cuore di miss Nelly non c'era più posto per me. Vi eravate rifugiati
nel salottino in fondo, così stranamente illuminato con piccoli globi
a colore.... Vi avevo visti sparire e non avevo resistito all'ansietà
di sorprendere--ho vergogna di confessartelo--una parola, un gesto che
potesse confermare il mio sospetto.... Eravate seduti in un angolo....
Non vi accorgeste di me.... Fu un istante.... Tu stavi a capo chino,
con le mani strette accoste al mento e miss Nelly si asciugava gli
occhi....
--È vero.--Ho bisogno di parlarle--mi aveva detto sotto voce. E con
la scusa di mostrarmi un idolo giapponese, regalo di suo fratello
alla mamma, arrivato da Lione il giorno avanti, mi aveva condotto
nello strano salottino, dove quei piccoli lumi con globi a colore
diffondevano fantastica luce attorno all'idolo istallato in un
angolo su una specie d'altare.--Sono stata troppo dura e
inconsiderata con voi--disse.--Volevo chiedervene scusa per lettera
da Kiel; me n'è mancato il coraggio.--Eccesso di delicatezza da
parte vostra--risposi.--Lasciatemi parlare--continuò.--Avevate
ragione. Allorchè una donna dice a un uomo quel che io ho osato di
dire a voi l'altra volta, merita anche una risposta peggiore di
quella che voi mi dèste.... Ma io ero turbata da un'illusione;
credevo che il mio contegno v'impedisse di aprirmi l'animo vostro, e
pensai di porgervi un mezzo per vincere il ritegno che vi faceva
indugiare. Mi attendeva uno scatto.... Invece, voi foste glaciale,
riserbatissimo. Quando, il mercoledì appresso, già stavate per
parlare.... Oh, avevo sofferto tanto in quei giorni di intervallo!
Mi ero sentita così avvilita, così offesa dalla vostra inattesa
esitazione!.... E v'interruppi bruscamente, con la malvagia volontà
di prendermi una rivincita.... Vi prego di perdonarmi; sono stata
perversa. Me ne pentii quasi sùbito. L'orgoglio ci fa commettere
tante cattive azioni!--Ma niente affatto!...--Sì, sì!... Ditemi che
mi avete perdonato,... che mi perdonate! Io non ho saputo indovinare
quale sarebbe stata la risposta che stavate per darmi. Se fosse
quella che mi ero lusingata di ricevere....--Ah, Nelly!--la
interruppi, prendendole le mani che ella abbandonò tra le mie.--È
stata una disgrazia! La mia risposta non era, forse, quella che io
avrei voluto darvi e che voi desideravate, ma non tale però da
precluderci l'avvenire; mentre oggi....--Non mi resse l'animo di
andare innanzi. Vidi riempirsi di lagrime quei begli occhi che mi
fissavano con vivissima ansietà, e le sue labbra, improvvisamente
impallidite, agitarsi per balbettare:--È dunque vero.... quel che mi
hanno detto?--Non voglio ingannarvi, non posso mentire; sarebbe
pietà troppo crudele, e indegna di voi e di me.--Ella pianse un po'
in silenzio. Estremamente commosso, io la pregavo di frenarsi. Se
qualcuno fosse venuto a sorprenderci?--La colpa è stata mia!...
Debbo scontarne la pena!--ella disse, asciugandosi lestamente gli
occhi, e facendo sforzi per rimettersi. Io potevo padroneggiarmi a
stento. In quel punto ho capito come mai un'onesta persona possa
talvolta lasciarsi indurre a commettere un'inesplicabile infamia.
Pensavo all'_altra_, avevo il cuore, o meglio, i sensi invasati
dall'_altra_, che fidava nella mia parola come io fidavo nella sua,
e intanto ci mancò poco, assai poco, che io non mi lasciassi
lusingare dalla circostanza di giocare una partita doppia con lei e
con miss Nelly. E, guarda stranezza della vita! avrei fatto bene.
Per comportarmi onestamente, mi sono, forse, lasciato scappar di
mano la felicità!
--E forse--soggiunse Punzi--l'hai fatta perdere a un altro!
--Mi è rimasto nella memoria l'idolo giapponese che ci guardava da
quell'angolo con gli occhi di vetro enormemente spalancati, nelle cui
pupille si riflettevano le fiammelle colorate dei lumi, e non ho
potuto dimenticare le ultime parole di miss Nelly, quasi un
singhiozzo:--Sempre tardi!--
--Sempre tardi?... Perchè?...
--È il segreto di quell'anima dolorosa, ed io non ho ardito di
domandarle una spiegazione. Sempre tardi! Potrebbe essere il motto di
tante buone creature di questo mondo. Motto esplicativo di mille
oscure tragedie della vita, non meno triste, anzi assai più triste di
quelle che finiscono con un veleno o con un colpo di pistola; tragedie
che tormentano lunghe esistenze, e non hanno neppure il compenso di
destare interesse e commozione attorno a loro.
--Magro compenso!--esclamò Punzi.
--Dopo, quando miss Nelly non era più qua ed io non sapevo dove poter
rintracciarla, ho sentito schiudersi nel mio cuore il germe nascosto
di un affetto che avrebbe dato certamente un altro indirizzo alla mia
vita. Ed ora che la so morta a Calcutta....
--È morta?
--Lo ignoravi?... Ora mi par di avere qualche cosa che mi si
imputridisca nel cuore e vi spanda miasmi deleteri.
--Oh, rassicùrati!--fece Punzi.--_Vita mors est, et mors vita_, ha
detto qualcuno.
DOLORE SENZA NOME
A SALVATORE LI GRECI.
Quella figura di donna sembrava non riuscisse a liberarsi
dall'opprimente involucro della creta che ne accennava le forme.
Soltanto la testa si ergeva con fierezza, quasi tirasse violentemente
in su la massa dei capelli spioventi su le spalle ignude e la schiena
arcuata, ma che si confondevano con le carni per mancanza di
modellatura. E siccome la stecca dello scultore non le aveva ancora
aperto gli occhi, così il bellissimo volto ovale prendeva espressione
di tale disperata angoscia da far proprio male a guardarlo.
Che cosa volesse rappresentare con essa il giovane scultore Vittorio
D'Arèba non avrebbe saputo dirlo neppur lui.
Quel doloroso atteggiamento gli era balenato nella fantasia con tanta
precisione di particolari, ch'egli si era illuso di poter terminare il
bozzetto in due o tre giorni. Invece eran trascorse parecchie
settimane, e la tormentata figura femminile apparsagli dinanzi, come
balzata a un tratto fuori dal nulla e con tutta l'armoniosa perfezione
della forma scultoria, non arrivava punto a vincere le inattese
esitanze della mano.
Dati qua e là rapidi colpi di pollice e di stecca, impostati i
pezzettini di creta nervosamente spiaccicati o arrotondati tra le
dita, e tòltine via, con rabbiosa scontentezza, altri riconosciuti
superflui dal severo giudizio dell'occhio, egli rimaneva ritto,
immobile, davanti al bozzetto che gli pareva non acquistasse nelle
linee e nella fattura l'impronta di spontaneità, di vigore e di vita
del bozzetto rappresentatogli dall'immaginazione con mirabile
evidenza.
Non avrebbe dovuto far altro che copiarlo, come uno scolare il gesso
indicatogli dal professore; e intanto, appena la mano si accostava
alla creta accumulata in fretta in fretta sul cavalletto e rozzamente
atteggiata nella mossa di quel modello ideale che gli aveva dato il
maggior entusiasmo da cui si fosse sentito avvampare finora nei più
felici momenti di creazione artistica, egli incontrava una strana
invincibile resistenza, quasi il pollice e la stecca si rifiutassero
di obbedire all'intelletto che voleva adoprarli.
Caso affatto nuovo per Vittorio D'Arèba, che sapeva di possedere il
dono d'una rara facilità di improvvisazione, senza nessun pregiudizio
dell'efficace modellatura appropriata a un bozzetto.
Più nuovo assai però era il sentimento di profonda tristezza da cui si
sentiva invadere di giorno in giorno nella lotta contro
quell'incredibile impotenza che lo teneva ostinatamente chiuso nello
studio dalle otto di mattina alle sei di sera, e che gli faceva
sfuggire gli allegri ritrovi di amici e di confratelli d'arte da lui
frequentati per riposarsi dall'assiduo lavoro giornaliero e per
prendervi anche alimento di forze produttive tra le calorose
discussioni.
Alcuni dei più intimi amici eran venuti a picchiare più volte alla
porta del suo studio nella solitaria casa, in piena campagna, in una
traversa di via Flaminia; ma la porta era rimasta inesorabilmente
chiusa davanti ai seccatori che lo irritavano con quelle interruzioni
e che pareva venissero a posta per fargli smarrire l'impeto di
esecuzione proprio sul punto che stava per prorompere trionfante.
Allora egli si lasciava cascare, sfinito, sul vecchio canapè addossato
al muro, con le braccia rotte da inesplicabile stanchezza, la testa
abbandonata sul petto, e non osava di guardare la maledetta figura che
si contorceva, appena abbozzata, col fiero gesto di tirar
violentemente in su la massa spiovente dei capelli.
E come quella figura ancora informe sembrava soffrisse orrendamente
per l'inane sforzo contro la inesorabile fatalità che la teneva
impigliata nell'umido blocco di creta dove si disegnavano appena le
curve del seno, del ventre e delle anche, così egli sentiva, ora, di
soffrire quanto non aveva mai sofferto, quasi pure il suo spirito si
dibattesse impacciato da nodi interiori e non potesse liberamente
trasfondersi in quell'opera, che ormai aveva il fascino delle cose
vietate o stimate impossibili a esser raggiunte e, ciò non ostante,
desiderate e rincorse con indomabile ardore.
Immenso fu poi il suo stupore la mattina in cui si accorse che il
sentimento di profonda tristezza dal quale veniva torturato da una
settimana, non riguardasse se stesso e la inettitudine di raggiungere
la giusta forma della sua opera d'arte, ma fosse invece vivissima
partecipazione al disperato dolore di quella figura che cominciava a
sembrargli persona viva, forse--egli aveva voluto darsi una
spiegazione del fenomeno--per l'intensa e lunga contemplazione che gli
faceva scorgere nell'opera non finita di abbozzare l'espressione che
gli stava in mente e che avrebbe dovuto animarla se egli fosse
riuscito a modellarla fortemente.
--Ma non riuscirò!--sospirava.
Gli sembrava anzi di aver già commesso un delitto, condannando
la bellissima creatura--Dove l'avea vista? Come l'aveva
conosciuta?--all'ineffabile tortura di quell'atteggiamento da
cui egli più non si sentiva capace di liberarla. E quest'idea,
dapprima pàrsagli sciocca o pazza, lo penetrava ogni giorno più,
gli dava un senso di rimorso, che però non era senza mistura di
compiacimento, giacchè non a tutti poteva accadere un caso
uguale; ed esso indicava una forza, un potere intelligentissimo
in colui che era arrivato, sia pure inconsapevolmente, a quel
tentativo.
E per ciò egli tornava tuttavia a chiudersi nello studio di buon'ora e
ne usciva a sera tarda. Ma chi avesse potuto osservarlo ritto davanti
al bozzetto, con gli occhi fissi in esso, e che guardavano e non
vedevano, distratti da qualche oscuro fascino dal quale veniva
interrotta la corrente di impressioni tra i sensi e lo spirito; chi
avesse potuto osservarlo, specie in quegli ultimi giorni, quando stesa
la mano verso la figura con un briciolo di creta su la punta
dell'indice, egli si arrestava esitante con un tremito nel braccio,
quasi temesse di compire una profanazione posando quel briciolo sul
nudo corpo della formosissima donna, quantunque la modellatura ne
fosse rimasta più accennata che sviluppata; chi lo avesse, finalmente,
osservato nei lunghi intervalli di sosta, buttato sul canapè, col viso
contratto, con le mani brancicanti la stoffa di esso in atto di
strapparla, non avrebbe mai immaginato che il giovane artista avesse
perduto la giocondità di spirito, con cui riusciva gratissimo nei
ritrovi e nelle relazioni sociali, unicamente perchè la mancata
creazione artistica gli dava la pazza convinzione che una creatura
umana soffrisse nell'opera sua.
--Dove l'aveva vista?... Come l'aveva conosciuta?--se lo domandava
spesso e inutilmente.
Quella mattina, avviatosi per lo studio, aveva indugiato davanti a una
vetrina di acqueforti moderne e di riproduzioni fotografiche di
capilavori di pittura.
--Ah!... Sei vivo?
E sentì afferrarsi un braccio dalla poderosa mano dell'amico che lo
apostrofava con quelle parole.
--Che fai? Lavori almeno, o ti sei perduto anche tu dietro qualche
gonna, come l'imbecille di Dorini?
--Lasciami stare!--rispose Vittorio D'Arèba.
--Scoraggiamenti dunque? Tanto meglio. Soltanto gli sciocchi sono
contenti di loro stessi.
--Se tu sapessi quel che mi accade!
--Quel che accade a tutti e che ognuno di noi suppone caso speciale,
eccezionale.... Sentiamo!
Giulio Nolli soleva parlare così, con aria tra autorevole e beffarda,
che lasciava incerti coloro che non ne conoscevano la vasta cultura e
il fine ingegno di critico d'arte, s'egli fosse un gran pedante o un
pallone gonfiato di vento.
Vittorio D'Arèba, che ne apprezzava moltissimo i giudizi e i consigli,
a quel _Sentiamo!_ si scosse, pentito di essersi lasciato scappar di
bocca un principio di confidenza che sarebbe stato assai scortese
interrompere.
--Può darsi--rispose.--Tu forse non lo crederai, tu che non stimi,
come tanti altri, che la facilità d'esecuzione sia tra le qualità
inferiori dell'ingegno artistico (e spesso ti sei compiaciuto di
rallegrartene con me) tu non crederai che io stenti da un mese e mezzo
a tirar innanzi... una cosina da niente... una figura di donna in
vigoroso atteggiamento. Mi è apparsa così davanti agli occhi, mi sta
fissa così davanti agli occhi, meglio di un modello reale... e
intanto....
--Chi sa che concetto, chi sa che simbolo ti sei messo in testa di
esprimere! Giacchè ormai anche voialtri scultori volete contribuire al
benessere sociale, alla civiltà, all'emancipazione delle plebi...! E,
col pretesto del concetto e del simbolo, fate brutte statue
inguardabili o non riuscite a farne neppure brutte.
--Niente affatto, caro mio. Ho veduto, meglio, ho fantasticato, o,
meglio ancora, mi si è presentata improvvisamente all'immaginazione
questa figura che.... che non so dirti che cosa voglia esprimere con
quel suo doloroso atteggiamento; e mi son messo subito ansiosamente a
ritrarla, a eseguirla. Credevo di sbrigarmene in due o tre giorni; e
son là, da un mese e mezzo, non sapendo come finir di abbozzarla, di
abbozzarla soltanto! Questo stranissimo fatto mi ha talmente
impressionato, che in certi momenti--non stralunare gli occhi!--mi par
d'impazzire.
--Eh! Eh!
--Perchè l'immaginazione mi fa vedere tanta vita in quella figura di
donna, da darmi un pungentissimo senso di pena, quasi....--non
stralunare gli occhi!--quasi io non mi trovi davanti a un'incompiuta
opera d'arte, ma assista, impotente di soccorrerla, al martirio di una
creatura umana attratta in un agguato per colpa mia.
--Eh! Eh! Bisogna vedere questo miracolo!
--Quest'infamia, dovresti dire. Mi vergogno di me. Sono
incretinito!.... Sto per smarrire la ragione!
--Il primo caso è più probabile.
Ma un'affettuosa stretta di mano fece capire a Vittorio D'Arèba che il
suo amico scherzava.
Il giovane scultore si schermì un pezzo contro le insistenze del
critico d'arte che voleva accompagnarlo a ogni costo allo studio; alla
fine si arrese.
--Mi saprai consigliare.
--Non occorrerà.
Giulio Nolli si arrestò, increspando le sopracciglia, alla vista del
bozzetto e, con grande stupore dell'artista, rimase lungamente assorto
a contemplarlo da tutti i lati, senza punto curarsi dell'ansietà con
cui quegli doveva attendere il responso di lui.
--Oh! È un portento!--esclamò all'ultimo il Nolli.--Hai fatto il tuo
capolavoro. Non farai niente di meglio in avvenire, te lo dico io.
--Ti beffi di me?
--E sei davvero incretinito, se non comprendi il valore di
quest'opera, che ha un solo irrimediabile difetto--soggiunse il Nolli
non ancora sazio di ammirare:--dovrà rimanere quel che è, un bozzetto.
Nessuna abilità di esecutore potrà tradurlo in marmo conservandone la
freschezza del tocco, l'incompleto. Non ardire di lavorarvi più;
sciuperesti questa terribilità di espressione che risulta appunto da
quel che il tuo istinto d'artista ti ha preservato di alterare dando
maggiore finitezza alla modellatura.
Vittorio D'Arèba era commosso, con gli occhi pieni di lagrime che gli
velavano l'opera sua.
Intanto il critico, continuato a profondersi in elogi, a sviluppare
ampiamente il concetto risultante da quella tormentata figura,
domandava all'artista:
--Tu dunque non hai pensato niente di tutto questo?
--Niente!
--Benissimo. Le vive forze della Natura creano così, con misteriosa
inconsapevolezza; e l'ingegno artistico, che è una delle tante forze
naturali, non può agire altrimenti. Fa' formare sùbito e poi fondere
in bronzo il tuo bozzetto. Sentirai che scoppio alla prossima
esposizione!
--Mah...?--fece il D'Arèba con trepidante gesto interrogativo.
--Come battezzarlo? Ecco: _Dolore senza nome!_
--Grazie!... È proprio così! balbettò lo scultore.
E sentiva dentro di sè tutta l'angoscia di quel dolore senza nome, che
intanto gli si trasformava--prodigio dell'arte!--in infinita dolcezza.
L'INGENUITÀ DI DON ROCCO
A GRAZIA DELEDDA.
Dall'anno che gli avevano fatto nascere il dubbio che l'edizione del
_Barbanera_ da lui comprata era falsa--e don Rocco Aragona aveva
dovuto convincersene perchè di tante predizioni di guerre, di disastri
di terra e di mare, di morti di regnanti, terremoti etc., non se n'era
avverata neppur una!--egli aveva usato la precauzione di farsi spedire
l'almanacco dall'editore di Fuligno, _raccomandato_: e il giorno che
il postino gli recava a casa il grazioso volumetto con la copertina
azzurra, era proprio una festa per don Rocco, che si metteva subito a
leggere le _predizioni_, unica cosa di cui s'interessasse.
Il _Barbanera_ gli arrivava ordinariamente verso i primi di novembre,
ed egli stava in ansiosa aspettativa fino a' primi mesi dell'anno
nuovo, rileggendo di tratto in tratto, le terribili pagine che
annunziavano tutti i guai dell'annata, mese per mese, e che, secondo
lui, non mancavano mai di avverarsi.
La sua fede nell'astrologo disegnato sul frontispizio era
straordinaria.
Ogni volta che suo fratello don Lucio, a desinare o a cena, gli
riferiva la notizia letta nei fogli in _Casino_, don Rocco scattava:
--Barbanera lo aveva predetto!... Terremoto?
--Ma non dice dove--rispondeva don Lucio ridendo sarcasticamente.--A
questo modo faccio l'astrologo anche io!
--Barbanera li aveva predetti!... Disastri in mare?
--Sfido! È la stagione.
E così quel lunario era divenuto tra i due fratelli una delle tante
occasioni di dissensi, quasi ne mancassero tra loro, a cominciare
dalle discordanze che si era compiaciuta di produrre tra essi madre
Natura.
Don Lucio passava i due metri di altezza: don Rocco era nàchero.
Magro, vestito sempre di nero, col gran palamidone miracolosamente
conservato quasi nuovo, da una dozzina di anni, a furia di spazzole e
di cure meticolose, con la tuba ricambiata ogni tre anni, e la grossa
canna d'India corrispondente alla statura, don Lucio aveva una gravità
di aspetto e di modi da ingannare chi lo vedeva la prima volta avanti
di sentirlo parlare. L'illusione spariva appena egli apriva bocca.
Siete più bestia di quanto siete lungo!--gli diceva spesso il dottor
Lepiro nella farmacia del _Gobbo_. E non aveva torto.
Basso, tondo, roseo di carnagione, con la pancia sporgente su le
gambine un po' curve come quelle di un cavallerizzo, con gli occhi
azzurri ma stupidi e la fronte mangiata da capelli folti ed irsuti,
don Rocco faceva capire subito quanto poco cervello dovesse essere
dentro quella testa piccola a foggia di pera; esso aveva la
discrezione di parlar poco e di parlare soltanto di cose di campagna.
Mentre don Lucio se la spassava tra il _Casino_ e la farmacia del
_Gobbo_, spropositando di politica e di cose municipali, egli badava
alle seminagioni, alla raccolta del grano e degli ulivi dei due
possedimentucci che formavano il loro comune patrimonio, e non aveva
tempo di occuparsi delle sciocchezze di cui s'interessava tanto suo
fratello e che lo rendevano ridicolo.
Don Rocco però era l'amministratore e teneva a stecchetto il fratello
che non guardava molto pel sottile nello spendere qualche paio di
lire, di tanto in tanto, per certe leccornie ch'egli ordinava alle
monache del Monastero vecchio famose pei dolci. A don Rocco quelle
poche lire sembravano gran sciupìo: egli solo sapeva quel che ci
volesse per metterle insieme. E così al dolce si mescolava sempre per
don Lucio l'amaro di una lite a tavola, e il broncio di don Rocco che
durava parecchi giorni.
Quell'anno l'almanacco del _Barbanera_ era arrivato appunto dopo una
di queste liti, in giorni di broncio, e don Rocco, che soleva
comunicare al fratello le predizioni, aveva spinto la dimostrazione
del suo malumore fino a nascondere sotto chiave l'almanacco, perchè
don Lucio non potesse leggerle neppure nell'assenza di lui.
Don Lucio, che era anche piccoso, gli aveva domandato:
--Che cosa predica l'Astrologo per l'anno nuovo? La prossima fine del
mondo?
Don Rocco, guardatolo compassionevolmente, non gli aveva risposto
nulla.
Qualche settimana dopo, don Lucio stupiva di veder in tavola uno di
quei famosi dolci, pretesto di liti e di bronci tra loro.
--Come mai? Sei ammattito?
--Me l'ha regalato la Badessa, per ringraziarmi di un servizietto.
Don Rocco ne prese appena una fettina e lasciò che il fratello
mangiasse golosamente tutto il resto.
La settimana appresso, nuovo dolce.
--Come mai? Regalo anche questo?
--Mangialo, e non badare ad altro.
Don Lucio non se l'era fatto dire due volte e non si era accorto che
il fratello avea dimenticato di gustarne un pezzettino.
Egli osservava, con maraviglia, quel mutamento di contegno e avrebbe
voluto trovarne la ragione. Don Rocco ora non lo contradiceva più,
anzi preveniva i suoi desideri; e siccome il gran debole di lui erano
i dolci, egli non ardiva, ogni volta che ne trovava uno in tavola,
domandare al solito:--Come mai?--Lo mangiava zitto zitto, ma un po'
impensierito. Suo fratello doveva essere vicino a morire, se si
mostrava cambiato tanto e quasi tutt'a un tratto!
Da un mese e mezzo, nessuna lite, nessun'ombra di broncio tra loro.
Don Lucio si vedeva guardato con una specie di tenerezza
compassionevole e s'inteneriva alla sua volta. Ne aveva fin parlato
nella farmacia del _Gobbo_, ripetendo:--Mio fratello morrà presto, non
lo riconosco più!--
E trovando ora, quasi ogni giorno, un nuovo piatto dolce in tavola,
pur lasciandosi vincere dalla gola, lo mangiava con un senso di
rimorso che gliene guastava il sapore.
--E tu? Tu non ne mangi? Perchè?
Due lagrime spuntarono negli occhi di don Rocco e gli scivolarono su
per le gote rosee e paffute.
--Che hai? Che cosa è stato?
--Niente!
E don Rocco si levò di tavola per andare a chiudersi nella sua camera.
Don Lucio rimase interdetto.
Prima di mettersi a tavola, suo fratello gli aveva domandato più
volte:
--Come ti senti?
Perchè? Egli si sentiva benissimo, non si era anzi mai sentito così
bene come allora. Che cosa significava dunque quella domanda? Era
malato e non se n'accorgeva? E volle saperlo.
--Mi hai domandato più volte: Come ti senti? Perchè? Che ti pare?
Invece di rispondere alla domanda, don Rocco avea domandato alla sua
volta:
--Non ti senti proprio niente?
--Che cosa dovrei sentirmi? Mi metti paura.
--Non badarmi. Mi sono ingannato... Credevo....
Il giorno dopo, don Lucio fu stupito di due cose; della vista di due
piatti dolci invece di uno e della presenza del dottor Lopiro
straordinariamente invitato a desinare.
Il dottore, prima di mettersi a tavola, gli avea sussurrato in un
orecchio:
--Vostro fratello vuol proprio morire! Inviti a pranzo, dolci!... o
ammattisce, come voi dite.
Don Rocco aveva un viso così strano, così funebre che suo fratello
proruppe:
--Ma che hai? Si può sapere?
--Che ho?... Che ho?... Ne abbiamo quindici oggi?
--Ebbene?--fece il dottore.
--Dottore, non mi chiedete altro! E tu mangia tranquillo.... Due
dolci!... Voglio mangiarne anche io.... quantunque mi piacciano
poco....
Ma si vedeva benissimo che faceva un gran sforzo per apparire allegro.
Teneva fissi gli occhi in viso al fratello, quasi si aspettasse da un
istante all'altro qualcosa di straordinario, e nello stesso tempo si
maravigliasse di non vederlo accadere. Verso la fine del pranzo
arrivava il canonico Stella.
--Avete voluto che venissi a prendere il caffè da voi.... Che belle
notizie?... Sponsali prossimi?