Don Rocco sembrava istupidito, e don Lucio peggio di lui. Nel versare

il caffè al canonico la mano di don Rocco tremava.

--Avete sentito?--disse il canonico.--È morto _Bismarco_. I francesi

saranno contenti.... Sì, molto zucchero.... altrimenti il caffè non mi

fa digerire... E anche voi, don Rocco.

--Io? chi lo conosce costui?--rispose don Rocco.

--Il vostro _Barbanera_ ha indovinato. _Morte di un alto personaggio!_

annunziava per la prima quindicina di questo mese.

--Era alto!... Più alto di Lucio?--balbettò don Rocco.

--Un omaccione, dicono. Ma non si tratta di questo. _Alto_ significa:

importante: _alti personaggi_ sono i re, il papa, certi ministri....

E vedendo il viso che faceva don Rocco nell'udire questa spiegazione,

il canonico Stella e il dottor Lopiro scoppiarono in una gran risata.

Il canonico, preso da un colpo di tosse, sbrufava il caffè che stava

per sorbire.

--Che vi eravate... figurato? Ah! Ah! Ah!

Don Rocco piangeva dalla contentezza. Sì, si era figurato--lo

confessava ingenuamente--che il _Barbanera_ indicasse.... E non avea

voluto dir niente al suo povero fratello, e avea cercato di farlo

morire sazio di piatti dolci... almeno!... Un alto personaggio!... Oh!

Egli aveva passato due mesi d'inferno, con la gran paura di vederselo

cascar davanti, morto di un colpo!... Sapeva assai lui che _alto_

volesse anche dire!...

Solo don Lucio non rideva, pensando che il fratello ora gli avrebbe

fatto scontare tutti quei piatti dolci datigli a mangiare in due mesi!

E infatti....

=OH, QUEL SILENZIO!=

AL DOTTOR MARIANO SALLUZZO.

Perchè non rispondeva mai? Perchè--visto che le mie recriminazioni

erano ingiuste,--ella non si ribellava, con la parola, col gesto, con

lo sguardo almeno? Taceva! E dal suo bianco volto non traspariva

niente di quel che doveva certamente vibrare in fondo alla sua anima

contristata.

Ora io capisco quanto sono stato crudele, e per ciò non so perdonarle

neppur dopo morta. E se talvolta penso che forse ella mi ha compatito

e mi ha perdonato, il profondo rancore contro di lei, mi rende quasi

pazzo. La sua vendetta è terribile!

Ero geloso, sì, stupidamente geloso, irragionevolmente geloso; ma non

doveva ella intendere che la mia gelosia proveniva da eccesso di

amore?

Lo ha compreso e per questo taceva? No, amico mio; lo avrei

indovinato. Quella sua anima è rimasta un tetro mistero per me.

Me la veggo sempre dinanzi, bianca, esile, con gli occhi azzurri

limpidi e luminosi che sembravano un lembo di cielo sorridente; con le

labbra leggermente rosee, che conservarono fino all'ultimo la loro

freschezza simile a quella di un fiore umido di rugiada; con la

espressione di dolcissima grazia, che dava alla sua persona

l'apparenza di una creazione di arte più che di terrena realtà. Ed ho

sempre nell'orecchio il suono della sua voce, le inflessioni della sua

parola che si modulavano in deliziosa melodia, e mi commovevano e mi

turbavano come una carezza spirituale anche nei momenti più spietati

delle mie gelose irruzioni; e all'idea che ella ha potuto sopportare

rassegnatamente le torture che le ho inflitto per due anni, ora per

ora, giorno per giorno, incessantemente, raddoppiando tanto più la mia

ferocia quanto più la vedevo docile, rassegnata a quella tortura, e

senza che io abbia mai potuto scoprire quali sentimenti si

nascondessero sotto così incredibile docilità, sotto così

inesplicabile rassegnazione, sento vacillarmi la ragione; e sento di

odiar Gemma, ora che non è più, per lo meno quanto l'ho amata ed

adorata vivente.

Ti sembra forse possibile che una donna rimanga la stessa, di fronte a

un'inattesa e quasi improvvisa mutazione dell'animo di colui che le

avea promesso la felicità e le dava l'inferno?

Non dirmi: Perchè no? Tenti invano d'illudermi e di consolarmi. Non

voglio essere consolato. La mia sciagura è ormai irreparabile.

Ella ha voluto andar via, senza darmi la sodisfazione di una risposta

qualunque. Si è lasciata morire, impenetrabile al pari di quelle

Sfingi che spalancano gli occhi privi di sguardo in faccia ai

viaggiatori tra le arene che circondano le Piramidi egiziane, e non

interrogano nè rispondono da mille e mille anni. Così lei.

Ho quasi perduto, a furia di pensarci su, la nozione del tempo. La

interrogo da quattro anni, o da un'infinità di anni questa misteriosa

Sfinge che mi è stata davanti prima viva e mi sta egualmente davanti

morta, e che da morta non risponde alle mie insistenti interrogazioni,

come non rispose mai, mai, da viva! In certi momenti non saprei dirlo.

Mi sembra che tutta la mia vita sia trascorsa in questo atteggiamento

di continua interrogazione, in quest'ansiosa aspettativa di una

risposta, in questa desolata disperazione di riceverla, un giorno!

Ella ha voluto vendicarsi in questo modo, e non poteva trovarne un

altro più straziante e più crudele.

Se fosse stata rassegnata davvero, negli ultimi istanti, quando mi

fissava in viso gli azzurri occhi già velati dall'agonia, dicendomi

con un fil di voce:--Non ti vedo più! Una nebbia mi circonda!--in

quegli ultimi momenti almeno ella avrebbe dovuto dirmi una parola

rivelatrice, una sola parola.... Niente!

Fosse anche stata una parola di disprezzo, di odio, di maledizione, ne

sarei stato sodisfatto; almeno avrei saputo qualche cosa,

all'ultimo!... Ma no, ha voluto andarsene muta, chiusa, senza uno

sguardo, nè un gesto, nè una sillaba che mi rivelasse il segreto del

suo cuore, del suo spirito. Ella! Ella che, prima, quando l'amavo e

non ero ancora geloso, mi sembrava trasparente come un cristallo,

limpida come un purissimo diamante. Allora mi bastava guardarla negli

occhi per scoprire le più lievi sfumature di sentimento nei fondi

penetrali del suo cuore, per afferrare i più rapidi pensieri che le

illuminavano come lampi la mente, dietro quell'ampia fronte che sotto

i neri capelli ondulati sembrava di finissimo avorio!

E appena gli artigli del _mostro dagli occhi verdi_ mi si conficcarono

nel cuore, appena le prime mie ruvide mosse d'impazienza, di sospetto,

di rimprovero le fecero intendere la divoratrice passione che

cominciava ad invasarmi, ella mi apparve un'altra tutt'a un tratto. Il

suo cuore si ottenebrò, ed io non potei più leggervi nulla; la sua

fronte diventò opaca, quasi la bella creatura vivente si fosse mutata

in statua che non ha anima, ma soltanto linee e rilievo di bellezza,

espressione esteriore che fa comprendere il concetto voluto

significare dall'artista, ma che non penetra, non pervade il legno la

creta o il marmo di cui essa è formata.

Se non che, invece, io sapevo che dentro quella statua c'erano e il

cuore e l'anima e lo spirito; e intanto, tra essi e me si opponeva,

insuperabile, quel silenzio che pareva mi tenesse chiusa in faccia una

porta di bronzo a cui invano picchiavo; di cui le mie mani, battendo,

quasi sentivano il diaccio; e che non risonava neppure, tanto era

solida, fusa tutta d'un pezzo. L'immagine di questa bronzea porta, in

certi momenti, si mutava nella mia alterata immaginazione in cosa

reale.

E mentre il mio geloso furore provocato da un nonnulla (ora lo

capisco) prorompeva in parole sconnesse, in urli, in gesticolazioni da

mentecatto, e Gemma mi stava immobile davanti, senza mutar di colore,

senza che nei bei occhi le si accendesse un baleno d'indignazione o di

pietà, senza che le sue rosee labbra s'increspassero lievemente sotto

il vituperio di accuse, di sospetti, di insulti che la investiva, io

ero tentato di percuoterla al petto, dove mi sembrava fosse quella

inespugnabile porta di bronzo.... E non mi spauriva l'idea di

commettere anche un delitto!

No, ella non ha avuto nessuna pietà di me! Se ne avesse avuta, si

sarebbe difesa, avrebbe protestato, avrebbe pianto; avrebbe risposto

alle accuse con altre accuse, ai sospetti con altri sospetti, agli

insulti con altri insulti, a torto o a ragione, non voleva dir

nulla.... No, no, ti ripeto, non ha avuto nessuna pietà di me! Si è

vendicata con quel terribile silenzio, con quell'orrida rassegnazione,

e senza mostrare, neppur con un cenno, che si stimasse vittima

innocente.... della mia stolta gelosia!

Fece peggio! Mi nascose il suo male, si lasciò struggere a poco a

poco; e soltanto pochi giorni prima della catastrofe, quando ogni sua

energia era finalmente esaurita, soltanto allora mi annunziò con voce

esile ma ferma:

--Dino, mi sento morire!

Ed io, sciagurato, non lo credetti! E il giorno che non potei più

dubitare,... sai tu qual fu il pensiero che mi sconvolse, che mi

riempì gli occhi di infocate lagrime di rabbia?--Ella mi sfugge! Ella

mi sfugge! Ella se ne va senza dirmi il suo segreto!--Ed è stato così!

Così!

E tu dici: Era una santa!--Una santa senza pietà? Senza carità? Oh no!

Il perdono non è muto....

UN'ARIA DI CIMAROSA

A BRUNA.

Tra i ricordi della mia fanciullezza--disse Forcelli--c'è una gentile

figura....

--Vizioso fin da bambino!--lo interruppe Miozzi, ridendo.

--.... una gentile figura di vecchina--continuò Forcelli senza

badargli--che mi torna alla memoria ogni volta che sento qualche

spigliata melodia del secolo scorso. Era cugina di mio padre e viveva,

sola sola, in una casetta più vecchia di lei, dove tutto era vecchio

come lei e d'onde tutto è sparito con lei, molti e molti anni fa. Si è

salvata dal disastro--e non so come--soltanto una spinetta barcollante

sui tre piedi, con la cassa tarlata anche allora, coi tasti ingialliti

e sconnessi e col pedale rotto e accomodato alla meglio con spago. Ho

voluto lasciarla tal quale, e la tengo in un canto del mio studio per

ricordo di colei che mi ha fatto godere le più dolci impressioni

musicali di vita mia. Ho detto: più dolci e non più intense, caro

maestro--egli soggiunse, rivolgendosi a colui che scoteva la testa

protestando e quasi commiserandolo, da quel rabbioso wagnerista che

era.

--Volevo ben dire!--rispose questi.

--Andavo spesso dalla cugina, come tutti la chiamavamo in famiglia,

perchè ella mostrava una grande predilezione per me. Ero il vivente

ritratto del nonno, secondo lei; e infatti ella mi aveva imposto il

soprannome di Nonnino. Confesso che abusavo volentieri di questo

privilegio, permettendomi in casa sua tante e tali capestrerie, delle

quali il babbo e la mamma non avrebbero tollerato le più piccole e più

innocenti.

--Ah, Nonnino! Nonnino!--ella mi sgridava, minacciando con l'indice

della mano destra.

Ma subito rideva.

Ora, uno dei miei più piacevoli divertimenti consisteva, in principio,

appunto nel tempestare con le mani, quasi coi pugni, sui tasti di

quella misera spinetta, che fremeva e strideva con tutte le corde di

rame e sembrava chiedere aiuto contro lo strazio che le infliggevo.

La cugina accorreva da qualunque punto della casa, curva, strascicando

le ciabatte, sgridandomi da lontano:

--Ah, Nonnino! Nonnino! No, no; la spinetta, no! Questa non si tocca.

E infatti non la toccai più dal giorno, che la cugina, per indurmi a

lasciare in pace il suo caro strumento, mi disse:

--Quando vuoi, suono io la spinetta e ti canto anche una bella

canzonetta che potrai imparare a memoria.

--E a suonare m'insegnerai?

--Non saprei insegnarti, Nonnino mio!

Così mi contentai della canzonetta, accompagnata dall'argentino

frinire di quelle corde, che oggi, a confronto del suono di un

pianoforte, sembrerebbe ronzìo di zanzara.

Oh, non era una sonatrice e nemmeno un'abile cantante! Sapeva fare

pochi accordi e replicava sempre quell'unica canzonetta allegra,

spigliata, che assumeva nello stesso tempo un'espressione malinconica

pel suono tremulo della voce. Anche gli accordi tremolavano, perchè le

dita della vecchierella avevano perduto ogni agilità. A me, canzonetta

ed accordi sembravano cosa maravigliosa, e volevo riudirli più di una

volta, di sèguito, quando andavo dalla cugina.

--Come si chiama questa canzonetta?--le domandai un giorno.

--Il matrimonio segreto.

--E chi l'ha fatta?

--Il maestro Cimarosa.

--Lo conosci?

--No.

--Dunque, come l'hai appresa?

--Me l'ha insegnata... mia madre.

--Che vuol dire: matrimonio segreto?

--Vuol dire che si sono maritati di nascosto.

--Perchè?

--I parenti forse non volevano.

--Ti sei maritata di nascosto tu?

--Non mi sono maritata mai!

--Perchè?

Oh, gli importuni e inevitabili perchè dei bambini!

La cugina, quella volta, tentò di sorridere: ma, accarezzandomi i

capelli e balbettando:--Perchè.... Perchè....--aveva le lagrime agli

occhi.

Ella era morta da un pezzo quando, tornato dall'Università, rividi in

casa nostra la spinetta a lei così cara. Mi rivenne subito alla mente

quella scena dimenticata, e fui commosso per l'intimo triste dramma

che l'aria o la canzonetta (come ella diceva) di Cimarosa lasciava

immaginare.

Io non ho visto rappresentare il _Matrimonio segreto_ del gran

musicista d'Aversa, o non ho mai voluto riudire da altra voce la

canzonetta della quale ho dimenticato le parole e il motivo, pur

conservando la indefinita sensazione dell'allegra e alata melodia, a

cui la tremula voce della cugina comunicava anche un senso di dolce

tristezza. Mi sarebbe parso di profanare qualche cosa di sacro,

sovrapponendo all'infantile e delicata sensazione una sensazione

recente che, forse, avrebbe potuto affievolirla o farla sparire.

E, per ciò, conservo nel mio studio la tarlata spinetta, di cui

parecchie corde sono già rotte e attorcigliate e i tasti più sconnessi

di una volta e il pedale guasto e accomodato con spago.

Spesso, fumando una sigaretta, sdraiato su una poltrona, mi compiaccio

di fantasticare la misteriosa tragedia del cuore della vecchia cugina,

e penso che la canzonetta di Cimarosa ha dovuto essere per lei

un'ineffabile consolazione nella lunga tristezza della solitaria sua

vita.

NON PREDESTINATO?

A GIUSEPPE COSTANZO.

--Io non credo alla fatalità--disse Oddo Remossi--almeno nel modo in

cui generalmente s'intende. Per quanto si voglia ingrandire l'azione e

l'influenza delle circostanze esteriori ed ereditarie, resta sempre un

largo margine dove può trovar posto la libertà individuale. Solamente

avviene che noi non ci opponiamo a bastanza a quelle forze, diciamo,

nemiche che ci stanno dattorno. Spesso, pur troppo! non ne abbiamo il

tempo, nè il modo. La vita c'incalza; la stessa civiltà che dovrebbe

renderci più indipendenti e più liberi, ci costringe a una schiavitù

di atti e di pensieri di cui non ci rendiamo mai conto. Oggi nessuno

di noi avrebbe il coraggio di soffiarsi il naso con le dita, come il

gran Cavaliere della Mancia e qualche raro contadino attuale. La

schiavitù del fazzoletto vi sembra poca cosa? Ne ridete? Ebbene,

tant'altre schiavitù di idee non sono meno ridicole di essa.

Rifletteteci un po', e ve ne avvedrete.

--Che c'entra tutto questo con la fatalità?--disse Mazzani.

--C'entra--rispose Remossi--perchè noi sogliamo chiamare _fatali_ quei

fatti dei quali non riusciamo a scorgere la concatenazione e la

logica.

--Troppa filosofia e, mi sembra, sprecata a proposito di un

avvenimento così meschino e comune come quello di cui ragioniamo!

Gramoglia aveva parlato senza togliersi di bocca il sigaro gustato

beatamente, stando sdraiato su la poltrona, su la _sua_ poltrona, da

lui chiamata così perchè ogni volta che si trovava nello studio

dell'amico Remossi la voleva per sè, o preferiva di restare in piedi

se era già occupata da un'altra persona.

--Secondo te--soggiunse continuando a fumare--io dovrei ribellarmi

alla schiavitù della _mia_ poltrona che stimo tanto comoda e tanto

dolce. Perchè?

--Con voialtri è impossibile ragionare!--esclamò Remossi.--Ne volete

la prova? Vi racconterò un fatto. È autentico, autenticissimo; non lo

invento per comodo della discussione. So già, anticipatamente, il

giudizio che ne darete, e sarà la conferma di quel che sostengo.

--Non usciamo però dalla specie di fatti dei mariti fatalmente

predestinati.... Ce n'è parecchie categorie. Quella di coloro che non

hanno occhi per vedere, nè orecchie per sentire; quella di coloro che

vedono e sentono e si rassegnano al loro destino; quella di coloro che

si ribellano inutilmente, giacchè un fatto è un fatto e niente può

annullarlo dopo che esso è avvenuto. Un marito che ammazza la moglie

infedele o l'amante....

--È superfluo che tu _balzaccheggi_; la _Fisiologia del matrimonio_

l'ho letta anch'io. Che cosa voglio provarvi? Che noi ci siamo appunto

resi schiavi di un pregiudizio, o di un sentimento ridotto tale. Non

ci sono _predestinati_ nel matrimonio, ma, invece, mariti sciocchi,

imprevidenti, incuranti, mariti nervosi, irragionevoli,

delinquenti....

--Se non è zuppa è pan molle--lo interruppe Mazzani.--Ma è meglio che

tu racconti il fatto. Riprenderemo a discutere dopo.

--Eccolo--fece Remossi--coi tre soliti personaggi _Ella, Egli, Lui_.

Dispensatemi dal dire i nomi, quantunque non ci sarebbe niente di male

se io li rivelassi. Ma si tratta di un fatto intimo, saputo per caso,

e la malvagità umana è tale da poter sospettare che le cose siano

andate altrimenti di come io le ho apprese.

--Non sei assolutamente certo, dunque!--disse Gramoglia.

--Certissimo. Non ho conosciuto un uomo più savio di.... (Mi avvedo

che bisogna ribattezzare i miei personaggi per evitare confusione) di

Roberto Cagli. La natura e le circostanze lo avevano singolarmente

dotato. Era quasi ricco, di eccellente famiglia, e bell'uomo per

giunta. Aveva studiato molto, senza prendere una professione. Le

professioni stimava tiranne, e voleva godersi le fortunate circostanze

che gli permettevano di restare indipendente da tutto e da tutti.

Soleva dire:--Uomo perfetto è colui che può conservarsi selvaggio in

mezzo alla civiltà.--Per lui selvaggio era sinonimo di libero. A

trentacinque anni aveva sposato la donna eletta dal suo cuore, bella e

colta a bastanza. Vero matrimonio di amore, perchè la signorina...

Balestri poteva portargli appena un modesto corredo per dote. I primi

anni del loro matrimonio erano trascorsi felici, e la felicità,

evidentissima, dei due sposi destava ammirazione ed invidia. Nessuno

però osava pensare d'intorbidirla. La signora Cagli veniva stimata una

di quelle donne che, anche per indole, rimangono superiori a ogni

insidia. Ma, pur non essendo diversa la convinzione di suo marito,

egli non tralasciava di tenerla d'occhio, di osservarla senza averne

l'aria e lasciandole amplissima libertà. Qui entra in scena _lui_, il

terzo, il serpente tentatore, secondo la leggenda, se può dirsi tale

uno che in un certo momento, nel momento più pericoloso e quasi

decisivo, rinunziava alla sua parte: era, naturalmente, il più intimo

amico del marito. Conformità di sentimenti e di idee, oltre a

circostanze delle due famiglie, avevano legato Roberto Cagli ad Adolfo

Gissi con un'amicizia più che fraterna sin dai primi anni della loro

giovinezza. Avevano studiato insieme, e fatto insieme qualche piccola

stravaganza. Il matrimonio dell'uno, che sembrava avesse dovuto

rallentare la loro intimità, l'aveva anzi rafforzata. Era un bell'uomo

anche Gissi, di carattere gioviale però, e con parola facile e

colorita, che formava un po' di contrasto col carattere più serio e

contegnoso del suo amico.

La signora Cagli, da principio, si sentiva quasi intimidita davanti a

quell'espansione di allegria che il Gissi metteva nella conversazione

ogni volta che veniva a trovarli o che era invitato a pranzo, cosa che

accadeva una volta la settimana, a giorno fisso. (Cagli aveva voluto

mantenere quella sua abitudine di scapolo). Poi....

Una mattina, non ricordo per quale circostanza, Roberto Cagli era

andato dal suo amico, e lo aveva sorpreso occupatissimo a preparare le

valige.

--Parti?

--Intraprendo un lungo viaggio.

--Come mai non me n'hai detto niente?

--Sarei venuto ad accomiatarmi questa sera.

--E dove vai?

--Non lo so; lontano.

--Che mistero è questo? Hai tu dunque dei segreti per me che per te

non ne ho avuti mai?

Gissi lo guardò negli occhi; anche il suo amico lo guardava

intentamente; pareva volessero scrutarsi a vicenda.

--Che ti accade?--disse Cagli.--La nostra amicizia mi dà il diritto di

farti questa domanda con la certezza di ottenere una schietta e

sincera risposta.

--Forse non hai bisogno che te la dia--rispose Gissi.

--Non capisco. Commetteresti una indegna azione se non mi dicessi la

verità.

--Vi sono cose in questo mondo che non si possono nè si devono

confidare neppure al più intimo amico.

--A un intimo amico qualunque, sì; non a me.

E tutti e due rimasero interdetti di parlarsi con tanta insolita

severità.

--Hai ragione!--esclamò Gissi dopo un istante di esitanza.

Si passò due o tre volte una mano su la fronte, fece qualche sforzo

quasi per trattenere le parole che stavano per sgorgargli dalle

labbra, poi, prorompendo, disse:

--Parto perchè... amo tua moglie!

--Ella lo sa?--domandò tranquillamente Cagli.

--Sì--rispose Gissi, chinando dolorosamente la fronte.

--Non c'è altro?...

--Oh! Sono gentiluomo e sopratutto amico; non dovresti dubitarne un

solo momento.

--Non ne ho dubitato, e non ne dubito. Mi ero accorto che mia moglie

cominciava ad amarti. È un'anima nobile ed onesta anche lei. Di che

cosa avete paura tutti e due?

--Della nostra fragilità. Come non intendi...?

--La tua partenza, in ogni caso, non rimedierebbe a nulla.

Peggiorerebbe la situazione. Sei un uomo?

--Lo vedi. Un altro....

--Precisamente perchè non sei quest'altro tu devi restare. Se ti

ostinassi a partire, io avrei ragione di supporre che cedi a un

tardivo rimorso.

--No, te lo giuro!

--Non occorreva giurarmelo.

--Restando non potrei più frequentare la casa tua. Che direbbe la

gente?

--Non mi sono mai curato di quel che la gente può pensare o dire di me

e dei fatti miei; intanto non avrà da pensare e da dir niente, perchè

tu continuerai, tu devi continuare a frequentare la mia casa come hai

fatto finora. Sei un uomo? Il tuo dovere è di vincere te stesso. Dammi

la tua parola di onore che farai come io voglio.

Per quanto Gissi conoscesse l'animo del suo amico, non rinveniva dallo

stupore di sentirlo parlare a quel modo. Gli era balenato il sospetto

che quella tranquillità apparente nascondesse un tranello; l'uomo non

è sempre un eroe, in ogni circostanza, anche quando è dotato di tutte

le qualità che producono l'eroismo, egli pensava. Ma il rapido

sospetto era sparito dopo le ultime parole del suo amico.

--Ti dò la mia parola di onore!... Rifletti però... te ne prego.

--Per lei, forse? Senti: io sono sicuro di vedere un prodigio. Non

credo alle passioni fulminanti, al _coup de foudre_ dello Stendal. Noi

commettiamo cattive azioni, perchè ci diciamo che non sapremmo non

commetterle, intendo parlare specialmente delle cattive azioni

passionali. Se guardi bene dentro te stesso, vedrai che tu hai

lusingato, accarezzato, e non inconsapevolmente, sensazioni che

avresti potuto con facilità soffocare nel momento che cominciavano a

determinarsi. La tua rettitudine di animo ti ha ora suggerito un mezzo

violento che, come tutte le violenze, può produrre, anzi, produrrà

certamente effetti contrari a quelli preveduti. Se vuoi la tua, la mia

e la tranquillità di lei....

Insomma Gissi dovette arrendersi in faccia a così incredibile mitezza.

Avvenne, lo stesso giorno, una scena che può sembrarvi strana ma che

raggiunse lo scopo voluto. Gissi non se l'aspettava. Era andato, come

per una solita visita, in casa del suo amico. La signora Cagli si

trovava in salotto col marito che l'avea pregata di suonare mentre

egli finiva un sigaro dopo la colazione.

--Continua!--disse alla moglie che cessava di suonare all'inattesa

apparizione.

Ella sapeva che Gissi doveva partire senza più rivederla, dopo che in

un istante di debolezza si erano lasciati sfuggir di bocca il loro

reciproco segreto, o piuttosto dopo che l'imprudenza di Gissi le aveva

strappato una confessione che l'aveva fatta piangere indignata contro

di lui e di sè stessa.

E soltanto per nascondere il suo turbamento, riprese a suonare; smise

dopo poche battute.

--Dunque--disse Roberto Cagli--voi due vi amate o state per amarvi...?

Gissi scattò in piedi, pallido, portando disperatamente le mani alla

testa; la signora chinò la fronte sul leggìo del pianoforte mezza

svenuta.

Delitto ideale · 第 5 / 8 段