CAPITOLO TERZO.

§ 1.

Sergio II papa (844-847). — Re Lodovico viene a Roma. — Sua

incoronazione; dissensi di lui col Pontefice e coi Romani. — Siconolfo

viene a Roma. — I Saraceni assalgono e saccheggiano il san Pietro e il

san Paolo. — Sergio II muore nell’anno 847.

Roma fu tosto messa sossopra a causa di una discorde elezione

pontificia. Clero e nobili (principi dei Quiriti, come il Libro

Pontificale comincia a dire con dignità di stile romano) eleggevano

Sergio, cardinale dei santi Martino e Silvestro; ma un ambizioso

Diacono di nome Giovanni era condotto in Laterano con violenza di

popolo armato. La nobiltà represse il moto sedizioso, e Sergio II

fu ordinato papa: egli apparteneva ad una illustre famiglia romana,

laonde aveva dalla sua gli ottimati[103]. La consecrazione di lui

avvenne senza che l’Imperatore vi avesse espresso il suo consentimento,

probabilmente perchè il tumulto avvenuto in Roma sforzava a far presto.

Però quella lesione de’ suoi diritti imperiali destò grave ira in

Lotario, per guisa ch’ei comandò al Re d’Italia di muover su Roma

con un esercito. Lodovico partì, accompagnato da Drogone, figliuolo

di Carlo magno, vescovo allora di Metz, e da molti altri prelati e

conti. I guasti e le violenze che la soldatesca operava nella sua

via attraverso lo Stato della Chiesa, annunciavano fin da lontano la

collera del Re. Come ei fu giunto in vicinanza della sgomentata Città,

Sergio lo mandava ad incontrare con accoglienze onorifiche; nè più

festose in tempo passato erano state fatte, nemmanco a Carlo magno.

Presso la nona colonna miliare, il Re d’Italia era ossequiato da tutti

i giudici; un miglio fuori di Roma lo attendevano tutte le Scuole

della milizia ed il clero. Era la domenica dopo la Pentecoste. Sulla

gradinata del san Pietro stava il Pontefice: salutato ed abbracciato

da lui, il Re, tenendosi dalla sua mano destra, entrava nell’atrio e

veniva fino alla porta d’argento della basilica, ma essa con tutte le

altre porte era chiusa. E il Papa accorto e fermo, diceva al Re che

se ne meravigliava: «Se tu venisti con animo sincero e benevolo alla

salute della Republica, di tutta la Città e di questa Chiesa, ti si

apriranno queste porte ad un mio cenno, ma se altrimenti è, nè io,

nè un comandamento mio te le schiuderà[104]». Il Re protestò che era

venuto con buone intenzioni; si spalancarono allora le porte del duomo,

ed eglino entrarono al canto solenne: _Benedictus qui venit in nomine

Domini_. Il Papa, Lodovico e la loro accompagnatura orarono davanti

alla tomba dell’Apostolo, perocchè a questa, prima d’ogni altro luogo,

si guidassero i Principi, e spesso la loro ira, come lampo inoffensivo,

si dissipava innanzi alla sacra urna di bronzo che chiudeva il santo

Pietro.

L’esercito di Lodovico s’attendava fuor delle mura, probabilmente

nel campo di Nerone; mieteva allegramente l’erba e il grano della

Campagna, e finalmente chiedeva accesso nella Città, ma Sergio

teneva serrate le porte, a guardia delle quali vegliava la milizia

cittadina[105]. La presenza di Lodovico e della sua soldatesca era di

peso gravissimo ai Romani che erano obligati di nutrirli; si fe’ dunque

a gran fretta per liberarsene. Innanzi a ogni altra cosa l’elezione

di Sergio fu sottoposta all’esame di un Sinodo; la fazione franca

ne combattè irosamente la validità, ma i Franchi furono ammansati,

e prestarono omaggio al Pontefice. Nella domenica successiva, era

il giorno 15 di Giugno, Sergio unse e coronò il figliuolo di Lotario

a re d’Italia, ponendogli in capo una preziosa corona, e facendogli

impugnare una spada regale ch’era deposta sull’altare. La credenza

che una mistica virtù si contenesse in quella ceremonia vinse per

vero ogni dubbiezza del Re ad accettarla[106]; ma tosto dopo ei

levava pretese che oltrepassavano di gran lunga i limiti dei diritti

spettanti alla sua corona regia. Drogone di Metz, Giorgio di Ravenna

ed altri Vescovi dell’Italia superiore e di Toscana, ed anche i

Conti franchi, s’adoperarono con gran fervore in negoziati col Papa

e colla nobiltà, peraltro non ottennero alcun risultamento dei loro

desiderî: chè Lodovico bramava che al Re d’Italia si concedesse su di

Roma podestà pari a quella che aveva l’Imperatore da signore supremo,

laonde chiedeva che i maggiorenti romani gli prestassero giuramento

di fedeltà. Ma il Papa tenne duro niegando, i Romani gli prestarono

man forte, e con grande fermezza protestarono non essere sudditi al

Re d’Italia, ma soltanto all’Imperatore, capo dello Stato romano.

«Questo solo e non più, vo’ concedere», diceva Sergio, «che i Romani

prestino giuramento al signore Lotario grande imperatore, ma nè io,

nè la nobiltà dei Romani consentiremo che questo sacramento sia fatto

a Lodovico suo figliuolo». Roma non volle discendere al grado di una

città regia; perciò fu nuovamente giurata in san Pietro una promessa

solenne all’imperatore Lotario, e così fallì quel tentativo degno di

nota, per cui il Re italiano avrebbe cercato di assoggettare a sè Roma

e il Papato[107]. Sergio però convenne di nominare il vescovo Drogone a

vicario apostolico nelle Gallie e in Alemagna; riconobbe solennemente

la podestà suprema dei Franchi su Roma, e la influenza di loro si

restaurò anche nell’Italia meridionale. Infatti, giusto in questo

tempo, veniva a Roma Siconolfo, principe di Benevento e di Salerno,

con corteo sì numeroso che pareva un esercito. Premuto dai Saraceni,

correva a Roma in gran fretta per conchiudere un trattato con Lodovico

e per conservarsi il suo trono; dichiarava di voler esser vassallo del

Re d’Italia, e si obligava di pagargli un tributo di diecimila solidi

d’oro. Lodovico poco tempo dopo si partì per Pavia; i Romani furono

contenti di vedernelo andare, e tributarono lodi alla energia del loro

Papa. Fu questo nella storia della Città uno dei pochi momenti in cui

la volontà del Pontefice, della nobiltà e del popolo fosse tutta di un

pezzo; la resistenza contro agli intendimenti di Lodovico giovò a far

crescere in mezzo ai Romani il sentimento di nazione[108].

Anche Siconolfo se ne andò in pari tempo di Roma. Dopo l’uccisione del

fratel suo Sicardo, avvenuta nell’anno 840, quel Principe era stato

liberato del carcere in cui era sostenuto a Taranto; aveva assediato

senza alcun pro Benevento, dove Radelchi si era impadronito del trono

di suo fratello, e finalmente s’era dovuto contentare del possedimento

di Salerno. Da quell’ora in poi, il bel regno di Arichi e di Grimoaldo

si frastagliò in tre brani, Benevento, Salerno e Capua, e questa

divisione schiuse, in mezzo a condizioni orribili di cose, la via ai

Saraceni perchè penetrassero nel cuore d’Italia. Radelchi stesso aveva

chiamato a Bari in suo soccorso quelle orde brigantesche; ivi dapprima

posero loro sede, più tardi di colà strapparono a sè anche Taranto,

dando il guasto a tutte le Puglie ed alle Calabrie.

Mentre gli Arabi di Sicilia venivano ad annidarsi nel continente

meridionale, le flotte di Kairewan, o di Palermo, incrociavano sul

mare, minacciavano le isole, alcune ne occupavano, e nell’anno 845

s’impadronivano dell’antico Miseno in vista di Napoli. Il desiderio di

quegli audaci pirati era rivolto a Roma; eglino speravano di piantare

la mezza-luna sui pinnacoli del san Pietro, e, similmente a quello

che avevano fatto i Vandali d’Africa, si struggevano di voglia di

saccheggiare la Città santa, piena dei tesori della Chiesa.

Nell’Agosto dell’anno 846 un’armata saracena entrava nella foce del

Tevere; schiacciava il presidio pontificio che era in Nuova Ostia,

oppure vi passava oltre senza torsene pensiero. Un’orda di loro

s’avanzava da Civitavecchia, un’altra risaliva la corrente del fiume,

e nel medesimo tempo i Saraceni movevano a gran passi per la via di

Ostia e per quella di Porto. Non sappiamo se veramente dessero assalto

alle porte di Roma, perocchè nessun Cronista ne parli, ma è assai

probabile che i Romani difendessero robustamente le loro mura, laddove

il Vaticano indifeso da muro e il san Paolo cadevano in balìa dei

nemici. Ben ve li combattevano i Sassoni, i Longobardi, i Frisoni ed i

Franchi che risiedevano nel borgo Vaticano, ma soggiacevano alla possa

dei Saraceni, i quali allora entravano nel san Pietro e lo spazzavano

di quanto v’era dentro[109]. Questo tempio magnifico era fatto santo

da cinquecento anni di vita, da grandi e solenni avvenimenti della

storia del mondo, da molti concilî che di quel luogo avevano dato

ordinamento alla Chiesa in Oriente e in Occidente. Pareva che sul

suolo della basilica, non profanato mai, fossero impresse le orme dei

secoli, le tracce della vita, dei pellegrinaggi e delle morti della

gente umana. Quanti Imperatori, quanti Re, e in che tempi! v’erano

entrati ed usciti! e i loro nomi erano cancellati nell’oblio, e i

loro reami crollati! quanti Papi ivi dormivano l’ultimo sonno nei loro

avelli! A ragione la basilica di san Pietro era divenuta santuario dei

popoli, sì come il tempio di Salomone era stato per gli Israeliti, e

la venerazione dell’Occidente non conosceva luogo più sacro di esso.

Questo tesoro del culto e della storia della Cristianità non avevano

mai tocco i Goti, nè i Vandali, nè i Greci o i Longobardi, e adesso

(così mutevoli sono le sorti delle cose umane e tanto grande ne è il

contrasto) era fatto preda al saccheggio di una sola audace torma di

masnadieri d’Africa.

Non giunge l’idea a comprendere la copia dei tesori che ivi erano

ammassati. Da Costantino, da Teodosio e da Onorio in poi, gli

Imperatori di Roma e di Costantinopoli, i Re dell’Occidente ed i loro

ottimati, i Carolingi, la massima parte dei Papi vi avevano tributato

loro doni votivi; ivi era custodita una gran quantità di quei vasi

d’oro onde udimmo i nomi meravigliosi, e il san Pietro potevasi

considerare massimo museo delle opere d’arte di cinque secoli. Fra

esse eccellevano alcune per decoro di forma e per rarità di memoranda

importanza storica; tali erano l’antica croce d’oro inalberata sulla

tomba dell’Apostolo, il grande faro di Adriano, la mensa d’argento di

Carlo adorna del disegno di Bisanzio[110]. Si imagini quanti fossero

i lavori preziosi di cui i Papi, i Gregorî, i Leoni e gli Adriani

avevano ornato la Confessione, l’altare, le cappelle, perfino le porte

della basilica: e tutti questi tesori diventavano bottino dei figli

d’Ismaele, che vi si scagliavano dentro con alti sghignazzamenti; non

avevano mano, nè spalle, nè occhi, nè tempo bastanti a vuotare quel

mondo fantastico zeppo d’oro. Così i nepoti romani pagavano tarda

pena del sacco e del vitupero che i loro antichi avevano inflitto

al tempio di Salomone nell’età di Tito, e può darsi che gli Ebrei, i

quali vivevano angustamente stretti nelle loro dimore di Transtevere,

gioissero in secreto di quelle opere furibonde dei Mauri, loro parenti

d’origine. I predoni avevano appena tempo di fare onta alle imagini

dei santi; alla fuggita colpivano per beffa con loro lance l’effigie

del Cristo e degli Apostoli, che dalla tribuna miravano in basso

l’onta fatta alla loro chiesa[111]. Svellevano le lamine d’argento che

guarnivano le porte, strappavano i tegumenti d’oro ond’era selciato il

pavimento della Confessione, portavano via perfino il maggior altare

ch’era d’oro[112]. Con grida ingiuriose e con scede devastavano la

cripta d’oro dell’Apostolo, e poichè non riuscivano a trascinarsi

dietro la grande urna di bronzo, l’avranno spezzata per desio di

preda e per curiosità di frugarvi, e non ne avranno risparmiato il

mistero: senza dubbio ne buttavano fuori e distruggevano tutto ciò

che si trovava nell’arca. Pensiamo che quegli infedeli cacciavano le

mani dentro al simbolo santissimo del culto cristiano, in quell’urna

di Pietro, il cui secreto nessun occhio umano aveva scrutato mai;

pensiamo che quest’urna racchiudeva le ossa del Principe dommatico

della Cristianità, cui, secondo il detto non cristiano di un Papa, i

fedeli veneravano come un Dio in terra, i cui succeditori si credevano

i Pontefici, innanzi alle cui ceneri tutti i Principi e tutti i popoli

venivano a prostrare le loro fronti nella polvere: dobbiamo pensare

a tutto questo per comprendere il gavazzo diabolico dei Saraceni

alla distruzione di questa tomba del Maometto dei Cristiani, per

farci un’idea della mostruosità della profanazione, del dolore della

Cristianità.

Anche san Paolo subì le sorti istesse del suo socio Apostolo. Nella

basilica di lui i Saraceni rinvennero un tesoro poco minore di

ricchezza, e diedero pari guasto alla tomba[113]. Veramente, i Romani

e la gente della campagna opponevano resistenza al nemico in vicinanza

al san Paolo, ma impedirne non potevano il sacco. Se si stia al

racconto di Benedetto monaco, i Saraceni tentarono di stabilire loro

sede nel territorio Vaticano, dove saccheggiarono tutte le chiese,

ma le narrazioni del Cronista, riguardo a quel tempo tanto lontano da

lui, sono certo confuse e inesatte. Egli fa perfino che l’imperatore

Lodovico discenda da Monte Mario a combattere i Saraceni e che

ne tocchi una disfatta vergognosa nei prati di Nerone, ma tributa

lode a Guido, margravio di Spoleto, il quale, chiamato in soccorso

dal Papa, conduce i suoi valorosi Longobardi, e, unito ai Romani,

batte i Saraceni in una formidabile battaglia e gli insegue fino a

Civitavecchia[114]. Non v’ha ragione di dubitare che Guido movesse in

soccorso di Roma, e che una pugna disperata si combattesse nel borgo

Vaticano o al ponte di san Pietro, di dove i Maomettani speravano di

entrare nella Città. I briganti allora si ritirarono, dopo di aver

devastato la Campagna e di aver raso al suolo le _Domus cultae_ ed

il vescovato di Silva Candida. Inseguita da Guido, una parte di loro

col bottino e coi prigionieri andò a Civitavecchia per gettarsi colle

sue navi nelle acque napoletane, nel tempo stesso che un’altra orda,

in mezzo a indescrivibili devastazioni, per la via Appia giungeva a

Fundi. Però un uragano distruggeva parecchie navi piratesche, e le onde

vomitavano sulla spiaggia cadaveri di Saraceni che, fuori dalle tasche,

restituivano parecchi splendidi gioielli[115]. Quelli che andavano per

la via di terra erano inseguiti dall’esercito longobardo fin sotto le

mura di Gaeta; ivi s’appiccava una battaglia, e Guido di Spoleto aveva

salvezza soltanto per l’arrivo del valoroso Cesario, figlio di Sergio,

ch’era maestro de’ militi di Napoli. Alla fine i Saraceni si tennero

contenti di poter far vela per l’Africa, ma, prima che toccassero

terra, scendeva su di loro a punirli una seconda procella suscitata

dalla collera di Santi celesti.

Alla terribile profanazione della basilica di san Pietro tenne dietro

una miseria indicibile, e con essa ebbe termine il reggimento dello

sventurato Sergio II, uomo d’animo gagliardo e forse generoso, che

aveva dovuto sopravvivere a tanta onta. Ei morì addì 27 di Gennaio

dell’anno 847, ed ebbe sepoltura in quella stessa chiesa del Santo,

di cui il saccheggio e la devastazione gli avevano spezzato il cuor di

dolore[116].

§ 2.

Leone IV è fatto papa. — Incendio di Borgo. — Roma, Napoli, Amalfi e

Gaeta fanno lega contro ai Saraceni. — Si vince in mare presso Ostia

nell’anno 849. — Leone IV edifica la _Civitas Leonina_. — Sue mura e

sue porte. — I distici collocati sulle porte maggiori.

Morto Sergio, la elezione cadeva sul Cardinale dei «Quattro Coronati»:

era un romano di origine longobardica, figliuolo di Radoaldo, e si

appellava Leone. Roma era tuttavia sotto il terrore dei Saraceni;

temevasi un nuovo assalimento. Pertanto la presta ordinazione

dell’eletto era chiesta dal popolo con grida violente, e Leone IV

ricevette la consecrazione, non immantinenti, ma senza pur che si

attendesse l’approvazione dell’Imperatore, che forse tardava. L’urgente

necessità poteva giustificare appo lui i Romani, massimamente dacchè

con loro lettere lo accertavano, che rispetterebbero in buona coscienza

i suoi dritti[117].

Mentre tutti gli animi erano sgomentati dalla tema dei Saraceni, un

terremoto e un incendio accrescevano l’angustia; minacciavano tornare i

tempi orribili di Gregorio magno. Il quartiere dei Sassoni era divorato

dalle fiamme; l’incendio secondato dal vento s’appiccava alle case

dei Longobardi, distruggeva il portico di san Pietro e, ravvolgendosi

intorno alla basilica, minacciava di recare l’ultima ruina al tempio

devastato. Il fuoco trovava alimento nelle case degli stranieri, i

quali, secondo il costume di loro terre settentrionali, avevano recata

a Roma le edificazioni in tavola, massime delle scale, e la copertura

delle case con embrici di legno[118]. La credenza pia divulgò che

l’incendio cessasse per virtù delle orazioni di Leone, il quale era

corso in gran fretta, e col segno della croce aveva comandato tregua

alle fiamme. La tradizione di questo infortunio si mantenne lungo tempo

nella Città, e Raffaello la immortalò con un affresco dipinto in una

camera del Vaticano, che ne ha nome di «sala dell’incendio»[119].

Frattanto, la energia di Gaeta, il valore dei Napoletani condotti

da Cesario e le vittorie degli Imperiali nel territorio di Benevento

costringevano i Saraceni alla ritirata; ma fresche bordaglie di predoni

succedevano alle prime, e il ricco bottino raccolto in Roma allettava

la ladronaia d’Africa a una novella impresa. Intanto che i Romani in

fretta e in furia afforzavano le loro mura, e munivano di trincee il

quartiere del san Pietro, metteva loro spavento l’approssimarsi di una

grande armata corsara. I Saraceni s’erano ragunati presso Sardegna, e

i loro intendimenti contro Roma venivano in chiaro. Era l’anno 849.

Per buona ventura, questa spedizione di Mauri dava occasione che si

conchiudesse una lega fra le città marittime del mezzogiorno, la prima

che compaia nella storia del Mediterraneo. Ad istanza fervente del

Papa, Amalfi, Gaeta e Napoli, già fiorenti in questo tempo per loro

traffici e quasi indipendenti da Bisanzio, univano le loro galere e

conchiudevano alleanza con Roma. I collegati si schierarono innanzi a

Porto per attendere che comparissero sul mare le vele dei Saraceni, e

annunziarono a Roma il fausto arrivo. Il Papa fe’ venire nella Città i

suoi alleati, l’ammiraglio Cesario ed altri capitani della flotta, ed

ivi nel palazzo Lateranense fe’ loro giurare propositi d’amicizia: indi

Leone, alla testa della milizia romana e della soldatesca dello Stato

ecclesiastico, mosse ad Ostia per benedire la flotta e l’esercito[120].

Ostia vedeva dentro di sè un operoso affaccendamento di guerrieri

coraggiosi, come in antico ai tempi degli eroi Belisario e Totila.

Quell’ora era solenne di trepidazione; trattavasi di salvare Roma dal

più formidabile di tutti i nemici della Cristianità. Il Papa, in mezzo

al canto maestoso degli inni, condusse in processione l’esercito alla

basilica di santa Aurea; ivi amministrò la comunione, e inginocchiato

supplicò vittoria: «O Signore, tu che liberasti dal sommergere

l’apostolo Pietro quando solcava le onde del mare, tu che salvasti dai

gorghi profondi l’apostolo Paolo nel suo terzo naufragio, ci ascolta

benevolo; concedi, per i meriti di quei due Santi, fortezza al braccio

di questi fedeli tuoi che pugnano contro ai nemici della tua Chiesa;

così avvenga che il conseguito trionfo glorifichi il nome tuo santo

presso tutti i popoli»[121].

Compiuta questa solennità, Leone tornò alla Città, e già nel dì

successivo le navi saracene erano in vista innanzi ad Ostia. I

Napoletani coraggiosamente vogarono contro di loro, e le galere

attaccarono mischia. Ma una subitanea procella separò la battaglia che

ferveva, e scompigliò la pugna; i bastimenti nemici furono dispersi,

o colarono a fondo o furono gittati sulla costiera. Molti Mauritani,

che naufragarono contro le isole del mar Tirreno, vi furono trucidati;

molti caddero in mano dei capitani romani. Alcuni furono impiccati

per la gola in Ostia, altri in catene furono tratti a Roma, dove i

Romani, meravigliando, loro corsero incontro con grida di trionfo. Li

condannarono a lavorare nelle trincere, e, come anticamente i Greci

di Sicilia dopo la grande vittoria di Himera avevano adoperato i

prigioni Cartaginesi nella edificazione dei templi di Agrigento e di

Selino, parimenti adesso, in proporzioni minori, i Romani obligarono

quei Saraceni a lavorare nella costruzione della città Vaticana[122].

Roma possedeva nuovamente degli schiavi di guerra, e dopo quattrocento

anni s’allieta ancora della festa di un trionfo, sebbene per verità il

testimonio oculare di questi avvenimenti non parli delle geste d’armi

che i Romani operavano in quella gloriosa giornata, di cui il giovane

Cesario fu l’anima e l’eroe. Se pur la colonna di Duilio, ornata di

rostri di nave, e rinnovata da Tiberio, sia stata ancora a quel tempo

ritta in piedi dominando i ruderi del vecchio foro, non v’era tuttavia

più un solo Romano che comprendesse la significazione di essa e della

sua inscrizione: la vittoria di Ostia, cui senza dubbio avevano avuto

parte anche le galere pontificie, era celebrata nelle chiese di Roma

con solenni orazioni di grazie, ma attribuivasi a miracolo del principe

degli Apostoli[123]. Quasi sette secoli dopo, Raffaello dipingeva la

storia di quel combattimento marittimo, in Vaticano, nella medesima

«sala dell’incendio», e un mezzo secolo dopo che il quadro era

terminato, la gloria ma non l’importanza della battaglia di Ostia fu

rinnovellata a Lepanto dal valore di un ammiraglio romano; e i Romani

affisarono di bel nuovo con isguardi di meraviglia prigionieri di

guerra maomettani lavorare intorno alle loro fragili mura, sì come era

avvenuto in antico al tempo di Leone IV.

Un anno innanzi a quella battaglia di mare i Romani avevan posto mano

alla restaurazione delle loro mura. Il pericolo che pendeva minaccioso,

operava prodigî; il Papa mostrava il massimo fervore correndo a piedi

od a cavallo a sopravvegliare i lavori e ad infondere lena operosa.

Tutte le porte furono fortificate e munite di sbarre; si costruirono

a nuovo quindici torrioni che erano caduti, e due torri si innalzarono

presso la porta Portuense sulle due rive del fiume, così che si potesse

distendere fra esse una catena[124]. Ma la più gloriosa impresa di

Leone IV fu il fortificamento del territorio Vaticano, vero avvenimento

nella storia della Città; n’ebbe origine la _Civitas Leonina_, nuovo

quartiere di Roma e arnese nuovo di difesa, che nei secoli successivi

acquistò grandissima rilevanza.

Quando Aureliano imperatore aveva cinto Roma di mura, non s’era allora

manifestata la necessità di chiudervi entro il Vaticano, laonde questo

territorio era rimasto affatto aperto ed esteriore alla Città. Ancor

dopo che s’era eretto il duomo di san Pietro, e dopo che, intorno ad

esso, s’erano edificati chiostri, ospitali e case di parecchie fogge,

e dalla parte sinistra s’erano fondate colonie di stranieri, nessun

Pontefice aveva pensato mai di proteggere quel territorio con mura,

chè finora gli inimici di Roma erano stati tutti di gente cristiana.

Leone III pel primo ne concepiva l’idea, e, se la avesse mandata

a compimento, la basilica non avrebbe sofferto il saccheggio dai

Saraceni. Le opere incominciate da lui erano state sospese a causa

dei tumulti interiori, ed avevano avuto distruzione dai Romani, che

s’erano impossessati dei loro materiali[125]. Adesso, dopo il sacco,

Leone IV riprendeva quel progetto, e procedeva alacremente a condurlo

ad eseguimento. Egli ne propose il disegno a Lotario imperatore, chè,

senza il consentimento del signore supremo, egli non avrebbe osato

d’intraprendere un’opera tanto grandiosa: non soltanto ne ottenne

approvazione, ma altresì soccorso di moneta. La edificazione, che

importava gran costo, fu ripartita per modo che ogni città dello Stato

ecclesiastico, tutti i patrimonî publici della Chiesa o della Città,

e tutti i conventi contribuissero con loro denari e con loro genti a

fornire una parte determinata del lavoro[126].

La costruzione ebbe incominciamento nell’anno 848, e fu compiuta

nell’852. Il territorio Vaticano, ossia il portico di san Pietro, ne fu

quindi recinto così, che dall’Adrianeo, cui si appoggiava, la muraglia

da un fianco saliva tutto lungo l’altezza del monte Vaticano, indi,

ripiegando in arco, serrava entro a sè il san Pietro, e, scendendo

dritta dal monte, nuovamente giungeva a toccare il fiume, al di sotto

dell’odierna porta di Santo Spirito, che più tardi fu aperta nel muro

di Leone. Costruita a strati di pietra di tufo e di mattoni, era alta

quaranta piedi e larga in proporzione. Ventiquattro forti torrioni la

rendevano munita; il modo della costruzione di quelli puossi oggidì

ancora ravvisare nella grossa torre angolare di forma rotonda, che

sta sul più alto vertice del Vaticano. S’entrava nella nuova città

da tre porte; due erano nella linea del muro che si dipartiva dalla

tomba di Adriano: una, minore, posta vicino a questo castello, era

detta _Posterula S. Angeli_; l’altra, grande, in prossimità della

chiesa di san Pellegrino, aveva perciò nome di _Porta S. Peregrini_:

più tardi s’appellò _Viridaria, Porta Palatii_ e _S. Petri_, ed era

la porta maggiore della città Leonina, da cui tenevano loro ingresso

anche gli Imperatori[127]. La terza porta metteva dalla città nuova

nel Transtevere; era chiamata _Posterula Saxonum_ dal quartiere dei

Sassoni in cui s’erigeva, e stava nel luogo dov’è oggidì la porta

di Santo Spirito[128]. Questo anello di mura edificato da Leone IV,

e somigliante quasi ad un ferro di cavallo, si conserva tuttavia in

alcuni luoghi, o vi mostra le sue tracce; così vedesi in Borgo, presso

al corridoio di Alessandro VI, in vicinanza alla zecca ed ai giardini

pontificî fino alla grossa torre angolare, nella linea di mura che

si dirige a porta Pertusa, e là dove la linea stessa dipartendosi

da un’altra torre angolare, ripiega verso porta Fabrica. Però i

posteriori edificî del nuovo Borgo, i bastioni di castel Sant’Angelo,

l’allargamento del Vaticano, i bastioni di Santo Spirito, interruppero

le mura di Leone, e qua e colà le distrussero; e quando il più moderno

e grande circuito di muro del Vaticano ebbe, dopo di Pio IV, chiusa

dentro di sè l’antica città Leonina, quelle vecchie mura subirono in

minori proporzioni la sorte istessa che avevano avuto le antiche di

Servio dopo l’edificazione di Aureliano.

Allorchè Leone ebbe dato l’ultima mano al suo lavoro, impose con un

senso di orgoglio il nome di _Civitas Leonina_ alla nuova città. Roma,

su cui adesso i Papi stampavano il marchio della loro signoria, non

aveva da secoli celebrato festività maggiore di quella che fu alla

consecrazione delle novelle mura: essa avveniva nel dì 27 di Giugno

dell’anno 852. Tutti i Vescovi, i preti e le congregazioni monastiche

della Città, guidati dal Papa, a piè scalzi, col capo cosperso di

polvere, mossero salmodiando in giro attorno dei baluardi. Camminando

innanzi a tutti, i sette Cardinali vescovi aspergevano le mura di acqua

benedetta; avanti ad ogni porta la processione si arrestava, e ad ogni

volta il Papa implorava dal cielo benedizioni sulla nuova città[129].

Compiuto tutt’intorno il cammino, Leone dispensava con mano liberale

doni d’oro, d’argento e di palii di seta ai nobili, al popolo ed alle

colonie straniere.

Si magnificò la nuova fondazione con pompa di epigrafi. I Papi avevano

ereditato siffatta costumanza dai Romani antichi, che di tutti i popoli

erano stati primi per vaghezza di inscrizioni, onde ancora a quel tempo

si leggevano le scritte allogate sopra le porte di Onorio. Dai tempi

di Narsete in poi s’era perduto il genio epigrammatico della vecchia

Roma, ma adesso sopra ciascuna delle tre porte si incidevano, parimenti

come s’usava nelle chiese, dei distici composti in un latino zeppo di

barbarismi. Due di quelle epigrafi si sono conservate in copie di tempi

posteriori.

Sulla porta maggiore di san Peregrino era scritto:

«O tu, viatore, che entri ed esci, mira questo splendido edificio

che Leone IV papa con lieto animo costruì. Belli di marmo squadrato

rifulgono questi pinnacoli eccelsi, che, lavorati dalla mano degli

uomini, piacciono per loro ornato decoro. Monumento dell’età di Lotario

invitto, è quest’opera grande che il Pontefice trionfalmente compose.

A te in verità non noceranno mai guerre di empî, nè l’inimico celebrerà

più suoi trionfi. Roma, principe del mondo, splendore, speranza, aurea

città, alma sei come nell’opera sua ti addimostra il Pontefice. Quest’è

città che Leonina s’appella, dal nome del suo edificatore[130].»

Sulla porta del castello leggevasi:

«Romani, Franchi, pellegrini Longobardi, e voi tutti che mirate

quest’opera, magnificate con inno condegno: il buon pontefice Leone IV

l’ha consecrata solennemente al bene della patria e del popolo. Lieto

e trionfante per lunghi anni insieme col Principe sommo, compiè il

monumento che celebra la gloria altissima di lui. Veneranda fede gli

strinse con nodo di amore: Iddio onnipotente gli adduca al castello de’

cieli. Città Leonina ha nome[131].»

La novella città, che il Papa aveva consecrata al Redentore e

raccomandata ai santi Pietro e Paolo come a patroni (Leone si fece

dipingere sopra a pallii d’altare con in mano il disegno della

città), continuò ad essere abitata da stranieri; ed anche Romani o

Transteverini furono indotti con privilegî a respirarne l’aria malsana,

accanto alle genti nordiche. La fondazione della città segnò un’epoca

nella storia monumentale di Roma medioevale, del paro che nella storia

della dominazione pontificia, la quale adesso per la prima volta ebbe

ampliato il pomerio di Roma[132].

§ 3.

Leone cinge _Portus_ di mura, e ne affida il porto ad una colonia di

Côrsi. — Edifica Leopoli in vicinanza a Cemtumcelle. — Civitavecchia.

— Restaura Orta e Ameria. — Sue costruzioni di chiese in Roma. —

Suoi doni votivi. — Ricchezza inesauribile del tesoro della Chiesa. —

Frascati.

Gregorio IV aveva restaurato Ostia; Leone riedificò Porto. Questa

città marittima di Roma, celebre un dì, era quasi discomparsa; soltanto

l’ombra e il nome di essa si conservavano in mezzo alle paludi formate

dal Tevere, perciocchè fosse sede di un vescovato antichissimo, e

durassero tuttavia la chiesa di santo Ippolito nell’isola santa, e

l’altra di santa Ninfa posta sulla marina. Dopo che i Saraceni ne

ebbero cacciato anche gli ultimi abitatori, Leone IV vide con grande

dolore, Porto essere precipitato all’estremo decadimento. Cercò di

porvi un argine cingendo la deserta città di nuove mura ed erigendovi

novelli edificî; in quello gli capitavano molti Côrsi cacciati dagli

Arabi fuor di loro patria, e furono coloni quasi speditigli dal

cielo. Un trattato in piena regola si conchiuse con essi, e Roma ebbe

una nuova colonia. Dopochè per via di scritture pontificie, e colla

confermazione degli imperatori Lotario e Lodovico, Porto fu ceduta ai

Côrsi con provvisione di terre, di mandre di bestiami e di cavalli,

eglino vi si misero dentro nell’anno 852, in condizione di liberi

proprietarî e di vassalli della Chiesa romana. Però la città cadente

non si rianimò più a vita; la giovane colonia soggiacque mietuta dalle

febbri o dalla scimitarra dei Saraceni, od altrimenti i Côrsi, che

fra tutti i popoli sono fervidissimi dell’amore di patria, tornarono

ai monti della loro piccola terra natìa, desiderosi del sole che gli

inonda. Un buio profondo copre la storia di loro, mentre vissero in

Porto[133].

Il porto di Trajano a questi dì si era tramutato in laguna ossia

in palude. Nessuna nave toccava le sue acque, e quando le barche

mercantesche di Napoli, di Gaeta o di Amalfi s’avventuravano verso

il Lazio, esse toglievano la via del Tevere dalla parte di Ostia.

Per lo contrario, Centumcelle, l’altro porto edificato da Trajano,

aveva serbato ancora fino a’ tempi di Pipino e di Carlo qualche poco

di vita, ma i Saraceni avevano assalita di già nell’813 quell’antica

città tusca, e, più tardi, probabilmente nell’anno 829, la devastarono.

Temevasi che le toccasse la sorte di Luni, la quale nell’anno 849

era stata rasa al suolo dai Maomettani: abbandonato era il porto e

tutto colmo di sabbie, infrante in pezzi le mura, e omai da quaranta

anni gli abitatori, fuggitine, vivevano appiattati nelle gole dei

monti vicini. Sembrava che la città di Centumcelle fosse destinata

alla ruina senza speranza di salvamento, per guisa che Leone IV la

lasciò nella sua desolazione, e cercò di fondare la dimora di quegli

abitanti in un altro luogo, distante dall’antico dodici miglia entro

terra. Procedette all’opera con fervore istancabile; al cenno della

sua mano sorsero chiese, case, mura e porte. Consecrò la novella

città con ceremonie simili a quelle che aveva celebrato per la città

Leonina, correndo allora l’ottavo anno del suo pontificato, e chiamò

Leopoli la città[134]. Ma il nome e il luogo non ebbero lunga durata;

gli abitatori di Leopoli erano strascinati dalla brama della patria

abbandonata, e corre una leggenda che Leandro, un vecchione venerabile,

li congregasse a parlamento sotto una quercia, e gli inducesse a

far ritorno alla città antica, ond’eglino si ridussero nuovamente a

Centumcelle, e da questo tempo in poi la appellarono _Civitas vetus_

(Civitavecchia)[135].

Leone IV restaurò anche due altre città di Tuscia, Orta ed Ameria,

ossia le fornì di mura e di porte. D’ora in poi il solo modo di tenere

unita la cittadinanza, era quello di afforzare le terre: poichè i

Saraceni correvano saccheggiando tutte le marine di Tuscia e del Lazio,

avveniva facilmente che luoghi indifesi, massime della pianura, si

lasciassero in deserto abbandono, e i loro terrieri si ricoverassero

sui greppi delle montagne; laonde fin dall’incominciamento delle

piraterie musulmane, che avveniva nei primi anni del secolo nono, si

alzavano nella Campagna castella e torri in gran numero, destinate ad

essere più tardi rocche di signori feudali.

Lo splendore di città edificate involse nell’ombra le costruzioni di

chiese cui attese Leone IV, e sì che anche in questo ei fu grandemente

operoso. L’incendio di Borgo aveva recato guasti molti, e probabilmente

aveva distrutto anche l’antica basilica di santa Maria dei Sassoni,

perocchè il Papa la erigesse a nuovo: nel luogo ov’essa era, sta oggidì

la chiesa di Santo Spirito[136]. Può essere eziandio che Leone abbia

restaurato la chiesa dei Frisoni, il san Michiele in Sassia, a tergo di

cui si erigeva la nuova muraglia; per lo meno narra la tradizione che

egli la costruisse a ricordanza di quei Sassoni che ivi erano periti

sotto la spada dei Saraceni[137]. Riparò ai danneggiamenti che aveva

sofferto il portico del san Pietro, e ne restaurò anche l’atrio.

Il saccheggio dei Saraceni lo costrinse a rifornire il san Pietro

dei suoi ornati preziosi. La magnificenza che egli vi adoperò, ci

dimostra quanto sterminate fossero le dovizie che il tesoro della

Chiesa possedeva. Leone ricoprì il maggior altare di lamine d’oro

seminate di pietre preziose, e sopra di esse, in mezzo a molti disegni,

miravasi anche l’imagine del Papa e quella di Lotario, probabilmente

composte in ismalto. Una sola di queste tavole d’oro pesava dugento

sedici libbre; un crocifisso d’argento dorato sparso di giacinti e di

diamanti aveva il peso di settanta; sull’altare si collocava un ciborio

d’argento a colonne, decorato di gigli dorati, ed era grave nientemeno

che di mille seicento e sei libbre; una croce d’oro massiccio tutta

scintillante di perle, di smeraldi e di prasine giungeva alle libbre

mille. Oltracciò il Papa provvedeva il tempio di vasi, di incensieri,

di lampade sostenute da catene d’argento e pendenti da palle d’oro,

e vi allogava candelabri d’argento a colonne, erigeva delle arcate

d’argento, vi forniva calici sparsi di gemme, leggìi o pulpiti

d’argento a lavoro battuto, rivestiva nuovamente le porte «di molte

lamine d’argento lampeggianti di luce, sulle quali erano figurati fatti

di sacre istorie»[138]. A tutto questo si aggiunga ricchezza di arazzi

e di cortine pendenti da colonne e da porte, e sontuosità di paramenti

sacerdotali tessuti in seta: erano lavori mirabili d’arte e di valore,

poichè s’adornavano di sottilissimi ricami d’oro che rappresentavano

istorie a molte figure, arabeschi, e disegni di piante e di animali;

di solito erano seminati di perle e di pietre preziose[139]. Poichè

si faceva profusione tanta di stoffe orientali di seta e di porpora,

e di sì gran copia di perle e di gioielli, se ne cava la conseguenza

che Italia coltivava un grande commercio coll’Oriente. Ne erano

mezzani i Napoletani, quelli di Gaeta e di Amalfi che comperavano dai

Saraceni: e quei pagani medesimi che avevano saccheggiato il san Pietro

e il san Paolo, divelte le pietre preziose dagli arredi rubati, le

rivendevano ghignando a Roma coll’intermezzo degli Ebrei; fornivano la

Chiesa romana dei metalli e delle perle d’Asia e di Africa, mentre dal

settentrione i Veneziani facevano pari traffico con Roma, dopo di aver

ricavato le loro mercanzie da Bisanzio.

Non soltanto al san Pietro erano dedicati quei magnifici doni votivi;

di simili ne otteneva anche il devastato san Paolo; altre chiese

della Città e financo delle province furono regalate in proporzione, e

Roma da questa dovizia di lusso assiro poteva a ragione essere nomata

città «aurea». Oltre a questo, la moneta che Leone IV impiegò nella

edificazione della città Leonina, e di quelle di Porto, di Leopoli, di

Ostia e di Ameria, dimostra che allora il tesoro della Chiesa era più

ricco di quello che fosse più tardi all’età di Leone X; infatti Leone

IV poteva spendere tanti milioni, traendoli massimamente dalle rendite

dirette dello Stato, chè non ancora si ricavavano considerevoli tributi

dai paesi stranieri, sebbene ognor più crescesse la dovizia per redditi

ricavati dal di fuori, per lasciti di testamenti e per donativi. In

quel tempo i Papi non aggruzzolavano tesori a beneficio loro proprio,

nè ancora le profusioni ai nepoti s’erano aperta la via: per di più,

la vita della Curia non aveva peranco rinnegata la semplicità monacale,

laonde avveniva che gli scrigni della Chiesa erano sempre ricolmi, e il

suo patrimonio poteva essere impiegato a scopi così grandi e benefici.

Leone IV, che era stato cardinale dei «santi Quattro Coronati»,

ricostruì sontuosamente anche questa basilica. Ma l’incendio di

Roma, avvenuto all’età di Roberto Guiscardo sulla fine del secolo

undecimo, distrusse il suo edificio, e soltanto poche reliquie se ne

sono conservate nella chiesa che fu rinnovata più tardi[140]. Nella

via Sacra Leone eresse a nuovo la chiesa di santa Maria, che fino

allora era stata detta _antiqua_, ed ebbe quindi nome di _nova_. È

quella chiesa che, non lungi dall’arco di Tito, s’eleva fra le ruine

del tempio di Venere e di Roma, e che nel secolo decimosettimo ebbe

titolo di santa Francesca Romana. Nicolò I, che la compiè, ne adornò la

tribuna di musaici; ma è difficile che quelli che vi si vedono oggidì

appartengano al secolo nono[141].

Leone estese le sue cure altresì alle chiese ed ai conventi di altre

città. Alcuni dei loro nomi sono meritevoli di menzione; così vale far

cenno del convento di Benedetto e di Scolastica a Subiaco (che ancor

di questo tempo ha nome di _Sub Lacu_), il chiostro di Silvestro sul

monte Soratte, le chiese di Fundi, di Terracina e di Anagni; e per la

prima volta nella Biografia di questo Pontefice viene a galla il nome

di Frascati o Frascata. Esso significa una terra che era omai abitata,

perocchè in essa esistessero chiese parecchie: per tal modo quel luogo

dei monti Albani, dove oggi siede il vago Frascati, era già fin dal

secolo nono coperto di edificî, ed era appellato con pari nome[142].

§ 4.

Lodovico II è coronato imperatore. — Il cardinale Anastasio è deposto.

— Etelvolfo e Alfredo in Roma. — Daniele, maestro de’ militi, è

sottoposto a inquisizione in Roma, innanzi al tribunale di Lodovico II.

— Leone IV muore nell’anno 855. — Favola della papessa Giovanna.

La guerra contro ai Saraceni e le fondazioni di Leone seppelliscono

nell’ombra tutti gli altri avvenimenti di Roma; pochi soltanto se ne

devono registrare durante questo pontificato. Nell’anno 850, Lodovico

II riceveva nella chiesa di san Pietro la corona imperiale per mano

del Papa, poichè ancor prima Lotario, seguendo la consuetudine, lo

aveva coronato publicamente nella dieta dell’Impero. Ignoto è il

giorno in cui si compiè l’incoronazione[143]. Il novello Imperatore

combattè i Saraceni nell’Italia meridionale, chè nell’anno 852 ei

strinse di assedio Bari; però si ritirò tosto nell’Italia superiore, e

fu conseguenza di ciò che i Romani mossero loro doglianze a Lotario,

lamentando che Lodovico nulla operasse a difesa di loro[144]. Un

Concilio che trattò d’argomento di disciplina, nel Dicembre dell’anno

853, assorbì per qualche tempo l’attenzione dei cittadini; in esso si

pronunciò condanna contro di Anastasio, cardinale di san Marcello,

e lo si privò della sua dignità sacerdotale. Da cinque anni egli

aveva abbandonato la sua chiesa, e non era comparso ad onta della

citazione che il Pontefice gliene aveva fatto; scomunicato nella

primavera di quell’anno, era fuggito ad Aquileja, e senza frutto era

stata la ricerca che ne avea comandato l’Imperatore, poichè Leone lo

aveva richiesto che gli desse in mano il Cardinale[145]. Questo fatto

dimostra quanto alto si fosse levato l’orgoglio di quei preti che

s’appellavano Cardinali, e del cui gremio già da lungo tempo andavansi

eleggendo i Pontefici; poco a poco eglino riuscirono a soppiantare

l’influenza dei ministri di Palazzo, fino a che, più tardi, diventarono

essi il sacro collegio dominatore, ossia il senato ecclesiastico.

Poco tempo dopo, il Papa aveva ragione di allegrarsi per l’arrivo di

due Principi britanni. Etelvolfo veniva a Roma per farsi consecrare e

coronare da Leone, e con sè conduceva il suo giovane figlio Alfredo,

quel desso che più tardi doveva far isplendere la sua corona della

gloria immortale di eroe e di sapiente. Rimasero questi Principi un

anno nella Città, e il loro soggiorno fruttò di molti donativi alla

Chiesa ed al popolo di Roma, e giovò a grande incremento della colonia

degli Anglosassoni che aveva tanto sofferto dall’incendio; il Re

liberalmente diede ai suoi concittadini i mezzi di ricostruire le loro

case, e confermò altresì, a favore della Chiesa romana, l’obolo di san

Pietro.

Gli ultimi tempi della vita di Leone IV furono amareggiati da una

controversia, che troppo a fondo dimostrò la stretta dipendenza in cui

Roma era tenuta sotto la mano dell’Imperatore. Daniele, maestro dei

militi, andava a Lodovico, e proferiva gravi querele contro Graziano

nemico suo, cui mirava a perdere. Quest’uomo, che era parimenti

capitano dell’esercito e nell’istesso tempo «consiliario e superista»

pontificio, fu accusato di intelligenze traditrici coi Greci[146]. Dopo

che i Saraceni avevano saccheggiato i loro due maggiori santuarî, i

Romani facevano udire discorsi assai acerbi contro l’Imperatore; non

avevano riserbo di parole ingiuriose all’indirizzo dell’Impero franco,

il quale (così senza dubbio dicevano) era stato da loro eletto a difesa

di Roma e della Chiesa; e può darsi che dessero a capire, meglio essere

di restituire l’Impero a Bisanzio. Per verità gli Imperatori avrebbero

potuto far tacere il mormorìo dei Romani per poco che avessero loro

additato le ruine delle molte città franche e perfino i ruderi del bel

palazzo di Aquisgrana, opera di Carlo magno, che eglino non avevano

saputo difendere contro ai Normanni. Lodovico aveva omai compreso

ancor più addentro qual fosse l’intendimento degli animi in Roma; lo

stesso Papa era stato accusato di maneggiamenti contro la costituzione

dell’Impero o di propensione a novità. Leone s’era giustificato con

lettere presso l’Imperatore, ed aveva perfino protestato di volersi

assoggettare a qualunque giudizio, purchè si chiarisse se egli

aveva dato offesa alle leggi dell’Impero. Ove tutti questi fatti non

v’avessero preceduto, l’accusa di un solo Romano non avrebbe potuto

destare tanto furore in Lodovico[147].

«Infiammato di grandissima collera», ei corse in gran furia a Roma,

senza dare avviso al Papa ed alla nobiltà della sua venuta. Leone

lo accolse con tutti gli onori, e aspettò con animo tranquillo

l’inquisizione. Il placito imperiale fu tenuto nelle case di Leone

III presso il san Pietro, dove si radunarono il Pontefice, la nobiltà

dei Romani e quella dei Franchi. Comparvero accusatori, accusati e

testimonî; Daniele fu convinto di audace menzogna e fu posto in balìa

del calunniato Graziano: ma l’Imperatore lo assolse e gli ridonò la sua

grazia[148].

Pochi giorni dopo di questo procedimento morì Leone IV, addì 17 di

Luglio dell’anno 855. Nella storia della Città quest’uomo illustre

tiene il luogo di Aureliano secondo, grazie l’opera ch’ei diede alla

restaurazione ed alla ampliazione delle mura di essa; a buon dritto

egli avrebbe potuto appellarsi _Restaurator Urbis_, e la memoria di lui

si raccomanda in Roma al monumento della città Leonina, ed è splendida

per fondazioni di altre: aver edificato città è per i Principi gloria

eletta, poco meno che quella di averne distrutto.

Una delle favole più meravigliose che abbia inventato la fantasia del

medio evo diede a succeditore dell’operoso ed energico Leone IV una

femmina avventuriera: per lunghi secoli, Storici e Vescovi, e financo

Papi, e tutto il mondo, ebbero creduto che la cattedra di san Pietro

sia stata per due anni tenuta dalla papessa Giovanna. Questa leggenda

esce fuor della cerchia dei fatti storici, ma non della storia delle

credenze del medio evo, laonde noi dobbiamo qui in brevi tratti

registrarla.

Narrossi che una bella giovinetta, figlia di un Anglosassone,

quantunque nata in Ingelheim, andasse a studio nelle scuole di Magonza,

e fosse ornata di sì eletti pregî di mente che se ne rivelasse un

genio fuor dell’ordine consueto. Amata da un giovane scolastico,

celò le grazie del suo sesso sotto la tonaca di frate, ch’ella vestì

a Magonza nel convento di Benedettini, dove il damo suo era monaco:

appararono insieme tutte le scienze umane; viaggiarono l’Inghilterra,

visitarono Atene, dove la bella travestita s’addottrinò alla sublime

scuola dei filosofi, di cui la fantasia dei Cronisti credeva che

ancor formicolasse quella città. Ivi le venne a morte l’amante, e

allora Giovanna, ossia Giovanni Anglico come s’era battezzata, venne

a Roma. La sua scienza le ottenne una cattedra di professore alla

scuola dei Greci, poichè in iscuola la favola tramuta la diaconia

che noi conosciamo sotto il nome di _S. Maria Scholae Graecorum_.

I filosofi romani ne furono ammaliati, i Cardinali (anche senza

sospettare il sesso di lei), ne andarono in visibilio; ella diventò

il portento di Roma. Però l’animo ambizioso della donna mirava alla

corona pontificia, e allorchè Leone IV fu morto, i Cardinali convennero

nella sua elezione, perocchè niun uomo credessero degno di porre a

capo della Cristianità più di Giovanni Anglico, esemplare di tutte

le perfezioni teologiche. La Papessa entrò in Laterano, ma il suo

sesso, anche sotto ai santi paludamenti, continuò a far sentir vive

le voci dei suoi istinti, ed ella si die’ in braccio al suo fidato

cameriere. Le larghe pieghe del vestimento pontificio ne celarono le

prime conseguenze, ma venne tempo che la natura tradì la peccatrice.

Mentre ella moveva in processione al Laterano, giunta fra il Coliseo

e san Clemente, fu assalita dalle doglie del parto, diede alla luce un

bambino, e morì[149]. I Romani inorridendo le diedero sepoltura in quel

luogo, e a memoria dell’avvenimento inaudito ivi elevarono una statua

che rappresentava una donna bella, la quale teneva in capo la corona

pontificia e un bimbo fra le braccia. D’allora in poi i Papi schivarono

di passare da quel sito, allorchè lungo la via Sacra andavano al

Laterano per prenderne possedimento, e si assoggettarono ad un formale

esame del loro sesso maschile, seduti sulla _Sella stercoraria_, che

era un fesso sedile di marmo nel portico del Laterano[150].

Questa rozza favola fu parto dell’ignoranza, dell’avidità di racconti

da romanzo, e forse anche dell’odio che i Romani sentivano contro la

signoria temporale dei Papi. Vi si ravvisa l’età dei _Mirabilia_,

che però non ne fanno narrazione, ossia del secolo decimoterzo. Il

racconto si foggiò sulla metà di quel secolo, e lo si trovò per la

prima volta interpolato in alcuni manoscritti di Martino Polono e di

Mariano Scoto; indi la fecero loro tutti i Cronisti, ed ottenne fede

sì ferma ed universale, che intorno all’anno 1400 non si ebbe riserbo

di dar luogo al busto della papessa Giovanna nella serie delle imagini

dei Papi, onde si ornarono le pareti della bella cattedrale di Siena.

La non credibile ingenuità di tempi, nei quali la critica non ardiva

di sturbare la credenza di qualsiasi favola o di qualsiasi tradizione,

serbò sotto la sua protezione il busto allogato in quel duomo, ond’esso

ivi durò senza ostacolo di sorta, fra quelli degli altri Papi per

il corso di duecento anni, con questa inscrizione: «Giovanni VIII,

donna inglese»: finalmente il cardinale Baronio indusse Clemente VIII

a farnelo rimuovere; la figura di femmina si mutò in quella di papa

Zaccaria[151].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 10 / 35 题