CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Benedetto III è eletto papa. — Nascono tumulti in Roma a causa

dell’elezione pontificia. — Invasione del cardinale Anastasio. —

Fermezza de’ Romani contro ai legati imperiali. — Benedetto III

è ordinato papa il dì 29 del Settembre 855. — Lodovico II, solo

imperatore. — Rapporti di amicizia fra Roma e Bisanzio.

Morto Leone IV, la quiete della Città fu gravemente conturbata

a causa della elezione pontificia. Il numero maggiore dei Romani

sceglieva a papa Benedetto, cardinale di san Calisto, e lo conduceva

con solennità di processione in Laterano; al decreto di elezione

sottoscrivevano clero e popolo, affine di sottoporlo poi, «come

era consuetudine antica», alla confermazione degli Imperatori[152].

Nicolò, vescovo di Anagni, e Mercurio, maestro de’ militi, ne erano

fatti latori; ma per via, Arsenio vescovo di Agubbio, convertiva quei

messaggieri a differente intendimento. Lo legava amicizia a quel

cardinale Anastasio, ch’era stato deposto per ordine di Leone IV,

ma che, essendo pur sempre uomo potente ed ambizioso, si struggeva

della brama d’impossessarsi della corona pontificia, e coltivava un

suo partito in Roma. Arsenio trasse dalla sua i nunzî, ond’eglino si

adoperarono alla corte dell’imperatore Lodovico, patrocinando la causa

di Anastasio. Tornati a Roma, dove già era venuto questo Cardinale,

eglino annunciarono il prossimo arrivo di legati imperiali, e con

lui e colla sua fazione composero i loro piani: capi di questa parte

erano Gregorio e Cristoforo maestri de’ militi, Radoaldo vescovo di

Porto e Agatone vescovo di Todi. Frattanto, i _Missi_ dell’Imperatore,

Bernardo e Adelberto conti, giungevano nella città di Orta; Anastasio

correva loro incontro, e dietro a lui andavano Nicolò e Mercurio,

Radoaldo e Agatone. Tutti insieme mossero indi a Roma; alla quinta

colonna miliare, presso alla basilica di san Leucio, s’imbatterono

nei messaggieri che erano spediti dall’eletto pontefice Benedetto, li

caricarono di catene, ed allora Benedetto deputò un altro Duce e un

Secondicerio.

I _Missi_ dell’Imperatore (vedasi con che autorità s’impancassero

costoro contro a Roma) comandarono al clero, alla nobiltà ed al

popolo di adunarsi nel dì dopo a san Leucio, dove si avrebbe loro

fatto conoscere il volere imperiale. Mentre i Romani si affrettavano

di andare a quella volta, s’incontravano coi Conti imperiali, con

Anastasio e colla sua parte, che traeva in ferri Adriano secondicerio,

Graziano superista e Teodoro scriniario. La comitiva, tutta sonante

d’armi, cavalcò attraverso il campo di Nerone, e, dalla porta di

san Peregrino, entrò nella città Leonina. Roma era messa a grande

commovimento; e intanto che l’eletto Benedetto se ne stava in Laterano

attendendo ciò che sarebbe per accadere, Anastasio entrava in san

Pietro, ed ivi primamente dava sfogo alla sua rabbia e alle sue

tendenze ereticali d’iconoclasta. Seguendo un costume antico, Leone

IV aveva fatto dipingere sopra alle porte della sacrestia, un quadro

rappresentante il Sinodo nel quale il Cardinale ribelle era stato

deposto. Non s’accontentava Anastasio di distruggere quella pittura,

ma faceva in pezzi ed abbruciava imagini di Santi, e con un’accetta

atterrava financo le figure del Cristo e della Vergine[153]; indi

cogli amici suoi correva al Laterano, comandava che si rompessero le

porte del palazzo ch’ei trovava serrate, e si sedeva sulla cattedra

pontificia: nel tempo istesso, dentro della basilica, sopra un altro

trono, stavasi assiso Benedetto, circondato dei preti a lui fidi.

Anastasio ordinava che ne lo si scacciasse; Romano vescovo di Bagnorea

entrava con uno stuolo di armati nella chiesa, trascinava Benedetto giù

della sedia pontificia, gli strappava di dosso le vestimenta papali e

lo copriva di oltraggi: indi lo dava in custodia di alcuni Cardinali

che parimente erano stati deposti da Leone IV. Tutto questo avveniva

nel giorno 21 di Settembre dell’anno 855.

Allorchè si sparse per Roma la notizia di questi fatti, molti cittadini

e preti mossero in gran furia alla cappella dei _Sancta Sanctorum_, e

vi entrarono dentro con gran clamore di grida. Il dì successivo, gli

aderenti di Benedetto, prendendo animo dagli spiriti che correvano

fra il popolo, si raccolsero nella basilica Emiliana; nè li vinsero

le minacce colle quali i Conti imperiali, entrando colle armi alla

mano nel presbitero della chiesa, intendevano di far loro accettare

l’Antipapa. Al giovedì, il popolo si raccolse nuovamente in Laterano,

e ivi protestò con grida concordi di volere Benedetto, eletto giusta

ai canoni[154]. Cedettero allora i legati; Anastasio con vitupero

fu cacciato delle case patriarcali, Benedetto fu liberato con molta

allegrezza del popolo dalla sua custodia, e, fattolo montare sovra

il cavallo di Leone IV, lo trassero in processione alla santa Maria

Maggiore. Fu bandito un digiuno di tre giorni a penitenza di quant’era

accaduto; gli aderenti di Anastasio si gettarono a’ piedi del Papa

implorando mercè, e nel giorno 29 di Settembre, Benedetto III fu

consecrato in san Pietro, presenti i legati dell’Imperatore[155].

Questi avvenimenti furono nunzî di una delle più terribili epoche del

Papato; svelarono le scissure ognor più minacciose che serpeggiavano

dentro della Città, posero in aperto le fazioni che dividevano la

nobiltà e il popolo, l’ambizione di Cardinali ribelli, le relazioni

che ora andavano facendosi più difficili fra la Chiesa e l’Impero.

Del resto, il diportamento sorprendente dei legati imperiali, i quali

colle violenze volevano porre nel seggio apostolico un Cardinale su cui

il decreto di un Sinodo aveva pronunciato condanna solenne, rivelava

che l’Imperatore si stava ancora sotto l’impressione del processo di

Daniele e di Graziano, e viveva pur sempre travagliato di sospetti:

perciò ei bramava d’impedire che il reggimento capitasse in mano di

un Papa d’animo gagliardo com’era stato Leone IV, e mirava a dare la

cattedra di Pietro ad un uomo che gli fosse creatura devota. Ma il suo

proposito fallì contro alla fermezza dei Romani, e soltanto contribuì a

fare spegnere la reverenza che tribuivasi all’Imperatore.

Precisamente un giorno prima dell’ordinazione del novello Pontefice,

Lodovico era diventato solo Imperatore. Lotario aveva diviso il suo

Impero tra’ figli suoi; affralito d’animo e infermiccio di corpo,

torturato dai rimorsi (lo spettro del padre suo gli vagolava sempre

davanti con grandi terrori), egli s’era coperto della cocolla di frate

benedettino nel convento di Prüm presso a Treviri, ed ivi era morto

addì 28 del mese di Settembre[156]: la città di Roma non si mostrò

pur accorta di quella morte. Durante il breve pontificato di Benedetto

III, la storia propria della Città è vuota d’avvenimenti. La Cronica

pontificia narra di ripetute inondazioni del Tevere che recarono gravi

devastazioni; del rimanente essa riempie la Biografia del Pontefice

soltanto colla enumerazione di doni votivi e di riparazioni di chiese,

fra le quali merita che si tenga nota della restaurazione data alla

tomba di san Paolo ch’era stata distrutta dai Saraceni.

Benedetto coltivò relazioni d’amicizia con Bisanzio. Un dì l’imperatore

Michele spedì a Roma Lazzaro monaco e pittore, che recava al Pontefice

un magnifico libro degli Evangelî rilegato in oro e coperto di pietre

preziose: era per certo opera delle mani del messaggiero, che lo aveva

ornato di miniature. Possiamo imaginare che i pittori romani avranno

fatto ressa intorno a questo artista bizantino, per mostrargli i loro

lavori e per averne consiglio o lodi[157].

§ 2.

Nicolò I è eletto papa. — Rende soggetto a sè l’Arcivescovo di Ravenna.

— Scoppia lo scisma greco di Fozio. — Relazioni di Roma coi Bulgari.

— Legati bulgari di re Bogori vengono a Roma. — Formoso va missionario

in Bulgaria. — Roma tenta di farne una sua provincia ecclesiastica. —

Costituzione data da Nicolò I ai Bulgari.

Benedetto III moriva nel giorno 8 di Aprile dell’anno 858, in quello

che Lodovico aveva abbandonato Roma, dove era venuto per ragioni che

ci sono ignote. Appena che l’Imperatore udì della morte del Papa,

tornò difilato alla Città affine d’impedire, colla sua presenza, che

la elezione pontificia avvenisse contrariamente alla legge. Lodovico

seppe indurre i Romani a raccogliere i loro voti sul diacono Nicolò,

uomo di nobile stirpe, figlio di Teodoro regionario, e illustre per

qualità così rare d’ingegno e di animo, che tenne grandissimo luogo

in mezzo ai Pontefici. L’eletto fu consecrato in san Pietro sotto

agli occhi dell’Imperatore; indi Lodovico, poichè ebbe assistito alle

solite feste dell’ordinazione, si partì della Città[158]. L’estimazione

ch’egli dimostrò a Nicolò, il quale contava molti avversarî fra il

clero, e la gratitudine di cui questo Pontefice non mise indugio di

fargli testimonianza, fanno supporre che i due uomini fossero legati

con vincoli di amicizia personale. Uscito di Roma, l’Imperatore fe’

sosta in vicinanza a san Leucio, dove oggidì sono le ruine di Torre

del Quinto. Ivi ricevette visita da Nicolò, che vi andò accompagnato

dal clero maggiore e dalla nobiltà. L’Imperatore gli corse incontro;

lungo un tratto di via condusse per le briglie il cavallo del Papa, lui

accolse ospite nella sua tenda, lo rimandò con ricchi regali, e quando

il Pontefice s’accomiatò, s’abbassò nuovamente a guidarne il palafreno.

In questo atteggiamento superbo di contra ad un Imperatore che gli si

umiliava dinanzi così profondamente, Nicolò I diede principio al suo

pontificato.

Avvenimenti di gravissima natura resero massimamente difficile

quel reggimento, chè le chiese nazionali giusto in questo tempo si

sollevarono a loro lotte contro la incominciante monarchia del Papato.

Ma Nicolò stette saldo e risoluto; tenne testa contro a Re ed a

Vescovi, scagliò anatemi contro Bisanzio, diede sapienti costituzioni a

popoli barbari, come altra volta aveva fatto Gregorio magno; nè baroni

o cardinali di Roma osarono di ribellarsi sotto il severo occhio di lui

che li dominava.

Nel primo anno del suo pontificato Ravenna si mostrava reluttante

all’obbedienza. Quell’arcivescovo Giovanni non prestava reverenza al

primato del Papa, e attentava di farsi independente nel suo territorio,

dove trattava da principe con laici e con preti, incamerava beni,

scomunicava Vescovi, e ad essi ed agli officiali pontificî vietava che

andassero a Roma. Ai nunzî del Papa protestava, che l’Arcivescovo di

Ravenna non era tenuto di comparire innanzi ad un Sinodo romano: tre

volte Nicolò gliene faceva invito, finalmente lo scomunicava. Giovanni

allora andava a Pavia da Lodovico imperatore, e dappoi, accompagnato da

legati di questo, veniva a Roma; però Nicolò gagliardamente respingeva

qualsiasi intromissione dell’Imperatore, ed allora l’Arcivescovo si

partiva della Città. Tosto vi capitavano ambasciatori dell’Emilia e

della nobiltà di Ravenna, chiedendo al Papa che andasse egli in persona

a quelle terre, affine di salvarle dagli arbitrî dell’Arcivescovo e del

fratello di lui[159]. Giovanni non s’aspettava la venuta del Papa, e

mentre faceva ritorno all’Imperatore, Nicolò veniva fra i Ravennati, e

rimetteva a quiete i cittadini col riporli in possesso dei loro beni.

L’Arcivescovo si sottomise; il Papa lo assolse, ma gli impose obligo di

presentarsi a Roma una volta all’anno, gli vietò di consecrare vescovi

nell’Emilia senza che ne ottenesse licenza da Roma e prima che fossero

eletti dal Duce pontificio, dal clero e dal popolo[160]. Gli proibì

di torne tributi e di porre impedimento ai loro viaggi a Roma, e gli

statuì che in tutte le controversie dovesse assoggettarsi alla sentenza

del tribunale di Ravenna, cui assistevano il _Missus_ pontificio e il

_Vestararius_ di quella città[161]. Dopo che Giovanni ebbe sottoscritto

a questi decreti sinodali, partì di Roma, e Nicolò ne conseguì un vero

trionfo, anche da signore temporale dell’Emilia e della Pentapoli.

Più grave fu la controversia che di questo tempo ebbe incominciamento

contro a Bisanzio, e condusse ad uno scisma senza riparo, che mise al

colmo la separazione fra Roma e l’Impero greco. Però gli avvenimenti

che vi si associano e nei quali rifulgono i nomi di Fozio e di Ignazio,

escono fuor della cerchia in cui si rinserra la storia della Città,

laonde in questa non ponno accennarsi che soltanto di volo[162]. Nel

Dicembre dell’anno 857, gli intrighi di Barda, ministro onnipossente,

avevano indotto l’imperatore Michele a deporre del suo officio Ignazio,

patriarca ortodosso; e Fozio protospatario, uomo che per dottrina si

levava di gran lunga sopra quella dei tempi suoi, passava addirittura

dal ceto laicale al seggio patriarcale di Bisanzio. S’accese in Oriente

una gran lotta fra i seguaci d’Ignazio e quelli di Fozio; le fazioni

sporsero appello a Roma; i legati pontificî, Radoaldo vescovo di Porto

(che anticamente era stato fautore del ribelle cardinale Anastasio) e

Zaccaria di Anagni si lasciarono corrompere dall’oro, e protestarono

che l’esaltamento di Fozio era avvenuto di buona ragione. Il Pontefice

scagliò l’anatema sui traditori dei suoi voleri; convocato un sinodo

romano nell’Aprile dell’anno 863, vi condannò Fozio, e, minacciandolo

di scomunica, gli impose di scendere del trono patriarcale. Era un via

vai di legati fra Roma e Bisanzio; dalla controversia delle imagini in

poi, Roma non aveva visto fra le sue mura una moltitudine così numerosa

di Greci. Per verità, adesso gli Spatarî imperiali non recavano più

doni di libri magnifici di Evangelî, ma lettere cui dettavano l’odio

e lo sprezzo. La controversia assunse una piega dogmatica, non sì

tosto che Fozio ebbe formulati gli articoli che egli rinfacciava alla

Chiesa latina, siccome ereticali: il suo digiuno del sabato, l’uso

del latte e del cacio che essa permetteva nella prima settimana della

quaresima, il celibato dei suoi preti, e soprattutto quel _filioque_,

onde significavasi la fede che lo Spirito Santo fosse proceduto anche

dal Figliuolo: opinioni e cose che per felice ventura non scalderebbero

più gli intelletti della nostra età, ma che, in secoli nei quali la

gente umana aveva perduto la virtù di studiare problemi alti e condegni

della ragione filosofica, bastavano a mettere incendio negli animi

e ad evocare quella grande scissura che or separa per sempre le due

Chiese. Fozio, alla sua volta, scagliò contro il Pontefice l’anatema,

ma nell’anno 867, dopo che fu assassinato l’imperatore Michele, ei fu

deposto da Basilio succeditore di questo: per tal modo l’acerba lotta

durò tutt’intiero il pontificato di Nicolò.

Le contese coll’Oriente rinfocolarono più veementi a causa anche

delle fauste relazioni che Roma contraeva con un popolo barbarico,

proprio ai confini di Bisanzio. Quando Gregorio magno aveva steso la

sua mano paterna alle ultime terre di Britannia per bandire in mezzo

agli Anglosassoni le leggi della Chiesa romana, Bisanzio non se n’era

dato pur mente; ma che Nicolò tentasse di accogliere nel seno e nelle

costumanze della Chiesa romana i Bulgari, quest’era intendimento

che doveva destare in altissimo grado la gelosia dei Greci. Da

alcuni secoli quel formidabile popolo slavo aveva sue sedi sulla

riva meridionale ed esterna del Danubio, in un territorio ubertoso,

diviso in dieci comitati. Esso conduceva vita vagante, saccheggiando

le pianure dell’Istro e le steppe che si stendono fino al Don; aveva

spesso combattuto contro ai Conti franchi in Pannonia, e aveva trattato

seco loro per ragione dei confini; si spingeva ben dentro nelle

province dell’Epiro e della Romania, e più di un esercito bizantino

aveva dovuto soccombere sotto ai colpi delle sue frecce micidiali. Fin

dall’anno 811, il feroce Re dei Bulgari beveva il suo vino entro una

tazza formata del teschio di un Imperatore bizantino, mentre sedeva

solo a mensa, circondato dai suoi terribili guerrieri che mangiavano

il grossolano loro cibo, assisi sopra scanni a reverente distanza,

o accoccolati sul nudo terreno[163]. Quella coppa era composta col

cranio, cerchiato in oro, dell’ipocrita Niceforo che aveva rovesciato

del trono Irene imperatrice; in quell’uso, per la prima volta, esso

s’era fatto vase di qualche generosa cosa. In mezzo alle orde selvagge

dei Bulgari, il Cristianesimo s’aveva sgombrato la via, venendo di

Bisanzio, per opera di Costantino, ossia di Cirillo apostolo degli

Slavi. Re Bogori, che tenevasi in pace con Lodovico imperatore,

nell’anno 861 s’era fatto battezzare con rito greco sotto nome di

Michele; il partito pagano dei suoi maggiorenti, che aveva attentato

alla sua vita, era stato vinto da lui coll’ausilio dei Santi celesti,

ossia col fendente della sua spada e col coraggio di lui, guerriero

valoroso; ora poi il Re spediva suoi ambasciatori a Roma[164]. S’eran

destati dei dubbî nell’animo suo intorno al modo con cui fosse a darsi

battesimo al popolo dei Bulgari; probabile è che lo mettessero in

forse le contraddizioni dei missionarî che venivano nella sua terra,

dove il prete latino e il greco facevano a chi più lavorasse l’uno

a danno dell’altro; laonde molte incertezze s’avevano fatto strada

nello spirito ingenuo del Re, che fino a quell’ora aveva tratto dì

felici nella beata ignoranza della sua vita pagana. Il possedimento

della cattedra patriarcale di Bisanzio era a quel tempo oggetto di

un’acerrima disputa fra due pretendenti, perlochè Bogori si volgeva a

Roma, alla fonte remota e santa della dottrina cristiana, per averne

lume di consigli e soccorso di sacerdoti.

Gli ambasciatori bulgari, che erano gli uomini maggiori di lor terra,

capitanati dal figliuolo stesso del Re, giunsero a Roma nell’Agosto

dell’anno 866. Fra i ricchi donativi che portavano seco, trovavansi

anche le armi vittoriose che il Re aveva impugnato durante la sua

guerra contro i ribelli; le votava a san Pietro. La novella di ciò

accese peraltro la collera di Lodovico, che omai s’era istizzito

contro il Papa: l’Imperatore era allora a Benevento. Chiese che gli

si consegnassero le armi e gli altri doni dei Bulgari; può darsi che

ei reputasse non convenirsi tai segni di vittoria al san Pietro, e li

bramava per sè, quali trofei guerrieri di una nuova provincia della

Bulgaria, che egli sperava di riunire all’Impero suo. Qualche cosa

Nicolò ne concedette; il resto, scusandosi, tenne per sè[165]. Del

resto i Bulgari furono accolti a braccia aperte in Roma. Due Vescovi

elesse il Papa, affinchè andassero a portare l’insegnamento apostolico

in Bulgaria; furono Paolo di Populonia e Formoso di Porto, al quale era

serbata più tardi la corona pontificia. Con loro partì un’ambasceria

mandata a Costantinopoli, che, passando dal regno dei Bulgari, doveva

andare a quella città. Felicemente arrivarono i nunzî nella contrada,

ma i legati che erano spediti a Bisanzio non furono lasciati passare

oltre al confine, e dovettero tornarsene con vergogna[166]. Formoso e

Paolo però andarono battezzando senza posa turbe intiere di Bulgari;

discacciarono i missionarî greci, indussero il Re ad accogliere

soltanto preti latini e culto romano; ed anzi l’accorto Formoso

giunse ad ottenere che un’ambasceria spedita al Papa, lui domandasse

ad arcivescovo di Bulgaria[167]. Ma Nicolò respinse quelle istanze,

perocchè non volesse torre a Porto il suo Vescovo, e mandò in gran

fretta due altri Vescovi e preti molti alla lontana terra, comandando

che l’Arcivescovo si eleggesse tra questi.

Ancor prima, egli aveva acchetate le dubbiezze puerili dei Bulgari;

e i suoi precetti, raccolti sotto il titolo di _Responsa_, formano

quasi un codice di costituzioni civili accomodate all’uso di una

nazione rozza; la loro ragione pratica e mite è tale da ispirarci

altissima reverenza della mente del Papa. Avvi appena un dovere o

una evenienza della vita civile su cui gl’inesperti Bulgari non

chiedessero consiglio; domandavano quale dovesse essere il rito

delle loro nozze, quale il tempo in cui potessero consumare l’atto

conjugale, a che ora dovessero pranzare, come vestire, se potessero

giudicare gli uomini delinquenti: ond’è che fanno sovvenire dei

selvaggi del Paraguay e della costituzione impartita a queste genti

dai Gesuiti. Dicevano che fin allora avevano costumato di inalberare

come vessillo nelle loro battaglie una coda di cavallo, e chiedevano

che cosa dovessero introdurre fra loro in cambio di questo simbolo

di cavalleria turchesca: il Papa alla coda di cavallo sostituiva la

croce. Narravano che prima di appiccare la mischia avevano usato di

ogni sorta di incantesimi pagani per impetrare dagli Dei il trionfo;

il Papa consigliava loro che, a vece di quelle ceremonie, pregassero

nelle chiese, aprissero le carceri, liberassero gli schiavi e i

prigionieri di guerra, mandassero consolati i deboli afflitti. Chiedeva

il Re se fosse cristiano costume quello suo di pranzare superbamente

solitario, separato dalla Regina e da’ suoi guerrieri; rispondeva il

Papa ammonendolo all’umiltà e dicendogli che gli antichi Re famosi

avevano accondisceso a cibarsi alla stessa mensa coi loro amici e coi

loro schiavi. Allorchè poi gli rivolsero una domanda, ch’era piuttosto

d’ordine politico che pratico, quando cioè gli chiesero quali Vescovi

dovessero venerarsi da veri patriarchi, Nicolò afferrò la propizia

opportunità per rispondere con discorso lungo e con voce alta sì, che

stuzzicasse le orecchie anche a Bisanzio. Primo di tutti i Patriarchi,

disse, è il Papa di Roma, la cui Chiesa fu fondata dagli apostoli

Pietro e Paolo; tiene luogo secondo Alessandria, dacchè fu costituita

da Marco santo; terza è Antiochia, perocchè Pietro, prima di venire

a Roma, abbia governato quella Chiesa. Sono questi i tre Patriarcati

veramente apostolici. Per contro, Costantinopoli e Gerusalemme non

possono pretendere a tanta autorità; la sede di Costantinopoli non ebbe

a fondatore apostolo alcuno, e il Patriarca di questa città appellata

novella Roma, è nomato pontefice soltanto per favore degli Imperatori,

non già per intima ragione di diritto[168].

Questi e simiglianti articoli conteneva la costituzione data da Nicolò

I ai Bulgari; fu essa uno dei più mirabili monumenti del pontificato

di questo uomo illustre, monumento eziandio dell’operosità pratica

e dell’accortezza della Chiesa romana, la quale, tutto ad un tratto,

senza violenza d’armi e di tribunali, seppe introdurre lingua e costumi

romani in un paese che, da dopo i tempi di Valente e di Valentiniano,

non era stato più calpestato da alcun uomo latino: così la Chiesa di

Roma imprendeva a guadagnarsi una novella provincia nel remoto Oriente.

In verità, le relazioni che si conchiusero tra Nicolò e re Bogori, pur

d’indole sì diversa, non furono per Roma meno gloriose delle vittorie

che un dì Trajano aveva riportate su re Decebalo in quelle terre che

il Danubio bagna. Però la provincia di Bulgaria non rimase lungo tempo

sotto il dominio religioso di Roma; per forza naturale delle cose cadde

in balìa dei Greci.

§ 3.

Si contende a cagion di Gualdrada. — Nicolò condanna il Sinodo di Metz,

e depone Guntero di Colonia e Teutgaudo di Treviri. — Lodovico II con

grande ira viene a Roma. — Le sue soldatesche commettono eccessi di

violenza nella Città. — Arroganza degli Arcivescovi tedeschi; fermezza

e trionfo del Papa.

Intanto che Nicolò cercava di far romana la giovane Chiesa dei

Bulgari, intanto che combatteva contro allo scisma di Bisanzio e

mirava con grave cura dell’animo i progressi dei Maomettani in Sicilia

e nell’Italia inferiore, egli si vedeva in pari tempo trascinato ad

una lotta così veemente colla casa regale e colla Chiesa dei Franchi,

che lo prendeva trepidanza perfino di uno scisma franco. Ne porgevano

occasione i casi avventurosi di alcune donne illustri. Il costume

morale publico (se di esso parlar si possa in quel secolo) era offeso

da alcuni avvenimenti rilevanti, ma non insoliti. Giuditta, figlia

di Carlo il Calvo e vedova di Etelwolfo, s’era sposata a Etelbaldo

figliastro di lei, senza che questa unione fosse tenuta in conto

di immorale. Morto il suo novello marito, tornava ella in Francia;

la donna voluttuosa destava le brame di Balduino conte, e questi se

la rapiva: re Carlo faceva che un Sinodo pronunciasse contro a lui

la scomunica, ma allora gli amanti si rivolgevano al Papa, il quale

riconciliava con loro il padre. Nello stesso torno di tempo un’altra

femmina si acquistava nominanza con sue dissolutezze. Ingiltrude,

figlia di Mactifredo conte, maritata al conte Bosone, fuggiva dalle

case del suo sposo, andava lunghi anni menando nel mondo una vita

randagia in mezzo ai piaceri, e fra le braccia dei suoi ganzi non

badava all’anatema che il Papa le scagliava. Però la sventura d’una

Regina e il trionfo sfacciato d’una concubina regale, seppellivano

nell’ombra le sorti di quelle femmine.

Lotario di Lorena, fratello dell’Imperatore, ripudiava Tiutberga sua

sposa, a cagione di Gualdrada sua amanza. Questo dramma conjugale

levava a grande commovimento paesi e popoli, Stato e Chiesa, ed offriva

al Papa opportunità di sollevarsi a tanta altezza, che gliene veniva

splendore più chiaro di quello che gli avrebbero procacciato dispute

di dogmi teologici. Il diportamento di Nicolò I di contro a questo

scandalo regio, fu quale si conveniva ad animo saldo e invitto; in lui

la podestà sacerdotale apparve essere forza morale che salva la virtù

e punisce il vizio: forza per verità necessaria in un tempo barbarico,

nel quale non era ancor sorta quella potenza della opinione publica

che è giudice anche dei Principi. La rejetta Regina, coperta di onta

inventata dalla calunnia, privata della corona che Lotario aveva già

posto in capo della favorita, invocava il soccorso del Papa. Questi

commetteva al Sinodo di Metz di pronunciare sentenza, e minacciava di

scomunica l’adultero regale se innanzi a quel tribunale non comparisse.

I legati del Papa, fra i quali trovavasi Radoaldo di Porto, quegli

stesso che dapprima s’era venduto a Bisanzio, erano inchinevoli alla

forza dell’oro, che in tutti i tempi esercitò sui Romani un’attraenza

irresistibile. Eglino pertanto non produssero le lettere pontificie,

ma protestarono che il matrimonio di Lotario era stato disciolto a buon

dritto, e che Gualdrada gli era legittima moglie: tanto per far qualche

cosa, mandarono a Roma Guntero, arcivescovo di Colonia, e Teutgaudo

di Treviri, affinchè sottoponessero le deliberazioni del Sinodo al

giudizio del Papa. Fra i molti Vescovi che, cupidi di immunità regali e

di donazioni, secondavano senza coscienza i desiderî di Lotario, quei

due uomini erano i suoi più stretti e fidi: d’altronde essi tenevano

le parti della monarchia per porla di mezzo fra l’Episcopato e la

supremazia pontificia. Venuti a Roma, produssero gli atti di Metz,

pieni di speranza di guadagnare il Papa colle loro persuasioni; ma

Nicolò per tre settimane non se li lasciava accostare, indi comandava

loro di comparire innanzi al Sinodo che s’era raccolto in Laterano; e

senza lasciar loro adito di difesa, senza esame, senza accusa, senza

intervento di Vescovi franchi, pronunciava la loro deposizione e gli

scomunicava, in quello che senza più cassava le statuizioni del Sinodo

provinciale di Metz[169]. Tutto questo accadeva nello autunno dell’anno

863.

Gli Arcivescovi, frementi d’ira, corsero con quanta fretta erano

capaci, a Benevento, dov’era l’Imperatore. Si dolsero della violenza

patita, gli dissero che nella persona di loro il Papa aveva offeso

Lotario fratello suo, anzi lui stesso; gli rappresentarono che la

signoria sconfinata del Pontefice minacciava di gran pericolo la maestà

imperiale e la regia, ed eziandio la Chiesa franca; le loro parole

misero il fuoco addosso a Lodovico. Questi allora mosse tosto con un

esercito su Roma, accompagnato da Engelberga, sua donna, e dai due

Arcivescovi, dacchè egli voleva costringere il Papa a rimetterli nella

loro dignità. Entrò nella Città che era il mese di Febbraio dell’anno

864[170]. Poichè si era sparsa voce ch’ei veniva con intendimenti

ostili, il Papa aveva ordinato dappertutto digiuni e letanie, e una

mestizia desolata si spandeva per la Città tutta quanta. L’Imperatore

poneva dimora nel palazzo vicino al san Pietro; ma il Papa non andava a

fargli omaggio, e si teneva chiuso in Laterano, dove attediava il cielo

con orazioni incessanti contro «il malefico Principe.» Indarno i baroni

di Lodovico significavano al Papa che con quei modi di provocazione

malaccorta ei non faceva altro che aggiungere fiamma alla collera

dell’Imperatore; le processioni non finivano di percorrere in tutti i

versi le vie della Città. Una di esse s’incamminava verso il san Pietro

e stava per ascendere i gradini dell’atrio, allorchè alcuni vassalli e

armigeri di Lodovico, istizziti dei rifiuti del Papa, si scagliarono

sovra ai preti; li conciarono a nerbate, li gettarono a terra,

rovesciarono i vessilli ecclesiastici, e fecero in pezzi la croce

di sant’Elena, nella quale, secondo la credenza che allor correva,

era racchiuso il legno della vera croce: quelli della processione si

salvavano dandosela a gambe[171]. Un simile spettacolo non si era mai

visto in Roma dacchè aveva avuto fondazione l’Impero dei Carolingi:

parve rotta l’armonia fra il Papato e l’Impero, e per la prima volta

scoppiarono dentro della Città gli odî di nazione fra Germani e Romani.

Narrò la fama che il Papa in gran secreto si fosse messo in una barca,

e pel Tevere fosse fuggito in san Pietro, dove avesse passato due

giorni e due notti senza torre cibo o bevanda, e si sparse voce che la

morte avesse colpito il Franco spezzatore della croce di santa Elena,

e che l’Imperatore fosse infermato di febbre. L’Imperatrice allora

s’inframmise fra Nicolò e il suo sposo per compor pace.

Avuta promessa di sicurtà, il Papa venne alle case dell’Imperatore,

e v’ebbe con lui un lungo colloquio. Nicolò tornò indi al Laterano,

non sciolse però dalla scomunica gli Arcivescovi, e Lodovico comandò

a questi di tornare in Alemagna. Prima di lasciar Roma i due prelati

tedeschi compilarono una scrittura, in cui protestarono contro la loro

deposizione e contro l’opera del Papa, e lo fecero con linguaggio

sì veemente quale giammai un Pontefice l’ebbe udito dalla bocca di

Vescovi; vi era espresso con discorso gagliardo l’intendimento per cui

le Chiese nazionali cercavano di ottenere independenza e di svincolarsi

dal primato di Roma. Nell’esordio del loro libello, che era intitolato

ai Vescovi della Lorena, quei due osavano dire: «Sebbene Nicolò, che

appellato è Papa, che da apostolo si ficca in mezzo agli Apostoli,

che pompeggia da imperatore dell’universo mondo, ci abbia condannati,

tuttavolta, per grazia di Cristo, egli ha trovato da parte nostra

ferma resistenza, nè poco s’ebbe pentito di ciò che poi fece»[172].

Il loro scritto conteneva sette capitoli indirizzati al Papa: gli

autori vi condannavano il suo procedimento contrario ai canoni, indi

ritorcevano l’anatema sul capo di lui[173]. Guntero di Colonia, animo

robusto e risoluto fuor del comune, incaricava Ilduino, fratel suo,

ch’era cherico, di recapitare egli stesso in mano del Pontefice quella

scrittura, e, se questi si fosse rifiutato di accettarla, di deporla

nella Confessione del san Pietro. Nicolò fece quanto previsto s’era,

e Ilduino, tutto circondato di uomini armati, andò tosto audacemente

in san Pietro per fare ciò che il fratello gli aveva commesso. I

guardiani della Confessione (formavano una Schola loro propria con

titolo di _Mansionarii scholae confessionis S. Petri_) si posero

all’intorno della tomba dell’Apostolo per respingerli, ma gli invasori

si scagliarono su di loro, ne lasciarono uno di morto sul terreno,

gettarono la scritta nella Confessione, e, sgombrandosi la via colle

spade, uscirono della basilica.

Questo avvenimento dimostrò che l’Imperatore non s’era in alcun modo

riamicato col Papa. Senza darsene un fastidio al mondo, Lodovico

stavasi spettatore impassibile dei più feroci eccessi che le sue

soldatesche commettevano, parimente come se fossero state in terra

nemica: saccheggiamenti di case e perfino di chiese, ammazzamenti,

stupri di monache e di matrone. Lodovico sdegnava perfino di passare

la Pasqua in Roma; partiva della Città, e con maligno intendimento

moveva a Ravenna per celebrare le feste presso all’arcivescovo

Giovanni: questi infatti andava sempre covando i suoi rancori, memore

dell’umiliazione patita in Roma; anzi con grande animo afferrava

l’opportunità delle discordie sorte fra i Vescovi alemanni e Roma,

entrava in buone relazioni coi prelati scomunicati, e con gran calore

attizzava le ire di Lodovico[174]. Queste tempeste avrebbero atterrato

un Pontefice d’animo fiacco, ma non piegarono la tempra gagliarda

di Nicolò: il suo animo orgoglioso e inflessibile stette saldo colla

fortezza di un Romano antico. Minacciò scomuniche, e furono temute come

folgori vere; i Vescovi di Lorena gli mandarono proteste di pentimento;

Arsenio legato di lui, munito di lettere indirizzate ai Re, ai Vescovi

ed ai Conti, e fiammeggianti di minacce, andò in Lorena con una

baldanza tale da far ricordare l’orgoglio dei proconsoli della vecchia

Roma. Con una mano quel legato riconduceva la sposa ripudiata al Re che

s’era fatto trepido per paura dell’anatema, coll’altra gli strappava

dal fianco la donna amata. Il reame, debole e disunito, abbandonando

una cattiva causa venuta a lotta con Roma, non resistè più a lungo, e

diede in mano al Papato la più splendida vittoria. Tuttavolta non era

ancor giunto a fine l’ultimo atto di questa tragedia; papa Nicolò morì

mentre essa ancor durava, chè soltanto al tempo del suo succeditore

ebbe termine lo scandalo di quel processo[175].

§ 4.

Cure rivolte da Nicolò I alla città di Roma. — Restaura l’_Aqua Tocia

e la Trajana_. — Fortifica nuovamente Ostia. — Pochi edificî e scarsi

doni votivi di lui. — Condizioni delle scienze. — Editto scolastico di

Lotario dell’anno 825. — Decreti di Eugenio II e di Leone IV intorno

alle scuole delle parrocchie. — Monaci greci a Roma. — Biblioteche. —

Codici. — Monete.

Durante il pontificato di Nicolò I non si parla di torbidi cittadini

che avvenissero in Roma, ed anzi si narra che quel suo tempo

s’allietasse per pienezza di prosperità od almeno per ubertà di

ricolti. Ai poverelli si provvedeva satollandoli con generosità; e il

Papa, sì come un Imperatore romano avrebbe fatto, giungeva perfino

a dispensare dei marchi che davano il diritto di un pranzo a chi li

mostrava; erano segnati col nome di lui e si distribuivano agli uomini

indigenti o a quelli che erano incapaci di lavorare[176].

Due acquedotti restaurò Nicolò, l’_Aqua Tocia_ e la _Trajana_ o

_Sabbatina_, la quale nella città Leonina, da essa abbeverata, aveva

allora nome di acquedotto di san Pietro[177]. Dappoichè Gregorio IV

aveva restaurato questo medesimo acquedotto, convien dire che, dopo di

lui, lo avessero danneggiato i Saraceni, oppure che Nicolò gli desse

una direzione differente e ne facesse una distribuzione migliore delle

acque[178]. Il cattivo modo di fabbricazioni di quella età faceva sì

che gli edificî prestamente decadessero; Nicolò ebbe pertanto necessità

di costruire novellamente financo le mura di Ostia, benchè soltanto

da Gregorio IV derivasse la loro erezione; e dovette munirle di saldi

torrioni, entro ai quali collocò un presidio. Il terrore dei Saraceni

aveva fatto omai che Ostia si lasciasse in abbandono, laddove Porto si

conservava ancora, grazie alla colonia di Côrsi che ivi era[179].

Il numero mirabilmente scarso di doni votivi e di edificazioni di

chiese cui diè opera Nicolò I, non torna a disdoro dell’intelletto

pratico di questo Pontefice. A detta del suo Biografo, egli costruì

il portico a santa Maria _in Cosmedin_; nè v’ha dubbio che Nicolò

fosse stato diacono di quella chiesa, perocchè, sopra tutte le altre,

rivolgesse cura ad adornarla: infatti, oltre alle menzionate case

dei Papi, egli vi edificò anche un bel triclinio. Da lui derivarono

le pitture o musaici allogati nella diaconia di santa Maria Nuova,

edificio di Leone IV; al palazzo Lateranense aggiunse poi una nuova

fabbrica di abitazione, e presso al san Sebastiano eresse un convento.

Se il Biografo di questo Pontefice avesse avuto senso di comprendere

quello che valeva la cultura scientifica in Roma, ben avrebbe potuto

narrare che Nicolò provvide al suo incremento. Se non è altro, il

Biografo dà lode al padre di Nicolò per ciò che era stato amico delle

arti liberali e il figliuolo aveva iniziato in cosiffatti studî; ma

siccome aggiunge che il Papa fu per questa ragione erudito in ogni

maniera di sacre discipline, ei ci vieta di pensare che quella scienza

uscisse fuor degli studî attinenti alle cose teologiche[180]. Ad

ogni modo il periodo dei Carolingi s’adorna di chiarissimo pregio,

poichè accolse il generoso intendimento di diradare la tenebra della

barbarie colla cultura delle scienze. Il genio di Carlo e degli amici

suoi iniziati nella letteratura classica dei Romani, diede agli studî

un repentino impulso, ed i succeditori di Carlo operarono con pari

indirizzo. Ne offre splendida testimonianza l’editto promulgato da

Lotario nell’anno 825. L’Imperatore vi deplora che, per ignavia degli

uomini prepostivi, le discipline dell’istruzione abbiano cessato

quasi in tutte le terre d’Italia, e comanda la fondazione di nove

scuole centrali per i respettivi territorî; le costituisce a Pavia (la

cui Università, celebre dappoi, certo erroneamente si attribuisce a

fondazione di Carlo Magno), a Ivrea, a Torino, a Cremona, a Firenze,

a Fermo (per il ducato di Spoleto), a Verona, a Vicenza ed a _Forum

Julii_ (Cividale di Friuli)[181]. L’aperta dichiarazione che s’era

spento del tutto l’insegnamento di scuole, fa che s’argomenti lo stato

miserrimo in cui era l’istruzione in Italia. Di istituti scolastici

maggiori non puossi pur pensare; ciò che si denotava sotto il concetto

di _doctrina_ comprendeva soltanto le cose di religione, e fuor d’esse

tutt’al più gli elementi delle scienze profane, segnatamente della

grammatica.

L’editto di Lotario si riferiva al reame d’Italia e non a Roma, nè

alle province della Chiesa, ma anche qui v’aveva la istessa ignoranza

se pur non era più grave, sì come lo dimostrano le decisioni di alcuni

Concilî romani. Nell’anno 826, Eugenio II faceva ordinanza che in

tutti i vescovati e nelle parrocchie si raccogliessero dei dottori

che insegnassero con diligenza le scienze, le arti liberali e i sacri

dogmi. Quest’ordinamento in classi dimostra che si aveva riguardo anche

agli umani studî (_artes liberales_), facendosene espressa differenza

dalla teologia (_sancta dogmata_); ma appena egli era se ne trovavano

maestri. Estinto s’era lo studio di quelle discipline profane, e

allorquando Leone IV confermava nell’anno 853 il decreto di Eugenio,

v’aggiungeva queste testuali parole: «Sebbene, com’è di solito, rade

volte si trovino nelle parrocchie precettori di scienze liberali,

occorre tutta volta che non difettino maestri della divina scrittura, e

istitutori di officiatura ecclesiastica»[182].

Anche in Roma si poteva muovere eguale lamentanza. Non si fa pur cenno

di un maestro, o di scuola alcuna che ivi avessero qualche rinomanza.

Certo è che fin dal tempo in cui i Benedettini avevano posto stanza

nella Città, s’erano aggiunte scuole ai conventi, e continuava quella

antica Lateranense che loro doveva sua origine, e nella quale erano

stati educati parecchi Papi: però questi istituti romani non potevano

gareggiare colle scuole di Alemagna e di Francia, quali erano quelle di

Fulda, di San Gallo, di Tours, di Corveia o di Pavia in Lombardia. Roma

non isplendeva per ornamento di uomini illustri pari a Giovanni Scoto,

a Rabano Mauro, ad Agobardo di Lione, o pari allo scozzese Dungalo

che viveva a Pavia, od a Lupo di Ferrières. Può darsi che le dottrine

giuridiche fiorissero ancora di qualche po’ di cultura in mezzo a

tutte le discipline degli studî profani; ed invero, dopo dello Statuto

di Lotario, dovevano trovarsi dei professori di giure che fossero

addottrinati nelle leggi di Giustiniano e che le insegnassero in

compendio; nè gli avvocati e i notai potevano essere del tutto digiuni

di scienza della legge salica e di quella longobarda.

Parecchi Papi avevano posto monaci greci entro a nuovi conventi; e

quelli nella loro lingua materna impartivano istruzione a’ sacerdoti

romani, per guisa che, se anche non ne profittava la cultura delle

lettere greche, se ne manteneva tuttavia viva in Roma la cognizione

del linguaggio; i Papi in quei seminarî educavano alcuni uomini che

potevano adoperare da nunzî a Bisanzio, o da scrivani e da interpreti.

Alcune chiese e alcuni conventi di Roma erano forniti di

biblioteche. Durava sempre quella Lateranense, e il glorioso titolo

di «Bibliotecario» s’ode anche nel tempo della più fitta tenebra.

L’archivio pontificio custodiva gli innumerevoli atti della Chiesa e

i Regesti, ossiano lettere dei Papi, che erano documenti inestimabili

della storia, della lingua latina di quei secoli, e, può dirsi, della

pretta letteratura romana nella prima metà del medio evo: tesori che

nel secolo duodecimo perirono senza lasciar traccia di sè, e la cui

perdita lasciò nella storia un vuoto profondo, che non è mai deplorato

abbastanza[183].

Non vale dubitare che le biblioteche ed i conventi di Roma possedessero

eziandio opere di letteratura greca e romana; chè esemplari di quei

codici dovevano essersi conservati qua e colà in Roma ancor dopo del

periodo dei Goti, e nel corso del tempo se ne erano per certo tratte

delle copie. I conventi dei paesi di fuori possedevano nel secolo nono

molti tesori di lettere; nell’anno 831 l’abazia di Centule, ossia

di San Riquiero nelle Gallie, di cui più in antico era stato abate

Angilberto, celebrava a sua gloria di possedere duecento cinquantasei

codici, ed è rimarchevole a sapersi quali libri il Cronista registri

fra le opere profane che ivi si serbavano. Erano Etico, _de mundi

descriptione_, la _Historia Homeri_ con Dite e con Darete di Frigia,

Gioseffo completo, Plinio il giovane, Filone, le favole di Avieno,

Virgilio; e fra i «Grammatici», di cui massimamente quell’età era

bramosa, Cicerone, Donato, Prisciano, Longino e Prospero[184]. Se di

tai libri trovavansi in Francia, può egli darsi che non ne esistessero

a miglior ragione in Roma? Lupo, abate di Ferrières, nell’anno 855

volgeva a Benedetto III l’ingenua preghiera che gli mandasse alcuni

codici di Cicerone _de Oratore_, le istituzioni di Quintiliano, il

commento di Donato a Terenzio: e lo faceva certo che gli restituirebbe

senza dubbio quegli scritti, dopo che ne avesse fatto cavar copia[185].

Soltanto nelle notizie che ci danno i Romani, non si fa pur motto di

codici profani. Se nelle Biografie dei Papi si tien parola di libri,

d’altro non si tratta che di Evangelî, o di antifonarî, o di messali

che solevansi dedicare alle chiese. A ragione si tenevano in conto

di doni votivi preziosi, e di essi facevasi menzione perfino nelle

iscrizioni funerarie dei donatori. Grande era la spesa che occorreva

per compilare un codice in pergamena, e la fatica laboriosa di

trascriverlo e di alluminarlo, di gran lunga superava quella che gli

orafi o i fonditori di metalli adoperavano a comporre i loro candelabri

o i loro vasi[186]. Monaci periti dell’arte passavano la loro vita

solitaria a copiare di quei codici delle sacre Scritture e dei Padri

ecclesiastici, che eglino, con amore incredibile e con diligenza di

pennello e di penna, solevano disegnare anzi che scrivere, parte a

caratteri unciali romaneschi in lettere majuscole o minuscole, parte in

più difficili caratteri longobardi; tratto tratto fregiavano i codici

di miniature, e, di consueto, il primo dei disegni rappresentava lo

scrivano, o l’abate che gliene dava incarico, o tutti e due, col codice

in mano, in atto di offrirlo ad un qualche Santo[187]. La difficoltà

dei caratteri non consentiva correntezza di mano al copista, e lo

costringeva a dipingere[188]; oltracciò egli ornava il suo codice di

lettere iniziali disegnate con grande arte in oro e a colori. Di queste

opere sottili e belle, condotte con grande varietà di colori e con

dovizie di arabeschi, fa testimonianza ancora oggidì il celebre Codice

carolino della Bibbia, lavoro del secolo nono, che il convento di san

Paolo custodisce come massimo tesoro suo[189].

Siffatti codici rivelano in pari tempo l’indole di quell’età in cui

l’arte lottava contro a una barbarie profonda, le cui tracce sono

segnate nelle sue fatture goffe e ancor sempre stecchite di durezza. La

tempra del secolo nono e dei secoli successivi, come quella dei popoli

Dorici, degli Egiziani e degli Etruschi antichi, ha qualche cosa di

figurativo, di enimmatico e in generale di simbolico; lo dimostrano

manifestamente il disegno e i caratteri della scrittura, l’uso dei

monogrammi apposti nei documenti e nelle monete, e la consuetudine

degli arabeschi. La moneta massimamente rivela in un modo sempre più

fisso e preciso l’imagine della vita publica della sua età, e i denari

pontificî di questo tempo sono impressi di caratteri bruttissimi nella

scrittura e nel disegno[190].

§ 5.

Roma è immersa nella ignoranza. — I Romani sono superati dagli Arabi,

dai Greci, dai Franchi e dai Tedeschi. — Soltanto il Papato ha suoi

Cronisti. — Il _Liber Pontificalis_ di Anastasio. — Sua origine e suoi

caratteri. — Traduzioni di Anastasio dal greco. — Biografia di Gregorio

magno scritta da Giovanni Diacono.

Se l’Anonimo di Salerno fosse venuto a Roma nel tempo di Nicolò I,

egli non avrebbe saputo numerarvi una schiera di trentadue filosofi,

com’egli afferma di averne contato in sull’anno 870 nella florida

Benevento[191]. Se Erchemperto, che fu continuatore della Storia dei

Longobardi di Paolo Diacono, fosse uscito del suo dotto monastero

di Monte Cassino (dove splendeva allora per grande valore l’illustre

abate Bertario), e fosse venuto a Roma, lo avrebbe indotto a spavento

l’ignoranza dei frati e dei cardinali: se Fozio, il patriarca di

Bisanzio ch’era stato scomunicato da Nicolò I, avesse mosso suoi passi

a Roma, il lume della sua scienza avrebbe sfolgorato come un portento

in questa città, dove non era più alcun Romano, il quale sapesse

distinguer per nome le statue dei savî e dei poeti dell’antichità,

che annerite e mutilate duravano ancora in piedi nel cadente foro di

Trajano.

Di contro alla cultura scientifica di Costantinopoli, Roma aveva

cagione di coprirsi di vergogna profonda; perfino quei Saraceni

d’Africa, che avevano messo a ruba i tesori del san Pietro e del san

Paolo, potevano tenersi in conto di semidei se si paragonavano ai

Romani ignoranti, e se guardavano alle università ed ai filosofi, ai

teologi ed ai grammatici, agli astronomi ed ai matematici che fiorivano

a Kairewan, a Siviglia, ad Alessandria, a Bassora e a Bagdad, Atene

maomettana dell’Oriente. Lo splendore prodigioso della cultura dello

spirito appo gli Arabi, influiva a infondere vita a Bisanzio. Questa

città, sempre animata di uomini cavillatori e di sofisti, di pedanti e

di fanatici, aveva un grande mecenate in quello stesso Cesare Bardane,

che aveva discacciato il patriarca Ignazio; e nei suoi Principi,

quali furono Leone il filosofo e, più tardi, Costantino Porfirogeneto

figliuolo di lui, trovava discepoli zelanti di una sapienza pedantesca:

in Fozio possedeva un novello Plinio o un Aristotele di età barbarica,

il quale nella sua celebre «biblioteca» custodiva compendî e lavori

critici che comprendevano lo stillato di dugentottanta Autori; e non

era che una piccola parte della sua scienza.

I Bizantini avevano la coscienza della purezza, pur sempre relativa,

della lingua greca, e questa fu che conservò la loro vita scientifica

per un corso di secoli, ancora dopo che l’idioma latino si fu estinto:

pertanto eglino guardavano con disprezzo alla barbarie di Roma.

Michele imperatore, in una sua lettera indiritta a papa Nicolò I,

gettava a larga mano lo scherno sui Romani, a cagione del loro latino

che egli chiamava linguaggio «da Barbari e da Sciti»; e il modo che

esso era parlato in bocca del popolo, o scritto dai notai e perfino

dai Cronisti, dava del resto buon giuoco ai motteggi dei Bizantini

eruditi. Il Pontefice rispondeva in un latino bello assai; fossene egli

l’autore oppure la sua segreteria sempre esperta di stile, fatto sta

che vi si metteva tutta l’arte a comporlo, e per fermo era la migliore

apologia che oppor si potesse. E il Papa aveva agio di rispondere

acconciamente all’Imperatore, essere ridicola cosa ch’egli pretendesse

per sè il titolo di Imperatore dei Romani se non ne sapeva parlare la

lingua, e se perciò barbarica l’appellava: tuttavolta gli argomenti

che il Papa adoperava a difendere l’idioma di Cesare, di Cicerone e di

Virgilio, sono rettoricumi frateschi, o attinti per ragione gerarchica

all’autorità della religione cristiana e della croce, il cui titolo _J.

N. R. J._, diceva, era scritto in latino[192].

Financo quei popoli di Germania e di Gallia, cui i Romani davano nome

di barbari, continuavano a coprir Roma di vergogna, perocchè essi

progredissero nella cultura del linguaggio e della scienza dei Latini:

agli occhi dei cardinali della Città, un Incmaro di Reims passava per

un vero miracolo. Muta s’era fatta in Roma la voce della poesia, fosse

di tema religioso o di subbietto profano; ma nel tempo stesso in cui a

mala pena avveniva che i Romani possedessero tanto ingegno da comporre

qualche epigramma per i musaici delle loro chiese, per le porte della

loro Città o per i sepolcri dei loro morti con un’accozzaglia di

ritmi e di vocaboli barbarici, Cronisti franchi, quale era Ermoldo

Nigello, dettavano le loro Storie in versi latini; e preti tedeschi,

i cui padri erano vissuti tuttavia nel paganesimo, scrivevano nella

gagliarda lingua primitiva del loro popolo, e poetavano quelle armonie

evangeliche, di cui oggidì ancora ammiriamo la tempra originale.

Nessun’opera teologica si compilava più in Roma. La storia della Città,

la trasformazione memoranda che avea subita da Pipino e da Carlo in

poi, non trovava pur un annalista, e intanto che Alemagna e Francia

e la stessa Italia meridionale (dove nel venerando Monte Cassino si

dava opera a scrivere la storia) ivano producendo un gran numero di

Croniche, la ignavia oppure la ignoranza dei monaci romani seppelliva

la Città in una tenebra profonda.

Peraltro, giusto in questo tempo, il Papato raccoglieva la sua Cronica

antichissima, e in parte vi comprendeva tutto quello che ha maggiore

importanza per la città di Roma di quell’età. Dopo che s’era costituito

lo Stato ecclesiastico, dopo che aveva avuto incremento la potenza

non solo dei Pontefici, ma anche dei Vescovi, i cui vescovadi erano

altrettante ricche immunità, facevasi sentir più potente la necessità

di tramandare ai posteri la storia delle Chiese, composta in una serie

ordinata dei loro Vescovi e in forma di loro biografie. Il bisogno non

era specialmente proprio di un solo paese, avvegnachè questo istesso

tempo producesse parecchie collezioni di tal foggia, che avevano tutte

a fondamento i cataloghi delle vite dei Vescovi, le loro lettere, i

loro Regesti ed altri documenti. Fuor di Roma Agnello raccoglieva

e scriveva la sua Storia dei Vescovi di Ravenna, opera barbarica

ma preziosa, che sta a fianco del _Liber Pontificalis_; e Giovanni,

diacono napoletano, compilava le Biografie dei Vescovi della sua bella

terra natìa. Così appartiene pure a quest’epoca la collezione celebre

delle Vite dei Papi, che è nota sotto il nome di Anastasio.

Anastasio ebbe il titolo di «bibliotecario», che lo distinguette dal

ribelle Cardinale dell’istesso suo nome; visse a’ tempi di Nicolò I, e

tuttavia a quelli di Giovanni VIII. Se non abbia dettato di sua mano

altre biografie fuor di quelle dei suoi contemporanei, forse da dopo

di Leone IV, e, sopra tutte, quella di Nicolò I, che è per vero dire

assai poco copiosa, è pur probabile ch’ei raccogliesse il restante;

per lo meno la tradizione ebbe raccomandato al nome di lui questo

lavoro. Le Biografie, che hanno cominciamento da san Pietro fondatore

del vescovato di Roma, furono, dal terzo secolo in poi, continuate in

forma di registri riuniti in ordine di calendario e di cataloghi sugli

anni di reggimento e sulle geste dei Papi: dopo di Gregorio magno,

a compilarle, si trasse giovamento anche dalle epistole e dagli atti

dei Pontefici. In tal guisa, da questa materia sempre più perfetta e

abbondante ebbero origine le Biografie dei Papi continuate in forma

officiale, e, durante il periodo dei Carolingi, contengono dovizia

massima di notizie. La loro tessitura non ha la forma degli annalisti,

e questo ne rende difficile l’uso; sono un ammasso mal composto di

notizie assai esatte delle edificazioni e dei doni votivi di Roma,

e di veri avvenimenti storici. Brutto ne è lo stile al paro della

trattazione, e la lingua è ben diversa da quella della segreteria

romana, di cui l’andatura spigliata, franca e robusta ci induce a

meraviglia anche adesso, quando leggiamo i Regesti di Nicolò I e di

Giovanni VIII, che per buona ventura giunsero fino al tempo nostro.

Ma il valore di quelle Biografie è inapprezzabile, avvegnaddio sieno

ricavate dalle origini più sicure e genuine; e, senza di esse, la

cognizione della vita del Papato e altresì della città di Roma,

sarebbe per lunghi secoli involta in completa oscurità. Ora il _Liber

Pontificalis_ nella nota sua forma s’interrompe colla vita di Nicolò

I, così che, abbastanza presto nella nostra Storia, avremo a deplorare

l’inaridirsi di questa fonte. Vi fanno seguito soltanto le aggiunte

Biografie di Adriano II e di Stefano V, che sono attribuite a Guglielmo

bibliotecario[193].

L’ingegno di Anastasio era vasto a sufficienza perchè eclissasse

col suo splendore i Romani suoi contemporanei. Siccome s’intendeva

di greco (e questo bastava per dargli fama d’erudito), ei traduceva

la Cronografia di Niceforo, Giorgio Sincello, Teofane ed altre

opere di letteratura ecclesiastica greca. Ebbe un solo emulo nel

suo concittadino Giovanni diacono, perocchè questi non fosse meno

di lui saputo nel greco, e fosse inoltre ornato di maggiore ingegno

letterario. Scrisse questi la Biografia di Gregorio magno, giovandosi

degli atti dell’archivio Lateranense, e vale che si noti come una tale

monografia fosse compilata precisamente nell’età dei Carolingi, e dopo

che il suo Autore era sopravvivuto al pontificato di Nicolò I, il quale

per operosità e per grandezza richiamava alla mente la ricordanza

di Gregorio. Quella scrittura è un lavoro di concetto originale, e

mirabilmente differisce dall’arida forma di tutte le altre Biografie

dei Papi. L’Autore dà nel rettoricume e corre con fervida imaginativa;

tenta miseramente di essere elegante e copioso; però rivela qualche

cognizione di letteratura antica[194].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 11 / 35 题