Certamente gli antichi lodarono anche moltissimo la vita; come la

lodano anche i moderni: ad ora ad ora il pianto cessa, gli occhi

brillano, i canti di gioia riecheggiano; ma che cosa concludere?

Che vi sono due leggi, una del dolore, un'altra del piacere? Le

leggi particolari sono molte; ma dev'essercene pure una generale,

universale, la legge delle leggi, la chiave del mistero. L'appetito

di scienza che è in Leopardi filosofo non resta appagato se dalle

leggi particolari egli non assorge all'ultima, o alla prima, all'unica

certamente dalla quale tutte le altre dipendono. Ma questa verità

fondamentale nessun uomo l'ha scoperta, nessun uomo la può scoprire;

guardate: se uno s'affanna troppo a cercarla, la scienza moderna

lo chiama pazzo, lo giudica affetto da follia metafisica!... Tale

è veramente la condizione dell'intelletto umano: che esso, o deve

rinunziare a comprendere tutta quanta la verità, o deve appagarsi

di una verità non tutta vera. Il Leopardi passa dalla considerazione

del proprio dolore a quello degli altri uomini, dei vivi e dei morti;

logicamente collega tutti i fatti che lo dimostrano; da filosofo segue

“indefessamente con l'occhio dell'intelletto un ordine di verità

connesse tra loro a mano a mano„, ed arriva alla legge del dolore

universale, necessario, eterno, infinito, inconsolabile. Ma egli pur

sente d'avere esagerato. La sua teoria non è equa, come non sono state

eque tutte le altre d'invenzione umana; ed egli stesso implicitamente

lo riconosce. Filippo Ottonieri “stimava che una buona parte degli

uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari,

conseguirono questa riputazione in virtù principalmente dell'eccesso

di qualche loro qualità sopra le altre. E che uno in cui le qualità

dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro; se bene elle

fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltà far

cose degne dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o

ai futuri nè grande nè straordinario.„ Un uomo veramente, esattamente

equilibrato, che volesse e sapesse tenere conto preciso di tutto, non

solo non farebbe cose grandi o straordinarie, ma non ne farebbe neppur

piccole, non farebbe niente. Tutti i nostri giudizii sono parziali,

partigiani, appassionati, monchi; ma chi si spaventasse di questa

necessità dovrebbe continuamente tacere. Poichè il silenzio continuo

e la rinunzia totale sono impossibili in qualunque uomo, e più che

impossibili, assurdi in un ingegno, in un genio come Giacomo Leopardi,

questi formulerà postulati dei quali, mentre l'amor proprio vuole

che si riconosca l'esattezza, la ragione denunzia inconsapevolmente

l'esagerazione, perciò la falsità. Tutte le volte — e come vedemmo

non sono poche — che egli riconosce il nesso tra la sua vita e la

sua filosofia, non viene a dire, indirettamente, che la sua filosofia

sarebbe diversa se egli avesse avuto un altro destino? E questo nesso

che c'è in lui, non c'è in ogni uomo? Quindi tutte le filosofie

non sono relative e, per qualche lato, false? Egli che ha fatto

tante distinzioni tra uomini ed uomini e che si è tanto lagnato del

proprio destino, afferma pure “questa massima riconosciuta da tutti i

filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la

felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è

assolutamente eguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione

o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando,

tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto,

l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto:

perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali;

e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare è

uguale a quella che si fabbrica qualunque altro.„ Ma, come abbiamo

visto che lo Chateaubriand non mette nelle sue opere la sentenza

disperatissima sulla necessità della morte totale senza speranza di

vita futura, così il Leopardi non sviluppa nei suoi scritti il più equo

e consolante giudizio: lo esprime soltanto in una lettera alla sorella.

Una critica meschina ed arrogante ardisce cogliere in fallo queste

grandi anime, e presume di veder meglio di loro e più a dentro. Esse

vedono e sanno tutto; ma naturalmente tutti i concetti non sono e non

possono essere concordi; e fra i moltissimi bisogna pure scegliere. Il

Leopardi ha visto prima che i suoi censori quel che si può e si deve

dire contro la sua filosofia disperata; leggete il suo epistolario:

vedrete che egli vi appare meno pessimista che non nelle opere. Certo

l'esagerazione è biasimevole; ma non è altrettanto necessaria? Ecco:

per il suo bisogno di risolvere i formidabili enimmi della vita e della

morte lo hanno giudicato infermo di follia metafisica; se egli avesse

temperato il suo pessimismo, se avesse dato forza agli argomenti con

i quali sente di poterlo combattere, avrebbero provato che in lui c'è

anche la follia del dubbio.

Per fortuna questa accusa almeno non gli può esser mossa. Non ostante

le contraddizioni inevitabili, egli non dubita. È un appassionato,

un operoso ridotto contro sua voglia a discutere, ma inconsolabile

per essersi dovuto restringere ai semplici ragionamenti; tutta la

forza della sua volontà è concentrata nella sua fede — negativa,

ma incrollabile. Nel negare, egli mette lo slancio mistico dei suoi

pii antenati. Non che dubitare della sua credenza al rovescio, egli

l'afferma vivacemente, e sdegnosamente protesta contro chi ne vuol

scemare il valore, riducendola a un effetto dei suoi dolori. E non

ha torto: la sua filosofia, se è derivata dall'esperienza, è anche

scaturita dalla ragione. Ma un pessimismo soltanto filosofico e

speculativo interesserebbe i pensatori, lasciando freddi tutti gli

altri. Il pessimismo del Leopardi non è freddo, perchè il filosofo è

accompagnato in lui dal poeta; e non è falso, perchè la speculazione è

accompagnata dall'esperienza. Il filosofo che nega è anche un uomo che

soffre. Perciò egli fu, è e sarà sempre creduto.

Egli fu, è e sarà sempre ammirato perchè ha saputo definire tutti gli

aspetti del dolore umano con una forma che eccita il più grande, il

più puro, il più raro piacere. — Questo pessimismo suo, quantunque

sembri totale e insanabile, ammette un temperamento ed offre un

conforto. Egli preferisce la morte alla vita; ma la morte non consola

la vita, la distrugge: la consolazione è nell'Arte. Per quella stessa

ragione che la gioventù e l'amore sono le sole cose delle quali egli

si loderebbe, l'arte è la sua consolazione. Amore e gioventù vivono di

amene illusioni, che la vita pur troppo distrugge: l'arte crea tutto

un mondo ideale contro il quale la realtà non può nulla: in mezzo

alle peggiori disgrazie, tra i disinganni più atroci, l'artista può

rifugiarvisi. Ed egli vi si rifugia. La sua gioventù è finita prima

di cominciare; nessuna donna lo ha amato; i mali lo assediano; ma il

suo pensiero vive ed opera ad ora ad ora, e l'arte gli concede tutte

le sue grazie. Essa è per lui divina. Giudicata “inevitabile„ l'umana

infelicità, egli trova un conforto negli “studi del bello.„ Se la vita

degli uomini è tutto un ozio perchè tutto è vanità, l'arte, che pare

esercitarsi intorno a cose vane, è invece la sola attività utile,

perchè essa sola compensa la tristezza della realtà con la letizia

delle fantasie. Questo è un invertimento del giudizio comune: che

importa, se l'infelice ottiene per esso un sollievo e si riconcilia con

la vita e quasi benedice quella natura che aveva già maledetta?

FINE.

INDICE

PARTE PRIMA.

L'UOMO.

_L'indole:_ I. Il sentimento poetico Pag. 1

II. Lo spirito filosofico 11

_L'educazione:_ Classicismo e romanticismo 23

_L'esperienza:_ I. La salute 52

II. L'amore 65

III. La famiglia 94

IV. La patria 152

V. La gloria 177

PARTE SECONDA.

IL PENSIERO.

_Il pessimismo:_ I. L'illusione 193

II. La misantropia 212

III. Lo scetticismo 224

IV. La morte 237

_L'ironia_ 245

EPILOGO 278

OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO

(Edizioni Treves).

_Le donne, i cavalier'_.... Edizione di lusso, in-8,

illustrata da 100 incisioni L. 12 —

_I Vicerè_, romanzo. 2 vol. 10 —

_Una pagina della storia dell'amore_ 3 50

_L'illusione_, romanzo 3 50

_La sorte_, novelle 3 50

_La messa di nozze_, romanzo 5 —

_L'albero della scienza_, novelle 4 —

_Al rombo del cannone_ 5 —

_All'ombra dell'olivo_ 6 —

_Ironie_, novelle 4 —

_Leopardi_ 7 —

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Leopardi · 第 16 / 16 段