ci occorre di far menzione
di una moltitudine di persone, e dei loro rapporti di parentela. I
vezzi seducenti della celebre Gualdrada s’erano tramandati nelle sue
discendenti: la fiamma della passione, che le censure della Chiesa e
finalmente la morte avevano spento in quella donna, divampò con ardore
ancor più fatale nelle figlie e nelle nipoti di lei, e mise il fuoco
in Italia, per quant’era vasto il paese. Gualdrada aveva avuto una
figlia di grande bellezza, Berta: frutto di adulteri amori, costei
andò sposa al conte Teobaldo di Provenza, e gli partorì un figliuolo
appellato Ugo. Divenuta vedova, colse ella nei suoi lacci Adalberto
II, il dovizioso margravio di Tuscia; gli diè mano di sposa in seconde
nozze, e n’ebbe tre figliuoli, Guido, Lamberto e la bella Irmengarda.
Una volta che fu in Toscana, Berta si venne in potenza grandissima,
che trasmise ai toscani suoi figli, e si strusse del desiderio di
ottenere la corona d’Italia per Ugo di Provenza, suo prediletto
figliuolo di primo letto. Poichè però siffatto disegno era impedito
in lei dalla morte, che la colpiva nell’anno 925, quell’intendimento
trovava continuazione per opera di Guido, di Lamberto e d’Irmengarda;
e quest’ultima, divenuta allora vedova del Margravio d’Ivrea, colla sua
avvenenza e colle sue astuzie sapeva muovere a voler suo i maggiorenti
lombardi. Se sieno veri i racconti di quell’età, alquanto proclivi alle
fole di romanzo, Irmengarda, per potenza di affascinare i cuori, non
era dammeno della greca Elena o della egiziana Cleopatra; e i Vescovi,
i Conti, i Re, le tributavano omaggio, smaniando d’amore a’ suoi piedi:
financo Rodolfo di Borgogna ella adescava nelle sue reti seduttrici.
Quel Principe valoroso si tramutava in un adoratore piagnoloso, e la
novella Circe, sbuffoneggiandolo, toglieva la corona dei Lombardi dalla
sua povera testa indebolita per darla a Ugo figliuolo di sua madre.
Gli ottimati lombardi cominciarono a disprezzare Rodolfo; Lamberto
arcivescovo di Milano, che il Re aveva tradito ed era allora il più
ragguardevole uomo dell’Italia settentrionale, diè il crollo alla sua
caduta, e tutti i maggiorenti, anche da parte loro, chiamarono Ugo di
Provenza in Italia.
Agli inviti di quei grandi si associava la voce del Papa. Giovanni
X soffriva in Roma grave travaglio dal partito di Marozia, la quale
dai suoi morti parenti aveva ereditato ricchezze, estesa clientela
e potenza. Pertanto, Giovanni cercava di vincere ancor una volta le
fazioni per opera di un braccio poderoso; e, pensando a restaurare
l’Impero, volgeva insieme coi Lombardi i suoi voti ad Ugo di Provenza.
A lui spediva legati, che s’avvennero col Principe a Pisa, dov’era
sbarcato; nè egli stesso metteva tempo in mezzo, e andava a trovarlo:
nell’anno 926 Ugo era coronato a Pavia re d’Italia, indi andava
tosto a Mantova, vi si incontrava col Papa, e con lui conchiudeva un
trattato[368]. Probabile cosa è che Giovanni gli offerisse la corona
d’Italia, e che Ugo si obbligasse, in cambio, di liberarlo dalle zanne
dei suoi nemici di Roma. Ma il Papa fu deluso nel risultamento dei
suoi viaggi e de’ suoi negoziati, chè la influenza di Marozia, proprio
in questo tempo, diventava più terribile che mai. Come la vedova di
Alberico ebbe compreso che Ugo stava per toccare la corona d’Italia,
ella, con calcolo accorto, gettò tosto il suo occhio astuto sul
potente fratello di lui. Offeriva mano di sposa a Guido, che allora era
margravio di Tuscia, nè questi disdegnava la ricca Senatrice di Roma,
o piuttosto l’attraente speranza di farsi signore della Città. Così
la fazione di Teofilatto, ossia, adesso, di Marozia, la quale altra
volta aveva favorito, sotto di Berengario, gli intendimenti nazionali
d’Italia, si poneva dalla parte dei Toscani, che massimamente erano
quelli che lavoravano a sollevare al trono il Principe provenzale.
Il Pontefice, mesto e dolente, tornò a Roma non per altro che per
cadervi vittima de’ suoi avversarî. Tuttavolta, ei tenne ancor fermo
due anni travagliati di tumulti, minacciato ogni giorno dalla spada
dei suoi nemici, i quali non ancora gli avevano strappato tutta la
podestà: e questa è splendida prova della prudenza e della fortezza
dell’animo suo. Il suo appoggio, il suo braccio armato, era Pietro,
onde abbiamo già udito far chiara nominanza al tempo in cui avvenne la
coronazione di Berengario. Giovanni lo aveva, così ci giova credere,
posto a capo del reggimento cittadino, e, morto Alberico, lo aveva
creato console de’ Romani; anzi è probabile, che fosse Pietro quegli
che aveva condotto i Romani contro Alberico, che lo aveva battuto e
conquistato Orta. Il Cronista di Soratte lo appella financo col nome di
margravio, e, a meno che non l’abbia scambiato con Alberico, può darsi
che Pietro avesse saputo insignorirsi del titolo e dei possedimenti di
quello. Le scarse notizie che ci soccorrono dichiarano espressamente
che Pietro s’opponeva alla fazione che intendeva a gettar abbasso il
Papa, a porre una delle sue creature sulla cattedra di san Pietro, e
a dominare poi sopra di Roma[369]. Guido e Marozia, che da parte loro
miravano al patriziato, non erano ancora diventati padroni di Roma.
Soltanto alla celata intromettevano soldatesche in Città, e con esse
assaltavano un dì il Laterano. Se si voglia prestar fede ai Cronisti,
Pietro in prima era cacciato della Città e confinato ad Orta; allora
egli chiamava in soccorso gli Ungheri, capitava con essi alle porte
di Roma, e, venendo in Laterano, si univa nuovamente al fratel suo.
Innanzi agli occhi del Papa il popolo lo trucidava; le genti di Guido
s’impadronivano anche di Giovanni, e Marozia lo faceva rinchiudere in
Sant’Angelo. Il popolo romano era irritato dalle devastazioni che alla
terra avevano dato gli Ungheri chiamati prima da Alberico, indi anche
da Pietro, e di questo, forse ad arte, si era sparsa la fama; il popolo
faceva plauso ad ogni mutazione di reggimento, ad ogni caduta di Papa;
laonde dava aiuto al rivolgimento, e probabilmente la plebaglia s’aveva
in ricompensa un nuovo saccheggio del Laterano. Questa rivoluzione,
onde deploriamo l’oscurità che ne involge i particolari, avvenne nel
Giugno, od altrimenti nel Luglio dell’anno 928. Ma il Papa passava di
vita l’anno dopo, sia che in carcere lo facessero morire di fame, o che
ve lo uccidessero per laccio[370].
Così finì il benefattore di Roma: ebbe sorte immeritata, ed è strana
cosa che, al principio e alla fine della sua vita di Pontefice,
incontrasse nella sua via due persone di donna, madre e figliuola;
Teodora che gli diè la corona papale, Marozia che gli tolse corona e
vita. Sulla storia dei suoi casi si distende per parecchi riguardi una
tenebra che forse durerà eterna. Le circostanze del suo esaltamento al
pontificato, i suoi vincoli con quelle femmine famose diedero motivo a
molti Scrittori ecclesiastici, e sopra tutti al Baronio, di maledire
alla sua memoria; eppure Giovanni X, i cui errori sono denunciati
soltanto dalle dicerie della fama, ma le cui grandi virtù splendono
invece dei fatti scritti nel libro della storia, si solleva fuor
delle ombre buie del suo tempo barbarico, ed è una delle persone più
memorande, massimamente fra i Papi. Gli atti della Storia ecclesiastica
registrano con onoranza la operosità di lui, i rapporti ch’ei tenne
stretti vivamente con tutte le terre della Cristianità, e lo celebrano
come uno dei riformatori del monacato, perocchè egli sia stato che
confermò la severa regola di Cluny. Degno di lode fu il suo tentativo
di rimettere ordine nelle cose d’Italia per via di Berengario; e la
gloria di aver liberato la sua patria dai Saraceni mediante la grande
lega che egli conchiuse, renderà magnifica sempre la sua ricordanza.
In Roma non v’è monumento alcuno che parli di lui. Vien detto che egli
compiesse la basilica Lateranense, e che ornasse di quadri il palazzo.
Probabile è che nei pochi anni di quiete, succeduti alla vittoria del
Garigliano, usando del ricco bottino fatto sui Saraceni, desse nella
basilica compimento a molte opere che Sergio III non aveva potuto
condurre a termine[371].