immaginare che cosa sarebbe stato un uomo se diverse in tutto o in
parte fossero state le sue circostanze. Chi può dire che cosa avrebbe
scritto Dante se non fosse stato bandito, o che cosa avrebbe fatto
Napoleone se fosse nato un secolo prima? Una logica inesorabile
governa tutte le opere umane; se noi possiamo credere di disporre
liberamente della nostra vita e del nostro pensiero avvenire, non
possiamo negarne, anzi continuamente ne discopriamo la rigorosa
determinazione nel passato. Pertanto è impossibile giudicare quel che
sarebbe avvenuto di Giacomo Leopardi in circostanze diverse dalle sue;
ma questo rigore di determinazione egli stesso dimostra, anche senza
volerlo. Non c'è uno solo dei suoi giudizii che non sia suggerito da
un'impressione ricevuta; i fatti esercitano una continua influenza sul
suo pensiero. A Bologna gli uomini gli parvero “vespe senza pungolo.„
Perchè? Perchè vi fu bene accolto. Milano fu detta da lui “insociale„
perchè non fu contento dell'accoglienza che vi trovò. A Napoli, sul
principio, sentendosi soddisfatto, lodò l'indole “amabile e benevola„
degli abitanti; poi, trovatosi male, capovolse il suo giudizio. Egli
espressamente confessa quanto gli riuscisse funesto l'essersi visto
disprezzato e fuggito a Recanati: “cosa che per altro ha pregiudicato
per sempre al mio carattere.„ Confessa ancora che tra le cause della
sua malinconia a Roma, gran parte ha la sua “particolare costituzione
morale e fisica.„ Se, anche restando a Recanati, le malattie gli danno
tregua, queste tregue suscitano “qualche speranza di potermi rifare
mutando vita.„ Se appena egli potesse occuparsi a suo agio negli
studii, la sua disperazione sarebbe mitigata: “Dici troppo bene ch'io
forse non m'accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana
se potessi ancora trattenermi negli studi.„ Basta talvolta la primavera
a consolarlo: “Io sento riaprirsi l'animo al ritorno della primavera,
chè certo due mesi addietro ero stupido, insensato in modo, ch'io mi
faceva maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione
in questo mondo....„ Egli definisce anche meglio il mutamento che le
mutate sue condizioni producono in lui quando si duole col Giordani
perchè questi è caduto nella stessa malattia d'animo che ha afflitto
lui: “dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco
e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che
producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il
corpo e segnatamente de' nervi, e totale uniformità, disoccupazione
e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni
operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose,
e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi
io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono
migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire,
e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità
mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e
necessaria.„ Basta che la sua salute risenta un poco di giovamento dal
clima di Pisa, che egli non tremi più dal freddo, che possa passeggiare
lungo l'Arno, che mangi con appetito, che abiti una camera a ponente,
sopra un grande orto, tra buona gente; che la vita gli costi quanto la
sua misera borsa gli consente di spendere, perchè tosto egli si senta
rivivere, e torni a far versi, e canti il suo _Risorgimento_:
Credei ch'al tutto fossero
In me, sul fior degli anni,
Mancati i dolci affanni
Della mia prima età:
I dolci affanni, i teneri
Moti del cor profondo,
Qualunque cosa al mondo
Grato il sentir ci fa.
Quante querele e lacrime
Sparsi nel novo stato,
Quando al mio cor gelato
Prima il dolor mancò!
Mancâr gli usati palpiti,
L'amor mi venne meno,
E irrigidito il seno
Di sospirar cessò!
Piansi spogliata, esanime
Fatta per me la vita;
La terra inaridita,
Chiusa in eterno gel;
Deserto il dì; la tacita
Notte più sola e bruna;
Spenta per me la luna,
Spente le stelle in ciel.
. . . . . . . . . .
Tale era il suo stato: egli non aveva forza di lamentarsi, non chiedeva
conforto, era immerso come in un letargo dal quale nulla riusciva
a destarlo; desiderava la morte, ma gli mancava anche la forza di
esprimere a sè stesso questo desiderio. A un tratto non si riconosce
più:
Chi dalla grave, immemore,
Quiete or mi ridesta?
Che virtù nova è questa,
Questa che sento in me?
Moti soavi, immagini,
Palpiti, error beato,
Per sempre a voi negato
Questo mio cor non è?
Siete pur voi quell'unica
Luce de' giorni miei?
Gli affetti ch'io perdei
Nella novella età?
Se al ciel, s'ai verdi margini,
Ovunque il guardo mira,
Tutto un dolor mi spira,
Tutto un piacer mi dà.
Meco ritorna a vivere
La piaggia, il bosco, il monte;
Parla al mio core il fonte,
Meco favella il mar.
Chi mi ridona il piangere
Dopo cotanto obblio?
E come al guardo mio
Cangiato il mondo appar?
Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non
vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è
totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non
sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro
che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè
nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito
del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane,
di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è
più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio
determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto
proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la
sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale.
Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli
ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i
suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda
di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita:
“Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al
quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici,
appunti, note, ecc. cominciando dal _Porphyrius_. Egli, se piacerà a
Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me
ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia
consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle
idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed
utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come
perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in
Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio
stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la
critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo
conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto
da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora
meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre
era contrariato in qualche cosa, diceva: _ah, ho inteso, ho inteso:
la mamma è cattiva_. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi
la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con
altrettanta semplicità.„
Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il
rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo
con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo
persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che
questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò
facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere
corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente,
allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note
come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella
infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia;
ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri,
ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed
io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei
stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del
1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad
effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva
con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del
'32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e
due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la
malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al
giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in
cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto
tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto:
“La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra
i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente
il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che
la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il
risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come
sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende
soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo
il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono
avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed
immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o
nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue
sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale?
Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza
delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile,
che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò?
Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli
fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e
riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da
trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze
esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la
sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a
un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione
fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva — e per la
legge dell'amor proprio doveva volere — che fosse appresa come una cosa
seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne
le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche
concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può
dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della
calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e
persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare
che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità
“si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono
tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di
molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano,
che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale
ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente
determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un
frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta,
la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è
male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro
giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa
necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una
forma di ribellione.
Nè, da un'altra parte, il suo pensiero fu realmente tutto determinato
dai soli casi della sua vita, dalle “circostanze materiali„ dalle
“sofferenze particolari„ dalle “malattie.„ Noi possiamo trovare
nelle storie esempii di vite più infelici ancora di quella del
Recanatese, senza che per questo i disgraziati abbiano tutto negato;
ne troveremo molti che si sono contentati, che si sono confortati;
qualcuno anche che ha riso d'un riso schietto. Ma l'esperienza del
dolore è acquistata, nel Leopardi, da uno spirito inquieto la cui
inquietudine è cresciuta per effetto dell'educazione. Già vedemmo che
il colore del tempo nel quale egli visse fu grigio. Nel suo dolore
e nel suo pessimismo sono pertanto da distinguere due gradi, ed egli
stesso li distingue. Quando dice che vive “malinconico, solitario e
tristo„, quando scrive: “Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia
che cresce ogni giorno„; quando loda la noia e i “dolci affanni„,
quando narra che aver pianto a Roma sulla tomba del Tasso è l'unico
“_piacere_„ che abbia gustato nella città eterna; quando compone il
_Passero solitario_, _L'Infinito_, _La sera del dì di festa_, _Alla
Luna_, _Consalvo_, le poesie idilliache, elegiache, dove la tristezza
è composta, dove il dolore è indefinito, egli è un romantico come
tutti gli altri. I disinganni inevitabili ai troppo immaginosi, le
ferite inevitabili ai troppo sensibili, l'esperienza di alcuni dolori
reali, gli avrebbero fatto esprimere quella malinconia diffusa, quasi
grata, quasi soddisfatta di sè stessa, che i poeti e i novellieri e i
filosofi del suo tempo espressero concordemente. Egli sa che c'è, ed ha
realmente provata la malinconia dolce e grata; ma perchè i suoi dolori
non ebbero limite, perchè lo perseguitarono sino alla morte, perchè
egli non potè godere, questo sentimento che è come “un crepuscolo„
dà luogo alla malinconia “nera e solida„ che è “notte fittissima e
orribile.„ Guardate il dolente Chateaubriand: non ebbe egli i suoi
piaceri, le sue fortune, i suoi trionfi? Il suo pessimismo è pertanto
temperato. Un giorno egli scrive: “Ne désirons point survivre à nos
cendres, mourons tout entiers de peur de souffrir ailleurs. Cette
vie-ci doit corriger de la manie d'être.„ Non è la stessa idea che
informa tanta parte degli scritti del Leopardi? Ma lo Chateaubriand,
se arriva a concepirla, non la svolge, non la estende, non la sostiene,
non ne fa un articolo della sua fede; non la mette neppure in un libro,
l'annota in un manoscritto pubblicato dopo la sua morte; fate che, dopo
averla concepita, le sventure d'ogni sorta lo perseguitino ogni giorno
e lo schiaccino: egli vi tornerà sopra, la svilupperà, l'affermerà —
come ha fatto Giacomo Leopardi. Noi già notammo che questi non stima
sempre bella e buona la morte: perchè dunque la giudica “atra„, perchè
la chiama “abisso orrido, immenso?„ Perchè si duole che la vecchiezza e
la morte abbiano principio fin da quando
il labbro infante
Preme il tenero sen che vita instilla,
e non si possano emendare dalla
Nonadecima età più che potesse
La decima o la nona, e non potranno
Più di questa giammai l'età future?
Se egli fosse costantemente persuaso che la morte è un bene, il solo
bene, si dorrebbe così? Se si duole, ciò è perchè non sempre il suo
pensiero è tutto ottenebrato: vi sono momenti durante i quali egli
pensa che la morte è un male, il peggiore, con la vecchiezza che menoma
le potenze vitali delle creature; e pertanto che la vita è un bene
vero; che la vita dei giovani, calda, operosa, feconda, dischiusa a
tutte le impressioni della natura, confusa nel gran torrente della
vita universale, è il bene sommo, il miracolo dell'universo. E non
solo il rigore spaventoso del suo destino gli vieta di fermarsi in
questi concetti perchè brutalmente interrompe le sue tregue; non solo
l'esempio di tanti dolenti lo conferma nella sua tristezza; ma la
stessa disposizione della sua mente lo conduce alla negazione assoluta.
Forse, attenuate le sue disgrazie, il suo pessimismo non si sarebbe
attenuato in proporzione. Avendo cominciato a considerare la miseria
del mondo e la vanità delle cose, egli sarebbe arrivato, con minore
esperienza del dolore, a conclusioni non molto diverse. Per l'acutezza
della sua sensibilità egli doveva naturalmente esprimere un giudizio
disperato ad ogni impressione dolorosa; ma egli non era soltanto
sensibile, era anche riflessivo. Noi trovammo in lui un potente spirito
filosofico, l'attitudine, l'abitudine, il bisogno di procedere dal
noto all'ignoto, dal particolare al generale, dal fatto alla legge.
Una mente così logica non poteva credere che il dolore del quale egli
era vittima fosse un'eccezione, una rarità, una cosa tutta fortuita;
se l'uomo, se il poeta gli si ribellavano — come si ribellarono tante
volte — il filosofo doveva vedervi un fatto naturale, necessario;
e del fatto accertato doveva indagare la cagione, e trovarla in una
legge. Il filosofo, vedendo l'uomo penare, doveva guardarsi attorno
per considerare se queste pene fossero realmente singolari, se agli
altri uomini fossero proprio sconosciute; e osservando la vita e
leggendo le storie doveva scoprire che, esacerbato in lui, il dolore
è retaggio di ogni uomo. Egli udì i lamenti esalare dagli oppressi
petti dei suoi simili, in ogni tempo, in ogni luogo. Intorno a lui
egli trovò altrettanti fratelli in tutti i romantici. Classico, seppe
che gli antichi erano assuefatti a credere “che le cose fossero cose
e non ombre„ e la felicità “possibilissima a conseguire, anzi propria
dell'uomo.„ Ma se la visione della vita e del mondo fu un tempo
generalmente luminosa e serena, non per questo mancò l'esperienza
del dolore. Anche gli antichi sentirono quel che c'è d'incompiuto,
di manchevole, d'incerto nel destino umano, e conobbero l'enormità
del fato che ci sovrasta, e non furono esenti dalle lacrime; così il
Leopardi discoprì nella invidiata serenità dell'ideale pagano le ombre
che la velano; e discopertele affermò l'universalità del dolore.
Ecco: “il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del tempo si annoiò
della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì....
Or pensa, se l'immortalità incresce agli Dei, che farebbe agli
uomini.... Gl'Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non
si può penetrare, nè per terra nè per acqua; ricchi d'ogni bene; e
specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe;
potendo, se io non m'inganno, essere immortali, perchè non hanno
infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè vizi nè
colpe, contuttociò muoion tutti: perchè, in capo a mille anni di vita,
o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in
mare, e vi si annegano.„ Ancora: “Bitone e Cleobi fratelli, un giorno
di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro
della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella
supplicò la dea che rimunerasse la pietà de' figliuoli col maggior bene
che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali,
come avrebbe potuto, e allora si costumava; fece che l'uno e l'altro
pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad
Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero istanza ad
Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette
giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese.
La settima notte mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno
a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga....„ Se favole
simili dimostrano che la morte non è un male, ma il premio più insigne;
hanno i filosofi antichi espresso molta fede nella vita? Seneca “non
trova contro al timore altro rimedio più valevole della considerazione
che ogni cosa è da temere.„ Il consiglio di Senofonte significa che
il godimento dei beni è poco grato se manca la speranza di maggiori
beni futuri: “consiglia che avendosi a comperare un terreno, si compri
di quelli che sono male coltivati; perchè, dice, un terreno che non è
per darti più frutto di quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto
farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio....„ Ma questa
aspettazione dei beni, questa ricerca della felicità, come è oggi
causa dei più amari disinganni, così era giudicata anticamente: secondo
Bione boristenite “i più travagliati di tutti sono quelli che cercano
le maggiori felicità.„ Bruto giudicò la virtù “una parola nuda„,
Teofrasto negò la gloria e disse che la morte sopravviene non appena
l'uomo comincia a vivere; gli stoici insegnarono che per ottenere la
felicità non c'è altra via che rinunziarla; Virgilio “contro l'uso
dei Romani antichi, e massimamente di quelli d'ingegno grande, si
professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una
cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua
natura, anzi che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio,
che come bene.„ Ma come enumerare tutti gli antichi dolenti? Tristano,
vedendo rifiutata da tutti la sua filosofia dolorosa, crederà che sia
di sua propria invenzione: “ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era
tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi
più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi
di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità
umana; e chi di loro dice che il meglio è non nascere, e per chi è
nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore
in giovinezza; ed altri altre cose infinite su questo andare.„ E se
Porfirio pensa di uccidersi, non trova forse antichi esempi di uomini
che vollero morire “per tedio solamente, e per sazietà dello stato
proprio.... quali erano coloro che udito Egesia, filosofo cirenaico,
recitare quelle sue lezioni sulla miseria della vita; uscendo dalla
scuola andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per
soprannome _il persuasor di morire_?...„