CAPITOLO PRIMO.

§ 1.

Novello stato che la città di Roma tiene nel mondo. — Relazioni

dell’Imperatore e del Papa con Roma. — Leone va un’altra volta a Carlo.

— Ardulfo di Northumberland viene a Roma.

Carlo conseguiva da Roma il titolo giuridico del suo Impero, ma,

veramente, la materia che si gettava nella forma antica, era metallo di

lega germanica, ed il nome di germanico-romano, quale si attribuisce

al novello Stato, non esprime che l’associazione di quei contrapposti

elementi su cui riposa lo svolgimento della vita nuova di Europa.

L’una delle due nazioni continuava la storia della gente umana,

raccogliendone il retaggio in una successione non interrotta mai, e

tramandava ai posteri i beneficî della vecchia cultura insieme colle

idee del Cristianesimo; l’altra nazione faceva suoi, e ringiovaniva e

fecondava quei beneficî e quelle idee. Roma aveva trascinato fra le sue

braccia il mondo germanico; la Chiesa romana aveva vinto la barbarie,

aveva ridotto i popoli ad un ordinamento sociale, e finalmente gli

aveva associati in un comune sistema ecclesiastico e politico, che

teneva suo seggio nella eterna Città. Ei pareva che adesso incombesse

a Bisanzio il mandato di esercitare un’influenza pari sul mondo slavo;

quella missione peraltro non ebbe compimento, sia perchè nell’Impero

bizantino non alitasse un principio sociale di creazione simile a

quello che era operoso nella Chiesa romana, sia perchè le stirpi slave

non fossero capaci di accogliere idee elevate nell’ordine dello Stato

e della civiltà, e di sollevarsi all’altezza di eredi del mondo greco.

Il disegno di costituire un Impero slavo-greco continua oggidì tuttavia

ad agitarsi nella Russia, ma non lo ispira il concetto di raggiungere

una meta nazionale che compia uno svolgimento imperfetto, sì piuttosto

deriva dalla consapevolezza della incuria per cui la sua storia fallì

allo scopo che le era imposto, ed alla quale omai non puossi più porre

riparo.

Mentre dunque Bisanzio fu messa, per così dire, al bando dalla nuova

storia, Roma riappiccò invece una seconda volta splendide relazioni

col mondo. Dopochè la Roma dei Cesari ebbe distrutto la autonomia

politica delle nazioni, le migrazioni dei popoli fecero sorgere

novelle congregazioni di Stati, e la Chiesa proclamò il dogma della

eguaglianza morale dei popoli, ossia bandì il loro giure civile

universale e cristiano. L’idea che la gente umana fosse raccolta ad

unità indivisibile, il concetto della Republica cristiana, apparvero

adesso pensiero che informava un mondo novello. Innanzi all’altare

d’Iddio universale, Romani, Germani, Greci e Slavi, tutti stavano da

pari, e non v’era popolo tapino cui non fosse mallevato il completo

possedimento dei beni più sublimi della Religione. Era Roma che

mostrava in sè accolto questo grande principio il quale trasformava

a nuovo il mondo; l’antica città capitale dell’Impero, che or si era

restaurato, centro apostolico della Chiesa, sè appellava madre delle

nazioni cristiane, e, _Civitas Dei_, rappresentava nell’ordine morale

l’_Orbis Terrarum_. Si abbozzava la forma prima e imperfetta di una

Republica unita per via di una idea morale, ossia di un’associazione

di popoli, ma questo «sacro Impero» aveva ancora ad assumere figura, e

tutto il medio evo fu, e, perfino, l’età nostra è soltanto una lotta

continuata che si combatte per tradurre in vita il sublime concetto

cristiano della libertà e dell’amore che abbraccino il mondo.

Anche nella cerchia più ristretta della sua storia la città di Roma

consegue adesso nuova e maggiore rilevanza. Una legge storica aveva

operato sì, che andasse salva da tutti gli assalimenti dei Barbari e

che da ultimo si liberasse dalla signoria dei Longobardi e dei Greci;

ed in vero Roma fu suolo santo, non a causa delle sue catacombe, ma

del suo concetto cosmopolitico. Dopochè dunque Pipino e Carlo ebbero

posto fine all’ultima lotta che i Germani avevano combattuto per Roma,

eglino cinsero di un vallo la liberata città, e signore ne fecero il

Pontefice. Il Re dei Franchi, imperatore novello, prometteva, come

sire supremo, di difendere questo Stato ecclesiastico consecrato a san

Pietro, e di proteggerlo dai nemici di dentro e di fuori, avvegnaddio

nessun principe o popolo, esclusi gli altri, potesse possedere Roma,

bene comune della gente umana; la metropoli della Cristianità, pari

alla Roma antica, rappresentava nel concetto più eccelso un principio

universale; essa pertanto doveva aver libertà; a tutti i popoli

parimenti doveva esserne sgombro l’accesso, ed il sommo Sacerdote

che in essa sedeva non dovea essere suddito a nessun Re, fuori che

al capo supremo dell’Impero e della Chiesa, ossia all’Imperatore.

Questo concetto della neutralità di Roma, qual si conveniva al centro

ecclesiastico del mondo, fino a cui non dovevano rovesciarsi i flutti

del genere umano agitati senza posa dagli uragani politici e sociali,

questo concetto fu che serbò al Pontefice fino ai dì nostri il piccolo

Stato della Chiesa, laddove la grande monarchia di Carlo e cento

reami crollarono ad esso tutt’all’intorno, e si ridussero in polve.

Chi può negare che grande fosse e mirabile l’idea di una città santa

del mondo, di un tempio della pace eterna nel mezzo della umanità

battagliera, di un asilo universale dell’amore, della cultura, del

diritto e della riconciliazione? Se l’istituto del Papato, fondato

sulla ragione di libertà e di amore, non avesse conosciuto desiderî

di dominio e ambizioni mondane, nè avesse intorpidito il mondo coi

suoi dogmatismi, ma fosse proceduto di conserva collo svolgimento

della vita civile che si andava allargando, colle tendenze sociali

del mondo, coll’opera industre d’invenzioni e colla cultura, ei vi

sarebbe stato a mala pena una forma cosmica più sublime, in cui il

genere umano avesse avuto durevole intendimento del principio della

sua unità e della sua armonia. Per lo contrario, dopo che fu trascorsa

la sua prima e splendida età, il Papato ebbe ad essere veramente il

principio inceppante e repulsivo nel dramma della storia: la massima

idea che riposava nella Chiesa non ottenne adempimento, ma questo solo

che un’idea siffatta visse un tempo nel Pontificato, basta a renderlo

il più venerabile di tutti gli istituti che si foggiarono nella storia,

e il fatto solo che la città di Roma fu nido classico di quella idea

universale, è bastevole ad assicurarle per sempre l’affetto fervente

degli uomini.

Roma, capo gerarchico della Chiesa nell’Occidente, diventò altresì di

bel nuovo origine legittima dell’Impero. In essa si custodivano le

grandi tradizioni dello Stato romano, dell’organamento politico del

mondo, laonde Carlo sè appellava imperatore dei Romani, perocchè non

esistesse alcun altro Impero pari a questo, la cui derivazione e il

cui concetto fossero associati con Roma: perciò era che eziandio i

Principi di Bisanzio continuavano a chiamarsi imperatori romani. In

verità, Roma nell’ordine politico non era altro che una morta mina, ma

il suo possedimento nelle mani di Carlo corrispondeva al possesso del

solo diploma giuridico, che fosse autentico e per antichità venerando.

Nondimeno, il diritto per cui la Città pretendeva ad essere pur sempre

radice dell’Impero, null’altro sarebbe stato che una ricordanza

antiquata, se la Chiesa non le avesse restituita l’idea della

universalità. Gli era in grazia di questo concetto, che Roma dominava

le antiche province dei Cesari ancor prima che Carlo conseguisse

la corona, per la quale anche nell’ordine politico egli riuniva di

nuovo quelle province in un Impero. Era stato essenzialmente il giure

romano che allo Stato romano antico aveva dato l’unità; il codice

delle leggi ecclesiastiche di Roma ve la costituiva nel novello Impero

romano. I Pontefici con loro titoli ecclesiastici avevano restaurato i

diritti politici che Roma aveva perduto, ma tosto dopo si affaticavano

a cancellare quelle sembianze di sovranità che i Romani avevano

esercitato al tempo della elezione di Carlo all’Impero, perocchè

proclamassero essere l’Imperatore germanico un feudatario della Chiesa,

l’Impero essere una emanazione del volere di Dio, il quale otteneva

compimento colla consecrazione che gli Imperatori ricevevano dalla mano

del Papa. Se dunque i Romani di quell’età si facevano a considerare

qual fosse l’indole della dominazione che la loro Città esercitava

sulle più remote contrade per via del sistema della Chiesa, della

diffusione universale dei canoni romani, della lingua latina introdotta

dappertutto nelle scuole, nelle chiese, nei sinodi e nelle trattazioni

dei negozî temporali, per via finalmente delle reliquie della sapienza

classica e dell’arte, i Romani d’allora dovevano pur confessare a sè

stessi che, sebbene fosse di forma diversa, quella dominazione era

poco meno potente della signoria che Roma aveva posseduto al tempo di

Trajano.

Tuttavolta, Roma non altro era che il centro morale dell’Impero; la

storia per buona ventura non consentì alla Città di ridivenire altresì

suo centro politico. Se ciò fosse accaduto, l’Impero e il Papato

si sarebbero associati in una podestà immensurata; e un despotismo

gerarchico, più terribile e più violento di quello dell’antica

dominazione dei Cesari, avrebbe divorato Europa. Carlo non si curò di

costituire Roma a capitale dell’Impero suo, e quella incuria fu uno

dei fatti più gravi di conseguenze nella storia. Poichè di tal guisa

fu tolto che si rinnovasse ciò che l’antico Impero romano era stato,

ne fu reso per ciò solo possibile che si compiessero lo svolgimento

e l’autonomia delle nazioni germaniche ed eziandio della Chiesa. La

favoleggiata donazione di Costantino, che pure abdicò Roma a favore del

Papa, per verità previde gli effetti che avrebbero dovuto conseguirne

al Papato, se il capo dell’Impero avesse riposto sua sede in Roma.

Il più tremendo pericolo minacciava l’ambizioso Episcopato romano

al momento della rinnovazione dell’Impero, ma per sua buona sorte

ne fu rimosso il danno. I contrasti del Germanesimo e del Romanismo

separarono per sempre la podestà imperiale da quella del Pontefice,

e le due autorità, la temporale e la religiosa, s’incepparono e

si limitarono a vicenda. Dacchè il novello Imperatore discendeva

dalla potenza del popolo conquistatore germanico, dacchè il Papa

era creazione di Roma e dei Latini, ne veniva che quei due elementi

nazionali dovessero altresì svolgere entro a sè ognor più largamente

le forme e la possanza di quelle due autorità del mondo; l’elemento

nordico doveva elaborare e compiere le istituzioni politiche,

l’elemento meridionale gli istituti ecclesiastici; Germania provvedeva

allo Impero, Roma alla Chiesa. Il mondo occidentale, quest’era il

pensiero di Carlo, doveva pertanto posare sovra due centri, intorno ai

quali si librasse il grande sistema dell’Impero cristiano: la città

pontificia e la città imperiale, Roma e Aquisgrana, nel tempo stesso

in cui egli, Imperatore, solo capo della Republica cristiana, stava da

reggitore della Chiesa universale[1].

Peraltro, i contrasti che di dentro si combattevano, e le tendenze

dell’individualità germanica, che al principio romano, ossequente

all’autorità e al sistema, contrapponevano il sentimento di libertà

e l’independenza dell’indole propria, sconnessero abbastanza presto

l’organamento creato da Carlo, e lo stesso Papato decadde ben tosto

da quel fastigio cui lo aveva innalzato il monarca potente e pio.

I Germani si opposero al principio romano ed alla latinità che lor

volevasi far accogliere; perfino dentro della città di Roma si accese

la più acre battaglia fra le aspirazioni cittadine e i privilegî

ecclesiastici; e la storia di due secoli meravigliosi (chè tanta ne

abbraccia questo volume terzo) ci mostrerà le più gagliarde contrarietà

combattersi nella vita di Roma, fino a che quel periodo di tempo si

chiude colla età in cui i Sassoni rialzano il Pontificato dalla più

desolata ruina, e restaurano il sistema crollato di Carlo, mercè

un’imitazione in cui tuttavia le idee teocratiche ognor più s’eclissano

innanzi al concetto imperatorio di Roma antica.

Carlo soggiornò a Roma tutto l’inverno che susseguì alla sua

incoronazione. Non tenne dimora nell’antico _Palatium_, che lasciò in

balìa del decadimento; pose piuttosto sue case in uno degli episcopî

che erano accosto al san Pietro. Fu quello la residenza di tutti i

Carolingi ogni qual volta vennero a Roma, ed ivi ebbe stanza anche

il _Missus_ imperiale. La lontananza da Germania, e l’intendimento

giudizioso di non costituire in Roma il centro dell’Impero, distolsero

Carlo dall’edificazione di un novello palazzo imperiale: se egli si

avesse costruito case di residenza in Roma, i Cronisti non avrebbero

mancato di parlarne e di darne la descrizione, sì com’ebbero fatto dei

palazzi di Aquisgrana e di Ingelheim[2].

Durante il verno, Carlo diè assetto alle cose d’Italia e della Città,

che egli compose a pace in quello che le sottomise alla maestà del suo

Impero[3]. I Romani gli avevano prestato giuramento di fedeltà e gli

tributavano reverenza come a loro signor supremo; gli aristocratici

del clero e della milizia, che egli aveva costretto ad obbedire al

Pontefice come a loro principe territoriale, erano pur tenuti in conto

di vassalli imperiali (_homines imperiales_), perocchè eglino fossero

soggetti al banno giuridico supremo dell’Imperatore. Tuttavolta,

la podestà imperiale si teneva in Roma soltanto come una norma di

principio. In un’età di ordinamenti semplici e rozzi, ma remota ancora

dal sistema di monarchia assoluta, dinanzi alla duplice indole ben

singolare di un organamento politico-ecclesiastico, la rinnovata

autorità imperatoria non si stabiliva con gravezze d’imposte, nè con

obligo di milizia, ma, se si eccettuino poche regalie, aveva fondamento

soltanto nell’amministrazione del diritto, concetto sublime della vita

civile. Il Papa, da signore territoriale, eleggeva i suoi _Judices_

nelle varie giurisdizioni del reggimento, ma l’Imperatore esercitava

la suprema podestà giuridica anche in Roma. In nome di lui ne tenea

rappresentanza il suo _Missus_ o legato, che ivi sedeva costantemente e

dimorava in vicinanza del san Pietro a spese della Camera pontificia:

colà, oppure nella sala del Laterano detta «della Lupa», raccoglieva

le tornate del suo tribunale (_placita_). Quanto tempo il suo ufficio

durasse, non possiamo determinare. Era in Roma pari ad un conte

palatino dell’Impero senza che ei si fregiasse di questo titolo, e

teneva la autorità di giudice che aveva spettato al Patrizio. Difendeva

il Papa e la Chiesa dalle insidie della nobiltà, ma in pari tempo

custodiva nella Città i diritti dell’Impero. In nome dell’Imperatore

presiedeva ai giudizî, apprendeva la metà della moneta che derivava

da pene pecuniarie e la devolveva al fisco, sopravvegliava ai Giudici

pontificî della Città e del Ducato, accoglieva le appellazioni

che movevansi contro loro sentenze, e ne riferiva all’Imperatore.

In parecchi casi, allorquando si sporgeva appello direttamente

all’Imperatore, questi spediva a Roma un suo _Missus_ straordinario;

e i rei di maestà che appartenevano al ceto più ragguardevole, gli

ottimati romani od i Vescovi erano giudicati da un siffatto legato;

di consueto eranlo dal Duca di Spoleto, e, come si scorge da casi

parecchi, i condannati mandavansi in esilio al di là delle Alpi,

sì come nei tempi anteriori, quando durava il reggimento bizantino,

quella pena si espiava in qualche terra di Grecia. Il legato permanente

dell’Imperatore era altresì suo plenipotenziario nella elezione e

nell’ordinazione del Papa, alle quali doveva assistere; laonde, fino

a tanto che si mantenne fermo l’Imperio dei Carolingi, egli vegliava

continuamente a difesa dei diritti essenziali dell’Imperatore,

della podestà giuridica suprema, e della prerogativa di dar conferma

all’elezione pontificia[4].

Se si spiega con chiarezza la condizione di signoria suprema del

novello Imperatore, restano invece in alcuna parte all’oscuro le

relazioni in cui il Papa, nella sua signoria territoriale, trovavasi di

contro alla Città. Nulla sappiamo di quel che riguarda la costituzione

cittadina a quella epoca, nulla delle franchigie di libertà onde,

probabilmente per ragione di patto, fosse fornita l’aristocrazia, nè

dei suoi diritti a partecipazione nel reggimento di indole temporale;

ignoriamo come fosse composto l’ordinamento giudiziario che a

preferenza era posto in mano degli ottimati, perocchè di questo tempo

i prelati non si fossero ancora impadroniti di tutti i negozî civili.

Alla restaurazione dell’Impero doveva pur susseguire, come conseguenza,

anche un riordinamento delle faccende interne della Città, e doveva ben

comprendere in sè eziandio una novella partizione dei circondarî della

milizia e delle regioni. Ma il silenzio dei Cronisti e dei documenti

seppellisce tutte queste condizioni di cose in tenebra fittissima.

Il grande intelletto di Carlo lo premunì da vaghezza di imprendere

conquiste verso il mezzogiorno. La potenza formidabile delle sue armi

avrebbe potuto schiacciare Benevento ed allargare i confini dell’Impero

occidentale fino al mare Jonio; e se lo avesse agitato quel genio

avventuroso di imprese in Oriente, che più tardi gli attribuirono

i romanzi, le armate dei Bizantini lo avrebbero a mala pena tenuto

lontano di Grecia. Ma la missione di lui era rivolta all’Occidente e ai

paesi nordici, dove gli era necessario di trovare il centro di gravità

del suo Stato: pertanto al figliuolo Pipino, come a luogotenente

suo, cedeva il reame d’Italia, gli affidava la cura della guerra di

Benevento, e, trascorsa la Pasqua, addì 25 dell’Aprile 801, partiva di

Roma per tornarsene in patria. A Spoleto, nell’ultima notte del mese di

Aprile, era messo a spavento da un terremoto. La scossa era avvertita

fino nelle terre bagnate dal Reno; Italia ne deplorava la caduta di

alcune città, e può darsi che in Roma ne crollasse più di un monumento.

Ma i Cronisti di quel tempo non degnano pur di rivolgere uno sguardo

ai monumenti dell’antichità, laddove quasi tutti, Tedeschi e Italiani,

registrano come avvenimento rilevante la caduta del tetto del san Paolo

che era in vicinanza di Roma[5].

L’Imperatore andava a Ravenna, indi a Pavia, città capitale del reame

d’Italia, e di qui promulgava alcuni Capitolari, che egli aggiungeva

al codice delle leggi longobardiche. In essi ei s’intitola: «Carlo, per

grazia di Dio, signore dell’Impero dei Romani, serenissimo Augusto,» ed

appone ai suoi editti la data del consolato[6]. Nel corso dell’inverno

la corte bizantina aveva avuto contezza dell’usurpazione dei suoi

dritti legittimi, e ne traeva motivo di terrore e di odio contro i

Franchi e contro i Romani. Quei dritti suoi vedeva essa distrutti

dall’ardimento di un Re barbarico, che si arrogava nome di imperatore

dei Romani sebbene spettasse soltanto ai Cesari greci, eredi di

Costantino. Ma temuta era la potenza dei Franchi, grande la debolezza

di Bisanzio, e sul trono vacillante sedeva pur sempre una femmina.

Irene, circondata di uomini ribelli che si dimenavano per istrappare

a sè la corona, non poteva osare di cimentarsi a lotta contro di

Carlo; ella anzi brigava con civetterie per acquistarsene l’amicizia,

dacchè trovavasi quasi nelle identiche condizioni che un tempo avevano

costretto Amalasunta, regina dei Goti, a cercar ajuto presso il nemico

del reame suo. Era impossibile cosa che si compiesse lo strano progetto

di un matrimonio fra Carlo e Irene, per cui si sarebbero riuniti sotto

la dinastia dei Franchi gli Imperi d’Oriente e d’Occidente; e Carlo

stesso non si toglieva grande affanno che gli fosse dato riconoscimento

dei suoi titoli di _Augustus_ e di _Basileus_, ma più gli premeva di

definire con un trattato le vicendevoli pretese, e di determinare

i confini dei possedimenti rispettivi in Italia. Egli accoglieva i

legati di Irene, e suoi ambasciadori mandava a Bisanzio, ma questi

ultimi giungevano a quella corte soltanto per essere spettatori della

caduta della Imperatrice. Niceforo, un miserabile ipocrita che tempo

addietro era stato tesoriere di palazzo, nel dì 31 dell’Ottobre 802

si impadroniva della porpora in un rivolgimento che avveniva senza

spargimento di sangue, ed esiliava Irene nell’isola di Lesbo ad

attendere al fuso e alla conocchia. Peraltro il nuovo despota non

era meno di lei desideroso di amicizia cogli odiati Franchi; di buon

grado prestava ascolto all’ambasceria, e, quand’essa ripartiva, le

dava compagni suoi ministri che spediva a Carlo: dopochè questi ebbero

conchiuso un trattato, se ne tornarono a Costantinopoli, passando per

Roma. Anche papa Leone bramava di vedere aggiustati quei rapporti,

affine di rimuovere da Roma il pericolo di una guerra; e poichè egli

aveva spedito suoi legati a Bisanzio, è possibile cosa che egli non

soltanto si facesse interpositore di pace, ma altresì che cercasse di

giustificarsi della avvenuta incoronazione di Carlo. Ad ogni modo nulla

sappiamo dei negoziati che corsero fra Roma e Bisanzio; furono i più

difficili e scabrosi che si possano mai imaginare, e lo Storico deplora

che una oscurità sempre più densa ricopra questa età sì meravigliosa di

Roma.

Nell’anno 804 Leone III imprendeva un nuovo viaggio per andarne a

Carlo: può ben darsi che ve lo inducessero dei motivi più urgenti di

quello che fosse una spugna stillante di sangue, che si faceva vedere

a Mantova. Invero il Papa aveva sofferto ostilità parecchie da parte

del Re d’Italia nei possedimenti della Chiesa, era stato offeso dai

comportamenti di padronanza onde i legati imperiali avevano usato

verso i Duci pontificî nella Pentapoli, e gravi cure destava in lui

l’atteggiamento dei Romani[7]. Allorchè, in sulla metà del mese di

Novembre, l’Imperatore aveva novella che il Papa moveva a lui, spediva

a San Maurizio il figliuol suo Carlo perchè gli facesse accompagnatura;

egli stesso poi andava a Reims ad incontrarlo.

A Carisiaco celebravano le feste natalizie, indi Carlo adduceva

l’ospite suo ad Aquisgrana. Di qui lo lasciava partire con ricchi

donativi, e comandava ad alcuni degli ottimati suoi che gli fossero

comitiva fino a Ravenna, per la via di Baviera. Nel mese di Gennajo

Leone era reduce a Roma. Non pare che tornasse pago di tutti i suoi

desiderî, avvegnachè le contese sui confini dei possedimenti pontificî

e le discordanze sui limiti dell’autorità suprema dell’Imperatore

e della podestà territoriale del Papa dessero occasione a continui

dissapori, chè il giovane Pipino fornito di grande energia mirava

di mal animo le intemperate pretensioni di san Pietro. Queste erano

infatti, che mettevano impedimento ai suoi disegni rivolti a costituire

un poderoso reame d’Italia, così che egli omai doveva deplorare

in silenzio la donazione dell’avo suo, se anche lo sguardo di lui

non poteva peranco discernere i germi fatali dell’eterna divisione

d’Italia, che in quella donazione si stavano accolti.

Nell’anno 806 Pipino riceveva nuova confermazione del suo reame

d’Italia. Carlo, il quale omai volgeva a vecchiezza, seguiva la

consuetudine dei Franchi provvedendo alla partizione del suo retaggio;

ei comprendeva che era impossibile di conservare l’immenso Impero sotto

di un solo reggimento, prevedeva le contese che sarebbero sorte fra’

suoi eredi, e deliberava perciò di distribuire la monarchia in parti

fra’ suoi tre figliuoli: tributava poi onoranza al Papa, perocchè

mandasse a Roma Eginardo col documento che statuiva quelle divisioni,

affinchè il Pontefice vi si sottoscrivesse e vi desse sanzione

coll’autorità della Chiesa[8]. In conseguenza di questo atto, Pipino

annunciò che sarebbe ito a Roma per far visita al Papa, ma non v’andò.

Invece di lui venne a Roma un altro Re. Ardulfo di Northumberland

nell’anno 808 era stato cacciato del suo trono e della sua terra per

opera di un partito potente; fuggitivo egli andava a Nimwegen alla

corte di Carlo e lo supplicava che lo restituisse nel suo regno,

indi col beneplacito dell’Imperatore moveva in gran fretta a Roma

per raccomandarsi all’ajuto del Papa, e Leone gli dava a compagno il

sassone Adolfo, suo diacono e nunzio, acciocchè lo scortasse in patria,

dove il discacciato fu indi nuovamente riposto in signoria per opera

di due legati imperiali[9]. Fino a questo tempo Roma aveva veduto dei

Re, massimamente dell’isola britannica, venuti per coprirsi del saio di

monaci, ma Ardulfo era il primo Principe che capitasse in Laterano in

figura di supplicante per ottenere la restituzione di una corona regale

rapita. Questo fatto ammaestrava quanto fosse grande la reverenza

che nell’Occidente cominciava a tributarsi alla podestà imperiale ed

a quella pontificia. Da Pipino in poi, furono i Re che per motivi di

profitto mondano si fecero a sollevare l’idea dell’Episcopato romano

ben altamente e ad additarlo alla fede dei popoli e dei Principi, nè

pertanto può destar meraviglia se i Vescovi di Roma, abbandonando il

concetto delle intromissioni religiose, presto si attribuirono autorità

divina di poter dare corone e di poterle togliere.

§ 2.

Pipino muore nell’anno 810. — Bernardo, re d’Italia. — Lodovico I è

coronato in Aquisgrana, socio nell’Impero dei Romani. — Muore Carlo

magno. — Valore di lui nella storia del mondo. — Mancanza di tradizioni

locali di lui nella città di Roma.

La casa di Carlo, le cui sorti ebbero strettissima associazione colla

storia della città di Roma, fu poco meno sventurata della famiglia di

Augusto. Il fondatore di una dinastia imperiale vide cadersi dinanzi ad

uno ad uno i suoi figli prediletti. Pipino toccava appena i trentadue

anni di età, quando morte il rapiva a Milano nel giorno 8 del Luglio

810. Aveva egli coltivato il disegno di ridurre ad unità il bel reame

d’Italia colla conquista delle Venezie e di Benevento, ma non poteva

ridurlo a compimento, e dal suo letto di morte mirava con grave

angustia alla tenera giovinezza dell’unico figliuolo ch’ei lasciava,

nato di connubio illegittimo. Carlo designò il giovinetto Bernardo a

re d’Italia, ma la formale elevazione di lui al trono avvenne soltanto

nell’anno 813, sebbene di già l’anno prima ei fosse mandato a Pavia

coll’accompagnatura di Wala, nipote di Carlo Martello, e di Adelardo

abate di Corveia, fratello di lui: avvegnaddio questi due uomini

insigni dovessero stare ai fianchi del giovinetto, da consigliatori

suoi[10]. Nel frattempo, l’Imperatore aveva nuova e profonda ragione di

amarezze, chè gli moriva anche il figlio Carlo. Ridotto in solitudine

desolata e impensierito di sua prossima fine, egli deliberava di

farsi socio nell’Impero dei Romani l’unico erede della sua monarchia,

Lodovico di Aquitania; e in Aquisgrana, nel Settembre dell’anno 813,

coll’adesione dei maggiorenti del suo Stato, gli conferiva la dignità

imperatoria. Dei Cronisti franchi altri narra che Carlo stesso porgesse

in mano al figliuolo la corona, altri che egli gliene cingesse il capo,

altri infine che gli ordinasse di torla di sue man proprie dall’altare

sopra cui era, e di porsela in testa[11]. Il parlamento era composto

degli ottimati della nobiltà e del clero dei Franchi, che erano accorsi

da tutte le parti dell’Impero. Pertanto, anche Lodovico fu fatto

imperatore con un atto di elezione universale, ma le forme furono

diverse da quelle della elezione romana che erano state adempiute pel

padre suo. La elezione di questo era avvenuta in Roma, e quantunque

il «Senato de’ Franchi» avesse avuto parte al voto, tuttavolta l’opera

massima ne aveva appartenuto ai Romani ed al Papa, per mano del quale

s’era compiuta la incoronazione; ed anzi l’esaltamento di Carlo ad

_Imperator Romanorum_ apparve essenzialmente essere opera della volontà

dei Romani e della consecrazione data dal Pontefice: in tal conto più

tardi fu tenuto decisamente[12]. Per lo contrario, la elezione cesarea

di Aquisgrana procedette dalla adesione del parlamento della monarchia

ch’era stata omai fondata; e non il Papa, nè Vescovo alcuno che ne

tenesse le veci, ungeva dell’olio santo l’eletto e lo coronava, ma

colle proprie mani il figliuolo s’imponeva in capo il diadema paterno.

In nessuna scrittura si fa cenno che fra i congregati all’elezione

intervenissero Romani; e se per il fatto sarannovi stati presenti dei

legati del Papa, e duci e vescovi delle terre romane, eglino, parimenti

come i conti e i prelati del reame d’Italia, andarono confusi cogli

altri nella assemblea universale dell’Impero: Carlo considerava Roma,

radice dell’_Imperium_, da città compresa nello Stato di lui, alla

paro di quello che accadeva per le città di Pavia, di Milano o di

Aquileja. Pertanto, il possente Imperatore opponeva manifestamente

un argine alle pretensioni eccessive di Roma; e quella splendida

ora che si segnava nella adunanza di Aquisgrana, era addirittura

un avvertimento che ei dava a’ suoi succeditori. Se i fiacchi eredi

di Carlo avessero saputo comprenderne l’insegnamento, la storia del

Pontificato e quella dell’Impero, di leggieri avrebbero potuto mutarsi

da quelle che furono; ma noi vedremo invece che l’atto elettivo di

Aquisgrana si perdette senza conseguenze di sorta in mezzo al torrente

delle credenze dommatiche che in quella età si accoglievano. La stessa

assemblea dell’Impero dava altresì a Bernardo, figliuolo di Pipino, la

confermazione del suo regno d’Italia.

Di lì a pochi mesi, addì 28 di Gennaio dell’anno 814, Carlo moriva in

Aquisgrana, a settantun anno di età: spegnevasi quella vita di eroe

e di savio. La storia della Città registra nei suoi annali la morte

del fondatore del nuovo Impero, ma poichè essa deve tenersi chiusa

soltanto dentro la cerchia sua propria, le è forza trarre innanzi con

rapido cammino, sebbene sia a contraggenio che la mente si diparte

dall’affisare uno fra gli uomini maggiori che torreggino nella storia.

Se si paragonino fra essi i tre periodi della vita di Roma, che, quai

pinnacoli sublimi di un edifizio, rimarranno sempre segnalati alla

vista, se cioè si raffronti il periodo di Cesare e di Augusto in cui

si fondò la monarchia universale romana, con quello di Costantino in

cui il Cristianesimo incominciò a tenere dominio, e finalmente coll’età

di Carlo, nella quale dalla ruina di Roma si elevò il sistema della

civiltà germanico-romana, egli è certo che l’epoca di Carlo non è in

veruna guisa da meno delle altre due, per altissima rilevanza nella

storia dell’Occidente. Questa età nulla distrusse, perocchè il periodo

delle ruine la avesse già preceduta; bensì fu feconda di novelle

edificazioni, fornita essendo massimamente di grandi forze creatrici.

Essa impose termine alla grande migrazione dei popoli, rappacificò i

Germani con Roma, e raccolse nelle sue braccia la immensurata sostanza

del mondo per infonderle genio e per ispirarle forme di civiltà: impedì

che la immiserita gente umana perdesse il patrimonio dell’antichità,

tesoro sepolto di sapienza e di splendida cultura; fu anzi essa per la

prima che, gagliarda e spoglia di pregiudizî, incominciò ad evocarlo

ad esistenza nuova e ad accoglierlo come nerbo di forza necessaria e

immortale nello svolgimento della vita morale. Il tempo di Carlo fe’

risorgere la grande tradizione dell’_Orbis terrarum_, ossia della

unità del mondo, che anticamente nell’ordine politico aveva creato

con grave lavorìo l’Impero romano dei Cesari, sorto contemporaneo al

Cristianesimo; l’età di Carlo trasformò l’Impero antico nella monarchia

occidentale, che aver doveva la sua più intima compagine nel principio

della religione cristiana. Carlo, Mosè del medio evo, guidò la gente

umana con avventurato cammino attraverso i deserti della barbarie, e

le impartì un codice novello di costituzioni politiche, ecclesiastiche

e civili: nello Stato teocratico di lui, il medio evo manifestò il

tentativo primo di fondare nella storia un patto di alleanza nuova.

L’occhio dell’Imperatore moribondo scorse l’albeggiare delle venture

età, e nell’orizzonte di remoti giorni discerse forme di civiltà

infinite sollevarsi in mezzo a quella triplice congregazione di popoli

ch’era composta dei Germani, dei Romani e degli Slavi. Di rimpetto alla

grandezza di Carlo si oscurano le glorie di Alessandro, di Cesare e di

Trajano, e il suo genio edificatore, provvido a raccogliere svariati

elementi ad unità ed a seminare germi fecondi, sarà sempre un fenomeno

unico nella storia, perocchè egli non sia stato condannato ad espiare

la fortuna della sua opera creatrice con quella corona di martirio,

che, retaggio fatale, fu di consueto serbata agli uomini grandi.

Carlo legò una parte dei suoi tesori alle ventuna Chiese metropolitane

del suo Impero: di esse, cinque ve n’aveva in Italia, ed erano quelle

di Roma, di Ravenna, di Milano, di Aquileja e di Grado. Fra le cose

preziose del suo palazzo erano due mense d’argento, una di forma

quadrangolare, adorna di un rilievo che rappresentava Costantinopoli,

l’altra di forma rotonda e coperta dell’effigie di Roma; la prima

l’Imperatore donava al san Pietro, la seconda alla Chiesa di Ravenna.

Quei due monumenti dell’arte dei primi tempi di mezzo andarono perduti.

La Biografia di Leone III non memora la mensa spedita in dono a Roma,

sebbene nel Libro Pontificale spesse volte si faccia menzione di una

grande croce d’oro che era pure un presente votivo di Carlo; ma il

Cronista di Ravenna vide la mensa decorata dell’imagine di Roma, chè,

adempiendo a ciò che statuiva il testamento di Carlo, l’imperatore

Lodovico la mandava all’arcivescovo Martino, e quell’egregia opera

d’arte vi giungeva nel tempo in cui Agnello era ancor fanciullo[13].

Roma ricevette altresì un ricchissimo legato di vasellami sontuosi, per

guisa che Carlo, il quale aveva largito alla Chiesa tanta ricchezza

di privilegî e di possedimenti e sì grande copia d’oro e d’argento,

le fu liberale di doni anche in morte, più liberale massimamente di

tutti i Principi che lo precedettero e che vennero dopo di lui: così

si conveniva a chi fu vero fondatore dello Stato della Chiesa e della

potenza pontificia, la cui sconfinata estensione dei tempi posteriori

egli peraltro non aveva mai presagito. Ed invero, quantunque Carlo

fosse il figliuolo più fervido e pio della Chiesa, e la giudicasse

istituto massimo e divino della umana gente, e vincolo essenziale che

annodava il reame suo all’elemento più vitale della civiltà, pure

egli non si rassegnò in guisa alcuna a servirla con balìa cieca.

Onorò la immunità che egli ebbe fondato a favore del Vescovo ossia

Metropolita di Roma, ma non dimenticò mai di essere egli il sovrano

di tutta la monarchia; ei tenne sè, ed i suoi popoli tennero lui in

conto di reggitore supremo eziandio di tutti i negozî ecclesiastici;

fondò vescovati e conventi, promulgò editti in materia di giure

ecclesiastico, ordinò le scuole popolari, sancì le costituzioni della

Chiesa colla sua confermazione sovrana, e nel tempo stesso le accolse

nel suo codice, attribuendovi forza di leggi, e l’Episcopato e i Sinodi

mantenne sotto la sua influenza dominatrice.

La Chiesa con animo grato tributò a Carlo l’aureola della santità,

che egli non aveva mai vagheggiato[14]. Le lotte di Roma contro agli

Hohenstaufen per il possedimento dei beni della contessa Matilde,

di cui questi ultimi movevano pretesa, ebbero richiamato alla

ricordanza degli uomini che Carlo era stato il fondatore pio dello

Stato ecclesiastico; in lui le Crociate fecero rammemorare l’eroe

della Cristianità. Parimenti come Ottaviano e come Cesare, anch’egli

diventò subbietto di leggenda; e nell’anno 1122 un Papa della Francia

meridionale, Calisto II, proclamò essere genuina e veritiera la celebre

Storia di Turpino che celebrava le geste di Carlo e di Rolando, e che

forse fu opera di quel Pontefice. Anche in Roma la persona di Carlo

incominciò prestamente a ornarsi di favoloso; ce ne fa testimonianza

il frate che, sullo scorcio del secolo decimo, dal monastero di Monte

Soratte scriveva la sua barbarica Cronica: di già egli narrava della

spedizione di Carlo al santo sepolcro; e poichè è difficile cosa che

quel monaco inventasse siffatta fola ed è probabile che a quell’ora

omai se ne fosse diffusa la tradizione, ne avviene che la sua origine

devasi riferire ad un qualche mezzo secolo prima[15]. Tuttavolta, il

Carlo della leggenda non ottenne in Roma rinomanza e favor di nazione,

perocchè non si convenisse col Carlo della storia. Sebbene imperatore

romano, ei vi rimase uomo straniero al paro di Teodorico il grande, e

la sua persona non si compose una nicchia in mezzo ai Romani, dacchè la

sua fama non si raccomandò a luogo o a monumento alcuno nella Città; ed

è cosa notevole che i _Mirabilia_ di Roma non ispendano pure una parola

che ricordi Carlo magno.

§ 3.

Avvengono tumulti in Roma. — Bernardo è mandato a Roma per procedervi

a inquisizione. — Leone III muore nell’anno 816. — Edificî di Leone in

Roma. — Caratteri dell’architettura e dell’arte di quell’età. — Chiese

titolari e conventi celebri di Roma in quell’epoca.

La novella della morte di Carlo si sparse come scroscio di tuono per

la Città che egli aveva amato con amore tanto devoto, e dov’egli

era venerato e temuto. Il Papa vide spalancarsi un abisso sotto i

suoi piedi, avvegnachè, non sì tosto i Romani seppero morto il gran

Principe, smessa ogni temenza, sbrigliassero la foga del loro odio

contro la podestà del loro Vescovo. Se si raccogliesse un computo di

tutte le rivoluzioni onde fu agitato lo Stato della Chiesa dal giorno

della sua fondazione in poi, nel corso dei più che mille anni di sua

esistenza, il loro numero ci turberebbe la mente; la metà sola di

quei moti avrebbe bastato ad infrangere e a sperdere le tracce dei

maggiori reami: invece lo Stato della Chiesa durò fino ai tempi nostri,

quantunque la ribellione contro il potere temporale del Vescovo, il

cui regno non doveva essere di questo mondo, abbia principiato nell’ora

stessa in cui quel potere ebbe incominciamento; duplice dimostrazione

che in questa miscela del sacerdozio e del principato si accoglieva

una contraddizione intollerabile, e che in pari tempo l’essere dello

Stato ecclesiastico conteneva in sè un principio che era riuscito ad

altezza tale da infrenare le sollevazioni. Gli aderenti di Campulo e di

Pasquale (questi Romani erano scomparsi in un esilio che durava omai da

quattordici anni) si collegavano in cospirazione contro il Papa, ma i

loro disegni erano discoperti. Fieramente e senza indugi Leone punì i

«rei di maestà» dandoli in mano al carnefice, e di tal guisa il Padre

Santo fu costretto più e più sempre a immergere le mani nel sangue de’

suoi Romani, da principe feroce e pauroso. La novella di quei supplizî

costernò perfino l’animo del pio succeditore di Carlo. L’imperatore

Lodovico trovò biasimevole cosa che il Vescovo di Roma avesse proceduto

con tanta precipitazione e con rigore sì grave, e soprattutto gli

parve che la sentenza pronunciata dal Papa sopra dei maggiorenti

romani, senza intervento dei legati imperiali, ledesse i diritti di sè

Imperatore[16]. Gli era pur debito suo di proteggere i Romani in tatti

i loro diritti, ogni qual volta questi da qualsiasi parte ricevessero

offesa, laonde egli mandava a Roma il Re d’Italia affinchè istituisse

un’inquisizione sui fatti avvenuti. Venuto a Roma, Bernardo ammalava,

ma il conte Geroldo annunciava all’Imperatore ciò che veduto aveva. Or

si affrettava anche il Papa di produrre sue giustificazioni al signore

supremo di Roma, e i suoi legati s’adoperavano a purgarlo di tutte

quelle querele che, forse, Bernardo stesso, e, senza dubbio, i Romani

avevano sporto al trono di Lodovico. Grande era in Roma il fermento

degli animi inaspriti, e in quello stesso anno 815 gli inimici di

Leone si sollevavano, mentre egli, affranto il corpo e l’animo dagli

avvenimenti, era infermato gravemente. I ribelli si raccoglievano

nella Campagna, incendiavano le tenute pontificie, così le antiche

come le nuove, che Leone aveva fondato[17]. I torbidi accadevano

massimamente nelle terre fuori di Roma; gli ottimati romani armavano i

coloni e i servi dei loro possedimenti, movevano a rivolta le città del

territorio, e minacciavano di entrare in Roma per costringere il Papa

a restituire le proprietà che egli aveva confiscato a danno di loro o

dei loro amici decapitati, e devolute alla Camera apostolica. Questa

sollevazione faceva prova della crescente potenza della nobiltà romana,

che più tardi diventar doveva formidabile tanto. Bernardo provvedeva

a sedare la ribellione e mandava Vinigi duca di Spoleto a Roma,

dove questi entrava con soldatesche. Il Papa, oppresso di profondo

cordoglio, moriva nel giorno 11 di Giugno dell’anno 816.

Leone III aveva tenuto da più che vent’anni la cattedra di san Pietro

in un’età feconda di grandissimi avvenimenti; sacerdote della gente

umana, fu egli che ne consecrò un’era nuova. Odiato dai Romani poichè

s’era impadronito del dominio temporale della Città, maltrattato a

morte, costretto a fuggire, riposto novellamente in potenza, atterrito

da ripetuti tumulti di popolo, ei tuttavia non soggiacque innanzi

ai suoi avversarî. Fu uomo temprato a gagliarda energia, astuto

calcolatore, capace di mire arditissime; il breve istante in cui egli

coronò in san Pietro il novello Imperatore bastò a fare di lui lo

strumento della storia universale del mondo, e gli assicurò nominanza

incancellabile[18].

Leone III ornò la città di Roma con copia siffatta di edificazioni, che

quasi superò ciò che Adriano aveva fatto. Roma ecclesiastica rinnovellò

sè stessa durante l’età dei Carolingi, che fu il suo secondo periodo

monumentale, se per primo si consideri l’età di Costantino. Dacchè i

Pontefici di quel tempo attesero con tanta alacrità a edificare, eglino

devono per certo essere annoverati fra i più fervidi distruggitori di

Roma antica. L’architettura si manteneva continuamente operosa; però,

quantunque seguisse le tradizioni della Chiesa, i cui massimi edificî

di già appartenevano al secolo quarto, al quinto ed al sesto, essa

non poteva giungere ad eguagliare la grandezza di quelli, ma doveva

imitarli in dimensioni minori. Continuava a far suo pro di colonne e

di ornati tolti a vecchi monumenti romani; il nuovo componeva soltanto

coi materiali dell’antico. Quindi avvenne che l’illustre periodo di

Roma sotto i Carolingi operò molte e splendide restaurazioni di chiese,

ma non lasciò di sè alcun monumento nuovo e grandioso. Poichè aveva

sott’occhio gli antichi esemplari di basiliche, l’architettura di

Roma si teneva ancora ad una certa altezza, ma il numero senza fine

di chiese e di conventi rendeva impossibile cosa che si costruisse in

grande, ond’è che nell’arte edificatoria di Roma all’età dei Carolingi,

si discopre una tal quale pochezza minuta. La decorazione delle cornici

che si disponevano ad ammattonato sotto i tetti, la fattura delle

torri che erano nella maggior parte di esigue proporzioni con finestre

(_camerae_) arcuate e divise a colonne, l’ornato dei prospetti delle

torri a dischi rotondi con marmi di vario colore, le spesse gallerie

con loro brevi colonnati e con cornici di musaico, tratto tratto

fregiate di medaglioni pure a musaico, tutto questo dimostra che s’era

rimpicciolito il concetto delle dimensioni[19].

Allorchè Leone III restaurò la basilica di santo Apollinare in Ravenna,

egli spedì colà degli architetti romani; può essere ch’ei lo facesse

per un senso di orgoglio nazionale o per iscopo di dare lavoro ai

suoi concittadini, di guisa che da questo fatto non è consentito di

concludere esattamente che i maestri d’arte romani avessero conseguito

una speciale rinomanza, siccome l’avevano ottenuta ancor tempo

innanzi gli artefici comaschi[20]. Tuttavolta, la continua operosità

doveva allevare all’arte gli ingegni, in Roma più che in qualunque

altra città d’Italia. Il Biografo di Leone III enumera con cura

scrupolosa tutte le edificazioni di chiese onde Roma andò debitrice a

questo Papa. Sappiamo già del triclinio che fu suo massimo monumento

nel Laterano; il Pontefice ampliò poi ed abbellì anche il palazzo

pontificio e vi costruì un oratorio in onore dell’Arcangelo. Nel san

Pietro rinnovò la celebre cappella battesimale di papa Damaso, e le

conservò o le diede forma rotonda[21]. Edificò a nuovo ed ornò di

musaici l’oratorio della Croce che era stato costruzione di Simmaco,

aggiunse splendidezza di ornati alla Confessione, vi fece allogare

statue d’oro e d’argento di Apostoli e di Cherubini erigendole sopra

colonne d’argento, e ne lastricò il pavimento con una copia di lamine

d’oro ancor maggiore di quella che prima v’era. Merita notarsi che

dai due lati della tomba dell’Apostolo, così nel san Pietro che nel

san Paolo, si rizzarono due scudi d’argento, sui quali s’inscrisse

il simbolo apostolico in latino ed in greco, laonde si pare che a

quel tempo non destava peranco repugnanza la professione greca di

fede. Leone fece edificazioni altresì negli Episcopî che erano vicini

al san Pietro, e vi costruì un triclinio di egregia fattura, il cui

pavimento fu tutto mattonato di marmi a varî colori[22]. Restaurò

la torre del san Pietro; eresse pei pellegrini uno splendido bagno

di forma rotonda in vicinanza dell’obelisco, che, tutt’a un tratto

dopo lungo silenzio, riappare col nome di _Columna major_, ossia di

grande colonna[23]. Torna adesso a galla un altro nome antico, dacchè

vien detto precisamente che Leone fondò un ospitale nel luogo che era

appellato «Naumachia». Quell’ospizio stava nel suolo Vaticano ed era

consecrato a santo Peregrino, prete romano il quale nel secolo secondo

ebbe sofferto martirio nelle Gallie: il nome di lui dava ragione di

farne il patrono dei pellegrini (_Peregrini_), che principalmente

venivano in grandissimo numero dalla terra delle antiche Gallie. La

piccola chiesa odierna di san Pellegrino, che è presso porta Angelica,

offre ricordanza della fondazione di Leone nel luogo stesso dove

questa sorgeva, e poichè quel sito era detto «Naumachia», se ne trae la

conseguenza che ivi un tempo esistesse la Naumachia di Domiziano[24].

In vicinanza al san Pietro Leone rinnovava il convento dedicato

a Stefano protomartire, e restaurava altresì il vicino monastero

consecrato a san Martino. Una delle più antiche chiese titolari di

Roma, quella dei santi Nereo ed Achilleo (_Fasciola_) nella via Appia,

era stata ridotta in ruina per causa di inondazioni; adesso Leone la

rialzava sopra un terreno che era posto a maggior livello d’altezza.

Salve alcune modificazioni, quella chiesa tuttora si conserva nella

sua forma antica di piccola basilica a tre navate; ha dimensioni

che talentano l’occhio; però dei suoi musaici non restano che pochi

frammenti[25]. Nel catalogo delle edificazioni di Leone si trova

appena una sola chiesa di Roma che non ne ricevesse riparazioni, e gli

innumerevoli donativi di splendidi vasellami e di drapperie magnifiche

fanno testimonianza della dovizia del tesoro Lateranense. L’amore dei

Romani antichi al lusso sontuoso, riviveva nei Pontefici, e l’arte era

tuttavia valente nei lavori di arazzi e di vasi preziosissimi, dei cui

disegni prendevasi a modello lo stile d’Oriente. Se si tolgano alcune

pitture condotte sul vetro e miniature di codici, sembra che all’età

di Leone in principalità si coltivasse l’arte dei musaici, così che

sotto il concetto di _Pictura_, che è adoperato di sovente, devonsi

senza peritanza intendere le fatture di musaico. Davasi cura diligente

all’arte di gettare in metallo, nel bronzo, nell’argento e nell’oro,

perocchè si producessero statue in grandissimo numero di quella foggia:

erano pure in bel fiore i lavori a battuto e le cesellature in argento.

Statue di quell’età fino a noi non giunsero, ma non si può dubitare

che fin d’allora si costumasse di collocare nelle chiese simulacri di

Santi scolpiti in legno, che si dipingevano a colori e si vestivano

d’abiti[26].

Non è fatica senza pregio che dal catalogo delle fondazioni di Leone

si ricavino le denominazioni delle chiese titolari, delle diaconie e

dei conventi che a quella età erano in Roma; chè ci converrà correre

alcuni secoli prima che ci si offra un documento di enumerazione

parimenti completa. Risulta che v’avessero ventiquattro Titoli

presbiteriali, appellati con questi nomi: Emiliana, Anastasia, Aquila

e Prisca, Balbina, Calisto ossia Maria in Transtevere, Cecilia,

Crisogono, Clemente, Ciriaco, Eusebio, Lorenzo in Lucina, Lorenzo

in Damaso, Marcello, Marco, Nereo ed Achilleo, Pammachio, Prassede,

Pudente, Quattro Coronati, Sabina, Silvestro e Martino, Sisto, Susanna,

Vitale[27].

Delle Diaconie se ne enumerano venti, e sono appellate: Adriano, Agata,

Arcangelo[28], Bonifacio sull’Aventino, Cosma e Damiano, Eustachio,

Giorgio, Lucia _in septem viis_ o _in septizonio_ od anche più tardi

_ad septem solia_, Lucia _juxta Orphea_[29], Maria Antica oggidì

detta Francesca Romana, ed inoltre le chiese dedicate alla Vergine _in

Adrianio, in Cosmedin, in Cyro_ od _Aquiro, in Domnica, in via Lata_,

fuor di porta san Pietro; Sergio e Bacco, Silvestro e Martino presso il

san Pietro, Teodoro, Vito _in Macello_[30].

Di monasteri omai se ne cita più di una quarantina, ma di essi v’era in

Roma un numero assai maggiore.

In vicinanza del san Pietro s’ergevano cinque conventi, ed erano quelli

di Stefano Maggiore o Protomartire detto anche di Catagalla Patrizia,

di Stefano Minore, di Giovanni e Paolo, di Martino e il chiostro di

Gerusalemme[31].

In prossimità del Laterano si menzionano: Pancrazio, Andrea e

Bartolomeo col nome di _Honori_ che è già cognito all’Anonimo di

Einsiedeln, Stefano, e un convento di monache dal nome di Sergio e

Bacco[32].

Presso a santa Maria Maggiore erano questi conventi: Andrea, detto

anche di Catabarbara Patrizia che forse è identico di quello di Andrea

_in Massa Juliana_; Cosma e Damiano, Adriano, detto anche di san

Lorenzo. Tutti avevano l’addiettivo _ad Praesepe_.

Vicino al san Paolo fuor delle porte, stava il convento di Cesario

e Stefano col soprannome _ad quatuor angulos_[33]; prossimo al san

Lorenzo fuor delle porte, era quello di Stefano e Cassiano.

Altri monasteri romani erano i seguenti: Agata _super Suburram_,

Agnese fuor di porta Nomentana, Agapito presso il Titolo di Eudossia,

Anastasio _ad Aquas Salvias_, Andrea nel _Clivus Scauri_, Andrea presso

i santi Apostoli, Bibiana, Crisogono nel Transtevere, un convento

presso il _Caput Africae_, il chiostro _de Corsas_ o _Caesarii_ nella

via Appia, il convento _de Sardas_ probabilmente situato presso al san

Vito[34], Donato in vicinanza alla santa Prisca sul monte Aventino,

Erasmo sul Celio, Eugenia fuor di porta Latina, Eufemia e Arcangelo in

prossimità alla santa Pudenziana, il convento _duo Furna_ probabilmente

_in Agone_ nell’odierna piazza Navona, Isidoro che era forse sul

monte Pincio, Giovanni sull’Aventino, il convento _de Lutara_[35],

quello detto _Laurentius Pallacini_ in vicinanza al san Marco, il

convento appellato Lucia _Renati, in Renatis_ o _de Serenatis_[36],

Maria _Ambrosii_ che è probabilmente lo stesso di quello chiamato

_Ambrosii de Maxima_ nel _Forum Piscarium_, Maria _Juliae_ nell’isola

Tiberina. Vi erano inoltre: un convento di monache dedicato a Maria in

Campo Marzo e l’altro di Maria _in Capitolio_, i quali due, sebbene

non menzionati nel catalogo delle fondazioni di Leone III, erano a

quel tempo per certo di già fondati: Michele, ignoto; il chiostro

_Tempuli_[37], Silvestro (_de Capite_), santo Saba o Cella Nova, il

convento _Semitrii_, ignoto; quello di Vittore presso san Pancrazio

nella via Aurelia.

In quell’età non s’erano ancora costituite le venti abazie, che più

tardi sorsero dai conventi venuti a numero sì grande da renderne

difficile il conto. La loro copia crebbe ognor più, e sulla fine

del secolo decimo affermavasi che in Roma v’aveva venti conventi di

monache, quaranta di frati e sessanta di canonici ossiano preti viventi

sotto regola claustrale[38].

§ 4.

Stefano IV, papa. — Egli va a Lodovico. — Presto muore. — Elezione e

ordinazione precipitosa di Pasquale I. — Il falso diploma di Lodovico.

Dopo una vacanza di dieci soli giorni, fu eletto papa un uomo romano

di nascita illustre, Stefano diacono, figlio di Marino. S’affrettava

egli a significare i sensi della sua soggezione al Principe supremo

di Roma; faceva che il popolo romano giurasse fedeltà all’Imperatore,

e gli spediva suoi legati che scusassero lui e i Romani per ciò che

senz’altro era stato consecrato[39]. Questo primo avvenimento di

una mutazione nel pontificato che accadesse dopo la restaurazione

dell’Impero romano, sollevava parecchie questioni sui rapporti

che intercedevano fra il Papa e l’Imperatore: pertanto Stefano IV

in persona andava a Francia. I torbidi prima avvenuti in Roma, la

contrarietà dei nobili, il bisogno di conseguire guarentigie con un

nuovo patto di confermazione, e, vale altresì aggiugnervi, il desiderio

di ungere imperatore Lodovico che era stato già coronato, e di far

tenere quella cerimonia in conto di un diritto pontificio per guisa che

non potesse più preterirsi, erano tutti motivi che inducevano il Papa a

intraprendere tostamente il suo viaggio. Le relazioni che passavano fra

Stefano e Lodovico erano differenti da quelle che s’erano strette fra

Leone III e Carlo. Nella mente degli uomini, Leone s’era quasi levato

al di sopra di Carlo benefattore suo, e s’era sdebitato di tutti i suoi

oblighi poichè gli aveva cinto il capo della corona dei Romani, laddove

Lodovico or si trovava verso il Pontefice in condizioni di independenza

assoluta. Il novello Papa vedeva di contra a sè un Imperatore possente,

che per diritto di eredità teneva omai possedimento legittimo della

podestà imperiale, mentre egli non aveva con lui rapporti personali

di sorta. Lo impensierivano perciò le condizioni in cui il Papato

trovavasi verso l’Impero, sebbene dalla bontà o piuttosto dalla

debolezza d’animo del pio Lodovico non avesse ragioni di temenza.

Accompagnato da Bernardo, il Papa arrivava nel Settembre dell’anno

816 a Reims, dove l’Imperatore lo accoglieva con officî di venerazione

profonda. Il prete avventurato lo ungeva del sacro crisma, e, insieme

colla moglie Irmengarda, lo coronava nella cattedrale di quella

città; indi tornavasi a casa sua regalato riccamente, e sopra tutto

provvisto della confermazione dei possedimenti, dei privilegî e delle

immunità, di cui la Chiesa romana era investita[40]. A conforto dei

Romani, fra i quali correva un mormorìo di mal contento, ei recava

in dono la liberazione di tutti coloro, che, esiliati nelle terre di

Francia, vi espiavano la loro ribellione contro Leone III, e dei quali

con sue suppliche Stefano aveva ottenuto grazia dall’Imperatore. Egli

li conduceva con sè a Roma, e fra loro pertanto saranno stati anche

Pasquale e Campulo, se a quel momento avranno ancora vivuto[41]. Poco

tempo dopo il Papa moriva, addì 24 del Gennajo 817, tre soli mesi

dacchè avea fatto ritorno in patria.

Tosto, i Romani con voto concorde eleggevano a pontefice Pasquale,

figlio di Bonoso, e senza indugio egli era anche consecrato. Pasquale

I fu uomo pio, prudente, d’animo fermo: prima di esser papa, era stato

abate di quel convento di santo Stefano che si ergeva in prossimità

del san Pietro, laonde, a differenza dei suoi predecessori, tutti

diaconi o preti, egli passava dalla cella monastica alla cattedra

pontificia. La celerità fuor del consueto, con cui avveniva la sua

ordinazione, dimostra che il clero romano con opera pronta bramava di

scongiurare il pericolo ognor più minaccioso delle pretensioni onde

l’Imperatore intendeva al diritto di dar conferma all’elezione; ed

è prova che non peranco s’era promulgata la statuizione, attribuita

erroneamente a Stefano IV, per cui s’imponeva che il Papa non potesse

più ottenere la consecrazione, se non ne avesse avuto consentimento

dall’Imperatore[42]. Però, parimenti come avea fatto il predecessore

suo, anche Pasquale reputava necessario di far nota all’Imperatore

la rapida sua esaltazione al soglio, e di tranquillarne l’animo colla

certezza che egli avea conseguito la dignità pontificia con elezione

conforme ai canoni[43]: il suo legato Teodoro tornava di Francia con un

diploma imperiale in cui si confermavano i privilegî di san Pietro.

Di questo tempo in poi, ad ogni mutazione della corona imperiale, ad

ogni novella elezione pontificia, si rinnovavano le scritture dei

privilegî antichi. I vescovati e le abazie imitavano l’esempio di

Roma, e si coglieva ogni opportunità per far convalidare con autorità

di documenti i titoli antichi d’immunità, o per farvi aggiungere

franchigie nuove. Negli archivî delle chiese si conservavano con cura

diligente le filze dei diplomi imperiali, che poco a poco vi si erano

accumulati. Nell’archivio Lateranense erano già custoditi con cura

i classici diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico, e scritte di

donazioni, di conferme d’immunità antiche e nuove, ed altri trattati

che s’erano conchiusi fra l’Imperatore e la Chiesa di Roma: se quelle

pergamene esistessero al dì d’oggi, e se l’occhio dello studioso

potesse prenderne conoscimento, esse sarebbero di inestimabile soccorso

a scriver la storia. Or nell’anno 817, si aggiungeva a quei documenti

il diploma di Lodovico il Pio, il quale fuor d’ogni dubbio non era

altro che la rinnovazione di quello che il suo cancelliere, un anno

prima, aveva dato a papa Stefano[44]. Questa scrittura ottenne in tempi

assai posteriori celebrità d’importanza grandissima: la si falsò nel

suo tenore; accosto alla donazione di Pipino, la si elevò al grado

di una donazione ampia oltre ogni limite, e con audacia se ne trasse

il fondamento di nuovi e larghissimi possedimenti della cattedra

pontificia e di privilegî rilevanti.

Per non dire che delle cose più sorprendenti, Lodovico il Pio, oltre

alla signoria su di Roma e del Ducato, oltre alla conferma delle

donazioni di Pipino e di Carlo, avrebbe con quel diploma fatto dono

al Papa dei patrimonî delle Calabrie e di Napoli, e perfino del

pieno possedimento delle isole di Corsica, di Sardegna e di Sicilia:

finalmente ei vi avrebbe proclamato che ai Romani si spettava libertà

completa di eleggere e di ordinare il Papa, senza che occorresse

qualsiasi preventiva approvazione dell’Imperatore. Ma la storia

ripudia queste favole, perocchè a luce di sole essa dimostri cogli

avvenimenti suoi, che l’Imperatore continuò a esercitare la sovranità

sopra di Roma: ed offre prova che in quel tempo i Greci possedevano

le Calabrie e Napoli, Sicilia e Sardegna, mentre Bisanzio, riposando

sul patto mercè cui erasi stabilito il riconoscimento dei territorî

che spettavano alle due parti, mantenevasi in pace coll’Imperatore

occidentale; e questi difficilmente avrebbe rotto l’amicizia per donare

a san Pietro estensione di province che non erano sue, nè per titolo

giuridico, nè per possesso[45].

Alla perfine, anche la libertà di ordinazione del Papa, è contraddetta

da un celebre documento de’ tempi di Eugenio II.

Il Libro Pontificale non fa pur motto del documento di Lodovico. I

diplomi di Ottone I e di Enrico I, che la Chiesa annovera fra i più

ragguardevoli atti di donazione e di conferma dei diritti suoi e che

essa ordina in serie con la scritta di Lodovico, dimostrano di ignorare

financo che quest’ultima esista, sebbene quei diplomi si riferiscano

con espresso discorso alle scritture di Pipino e di Carlo. Si trova

menzione di essa soltanto ai giorni di Gregorio VII, al momento delle

controversie sulla eredità della contessa Matilde, chè allora si ebbe

falsificato con addizioni il diploma di Lodovico, affine di dare un

fondamento antico e largo alle pretensioni di Roma[46].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 8 / 35 题