§ 1.
Lotario è fatto socio nell’Impero. — Ribellione e fine di Bernardo
re. — Lotario diventa re d’Italia. — È coronato in Roma. — Vi pone
tribunale imperiale di giustizia. — Lite del monastero di Farfa. —
Supplizio violento di maggiorenti romani. — Pasquale evita il giudizio
dell’Imperatore. — Muore.
Secondo l’esempio del padre suo, Lodovico il Pio deliberava di
associarsi all’Impero il suo figliuolo maggiore, che era ancora in
giovine età. Questa consuetudine, derivata dal costume dell’antico
Impero romano e di quello bizantino, fu accolta anche nel nuovo, per
ciò che di tal guisa sembrava assicurarsene l’unità e il sistema
ereditario. Non appena però Lotario era insignito della dignità
imperiale nella dieta di Aquisgrana, che se ne destava gelosia in
tutti gli altri Principi: Pipino e Lodovico, fratelli, fremendo di
malcontento se ne andavano alle sedi dei loro reami di Aquitania
e di Baviera, e l’ambizioso bastardo Bernardo levava le armi con
aperta ribellione. Carlo aveva messo lui, come primamente Pipino, da
suo luogotenente nel reame d’Italia, ma secondo natura delle cose,
il desiderio d’independenza doveva ben presto svegliarsi in questi
Re italici. La bramosia degli Italiani a conseguire autonomia di
nazione, facevasi viva in adesso per la prima volta, e propriamente
manifestavasi nell’Italia settentrionale: ivi i Longobardi, quantunque
avessero omai accolto costumanze di vita latina, conservavano
tuttavia con fervore i sentimenti germanici di libertà e custodivano
la ricordanza di loro signoria antica; ivi Milano aveva di già
incominciato a superare di splendore Pavia che era stata un tempo
la dominatrice. La caduta del reame dei Longobardi non avea sepolto
con sè la vita di questo popolo fornito d’intelligenza e operoso;
dalle Alpi esso si distendeva fin giù nelle Puglie. Fatta eccezione
per Roma, dove nullameno vivevano famiglie longobarde in gran numero
e dove parecchi uomini di quella stirpe ascesero alla cattedra di
san Pietro, quella nazione germanica teneva del continuo in mani
sue la somma maggiore delle cose d’Italia, così al settentrione
che al mezzogiorno. Duranti i tempi più oscuri della storia, furono
veramente i Longobardi che diedero a Italia eroi, principi, vescovi,
istoriografi, poeti e per ultimo libertà di republiche. Nelle forze
di loro, massimamente, riposa pertanto la parte più grande della vita
storica e della civiltà d’Italia: è questo un fatto incontestabile,
che al dì d’oggi parecchi Italiani si studiano invano di negare,
quando, ad onta della ragione storica, eglino parlano della nazione
italiana in secoli nei quali non ne esisteva una siffatta, o quando
dimenticano che essenzialmente questa nazione italica si formò dalla
miscela della razza goto-longobarda colla razza latina: e se noi pure
parliamo di una nazione italiana a quest’età, vale considerare, per
quanto dicemmo in precedenza, che ne abbiamo ristretto il concetto
a sua giusta misura storica. Gli ottimati lombardi non pensavano più
alla restaurazione della spenta dinastia di Desiderio, ma anelavano
di affrancarsi dall’odiato reggimento dei Franchi. I Vescovi, giunti
a signoria di principi per privilegî ottenuti da Carlo e da Lodovico,
e già avvezzi ad aver prima voce nelle faccende politiche come
signori territoriali, sospingevano il giovane Bernardo nella via
delle sue aspirazioni. V’aveva fra loro anche Teodolfo, il quale,
sebbene vescovo di Orleans, era longobardo di nascita, v’era Wolfoldo
di Cremona, e, più ragguardevole di tutti, Anselmo di Milano. Il
Re malprudente si vedeva peraltro deluso nei suoi intendimenti. I
fratelli Pipino e Lodovico non si levavano a rivolta, e tosto che le
soldatesche imperiali rattamente s’avvicinavano ai confini d’Italia,
le schiere di lui lo disertavano. Lo sconsigliato giovane correva a
Cavillon per gettarsi ai piedi del suo zio, sia che lo affidasse una
promessa ricevuta, sia che ve lo decidesse la sorte sua disperata: più
probabile è la prima supposizione, chè altrimenti non ve l’avrebbero
accompagnato i soci suoi di cospirazione. Lui e i suoi compagni
l’Imperatore faceva gettare in carcere. Bernardo, come reo di maestà,
era condannato nel capo, e quantunque Lodovico per compassione il
graziasse, permetteva che all’infelice si svellessero gli occhi. Questa
sentenza, vien detto per comando della imperatrice Irmengarda rabida
di vendetta, si eseguiva così barbaramente, che Bernardo ne moriva
tre giorni dopo: ciò accadeva in Aquisgrana dopo la Pasqua dell’anno
818. Pari sorte subiva l’amico del Principe, Reginaro, figlio di
Meginaro conte, ch’era stato conte palatino dell’Impero, laddove i
Vescovi incarcerati, per giudizio del clero franco, erano deposti del
loro officio e chiusi in varii conventi. L’Imperatore avea ceduto per
debolezza alle sollecitazioni della sua donna e dei consiglieri suoi;
peraltro, allorchè gli fu annunciato che il suo nipote era morto, lo
pianse acerbamente, ed ancora quattr’anni dopo si sottopose a publica
penitenza in espiazione di questa e di altre sue colpe: l’autorità
imperiale per lo smacco si scemava, e il potere morale dei Vescovi si
accresceva; eglino confortavano l’Imperatore rammentandogli l’esempio
di Teodosio penitente, e sè stessi rallegravano ripensando al tribunale
da cui lo aveva punito Ambrogio vescovo[47]. Non vien detto se Pasquale
si adoperasse presso di Lodovico, affine di alleviare le sorti di
Bernardo: noi però accogliamo per vero che ciò avvenisse, perocchè
s’acconciasse all’indole di quell’età che in un caso così fuor dei
soliti eventi, l’Imperatore udisse il monito paterno del Pontefice.
Morto Bernardo, il suo trono restò due anni senza successore, e bene
stava che la Chiesa romana tollerasse in pace quella vacanza, dappoichè
omai il reame d’Italia incominciava a darle noja.
Per mala ventura, una tenebra fitta seppellisce nel suo bujo le
condizioni di Roma a questo tempo, per guisa che la storia della Città
fa mostra di sè ad intervalli, soltanto in quegli avvenimenti che
si associano alla storia dell’Impero. Lotario, figliuolo maggiore di
Lodovico, già nominato imperatore, era fatto altresì re d’Italia; in
tal modo, per la prima volta dopo di Carlo magno, le due dignità si
riunivano in una sola persona. Quantunque il padre suo fin dall’anno
820 gli avesse concesso la corona d’Italia, egli lo mandava a Pavia
soltanto due anni più tardi. Lo aveva sposato ad Irmengarda, figlia
del possente Ugo conte, ed a questa occasione aveva fatto grazia ai
Vescovi prigionieri; indi, nell’Agosto 822, congregava in Attigny
una dieta e in quella comandava a Lotario che andasse adesso al regno
suo. Gli poneva ai fianchi, da consiglieri, il monaco Wala, quel desso
che era stato ministro di Bernardo, e Gerungo, che era un officiale
della sua corte; tuttavolta non intendeva di prefiggere al Re d’Italia
che tenesse residenza costante a Pavia. Piuttosto, Lotario ivi era
spedito soltanto affinchè desse sesto alle cose del paese e vi facesse
giustizia; il Re doveva tornarsene a Francia non appena che avesse
adempiuto a questi officî, perlocchè si rivela che il padre di lui,
travagliato da sospetti, non bramava che il figliuolo ponesse stanza
in Italia. Come Pasquale udiva della partenza di Lotario (la quale
avveniva poco tempo prima della Pasqua dell’anno 823), lo invitava
affinchè andasse a Roma per ricevervi di mano del Papa la incoronazione
e l’unzione: è ben facile capire i motivi dell’invito.
Lotario, consapevole il padre, aderiva alla richiesta. Accolto
con onoranza degna d’imperatore, nel dì di Pasqua era coronato dal
Pontefice in san Pietro, e il popolo romano lo acclamava Augusto: egli
era primo degli Imperatori, dopo di Carlo, che ricevesse in Roma la
corona, perocchè Lodovico padre suo fosse stato coronato in Reims[48].
Così l’arte politica romana sapeva con accorta fermezza sostenere il
principio che Roma era fonte dell’Imperio, e che la unzione pontificia
era necessaria agli Imperatori, sebbene fossero stati eletti per
deliberazione della dieta dello Stato, ed anche coronati. Pasquale
consecrava col crisma il giovane Imperatore, indi proclamava che
questi, pari ai predecessori suoi, aveva podestà imperatoria sul popolo
romano[49]: Lotario immantinente ne esercitò l’officio, poichè nel
breve tempo di suo soggiorno in Roma vi pronunciò sentenze da giudice.
Innanzi al suo tribunale imperiale ed in presenza del Papa e della
nobiltà romana e franca, comparvero le parti che litigavano: ed è
meritevole di nota una causa che il Papa allora promosse contro il
potente Abate di Farfa e che il Papa perdette. Quel bello e celebre
convento di Benedettini che s’ergeva nel territorio Sabinate nelle
pertinenze di Spoleto, stava anticamente sotto la protezione dei
Re longobardi, e, dopo la fine di loro signoria, godeva di pari
privilegî sotto il patronato dei Carolingi. Oltre ad antichi diplomi
longobardi, il monastero poteva allegare un documento dell’anno 803,
con cui Carlo magno gli aveva data conferma di sua immunità. Nell’anno
815, il convento aveva conseguito una pergamena di simile tenore
dall’imperatore Lodovico, il quale vi promulgava che l’abazia stava
sotto il suo «privilegio, mundiburdio e patronato imperiale, affinchè i
monaci in buona pace orassero per lui e per la durata dell’Impero[50].»
Nessun Vescovo poteva imporre tributo o censo su Farfa: i doviziosi
monaci godevano completa franchigia, eleggevano liberamente dal loro
gremio l’Abate, e il Papa stesso non aveva altro diritto che quello di
consecrarlo. Oltre ai diplomi dei Re e degli Imperatori, che stavano
conservati negli scaffali del loro archivio, i monaci possedevano
altresì bolle di conferma concesse dai Papi. Stefano IV, pochi dì
prima della sua morte, aveva dato il placito a tutti i privilegî
ed ai possedimenti di Farfa, per lo che aveva imposto al convento
soltanto un tributo annuo di dieci solidi d’oro. Ma ei sembra che
per intromissione dell’Imperatore, Farfa si fosse affrancata anche di
questo onere, perocchè nella bolla di confermazione data da Pasquale I
in quello stesso anno, non si facesse più menzione di quell’obligo[51].
Eppure, di tempo in tempo, i Papi cercavano di diminuire le libertà
dell’abazia, le quali loro riuscivano moleste. Già Adriano e Leone III
s’avevano usurpato parecchi possedimenti del convento, e mentre Lotario
era in Roma, l’avvocato pontificio sostenne innanzi al tribunale
imperiale che Farfa «era sottoposta al giure e al dominio della Chiesa
romana.» Ma il valente abate Ingoaldo allegava i preziosi diplomi del
suo archivio, e dimostrava splendidamente le franchigie che gli eran
concesse dalle lettere patenti scritte, e la sentenza del tribunale
imperiale costringeva la Camera pontificia a restituire tutti i fondi
che contro diritto erano stati tolti al convento[52].
Gli è probabile che il contegno energico di Lotario destasse
il malcontento del clero di Roma, laddove invece i nemici della
signoria temporale del Papa si stringevano speranzosi intorno al
giovane Principe. Insieme col nuovo Impero incominciava la divisione
della Città in una fazione pontificia e in una parte imperiale, e
doveva durare per un corso di secoli sotto quel nome di Guelfi e di
Ghibellini, che sorse in tempi posteriori. Subito dopo la partenza
di Lotario, un avvenimento faceva sì che la scissura di repente
si manifestasse. Il giovane Imperatore era tornato in Lombardia,
e già nel Giugno era arrivato presso il padre suo, quando Roma era
messa sossopra da un tumulto, il quale senza dubbio derivava dalle
ragioni stesse che avevano cagionato la ribellione contro di Leone
III. Oscuri ne sono i casi particolareggiati; fatto è che giungevano
messaggi alla residenza imperiale, e riferivano che in Roma due
ministri del Palazzo pontificio, Teodoro primicerio e il genero suo
Leone nomenclatore, erano stati prima acciecati, indi decapitati nel
palazzo Lateranense; dicevano che questo era accaduto perchè quegli
uomini aderivano con fede vivissima alla casa imperiale, e che papa
Pasquale stesso aveva comandato o consigliato l’assassinio[53]. Il
supplizio di que’ due maggiorenti non era stato conseguenza di una
sentenza di giustizia, ma opera violenta dei famigliari del palazzo
pontificio. Quei Romani (Teodoro ancor nell’anno 821 era stato nunzio
in Francia) appartenevano alla più eletta aristocrazia, parteggiavano
decisamente per l’Impero, e occupavano la dignità più potente, che,
ancor tempo prima, aveva favoreggiato disegni di ribellione: può
essere che s’adoperassero alla distruzione del reggimento pontificio.
Eglino furono presi, acciecati e decapitati in Laterano dai servitori
del Papa[54]. L’imperatore Lodovico ascoltò le doglianze dei Romani
e spedì suoi _Missi_ affinchè istituissero in Roma una inquisizione.
Però, prima che questi partissero, capitavano legati del Pontefice
per giustificarlo, e per dichiarare che Pasquale si assogettava ad un
procedimento[55]. Allora i giudici imperiali viaggiavano a Roma nel
Luglio od altrimenti nell’Agosto dell’anno 823, ma giunti colà, avevano
di che stupire in udendo protestarsi che il Papa rifiutava qualsiasi
inquisizione giuridica. Fosse o no che ei ne temesse le risultanze,
egli scansava di sottomettersi ai giudici dell’Impero, e ricorreva ad
una scappatoja il cui valido effetto era omai alla prova di esperienza
vecchia. Infatti, il Papa prestava giuramento di purgazione nelle case
patriarcali del Laterano in presenza dei legati imperiali e del popolo
romano, circondato da vescovi, da preti e da diaconi. In pari tempo
ei si faceva difensore degli assassini perocchè appartenessero alla
famiglia di san Pietro, malediceva agli uccisi vituperandoli come rei
di tradimento, e protestava che colla morte di loro s’era adempiuto
ad un atto di giustizia[56]. I legati imperiali, cui la temenza dei
privilegî della Chiesa suggellava la bocca, tornavano in Francia cogli
ambasciatori pontificî per riferire di questa piega inaspettata che
avevano preso le cose. Se ne indignava l’Imperatore conscio del suo
dovere di proteggitore e di giusto giudice de’ suoi sudditi romani; gli
stessi diritti di lui richiedevano che si facesse severissima ragione
degli assassini, ma poichè il comportamento del Pontefice ne lo aveva
impedito, era costretto a porre una pietra su quanto era accaduto. Non
sappiamo quel ch’ei rispondesse ai Romani ed al Papa[57].
Pasquale passava di vita in mezzo a tempeste non dissimili da quelle
che avevano funestato Leone III nei suoi ultimi giorni: anch’egli
naufragò fra le contraddizioni del potere temporale e dell’autorità
religiosa che si riunivano nella persona del Vescovo. Affranto da
quegli avvenimenti e dalle loro conseguenze, odiato da una gran parte
dei Romani, morte il colpiva sul principio dell’anno successivo. I
Romani, inaspriti contro di lui, non permisero che il suo cadavere
venisse sepolto nel san Pietro, e il suo succeditore fu costretto
a deporlo in un’altra basilica, che era stata edificata da Pasquale
istesso: è probabile che fosse la chiesa di santa Prassede[58].
§ 2.
Pasquale edifica le chiese di santa Cecilia in Transtevere, di santa
Prassede sul monte Esquilino, di santa Maria _in Domnica_ sul Celio.
Al dì oggi tuttavia, Roma conserva alcuni ragguardevoli monumenti,
edificazione di Pasquale I. Perfino il ritratto di lui, cosa rarissima
fra i Papi di quell’età, dura ancora in tre musaici che rappresentano
l’istesso capo tonsurato e le stesse fattezze lunghe e secche. L’arte
di quel tempo non poteva cogliere somiglianze di volto fuorchè nei
semplici contorni, dacchè non aveva l’uso di lumeggiarne i tratti a
chiari e ad ombre. Quelle imagini si mirano in tre chiese rinnovate
da Pasquale, che sono santa Cecilia in Transtevere, santa Prassede sul
monte Esquilino e santa Maria _in Domnica_ sul Celio.
Nel cielo de’ Santi romani, Cecilia è la musa della musica: a lei la
leggenda di tempi posteriori ha attribuito l’invenzione dell’organo,
e il genio di Raffaello la ha riposta sopra un trono di gloria,
dipingendola con siffatto atteggiamento di musa in uno dei suoi
quadri più belli[59]. La fantasia dell’arte cristiana creò appena
un’altra figura più ispirata e più gentile di quella di Cecilia. Santa
nazionale al paro di Agnese, fu ella la prediletta di tutte le nobili
matrone di Roma, le quali credevano di venerare in lei la illustre
nepote della famiglia Metella. In tempi di spaventosa barbarie, queste
persone verginali di Cecilia e di Agnese furono candide idealità
della virtù, e soavi e belle si alzarono a volo raggiante in mezzo al
tenebroso aere di Roma. Narra la leggenda che Cecilia si disposava
al giovine Valeriano: nella prima notte di nozze ella gli diceva
che un angelo del cielo stava a guardia di sua casta santità; se ne
atterrì il giovinetto, e fu bramoso di vedere quel molesto cherubino,
e lo vide, poichè, tocco dalla virtù sovrumana della sua sposa,
ebbe battesimo dal vescovo Urbano. Cecilia sofferse il martirio ai
22 del Novembre 232; morì di tre colpi di spada che la ferirono nel
collo[60]. E morendo avea richiesto il Vescovo di fondare una chiesa
nelle sue case e nel suo bagno, che erano situati nel Transtevere,
dove l’aveano martoriata. Urbano ravvolse il corpo bellissimo della
fanciulla in panni trapunti in oro, indi lo chiuse in una cassa di
legno di cipresso, e lo depose in un sarcofago di marmo: la Santa ebbe
sepoltura nelle catacombe di Calisto presso la via Appia[61]. La chiesa
di lei, una delle antichissime di Roma, era, fin dal secolo quinto,
Titolo di un Cardinale. Pasquale la trovava in grande decadimento e
la riedificava: bramava di collocarvi la salma della Santa, ma non
la rinveniva nelle catacombe, perlocchè credette che se l’avessero
portata via i Longobardi di Astolfo. Ma una visione celeste discese
a soccorrerlo: in sull’alba di un giorno di domenica, mentre stava
innanzi alla Confessione del san Pietro, i suoi occhi stanchi si
chiudevano un tratto, e nel sonno gli appariva davanti un’angelica
persona di giovinetta; dicevagli essere ella Cecilia, lo accertava
che i Longobardi non avevano trovato le sue ceneri, e, rincorato il
Pontefice a proseguire nella sua ricerca, la Santa celeste spariva.
Pasquale si destò, cercò, rinvenne Cecilia nel cimitero di Pretestato,
dove, tuttora involta nei panni d’oro, riposava in pace accanto del
giovane Valeriano, che presto le era morto dietro[62].
La riedificazione del tempio di santa Cecilia non fu opera dappoco
dell’arte di quell’età. Questa grande basilica comprendeva nel suo
interno una chiesa elevata, con duplice ordine di colonne, secondo
il modello di quella di santa Agnese. In tempi più tardi se n’ebbe
rimutata la forma, ma nell’essenza non ne fu distrutto il concetto
antico. Un ampio atrio, come ancora al dì d’oggi, stava innanzi alla
chiesa, ed in quel tempo era circondato di loggiati a colonne: nella
chiesa adduceva il vestibolo che tuttora si conserva. Quattro colonne
antiche di stile jonio e due pilastri a capitelli corinzî, da ciascun
lato sopportano il tetto; la cornice è adorna di musaici di rozza
fattura chiusi entro a medaglioni che stanno sopra ad ogni colonna e
ad ogni capitello, e rappresentano i Santi, dei quali Pasquale depose
le reliquie nella Confessione della Chiesa. Sulle pareti dell’atrio fu
istoriata la vita di Cecilia con pitture che probabilmente appartengono
al secolo decimoterzo; di esse si conserva ancora un resto che or
si mira nell’interno della chiesa, infisso nel muro. Vi sono dipinti
Urbano che dà sepoltura alla vergine, e questa che appare a Pasquale:
il Papa sonnecchia, mentre gli sta innanzi in atto soave la persona
della fanciulla; è un quadro mirabile, il cui disegno pesante, le
tinte grevi e vigorose, e i toni oscuri e carichi ne significano la
considerevole antichità; all’età di Pasquale non può appartenere, bensì
all’epoca di Onorio III. Vagamente bello ne è il soggetto, ed ha tutta
la dolcezza di un carme lirico.
L’interno della chiesa, che oggidì è mutato assai dall’antico,
si componeva di tre navate. Dodici colonne nello spazio di mezzo
sostenevano la chiesa superiore; quattro di esse erano collocate a capo
del coro; in una chiesa sottoposta si accoglieva la cripta dei Santi.
Durano tuttavia i musaici della tribuna; nel mezzo è il Cristo avvolto
in un manto di colore dell’oro, benedice, e tiene nella mano sinistra
un rotolo di pergamena; dai suoi fianchi stanno san Pietro e san
Paolo, dipinti con tratti affatto barbarici. A destra di chi guarda,
presso san Pietro, stanno Cecilia e Valeriano che sporgono loro corone
di martiri; a manca, d’accanto a san Paolo, è una Santa, che forse
è Agata, e Pasquale, figura allampanata, con grandi occhi; dietro al
capo ha un quadrato di tinta azzurra, nelle mani reca il modello della
sua basilica[63]. Il musaico è chiuso da un contorno di palme, e una
fenice, colore di fuoco, posa sopra un ramo. Sotto del quadro stanno
disposti il Cristo e i discepoli nella solita figura di agnelli; indi
leggonsi dei distici che celebrano l’opera di Pasquale[64]. Lo stile
di questi musaici (quelli che ornarono l’arco della tribuna caddero) è
apertamente bizantino; perfino il Cristo benedice a foggia greca colle
tre dita posate sul pollice. Rude ne è la fattura; i corpi secchi e
duri non sono che sbozzati; manca distribuzione di luce e di ombre; i
panneggiamenti sono significati soltanto con grossi tocchi. Può darsi
che sia opera di artisti di Grecia, tanto più che Pasquale fu gran
favoreggiatore dei Greci, molti dei quali ospitò in Roma.
Un’altra riedificazione di Pasquale è la chiesa di santa Prassede
sul monte Esquilino, di cui egli era stato cardinale. Dopo di aver
vissuto un’esistenza di secoli, quest’antichissima basilica era
prossima a cadere; il Papa la faceva demolire e costruiva indi una
chiesa affatto nuova. Essa si mantiene tuttora dopo di aver subìto,
nel corso dei tempi, mutamenti molti all’interno, quantunque non così
gravi come gli ebbe la chiesa di santa Cecilia. Simile a questa ha il
disegno. Dalla suburra si sale per una scalea di venticinque gradini
al suo atrio, il quale oggi più non s’adopera, dacchè fu aperto
alla chiesa un ingresso laterale. Svelte colonne antiche di granito
a capitelli corinzî scompartiscono l’interno in tre navate, ma non
v’ha chiesa superiore. L’elevato presbiterio mette capo alla tribuna,
che, parimenti come l’arco di trionfo, è ancora adorna dei musaici
antichi. Un aggruppamento ricco di figure copre la parete superiore di
quest’ultimo: vi si rappresentano Santi con loro corone, il Cristo col
globo terrestre, che circondato da angeli si leva sopra di Gerusalemme,
ed uomini che cercano di entrare nella città presidiata da angeli:
sulle pareti laterali sono figurate turbe di fedeli, come nell’arco
di trionfo del san Paolo. Anche nella tribuna è dipinto il Redentore
in manto d’oro, che tiene nella mano il rotolo di scritti papiri; e
si nota che l’artefice tolse ad esemplare la figura del Cristo, che
è nel musaico della chiesa dei santi Cosma e Damiano. Alla sinistra
innanzi a lui è san Paolo che cinge con un braccio la persona di santa
Prassede: questa tiene in mano la corona e sta accanto a Pasquale,
il quale ha il capo incorniciato nel quadrato azzurro e le sporge in
offerta la chiesa. Dalla destra, sono disposti in pari posa san Pietro,
santa Pudenziana e santo Zenone con un libro. Non mancano le palme e
la fenice; nella parte inferiore del quadro scorre il fiume Giordano;
sotto, sono il Cristo e i discepoli in figura di agnelli colle due
città dipinte in oro, e finalmente la solita iscrizione in distici[65].
Come in santa Cecilia, l’arco della tribuna comprende nella orlatura
interna il monogramma di Pasquale; nell’alto di esso sono rappresentati
il Cristo in forma di agnello sedente sul trono, i sette candelabri,
i due angeli, i simboli dell’Apocalisse dell’Evangelista, e i Seniori
che portano loro corone. L’artista si attenne anche qui al modello
della chiesa dei santi Cosma e Damiano, ma fece opera comportevole, e,
segnatamente, gli angeli non difettano di grazia nella posa.
In questa chiesa istessa Pasquale edificò una piccola cappella in onore
di Zenone, martire romano dei tempi di Diocleziano: è un monumento
assai mirabile dell’arte di quell’età, e mantiensi completamente oggidì
ancora. Questa cappella, costruita a volta ed oscura, tutta coperta di
musaici, era anticamente considerata tanto bella che la si appellava
«giardino del paradiso». Eppure, ad onta di ciò, il gusto dei suoi
musaici è ancor più barbarico che non sia quello dei musaici della
tribuna, i quali contengono almeno qualche buon tratto tradizionale,
specialmente nelle figure di donna.
Il grande quadro in santa Prassede è del resto il miglior monumento
di quella età, in cui l’arte dei musaici, già padroneggiata dal così
detto «bizantinismo», mandava ancora soltanto un fiacco raggio di
luce, ultimo guizzo innanzi che la face si spegnesse. Può darsi che vi
lavorassero intorno anche degli artefici greci, avvegnachè Pasquale
avesse edificato in vicinanza della chiesa un convento di monaci
greci dell’ordine di Basilio. E la persecuzione delle imagini che
allora ricominciava ad infierire in Oriente, dove Leone l’Armeno aveva
fatto rivivere i dogmi di Leone l’Isaurico, cacciava parecchi monaci
e pittori greci a Roma, dove educava nuove attinenze coi concetti
bizantini[66].
Sul monte Celio è la antichissima chiesa diaconale di santa Maria _in
Domnica_ (grecamente Kyriaka), oggidì detta «della navicella», perocchè
ivi sia conservata la copia moderna di un’antica nave votiva[67]. Anche
a questa chiesa diede Pasquale la forma, che essa conserva tuttora, di
basilica a tre navate: nove colonne antiche di granito compongono la
navata di mezzo. Per mala sorte i musaici della tribuna furono guasti
da restauri; rappresentano la Vergine in trono col putto, ai due lati
sono degli angeli, mentre Pasquale, ginocchione, abbraccia con ambe
le mani il piede destro di lei; il suolo è screziato di fiori a vario
colore.
Passiamo oltre sul grande numero di oratorî e di cappelle che Pasquale
edificò in altre chiese; ei merita soltanto notarsi che il Biografo
di lui narra come un incendio struggesse in ceneri il quartiere dei
Sassoni nel territorio Vaticano (allora omai con voce germanica lo si
chiamava _burgus_), e distruggesse altresì da capo a fondo il portico
del san Pietro: e lo Scrittore aggiunge che il Papa vi correva a piè
scalzi e con orazioni acchetava il furore delle fiamme; più tardi
riedificava il quartiere e restaurava il portico[68].
§ 3.
Eugenio II è fatto papa. — Lotario viene a Roma. — Sua Costituzione
dell’anno 824. — Eugenio muore nell’Agosto dell’827.
Succeditore di Pasquale fu Eugenio, prete di santa Sabina, figlio di un
Boemondo romano, il cui nome rivela origine nordica. Egli significava
il suo esaltamento all’imperatore Lodovico, e questi mandava a Roma
Lotario, affinchè, colla promulgazione di uno Statuto imperiale,
ordinasse col novello Papa e col popolo romano tutti i rapporti
politici e civili[69]. Ne lo richiedevano i torbidi ripetuti di Roma,
la scissura palese che s’era messa fra il Pontefice e la Città, e
le giuste doglianze che si levavano contro agli arbitrî dei giudici
pontificî.
Lotario s’ebbe nel Settembre dell’anno 824 splendidi accoglimenti
da Eugenio. Il giovane Imperatore gli disse d’esser venuto per
ristorare l’ordine delle leggi, lagnossi dell’atteggiamento in cui il
Papato s’era posto verso dell’Imperatore e di Roma, rammentò essersi
trucidati uomini fedeli all’Imperatore, altri perseguitati; censurò
l’avidità rapace dei giudici pontificî, le inettezze del reggimento
ecclesiastico, la ignoranza in cui addormentavansi i Papi stessi
non vedendo gli abusi, o la tolleranza per cui li sofferivano. Le
aperte lamentanze dei Romani domandavano che si facesse una rigida
inquisizione delle opere di violenza che erano avvenute sotto il
predecessore di Eugenio; e lo Stato della Chiesa, omai così tosto
turbato da mali intestini e che in fondo non altro era fuor di una
grande immunità ecclesiastica sotto il patronato dell’Imperatore,
abbisognava di un più sodo ordinamento. Pasquale aveva saputo sottrarsi
al tribunale dell’Imperatore, ma poichè adesso egli era morto, Lotario
procedeva in Roma senza trovare impedimento alcuno. Adesso si poneva
riparo a quel che prima fatto non s’era; la podestà imperatoria
adoperava una grande energia, e si acquistava dal popolo gratitudine
vera. Si avviò una inquisizione in tutte le regole sotto la presidenza
di Lotario, e se n’ebbe a risultamento che la Camera pontificia fu
condannata a restituire tutti i beni confiscati a’ Romani; gli ingiusti
giudici pontificî furono puniti coll’esilio, e Lotario senz’altro li
fe’ tradurre nelle terre di Francia[70].
L’autorità imperiale ebbe in Roma un momento di splendore e di potenza,
quale forse non ottenne mai più nell’avvenire così pacificamente. Il
popolo plaudiva al Cesare germanico che proteggeva anche i diritti di
esso, e il lieto commovimento degli animi crebbe, allorchè Lotario
promulgò un suo Statuto. Questa Costituzione del Novembre dell’anno
824, che usciva fuor degli ordini consueti, intendeva soprattutto a
guarentire le cose della giustizia, le quali erano cascate affatto
in balìa della violenza. Vi si regolava in nove articoli la materia
che concerneva l’amministrazione della giustizia e il sistema delle
attinenze di maggiore importanza fra Roma, il Papa e l’Imperatore. Si
sanciva quale norma di principio, la comunanza del reggimento temporale
fra l’Imperatore e il Papa in Roma e nello Stato della Chiesa, per
guisa che al Papa, come a signore territoriale, restava l’iniziativa
di podestà immediata; all’Imperatore poi competeva l’autorità
suprema, il sommo giudizio di appello nelle cose di giustizia e la
sopravveglianza dei negozî civili. In nome dei due imperanti dovevano
pertanto essere eletti dei legati, il cui officio era di riferire
ogni anno all’Imperatore sul modo onde i _Duces_ e i giudici pontificî
rendevano giustizia al popolo e davano eseguimento alla Costituzione
imperiale[71]. Ogni querela di doveri negletti da parte dei giudici
doveva prima sporgersi al Papa, affinchè o riparasse al male col mezzo
di suoi proprî legati, oppure facesse proposta che si spedissero dei
_Missi_ imperiali straordinarî. E per rendere più rigoroso il suo
decreto, Lotario comandava che tutti i _Duces_ e i giudici pontificî
venissero in persona davanti a lui, perchè voleva conoscerne i nomi
ed il numero, e ammonire ciascuno di loro del ministero che gli era
confidato[72].
A questo ordinamento generale delle cose di giustizia si associava
strettamente la determinazione speciale delle leggi individuali.
Infatti, un altro articolo dello Statuto prescriveva ai nobili ed
a quelli del popolo di significare la legge giusta la quale ognuno
di loro voleva nel tempo avvenire essere giudicato. Ogni cittadino
libero di Roma e del Ducato, dovette professare la sua soggezione
ad un codice di leggi liberamente eletto. Se avessimo documenti
che dessero notizia di queste dichiarazioni, che in Roma facilmente
saranno state registrate in rapporto alla partizione regionale e nel
Ducato in rapporto a ciascuna terra, ne avremmo giovamento come di
importanti indici di statistica sul numero degli abitanti e sulle
relazioni di famiglia, e noi potremmo renderci persuasi di quanto
nella città stessa di Roma si fosse diffusa la stirpe germanica.
L’ordinamento imperiale abolì pertanto il principio che il giure
romano vigesse da legge territoriale, perciocchè in Roma e nel paese
che ne dipendeva, fossero da grandissimo tempo venuti ad usanza anche
il giure personale longobardo e il salico; quella Costituzione rese
manifesta la contrarietà, fatta ognor più gagliarda, degli elementi
germanici, i quali nel periodo di tempo in cui Roma stette sotto la
suprema sovranità franca, non s’acconciarono a lasciarsi dominare dal
giure romano, come i giudici pontificî, di ragione naturale, tentavano
di fare. Il genio tedesco dell’individualità si afforzava sodamente
e otteneva trionfo in Roma, e sebbene l’assetto giudiziario germanico
qui non s’attuasse in principalità e da solo, tuttavia il suo scabinato
incominciò poco alla volta ad operare mutazioni di forma anche nel rito
della procedura romana[73].
La distinzione degli statuti personali dipinge al vivo la fisonomia
del medio evo, la cui costituzione sociale riposava sulle differenze
delle franchigie individuali, a riparo delle quali l’uomo individuo, al
pari delle corporazioni, si schermiva dai soprusi; quella distinzione
dimostra fino a che segno il suo organamento separativo dovesse
alimentare il genio battagliero e ardito dell’individualità, il quale
è uno dei caratteri mirabili del medio evo; e dimostra in pari tempo
apertamente quanto fossero mal sicure e rozze le condizioni di quella
società barbarica. La continua collisione dei diritti individuali
doveva produrre una immensa confusione e difficoltà gravissime
nell’organamento delle cose giuridiche. In Roma s’era sempre mantenuto
fermamente in vigore il diritto giustinianeo, che i Longobardi
avevano espulso da tutte le città cadute sotto la loro conquista; e si
conservava legame efficace e durevole dei tempi nuovi coll’antichità,
germe della vita civile dei Romani, vera e vivissima fonte dell’indole
di nazione romana. Ora l’arbitrio di eleggersi liberamente una legge
propria, avrebbe dovuto recar offesa ai Romani se con ciò s’avesse
voluto supporre che taluno di loro potesse far professione di
giure franco o longobardico. Ma l’editto di Lotario non poneva pur
remotamente in dubbio la preponderanza grandissima che il diritto
romano si aveva, nè dubitava del sentimento nazionale dei Romani, il
quale, se allora non era così decisamente manifesto come fu un secolo
dopo, ben viveva sempre fra essi. In Italia la razza germanica, pure,
avendo accolto la lingua romanesca, prevaleva intieramente sulla stirpe
latina del paese, così che di sè riempiva città e province, e teneva
in mano sua tutti gli officî più elevati nello Stato e nella Chiesa;
per lo contrario Roma sola a buona ragione poteva rappresentare la
nazione latina. Vero è che anche i Romani da lunghissimo tempo si
erano meschiati di sangue coi Goti, coi Longobardi, coi Franchi e coi
Bizantini, laonde vi aveva difficoltà sempre maggiore di scoprirvi
dei pretti discendenti di famiglie antiche del patriziato e del
ceto plebeo; nondimeno la razza romana aveva serbato un’impronta
essenzialmente latina, e i nomi dei Romani serbavano a preferenza suono
romano o greco, laddove nel resto d’Italia tutti i documenti storici
sono pieni di nomi che hanno accento germanico con loro desinenze _old,
bald, pert, rich, mund, brand_, e così via. Precisamente dopo di quella
Costituzione, il sentimento di nazione prese fra’ Romani un novello
impulso di vita, perocchè la distinzione recisa delle leggi desse
unità, forza e rilievo alla cittadinanza romana. Con siffatto criterio
il Papa e i Romani considerarono questa professione di leggi, mentre
l’Imperatore intendeva col suo editto a dare guarentia e fortezza agli
elementi germanici che s’accoglievano in Roma. Le Scuole di stranieri
che erano nella Città, affermarono così la loro legge di origine; lo
stesso fece con grande suo trionfo il monastero imperiale di Farfa,
e financo singoli uomini tedeschi poterono far valere i loro statuti
personali innanzi a’ tribunali romani. La miscela di nazioni recò
del resto dei proseliti alle leggi; donne conjugate professarono la
legge dei loro mariti, donne vedove poterono tornare a quella dei loro
padri[74]. Rapporti di clientela operarono sì che alcuni uomini franchi
o longobardi dichiarassero di sottoporsi al codice giustinianeo,
e furono pertanto proclamati con gran solennità cittadini romani,
avvegnachè tornasse a vivere il concetto della _Civitas_ romana. Una
formula compilata nel secolo decimo (e forse anche risale al secolo
nono) determinava le maniere giusta le quali la persona doveva ottenere
accoglimento nel numero dei cittadini romani e nella legge di Roma[75].
Gli statuti personali conseguirono dunque publico riconoscimento
in Roma, mercè l’editto di Lotario; la legge salica e quella dei
Longobardi acquistarono vigore nella loro cerchia rispettiva, ma il
diritto romano fu e rimase pressochè universale, finchè più tardi un
editto di Corrado II lo confermò a legge territoriale.
La Costituzione di Lotario conobbe la podestà temporale del Papa,
avvegnachè espressamente comandasse ai Romani di prestargli obbedienza.
A tôrre qualsiasi impedimento che sturbasse la elezione pontificia, si
bandì che nessun uomo libero o servo potesse intendere a porre ostacoli
all’elezione, ma che soltanto quei Romani, cui l’età conferiva il
diritto di elettori, potessero eleggere il Pontefice: ai trasgressori
di questa statuizione fu imposta la pena dell’esilio.
La elezione pontificia, che era atto di così grande rilevanza per
Roma, ottenne veramente in questa guisa regolamento dalla podestà
suprema, ma giova osservare che la Costituzione non determinava il modo
con cui doveva comportarsi l’Imperatore in riferimento ad essa. Gli
Imperatori pretendevano al diritto di darvi conferma; Odoacre, i Re
goti, gli Imperatori bizantini avevano esercitato quel diritto, nè i
Carolingi potevano rinunciarvi. Fu spesse volte messo in dubbio se la
determinazione di quel rapporto risalisse ad un patto fra l’Imperatore
e il Papa, che Lotario avesse conchiuso, ma, quantunque un solo
Cronista ne parli, pur tutte le circostanze concorrono ad affermare
che ciò avvenisse. Secondo quello Scrittore, il clero e il popolo dei
Romani prestavano all’Imperatore questo giuramento:
«Per Iddio onnipossente, e per questi quattro Evangelî, e per questa
croce del signor nostro Gesù Cristo, e per il corpo di Pietro santo,
principe degli Apostoli, giuro che da questo giorno in poi, per tutto
il tempo venturo sarò fedele ai signori e imperatori nostri Lodovico e
Lotario, secondo le forze e l’intelletto mio, senza falsità o malizia,
salva la fede che ho promesso al Pontefice apostolico: e giuro, che,
secondo le forze e l’intelletto mio, io non consentirò che in questa
sede romana la elezione pontificia avvenga con modo diverso da quello
che impongono i canoni e il dritto, nè con mio consentimento l’eletto
sarà consecrato papa se prima egli non abbia pronunciato in presenza
del _Missus_ imperiale e del popolo, il giuramento che il signore e
papa Eugenio per bene universale ebbe prestato spontaneamente con sua
scrittura[76]».
All’energica riforma delle cose giuridiche, e all’ordinamento di tutti
i rapporti publici e personali, deve per certo aver susseguito un
assestamento conforme del governo civico di Roma. E qui deploriamo il
silenzio in cui si chiudono tutti i documenti riguardo ad un subbietto
così importante come è questo delle prime relazioni del Papa con Roma,
da dopo ch’ebbe fondazione la sua signoria temporale. I Romani mercè
di un patto tenevano l’amministrazione cittadina per mezzo di loro
magistrati? e questi com’erano eletti? si restaurava l’officio del
Prefetto, si instituivano dei Consoli? Sventuratamente su tutto ciò non
v’ha altro che buio, e soltanto non abbiamo dubbiezza di credere che
qualche cosa di somigliante avvenisse, e che la Costituzione di Lotario
concedesse diritti maggiori alle necessità cittadine, che si facevano
ogni giorno più imperiose, affine di riconciliarle col Papato. Per
lo meno, in favore di questa ipotesi parla il fatto, che per un lungo
tratto di tempo dopo che si promulgò la Costituzione, non si rivelano
moti di tumulto in Roma[77].
Talmente operò Lotario alla sua seconda venuta in Roma; e ciò che
ei fece segna un’epoca storica. Dopo che i Romani ed il Papa ebbero
giurato fede alla Costituzione, Lotario potè partirsi della Città con
animo contento e, reduce in patria, ottenerne lode dal padre suo, lieto
di quanto egli aveva fatto.
Eugenio II morì nell’Agosto dell’anno 827. Benedetto fu il suo breve
reggimento; all’animo temperato di questo Papa la Città dovette in
particolar modo la pace onde godè l’Occidente al tempo suo, ma sopra
tutto ne andò debitrice a quella Costituzione carolingia che per la
prima volta diede una specie di autonomia al popolo romano rincontro al
Papato[78].
§ 4.
Valentino I, papa. — Gregorio IV, papa. — I Saraceni s’avanzano nel
mar Mediterraneo. — Fondano loro dominazione in Sicilia. — Gregorio
IV edifica Nuova Ostia. — Decadimento della monarchia di Carlo. —
Muore Lodovico il Pio. — Lotario regna solo imperatore. — Divisione
dell’Impero a Verdun nell’anno 843.
A succeditore di Eugenio eleggevasi con voce concorde Valentino I,
figlio di un romano Pietro che abitava nella via Lata; ma dopo soli
quaranta giorni moriva. Allora fu fatto papa Gregorio IV, figlio di
un romano Giovanni, cardinale di san Marco. La volontà del popolo
costrinse lui, reluttante, ad accettare l’officio cui era eletto; ma
egli non ricevette l’ordinazione se non allora che ebbe ottenuto la
confermazione dall’Imperatore[79]. Sortiva illustri natali ed era bello
di persona; se per genio non appartenne alla schiera dei Papi maggiori,
fece ad ogni modo prova di operosità e di intelletto.
I tempi correvano allora fortunosi e minacciavano procelle terribili.
A settentrione la giovane monarchia di Carlo vacillava per dissensioni
della sua famiglia che presto dovea spegnersi; al mezzogiorno, Saraceni
e Mauri, venendo d’Africa, di Candia e delle Spagne, si avanzavano
sempre più poderosi nel mar Mediterraneo anelando di impadronirsi della
penisola italica, sì come gli Arabi, fino dal principio del secolo
ottavo, avevano fatto conquista delle Spagne. Già da lungo tempo i
loro corsari incrociavano nelle acque del mar Tirreno, sorprendevano
di botto le isole, e mettevano a sacco le marine della terraferma.
Fin dall’età di Leone III avevano dato minaccia alle costiere romane,
per guisa che questo Papa, d’accordo con Carlo, ivi aveva tenuto dei
presidî: rimontano a quel periodo le prime costruzioni di torri erette
a guardia delle spiagge del Lazio e dell’Etruria, seminate oggidì
ancora di quei torrioni crollati, chè massimamente tutta Italia e tutte
le sue isole sono da quel tempo in poi coronate di così fatte torri
di vedetta. Omai nell’anno 813 i Saraceni assaltavano Centumcelle
(Civitavecchia), saccheggiavano Lampadusa e Ischia, sbarcavano in
Corsica e in Sardegna, e corseggiavano nelle acque di Sicilia[80].
La debolezza del Patrizio di colà, che governava l’isola per l’Impero
di Bisanzio, ne accordava loro agio favorevole, tanto più dappoichè i
Napoletani si rifiutavano di prestare al Patrizio l’ajuto delle loro
navi, e le città commerciali di Amalfi e di Gaeta, che crescevano in
bel fiore, seguivano soltanto a mala voglia le sue domande di soccorso.
Costretto a saziare i Saraceni a forza di tributi, il Patrizio
nell’anno 813 avea comperato una tregua di dieci anni. Ma in
sull’incominciamento dell’anno 827 una rivolta militare decideva delle
sorti dell’isola. Eufemio generale siciliano, irritato da un’ingiuria
fattagli dal patrizio Gregorio, si ribellava, uccideva quel nemico suo,
e tentava di sottrarre la terra al dominio dell’Imperatore di Bisanzio.
Però le soldatesche dell’armeno Palata, composte di genti che non
erano siciliane, lo batterono e lo costrinsero a fuggire in Africa. Il
traditore della patria proponeva a Ziâdet-Allah, signore di Kairewan,
di conquistare l’isola, poichè ei bramava di acquistarsi titolo
d’imperatore. Aséd-ben-Forât, vecchio cadì di quella città, ebbe la
capitananza dell’impresa. Una flotta portava alle costiere di Sicilia
Arabi (Saraceni), uomini di Barberia (Mauri), Maomettani fuggiti di
Spagna, Persiani, tutto il fiore delle genti d’Africa, e nel giorno 17
del Giugno 827 sbarcavano a Mazara. Palata fu trucidato, i vincitori
s’avanzarono fin sotto le mura dell’antica Siracusa, e poichè non
poterono farne conquista, si gettarono su Palermo. Questa bella città
cadde sotto il dominio dei Maomettani addì 11 di Settembre dell’anno
831[81].
Colla conquista di Sicilia cadde il baluardo che teneva remoto
l’Islamismo dalle terre d’Italia. Di quell’ora i Maomettani penetrarono
nella penisola, e le province meridionali di essa diventarono il campo
sanguinoso su cui si combatterono fra loro gli Imperatori d’Occidente
e d’Oriente e i Sultani d’Africa. Atterrivasi il Papa udendo che
Sicilia era caduta nelle ugne dei nemici del Cristianesimo, i quali
nella vicina Palermo avevano posta la sede di un reame arabo, donde
volgevano i loro ceffi biechi e terribili verso il santo Pietro. Dalla
parte di mare, Roma era tutto aperta al nemico; le fragili città di
Porto e di Ostia, che da’ tempi di Belisario in poi erano cadute più
sempre, non potevano opporgli impedimento se gli prendeva il capriccio
di entrare nel Tevere. Nelle ruine di quelle castella poteva tenersi
ancora un presidio romano, ma poichè gli abitatori, cacciati dalla
paura, si diradavano ogni giorno più, era a temersi che quelle terre
si facessero deserte. Ostia era allora animata di maggior vita che
Porto, dacchè le poche navi che risalivano la corrente del Tevere fino
a Roma, prendevano via dal braccio sinistro del fiume, il quale era
ancor navigabile. Gli abitatori di quel luogo vivevano di pesca e di
poveri traffici, nella malsana aria della maremma, in mezzo a ruderi
di monumenti antichi, di terme e di teatri altra volta magnifici: ivi
era la cattedrale consecrata alla vergine Aurea, contemporanea di santo
Ippolito, e vi risiedeva il Vescovo di Ostia, che per ragguardevole
dignità aveva privilegio innanzi agli altri sei Vescovi suburbicarî,
perocchè fosse il primo fra tutti a consecrare il Papa[82]. Gregorio
determinava di munire fortemente Ostia, ma la completa ruina della
vecchia città gli persuadeva che meglio era erigerne una nuova[83].
Egli costruì dunque una città novella coi materiali di Ostia antica,
i cui monumenti adesso ne andarono interamente distrutti; e la cinse
di alte e solide mura sui cui merli furono collocati petrieri[84].
Come ebbe compiuta l’edificazione della città, il Papa dal nome suo
l’appellò Gregoriopoli, ma poichè mal s’acconciava all’orecchio, il
nome non si serbò. Ignoto è l’anno in cui Nuova Ostia si fondava; certo
è che la sua costruzione avveniva tosto dopo che i Musulmani avevano
conquistato Palermo.
Mentre dunque il progredire dei Saraceni incuteva grande spavento alla
Cristianità, le sciagurate discordie dei successori di Carlo toglievano
speranza che l’Impero ne movesse a difesa. Sembrava che il nuovo Impero
romano fosse omai per dissolversi; la corona imperiale del suo gran
fondatore si copriva di onta sul capo del figliuolo di lui, e le mani
audaci dei suoi nepoti la insozzavano innanzi agli occhi del mondo.
Dopo di Carlo tornavano i tristi tempi dei Merovingi; l’ambizione,
l’avarizia e la dissolutezza, vizî dell’antica dinastia dei Franchi,
corrompevano anche la nuova stirpe di Principi; ribelli al padre i
figli, l’alto clero parteggiante fra quei delitti; veniva in aperto
il vero stato di quell’età di barbarie. Un risorgimento artistico
della cultura, quale si ripetè più tardi in condizioni simili di cose,
aveva desto l’intelletto degli uomini, ma la persona umana del gran
Carlo doveva ben presto paragonarsi ad un baleno, che squarciando
la tenebra aveva illuminato un istante la terra, per indi lasciare
dietro a sè nuovamente tenebra. Così fatta, per lo meno nell’aspetto
della superficie, appare essere quell’età, sebbene la forza vitale
che l’epoca di Carlo aveva infuso profondamente nel mondo, non potesse
spegnersi mai più.
La Storia della Città non può rivolgere che un rapidissimo sguardo
sulle tragiche lotte che si combatterono fra il padre e i figliuoli,
tanto per non perdere di vista le fila che congiungevano Roma al
rimanente del mondo[85]. Nell’anno 819, Lodovico, passato a seconde
nozze, aveva sposato Giuditta, la bella figlia di Guelfo duca di
Baviera, primo di questo nome, fatale anche nella storia d’Italia.
Giuditta, nell’anno 823, gli partoriva un figliuolo che fu appellato
Carlo; laonde se ne struggevano di dispetto i principi Lotario,
Pipino di Aquitania e Lodovico di Baviera, i quali prevedevano gli
intendimenti della matrigna maestra di raggiri. Si mutò la primitiva
divisione dell’Impero, e il giovane Principe ne ebbe in dono una parte.
Quindi s’inacerbirono vieppiù le ire. Fra il padre debole e dominato
dal clero, e i figliuoli audaci, si frappose un ministro temerario,
Bernardo duca di Settimania, ajo di Carlo, e, come l’odio andava
buccinando, drudo della Imperatrice. I figliuoli cospirarono contro il
padre. Nell’anno 830 scoppiava aperta rivolta; Lotario levavasi in arme
in Italia, Pipino assaliva il padre in Francia, e, fattolo prigioniero,
tutti e due lo premevano affinchè si seppellisse sotto un sajo di
monaco. Egli resisteva. Il popolo lo riponeva sul trono; la discordia
disuniva i fratelli, e l’uno giocava d’inganni contro all’altro.
Nell’anno 833 tornavano uniti, e da tutte le parti correvano nuovamente
alle armi. Si accampavano contro il padre in Alsazia nel «campo delle
menzogne», dove Lotario chiamava o conduceva con sè il Papa perchè
s’intromettesse paciero. I Franchi però videro in Gregorio IV un
intruso che favoreggiava i disegni ribelli dei figliuoli; il vecchio
Imperatore lo accolse innanzi alle fronti del suo esercito senza dargli
segno di onoranza, e pien di sospetto; i Vescovi che parteggiavano
per l’Imperatore (eglino combattevano ancora risolutamente contro la
supremazia della cattedra romana) giunsero a protestare, che se il
Papa fosse venuto per iscagliare la scomunica, se ne tornerebbe egli
scomunicato. Gregorio, tutto smarrito, riedeva al campo dei fratelli;
anche qui nulla conchiudeva, e finalmente facea ritorno a Roma «senza
onore, e pentito d’essere andato»[86].
Il capo della Chiesa cristiana avea veduto co’ proprî occhi i figli
ribelli trarre in prigionia ignominiosa il padre, dopo che lo avea
diserto il suo partito corrotto; avea visto Arcivescovi e Vescovi
farsi sostenitori di frivole cause politiche contro la ragione santa
di natura; e poco dopo udiva che un concilio raccolto a Compiegne
scagliava l’anatema contro l’Imperatore detronato. Del resto, assai
equivoco era stato il suo tentativo di intromissione, e l’esito di
esso sbassava la sua autorità. Chiamato all’opera più sublime che
si comprenda nell’officio vero del sacerdozio, alla missione di
ammansare le ribellioni della natura colle voci soavi dell’amore, a
comporre la pace fra Principi e popoli, Gregorio IV dimostrò ch’ei
non era capace di un còmpito così augusto, e che mirava da egoista
soltanto al consiglio del suo tornaconto. Poichè non avea quella
grandezza di sacerdote, che in una lotta così tragica avrebbe elevato
il Papa al di sopra di tutti i Re, ne guadagnò il disprezzo di tutti
i partiti, e dovette allentare le redini ai Vescovi, per guisa che
perfino l’istituto del Papato sofferse per colpa di lui una gravissima
sconfitta nelle sue relazioni morali col mondo.
Dopochè i fratelli s’ebbero spartito l’Impero, e furono venuti
un’altra volta a discordia, dopochè coll’ajuto di Lodovico di Germania,
l’Imperatore deposto fu di nuovo salito sul trono, Lotario venne in
Italia. Il Papa, che non poteva approvare publicamente ciò che il
Principe avea fatto, dovette in nome della Chiesa ammonire quell’empio
figliuolo, e Lotario se ne vendicò sui beni della Chiesa, e perfino
officiali suoi massacrarono delle genti del Papa. Lo sventurato
imperatore Lodovico lo scongiurava di desistere da quelle male opere,
e desiderava andarne in persona a Roma, alla tomba dell’Apostolo,
per liberarsi del fardello di colpa e di disgrazia che gli pesava sul
capo; ma poichè questo suo proposito non poteva condurre a compimento,
mandava ambascerie al figliuolo ed al Papa. Gregorio spediva suoi
nunzî in Francia, ma Lotario, impaurendoli, li respingeva, per modo
che soltanto alla celata le lettere pontificie arrivarono di là delle
Alpi. Sono questi i casi che avvenivano nell’anno 836, e la Cronica
della città di Roma si chiude in un silenzio così impenetrabile, che lo
Storico deve di gran voglia profittare di essi per riempierne il vuoto
di questi anni.
L’infelice Lodovico morì addì 20 di Luglio dell’anno 840: sul trono di
Carlo, salì allora, unico Imperatore, Lotario, cui, morendo, il padre
aveva mandato la corona, lo scettro e la spada imperiale. Ma il fuoco
che covava nel profondo dell’Impero, scoppiò tosto in gran fiamme, e
un’orribile guerra civile incominciò, riuscendo inutili gli sforzi onde
Gregorio cercò con suoi ammonimenti di farla posare. Dopocchè Lotario
ebbe sfoderata la spada per difendere contro a’ suoi fratelli l’unità
della monarchia, e poichè fu vinto nella omicida battaglia di Auxerre
(addì 25 di Giugno dell’anno 841), i fratelli Lodovico il Tedesco e
Carlo il Calvo convennero insieme a Strasburgo nell’anno 842, e si
promisero amicizia con quel celebre giuramento che fu pronunciato in
lingua tedesca e nella lingua neo-romana della giovane Francia[87]. I
combattenti conchiusero finalmente a Verdun, nell’anno 843, un trattato
che sanciva la partizione dell’Impero: per esso la monarchia di Carlo
fu divisa nelle sue congregazioni nazionali di popoli, e Germania,
Italia, Francia ne guadagnarono loro esistenza di vita individuale.
L’imperatore Lotario toccò in parte tutti i regni italici colla «Città
romana,» per guisa che egli nominò il figliuol suo Lodovico II a re
d’Italia[88]. Tale fu dunque la forma che, trascorso appena il periodo
di una generazione dalla incoronazione di Carlo, assunse l’Impero che
il grande uomo aveva fondato a foggia di una teocrazia, ispirata ai
principî del Cristianesimo.
§ 5.
Fervore per il possedimento di reliquie. — Salme di Santi. — Loro
traslazioni. — Caratteri dei pellegrinaggi di quell’età. — Gregorio IV
riedifica la basilica di san Marco. — Restaura l’_Aqua Sabbatina_. —
Costruisce la villa pontificia «del Dragone». — Muore nell’anno 844.
Allo Storico di Roma non soccorrono in questo periodo di tempo altre
fonti che gli annali dei Cronisti franchi, scarsissimi di notizie, e le
Biografie dei Papi, le quali in loro arido tenore registrano poco più
che edificazioni e doni votivi. La è dunque disperata impresa quella
di dare in qualsiasi modo una descrizione della vita civile di Roma a
questa età; ma poichè essa è pur sempre tutto consecrata ai negozî di
religione, potremo volgerci un tratto a esaminare di che foggia fossero
siffatte condizioni di cose.
Roma continuava ad essere dispensiera di reliquie in tutto Occidente,
come aveva fatto al tempo di Astolfo e di Desiderio. Un nuovo fervore
passionato di certa specie di possedimenti che era stata ignota ai
bei tempi antichi, la brama cioè di possedere cadaveri santi, s’era
impadronita del mondo cristiano, e in quel tempo, che si faceva sempre
più scuro di tenebre, era diventata un vero delirio. Chi vive ai
nostri giorni non può che sentir compassione di quella età, in cui
lo scheletro di un morto si levava sull’altare della gente umana,
donde ne accoglieva le doglianze, i voti, le estasi che mettono
ribrezzo. I Romani, che in ogni tempo seppero con intelletto pratico
far loro pro delle passioni del mondo, esercitavano allora un vero
traffico di cadaveri, di reliquie e di imagini di Santi; questo,
come forse anche il commercio di vecchi codici, era tutta la loro
industria[89]. La copia innumerevole di pellegrini che visitavano Roma,
non volevano partire della santa Città senza recarne con sè qualche
sacra ricordanza. Comperavano reliquie ed ossa delle catacombe, sì
come i visitatori d’oggidì fanno acquisto di gioielli, di quadri e
di lavori in marmo antico o moderno. Però non v’erano che Principi o
Vescovi, i quali avessero potenza tanta da portarsi via dei cadaveri
interi. V’avea in Roma dei preti che ne vendevano sotto mano, ed è
facile imaginare di quali inonestà costoro si facessero lecite. I
guardiani delle catacombe e delle chiese vigilavano notti affannose,
come se avessero dovuto difendersi da assalti di jene, mentre ladri
strisciavano di soppiatto tutt’all’intorno, e mille trappole mettevano
in moto per giungere ai loro scopi di furto: ma spesso l’inganno
vinceva gl’ingannatori, chè i cadaveri erano di Santi posticci e
forniti di soprascritte inventate.
Nell’anno 827 alcuni Franchi rubarono gli avanzi dei santi Marcellino
e Pietro, che furono trasportati a Soissons; nell’anno 849 un prete
di Reims trafugava la salma di santa Elena, o qualche altro cadavere
che egli spacciava per il corpo della madre di Costantino[90]:
il possedimento di reliquie sante era tenuto per qualche cosa
d’inestimabile, così che l’onta del suo ladroneccio andava coperta come
se si fosse trattato di un pio inganno. Si procurava che i cadaveri
strada facendo improvvisassero qualche bel miracolo, chè in tal guisa
i Santi dimostravano di starsi contenti alla violenta mutazione di
loro domicilio, e crescevano di prezzo. Sembrava che di questa guisa
si rinnovassero le costumanze dei Romani antichi, i quali solevano
recare con sè idoli di città straniere per collocarli nei loro templi.
Il sentimento morale dell’uomo colto può sentir repugnanza a fissar
l’occhio sulla desolante tristizie di questi tempi, ma lo Storico
ha debito di considerare anche i lati tenebrosi della società di cui
descrive la vita, per rallegrarsi colla gente umana che, procedendo nel
suo cammino, si lasciò dietro le spalle cosiffatte miserie[91]. Spesso
i Papi acconsentivano che Santi romani migrassero in altre terre,
perocchè non mancavano città e chiese e principi, che fervidamente li
assediassero di suppliche affinchè loro concedessero di sì segnalati
favori. Allorquando si trasportavano fuor della Città di quei morti
adagiati su carri splendidamente adorni, i Romani gli accompagnavano
per un tratto di via con solenne corteo, tenendo cerei accesi in
mano, e cantando inni religiosi. In tutte le terre da cui passavano
torme di popolo correvano incontro al carro funebre, implorando
miracoli, massimamente guarigioni di morbi; giunti poi al luogo di loro
destinazione, fosse questo una città od un convento di Alemagna, di
Francia o di Inghilterra, i morti erano festeggiati con grandi funzioni
che duravano parecchi giorni. Quei raccapriccevoli corteggi trionfali
movevano allora di sovente da Roma per le province dell’Occidente, e,
passando dalle città e in mezzo a’ popoli, spandevano un’onda cieca di
passioni superstiziose, a capire l’indole delle quali oggidì ci basta
appena l’idea[92].
Giusto in questo tempo destarono d’ogni dove gran reverenza le
traslazioni dei corpi di due celebri Apostoli, e se ne crebbe in tutti
la smania di avere simiglianti tesori. Nell’anno 828 alcuni mercanti
veneziani, in mezzo a molte avventure, recarono di Alessandria la salma
dell’apostolo Marco, e la portarono alla loro città, di cui il Santo
diventò il patrono[93]. Nell’anno 840, veniva a Benevento un altro
Apostolo, san Bartolomeo, il quale lungo tempo prima avea avuto la
valentia di passare a nuoto i mari, tuttochè chiuso nella sua urna di
marmo, e delle Indie era giunto all’isola di Lipari. I Saraceni, amanti
del buon vivere e della lieta ciera, non dividevano coi Cristiani
la venerazione per le mummie, e, saccheggiando in quell’anno Lipari,
avevano gettate le ossa del Santo fuor della sua tomba. Un eremita le
raccoglieva, e le portava a Benevento, dove Sicardo, principe della
terra, loro compose sepoltura nella cattedrale, in mezzo a giubilo
indescrivibile[94]. Gli Italiani del mezzogiorno, già fin d’allora
immersi nella più crassa superstizione, usavano a qualche occasione
di morti Santi per farne delle proteste politiche. Nell’anno 871, i
Capuani, volendo indurre a spiriti di mitezza l’animo di Lodovico II,
movevano al suo campo portando sulle spalle il cadavere del loro santo
Germano. L’ansiosa brama di possedere ossa di Santi non s’accoglieva
in altri luoghi con più gran fanatismo di quello che fosse alla
corte degli ultimi Principi longobardi che v’ebbero in Italia. Come
nel secolo decimoquinto e nel decimosesto Papi e Principi andavano
raccogliendo con fervida gara anticaglie e manoscritti, così Sicardo
spediva suoi agenti in tutte le isole e in tutte le marine, perchè
gli facessero incetta di ossa e di cranî e di scheletri interi e di
altre reliquie, che egli ammassava nella chiesa di Benevento: così ei
tramutava questo tempio in un museo di fossili santi, e possiam credere
se i suoi uomini lo servissero per bene. Egli profittava delle sue
guerre per estorcere cadaveri, sì come altra volta i Re avevano cavato
tributi dai vinti; costringeva quelli di Amalfi a dargli la mummia di
santa Trifonema, parimenti come il padre di lui, Sicone, animato di
egual fanatismo, aveva obligato, nell’anno 832, i Napoletani a cedergli
il cadavere di san Gennaro, che egli poi traeva con pompa di trionfo a
Benevento in mezzo alla gioia inenarrabile delle genti[95].
A questo culto de’ morti si associava il grande via vai di
pellegrinaggi, che allora, come nei secoli che vennero dopo,
percorrevano d’un capo all’altro l’Occidente. È una legge di natura
che gli uomini si muovano; guerre e negozî, traffici e viaggi hanno
sempre uguagliato la vita della società alle correnti di un fiume, ma
in quel tempo il moto pacifico dell’umanità consisteva generalmente
in andare peregrinando, e più tardi ottenne il suo culmine nelle
Crociate, massimo dei pellegrinaggi che abbia visto la storia del
mondo. Vi prendevano parte genti di tutti i sessi, di tutte le età,
di tutti i ceti; pellegrini andavano l’Imperatore e il Principe, il
Vescovo e l’accattone; bambini, giovani, nobili, matrone, vecchi,
tutti andavano all’ingiro con in mano il bordone e a piè scalzi.
Questo impulso spandeva fra la gente umana un amore al romanzo, un
desiderio allo strano e all’avventuroso. Roma, prima d’ogni altro
paese, aveva destato vaghezza a questo moto di girovaghi, e lo aveva
attirato entro le sue mura; nè cessarono le genti di indirizzarsi
a quella volta, anche dopo che tanti e tanti sepolcri santi furono
raccolti con cura nelle province dell’Impero, come a provvisione delle
necessità più urgenti. Quasi da due secoli s’era raffermata la insana
credenza che una pellegrinazione a Roma, alla città dei Martiri e
degli Apostoli, recasse al possedimento immancabile di quelle chiavi
che schiudevano le porte del paradiso. I Vescovi alimentavano questa
fede, dappoichè erano essi che bandivano i pellegrinaggi. La credenza
fanciullesca di quell’età, in cui non s’era peranco discoperto che le
vie della espiazione siedono nell’intimo cuore degli uomini, ma si
cercavano invece nelle pratiche esteriori, con un viaggio rivolto a
qualche simbolo di salute corporeo e remoto, bastava a render beato
il pellegrino virtuoso che in mezzo all’ira avversa degli elementi,
fra i pericoli di strade mal sicure e tribolate di assalti nemici, in
mezzo alle privazioni previste di un cammino lungo e faticoso, passava
quasi attraverso di un purgatorio, prima che giungesse alla meta dove
lo attendevano le misericordie della grazia. Ogni dolore che derivava
da peccato o da sventura innocente, ogni forma di male terreno,
perfino ogni delitto poteva volgersi a Roma colla speranza di esserne
cancellato in quei luoghi santi o a’ piedi del Papa. L’immenso valore
che la fede degli uomini attribuiva a quest’una città, a questa Roma,
non ebbe mai più ripetizione di esempî, e neppur l’avrà. Ed in vero le
genti d’allora dovevano reputare ventura benedetta che, in una età di
rotta e feroce barbarie, vi avesse un cosiffatto santuario di pace e di
riconciliazione. Turbe innumerevoli di pellegrini movevano a Roma; vere
migrazioni di popoli incessantemente valicavano le Alpi o venivano da
mare, tutte a Roma, trattevi da un impulso morale. Ma la virtù afflitta
o pavida del pellegrino era troppo di sovente costretta a camminare
a fianco del vizio sfrontato e del furbo raggiro; e mentre procedeva
lungo la via della salute, era condannata dal contatto infetto a
seguire essa medesima la empietà. La comunanza depravatrice con uomini
che avevano infranto ogni vincolo di famiglia, le avventure e le
seduzioni che s’incontravano lungo il viaggio, le arti della corruzione
in mezzo alle dissolute città del mezzogiorno, contaminavano l’onestà
di un grandissimo numero di giovinette; e molte donne che erano
partite dal loro paese pudiche fanciulle, e vedove e monache caste,
nell’intendimento di render più forti i loro voti di purezza sulla
tomba del san Pietro, tornavano femmine traviate ai loro luoghi natii,
seppure non si fermavano nella ridente Italia, cortigiane in titolo
alla corte di qualche giocondo cavaliere[96].
Ogni giorno turbe di pellegrini si rovesciavano dentro alle mura di
Roma. All’occhio di chi li mirava alcuni di essi offrivano l’aspetto
di uomini veramente pii, ma altri mettevano spavento con loro figure
miserabili e feroci, e molti di loro erano macchiati dei più orrendi
delitti. I principî sui quali ha fondamento la nostra società impongono
di sottrarre il delinquente agli occhi degli uomini, di separare
gli onesti dal suo contatto, di lasciarlo solo alla sua pena, al suo
emendamento; nel medio evo invece avveniva tutto l’opposto. L’uomo
colpevole era di proposito mandato in mezzo al mondo, provveduto di
un’attestazione del suo Vescovo che apertamente lo proclamava assassino
o reo di delitti di sangue, e gli prescriveva il suo viaggio, i modi
e la durata di questo, ma in pari tempo lo muniva di diritti. L’uomo
viaggiava col suo delitto patentato dalla scritta del Vescovo, come
se questa fosse un vero passaporto datogli dal magistrato, ed ei
la mostrava lungo il suo cammino a tutti gli Abati ed ai Vescovi
dei luoghi pei quali passava. A queste lettere, che teneva a sua
condanna e a sua raccomandazione, il peccatore andava debitore di
accoglienze ospitali, così ch’ei poteva, senza darsi un pensiero al
mondo, peregrinare di stazione in stazione fino al santuario, che
gli era statuito a meta del suo cammino[97]. Il codice penale del
medio evo è una contraddizione vivissima di barbarie brutale e di
mitezza da angeli. Le dottrine eccellenti per cui il Cristianesimo
insegna di usar carità a chi falla, e di aprire con amorevolezza la
via della riconciliazione al peccatore, cozzavano con grande contrasto
contro l’ordinamento della società civile. Quella stessa età, che per
decreto di sacri sinodi faceva martoriare o svellere gli occhi ai rei
di maestà, o a vitupero li faceva attraversare le città a bisdosso
di un asino scabbioso, dava in mano un passaporto di pellegrino a
chi aveva ucciso suo padre o sua madre, e impediva alle furie che lo
perseguitassero come avevan fatto di Oreste. Roma, grande _refugium
peccatorum_, dava accoglimento a tutti i delitti che mai abbiano avuto
un nome e una forma; e nelle chiese o nei loro vestiboli si vedevano
entrare ed uscire assassini, avvelenatori, ladri, truffatori d’ogni
maniera e d’ogni paese. La storia dei pellegrinaggi di quell’età ben ne
potrebbe formare la storia criminale, ma noi di buon grado tralasciamo
di leggerne le pagine tristi. Spesso s’incontravano figuri spaventosi:
uomini che, a somiglianza dei penitenti dell’India, portavano addosso
catene, altri mezzo nudi con un pesante anello di ferro intorno al
collo, o con un cerchio di ferro ribattuto intorno al braccio. Erano
uccisori di loro genitori, di loro fratelli o di loro figli, cui un
Vescovo aveva imposto di peregrinare a Roma in quella foggia. Con
gemiti e con grida si prostravano davanti alle tombe, si flagellavano,
dicevano orazioni, andavano in estasi, e talvolta riusciva alla loro
maestria di far cadere in pezzi i loro anelli di ferro innanzi ad una
cripta di Martiri. Chi potrebbe negare che in mezzo a questi uomini
vi fossero anche dei peccatori veramente contriti, ma chi può non anco
credere che fra essi vi fossero altrettanti, e più ancora, di indegni
furfanti? Poichè la penitenza di un delitto offeriva in pari tempo un
brevetto di buon trattamento, non di rado avveniva che dei mariuoli,
i quali non avevano mai ucciso nè padre, nè madre, nè anima nata, si
coprivano colla maschera della scelleratissima opera, soltanto per
avere occasione di viaggi avventurosi e di trufferie profittevoli
a’ loro guadagni. Nudi, coperti di ceppi di ferro, essi movevano
con falsi salvocondotti attraverso i paesi, soltanto per destare la
irragionevole compassione degli uomini, e per cibarsi a spalle altrui
nelle abbazie o negli alberghi di pellegrini. Molti la facevano
da ossessi, passavano per le città trinciando in aria dei gesti
stravaganti, si prostravano innanzi le imagini dei Santi nei conventi,
e mentre, al vederle o al toccarle, tutt’a un tratto tornavano ai sensi
o ricuperavano la favella, ciuffavano non pochi donativi ai frati tutto
lieti dell’accaduto, e indi se ne andavano ridendo della burletta,
per continuare altrove le loro ciurmerie[98]. Non in Roma soltanto,
ma anche in altri paesi vedevansi di questi spettacoli; sennonchè la
santità delle tombe dei Martiri, e in pari tempo la lontananza della
Città, per cui maggiore era la penitenza del viaggio, dovevano far sì
che Roma vedesse capitar il maggior numero di quelle genti dentro delle
sue mura. Il culto delle reliquie non ha accusatori più terribili della
immoralità e della menzogna che, durante il medio evo, ne furono le
conseguenze.
A Gregorio IV si attribuisce la istituzione della festività di tutti
i Santi, la cui solennità, che si associa alla storia del Panteon,
stabilì celebrarsi in tutto l’Occidente nel dì primo del mese di
Novembre. Può darsi che dalla traslazione della salma dell’apostolo
Marco a Venezia, il Pontefice traesse occasione di costruire a nuovo
quella basilica del Santo che era situata sotto del Campidoglio,
massimamente dacchè Gregorio era stato cardinale del san Marco: però
questa chiesa nell’origine era stata dedicata a Marco pontefice, e non
all’Evangelista. Mutata ne è in oggi la forma da quella che vi diede
Gregorio, ma si serbano tuttora i musaici della tribuna. Rappresentano
il Cristo in atto di benedire; dalla sinistra di lui stanno Marco papa,
sant’Agostino e santa Agnese; dalla sua diritta, santo Felicissimo,
Marco evangelista e Gregorio IV che offre in dono la chiesa. Lo stile
ne è pari a quello dei musaici di Pasquale, salve alcune modificazioni.
Mancano le palme; le figure, assurdo concetto, sono collocate sopra
piedistalli, con iscrizioni dei nomi; l’uccello fenice posa sotto il
basamento della figura del Cristo[99].
Quello che in Roma acquistò grande benemerenza a Gregorio IV, si fu
la restaurazione dell’_Aqua Trajana_ ossia dell’acquedotto Sabbatino,
che, già rinnovato per opera di Adriano I, era indi novellamente ito
in decadimento[100]. Anche alla cultura della Campagna il Pontefice
rivolse sue cure. I rivolgimenti avvenuti al tempo di Leone III,
avevano tratto in ruina parecchie tenute, fra le quali benanco quella
_Galeria_, situata sulla via Portuense, ch’era stata fondata da
Adriano: Gregorio ne ripristinò la colonia[101]. All’edificatore di
Nuova Ostia doveva stare assai a cuore di far rifiorire quel territorio
bagnato dal Tevere; laonde in vicinanza di Ostia egli piantò una
colonia nuova, detta «del Dragone», dove egli si fece edificare una
bella palazzina di campagna adorna di portici. È massimamente a notarsi
che a quest’occasione si fa menzione per la prima volta della erezione
di una villa pontificia[102].
Gregorio IV morì addì 25 di Gennaio dell’anno 844; quest’è la data
accolta dagli Scrittori ecclesiastici.