insegnato le verità, credono alla propria eccellenza! L'umorista trarrà
ancora da questa superba pretesa le sue risa più sonore. Prometeo è
malcontento della sentenza del collegio delle Muse: il vino, l'olio
e le pentole sono stati preferiti all'invenzione sua: il genere
umano, il modello di terra col quale egli formò i primi uomini. E
quando Momo dubita che l'uomo sia la miglior opera, la più perfetta
creatura del mondo, l'inventore scommette di scendere con lui nelle
cinque parti del globo per farlo ricredere. Calati in America, si
trovano fra i Cannibali, dove un selvaggio mangia arrostito il corpo
del proprio figliuolo; calati in Asia, trovano che una vedova è arsa
viva, come vuole la legge, insieme col morto marito. Prometeo non si
dà per vinto, considerando che tutti costoro sono barbari, e aspetta
di visitare l'Europa civile; ma il suo compagno già gli fa osservare
che se gli uomini fossero un genere perfetto, non avrebbero bisogno
d'incivilirsi, non dovrebbero essere distinti in barbari e civili;
e che la parte incivilita è troppo piccola, paragonatamente a tutta
l'altra; e che questa famosa civiltà di Parigi e di Filadelfia non è
ancora compiuta; e che, per arrivare a un grado incompiuto di civiltà,
gli uomini hanno dovuto penare per un tempo lunghissimo; e che le
loro invenzioni più singolari e proficue hanno avuto origine dal
semplice caso; e che la civiltà, una volta ottenuta, non è stabile,
ma può cadere e disperdersi, come tante volte è successo, secondo
insegnano le storie. Per tutte queste ragioni, la sentenza di Prometeo
non sarà da modificare dicendo che il genere umano è sommo, sì, ma
nell'imperfezione anzichè nella perfezione?.... Prometeo non risponde,
e cala con il compagno a Londra; dove vedono una gran folla attorno
a una casa: un uomo si è ucciso, ed ha ucciso con sè i figliuoli,
non già per esser povero, o disperato, o infelice; ma per tedio della
vita, lasciando raccomandato a un amico il suo cane.... “Momo stava per
congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra
la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita, e voleva
anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide
volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione della vita
i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne, e senza curarsi di vedere le due
parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.„
Così, quantunque il Leopardi abbia voluto assicurare che il suo riso
sia noncurante, esso viene dal dolore ed è pieno di dolore. L'ironia
si alterna col pessimismo; certe volte, come nella _Palinodia_, si
confonde con esso. Se per la sua sfiducia nella vita e nell'umanità
vede che ridono di lui, ridendo egli confessa al Capponi d'avere errato
e assicura di essersi ricreduto:
Aureo secolo omai volgono, o Gino,
I fusi delle Parche. Ogni giornale,
Gener vario di lingue e di colonne,
Da tutti i lidi lo promette al mondo
Concordemente. Universale amore,
Ferrate vie, molteplici commerci,
Vapor, tipi e _cholèra_ i più divisi
Popoli e climi stringeranno insieme:
Nè meraviglia fia se pino o quercia
Suderà latte e mèle, o s'anco al suono
D'un _walser_ danzerà. Tanto la possa
Infin qui de' lambicchi e delle storte
E le macchine al cielo emulatrici
Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
Che seguirà; poichè di meglio in meglio
Senza fin vola e volerà mai sempre
Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.
Perciò gli uomini non mangeranno più ghiande — se la fame non li
costringerà; il danaro sarà disprezzato — ma saranno tenute da conto le
cambiali. E la guerra non cesserà, e il vero merito sarà sfortunato,
e la frode regnerà sempre, e della forza si farà sempre abuso. Ma
se queste “lievi reliquie„ del passato resteranno in mezzo all'età
dell'oro,
nelle cose
Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
Fia la mortal felicità. Più molli
Di giorno in giorno diverran le vesti
di lana o di seta. I rozzi panni
Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
Chiuderanno in coton la scabra pelle,
E di castoro copriran le schiene.
Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
Certamente a veder, tappeti e coltri,
Seggiole, canapè, sgabelli e mense.
Letti ed ogni altro arnese, adorneranno
Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
E nove forme di paiuoli, e nove
Pentole ammirerà l'arsa cucina.
Egli continua così a deridere, fingendo d'ammirarlo, il progresso
umano; quando a un tratto depone l'ironia e torna alla sfiducia, alla
persuasione del dolore:
Quale un fanciullo, con assidua cura,
Di fogliolini e di fuscelli, in forma
O di tempio o di torre o di palazzo,
Un edifizio innalza; e come prima,
Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
Per novo lavorìo son di mestieri;
Così natura ogni opra sua, quantunque
D'alto artificio a contemplar, non prima
Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
Le parti sciolte dispensando altrove.
E poichè le cose umane sono distrutte da questa natura crudele,
varia, infinita una famiglia
Di mali immedicabili e di pene
Preme il fragil mortale, a perir fatto
Irreparabilmente: indi una forza
Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
E di fuor da ogni lato, assidua, intenta,
Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,
Essa indefatigata; insin ch'ei giace
Alfin dall'empia madre oppresso e spento....
L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel
concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli
vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della
Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della
memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda
bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare
di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per
una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza
comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio
ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle
barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di
cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare
parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare
quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che
io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con
istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare
le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per
costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una
figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le
calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino
dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi,
generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili
a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori
e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano.
Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle
flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane,
che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal
freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle
coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio
modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi
della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella
le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla
a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei
che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato
smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non
bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che
giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi
alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi
“che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è
più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità
che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu
non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami
e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai
terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro
piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non
le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda
più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei
era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che
chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti
vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua
maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere
immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse
“che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria
degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro
fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice
alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava,
perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via
quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso
che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si
muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto,
e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un
pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le
lische....„
Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha
dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini,
quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso
prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della
patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare
la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla
loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo
scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto
un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che
il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più
brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora
perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi
anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano
bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e
delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per
le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra
specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione:
“Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita,
avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non
è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono
disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba
ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e
pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia
rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto
a proposito....„
Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore;
e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo
salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia,
e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè
sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli,
sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre
l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa
aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„
E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa
scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai
non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici,
adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla
e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e
travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non
mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di
maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro,
e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„
E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera
e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce
che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto
di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è
dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta
le risa finiscono in lacrime.
Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità
del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso
se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo,
il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera,
si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi
facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche
fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che
quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità
di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno
ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o
pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai
soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono
aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso
è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato
primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la
civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce
per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù,
dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una
cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli
stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi
estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa
ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere
se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun
uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità,
le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati
dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare
o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo
che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si
parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu
debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente
che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose
(verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine)
non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro,
ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo
si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una
convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano
in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro
di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa
costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti
gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che
cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se
sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori,
la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose
da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono
infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi
udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro
mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i
beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho
fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e
Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina
di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate
dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole
medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„
Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della
sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste;
ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede.
L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando
gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma
dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei
disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute.
Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo
caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza
per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia.
Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio
dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva
egli — per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo
rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito
di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa
troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di
appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa
ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a
compiacergliene?... „
EPILOGO
Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi
particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed
estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il
secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure
questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti
biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo
stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes,
qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a
voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes
souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes
circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant
de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse
et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire
mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza,
ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore,
secondo il quale le sue teorie non erano “_fondate a ragione ma a
qualche osservazione parziale_,„ egli rispose al suo editore: “Desidero
che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro
sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore,
è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi
volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito,
parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima
testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa
dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità,
anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni,
sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo
poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire
che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere
effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi
attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti
di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un
poco; poi risi....„
Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non
le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa
molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano
che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del
sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici,
d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione
dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da
burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico,
io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con
licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de'
due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico,
quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno.
Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono
anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se
gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„
Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore
asiatico canta:
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini
la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come
vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro,
Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito
malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario
molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più
delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno
professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole
con quelle che il Leopardi disse in prima persona:
aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo,
e con queste altre:
E sprezzator degli uomini divengo
Per la greggia ch'ho intorno:
si vedrà che il suo disprezzo dei proprii simili dipende dal disprezzo
che egli stesso ha patito da essi. Tanto egli è persuaso di questa
verità, che le dà forza di sentenza: “Chi comunica poco cogli
uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella
solitudine, ma nel mondo: perchè l'uso pratico della vita, e non già la
filosofia, è quello che fa odiare gli uomini.„