“Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al
Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il
Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene;
ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro
corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che
la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla
misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice
che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono
bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri,
ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli
animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi,
unicamente occupati di ciò che loro occorre:
De' bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel petto
Desìo d'esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
Condur si scopre e men gravoso il tempo
Nè la lentezza accagionar dell'ore.
Anche il Pastore canterà:
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato....
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un
inganno:
O forse erra dal vero
Mirando all'altrui sorte il mio pensiero;
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata:
Non altro in somma
Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo,
E non pur ne' civili ordini e modi,
Ma della vita in tutte l'altre parti,
Per essenza insanabile, e per legge
Universal che terra e cielo abbraccia,
Ogni nato sarà.
Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile:
Mai non veder la luce
Era, credo, il miglior....
Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior
bene dell'uomo„; e desiderata e cercata:
In cielo,
In terra amico agli infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro;
e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si
uccide,
al duro morso
Della brama insanabile che invano
Felicità richiede, esso da tutti
Lati cercando, mille inefficaci
Medicine procaccia, onde quell'una
Cui natura apprestò, mal si compensa.
Ma Saffo si dà la morte:
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi.
Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto
uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia
gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè
senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi,
nessuno lo vieterebbe loro:
A voi, fra quante
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
Figli di Prometeo, la vita increbbe;
A voi le morte ripe,
Se il fato ignavo pende,
Soli, miseri, a voi Giove contende.
E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno
paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente,
senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità
oltre umana:
Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
Regi, o la terra indegna,
E non la notte moribondo appello;
Non te dell'atra morte ultimo raggio
Conscia futura età....
.... A me d'intorno
Le penne il bruno augello avido roti;
Prema la fera, e il nembo
Tratti l'ignota spoglia;
E l'aura il nome e la memoria accoglia.
Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non
valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono,
accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate
palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„
il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato
essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola
realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il
migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando
la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato
di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da
alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi
sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni
cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta
la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è
vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata,
non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine
del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà
spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro
maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi
segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite
vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma
un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso.
Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale,
innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„
L'IRONIA.
Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che
querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose
che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo
dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle
donne, del mondo e della natura?
Già del fato mortale a me bastante
E conforto e vendetta è che sull'erba
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito
per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro
della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi
dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi
anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani
scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual
cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero
è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli
uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando,
quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore,
ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici
soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e
scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e
ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza
a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una
sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle
spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto
al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e
il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben
sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di
stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità
del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente.
“L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non
solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose
umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha
coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è
preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse
piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto:
“Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne
altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per
fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne
possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la
disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che
io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con
nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo
assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere
dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere
insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„
E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose
delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima
donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le
aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno
vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i
raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale
che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione
che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa
aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi.
Tutti non si lodano “_del fortunato secolo in cui siamo_„ per i
progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici
alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine,
“non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse
più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al
grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate
o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così
vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire,
trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia
dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare
gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte
Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del
_Cortegiano_, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti
che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire,
come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa
macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando
pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze,
si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che
fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi
all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento
zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del
Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà
scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E
DELLA FELICITà CONIUGALE.„
Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno
delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col
tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali,
ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse
macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle
grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si
abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità
dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia
o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi
dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna
degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza
e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E
l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che
rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico
assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in
giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere
il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o
per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi,
il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della
confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente;
non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e
di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande
e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ PRIMO VERIFICATORE
DELLE FAVOLE ANTICHE sarà il motto inciso sopra una faccia della
medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste
saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole
dell'egloga virgiliana: QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS
AUREA MUNDO saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà
“un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e
magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare
che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente
e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„
Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose
alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si
trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li
aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato.
Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi,
il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a
quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii.
“Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse
felice?„ — “No in verità, illustrissimo.„ — “E pure la vita è una cosa
bella. Non è vero?„ — “Cotesto si sa.„ — “Non tornereste voi a vivere
cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che
nasceste?„ — “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ — “Ma
se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti
i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ — “Cotesto non vorrei.„ —
“Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del
principe, o di chi altro?...„
Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi
struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque
del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa,
e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi
d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei
maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che
recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione,
a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni
giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota
povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto,
prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più
bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla
portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in
città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato,
figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona
dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i
premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio
e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica,
che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„
Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno
soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte
che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol
mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le
basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona
di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli
fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma
le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che
ella si rimase nel loro comune erario....„
Ride della gloria che l'esperienza gli ha dimostrato essere una parola,
non una cosa; riderà, se non della patria, dei compatriotti che non
hanno saputo restaurare la fortuna d'Italia. I _Paralipomeni della
Batracomiomachia_ sono tutta una satira dei moti del Trentuno, delle
azioni e dei costumi di quel tempo. Le rane rappresentano i preti, i
topi gl'Italiani che bandiscono la guerra ai granchi, ai Tedeschi, e
poi scappano appena se li trovano a fronte:
Guerra tonar per tutte le concioni
Udito avreste tutti gli oratori,
Leonidi, Temistocli e Cimoni,
Muzi Scevola, Fabi dittatori,
Deci, Aristidi, Codri e Scipioni,
E somiglianti eroi de' lor maggiori
Iterar ne' consigli e tutto il giorno
Per le bocche del volgo andare attorno.
Guerra sonar canzoni e canzoncine
Che il popolo a cantar prendea diletto;
Guerra ripeter tutte le officine,
Ciascuna al modo suo col proprio effetto.
Lampeggiavan per tutte le fucine,
Lancioni, armi del corpo, armi del petto,
E sonore minacce in tutti i canti
S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti.
. . . . . . . . . . . . . .
Eran le due falangi a fronte a fronte
Già dispiegate ed a pugnar vicine,
Quando da tutto il pian, da tutto il monte
Dièrsi a fuggir le genti soricine.
Come non so, ma nè ruscel nè fonte,
Balza nè selva al corso lor diè fine.
Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi
Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.
Fuggiro al par del vento, al par del lampo....
E quando poi sono al sicuro, i millantatori recitano la commedia della
Carboneria:
Allor nacque fra' topi una follia
Degna di riso più che di pietade,
Una setta che andava e che venìa
Congiurando a grand'agio per le strade,
Ragionando con forza e leggiadria
D'amor patrio, d'onor, di libertade,
Fermo ciascun, se si venisse all'atto,
Di fuggir come dianzi avevan fatto....
Il pelame del muso e le basette
Nutrian folte e prolisse oltre misura,
Sperando, perchè il pelo ardir promette,
D'avere, almeno ai topi, a far paura.
Pensosi in su i caffè con le gazzette
Fra man, parlando della lor congiura,
Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
Cantando arie sospette ivano a schiere....
Ma che è la miseria degl'Italiani paragonata alla miseria di tutto il
mondo? Ecco Ercole presentarsi da parte di Giove al padre Atlante, ed
offrirgli di sollevarlo per qualche ora dal peso della terra che il
vecchio regge sulle spalle: “Ma il mondo è fatto così leggiero,„ gli
risponde Atlante, “che questo mantello che porto per custodirmi dalla
neve, mi pesa di più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza
di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me
la porrei sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a
un pelo della barba, e me n'andrei per le mie faccende.„ Ed Ercole,
provato a tenerla un poco in mano, sente che Atlante ha detto il
vero, e s'accorge d'un'altra novità: che il mondo è muto, non batte
più di “un oriuolo che abbia rotta la molla„; per destarlo, vorrebbe
fargli toccare una buona picchiata di clava; ma ha paura di farne
una cialda o di romperlo come un uovo. “E anche non mi assicuro che
gli uomini che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni
e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un
tratto.„ Allora i due numi si mettono a giocare alla palla con la
terra; ma essa piglia vento, perchè è leggera: “Cotesta è sua pecca
vecchia, di andare a caccia del vento....„ Anche il Folletto e lo Gnomo
vedono un giorno che gli uomini sono tutti morti e che, nondimeno, il
mondo, creato secondo quei petulanti per loro uso e consumo soltanto,
dura ancora. “E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto
per li folletti„, esclama il Folletto; e lo Gnomo: “Eh, buffoncello,
va' via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?„ — “Per gli
gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si
possa udire! Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare,
le campagne?„ — “Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e
tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?...„ Ma la ridicola
contesa finisce, perchè i due presuntuosi interlocutori si accordano
nel beffarsi dell'arroganza degli uomini. Non dicevano costoro che la
roba degli gnomi, sepolta sotto terra, apparteneva al genere umano?
“Che meraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del
mondo non avessero altro ufficio che di stare al servizio loro, ma
facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una
bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni
del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo.... — Le
zanzare e le pulci erano anch'esse fatte per benefizio degli uomini? —
Sì, per esercitarli nella pazienza!„ Anche i porci, “secondo Crisippo,
erano pezzi di carni apparecchiati dalla natura a posta per le cucine
e le dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero, condite
colle anime invece di sale....„ E il più bello è che di tanti generi
d'animali o di piante cotesti uomini non avevano notizia, pure credendo
che tutto fosse al mondo per loro! “Parimente di tratto in tratto,
per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o
pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano
mai saputo che fosse al mondo; e subito la scrivevano tra le loro
masserizie, perchè s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero,
come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far
lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. — Sicchè
in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che
certe notti vengono giù per l'aria, avranno detto che qualche spirito
andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini....„
Questo argomento di risa è inesauribile. La Terra, ragionando con la
Luna, le chiede se è abitata da uomini, se i suoi abitanti l'hanno
conquistata “per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti
politiche, colle armi„; tutte parole delle quali la Luna sconosce il
senso. “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente
che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono.
Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le
cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la
natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente
da per tutto....„ E dove lasciamo l'imbarazzo del povero Copernico,
quando il Sole, stanco, secondo il sistema tolemaico, “del continuo
andare attorno per far lume a quattro animaluzzi che vivono in un
pugno di fango„, delibera di non muoversi più e ordina all'astronomo di
far muovere invece, per amore o per forza, la Terra, che fino a quel
giorno ha creduto di sedere come in trono, mentre ognuno degli uomini
suoi abitatori, “se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un
cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno
imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della
metà della Terra, come erano gli imperatori romani; ma un imperatore
dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle
visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di
vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose.„ Fare che la Terra
lasci il suo posto al centro dell'universo, “ch'ella corra, ch'ella
si rotoli, ch'ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto,
nè più ne meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in
fine, ch'ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che
sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il
trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci,
e colle loro miserie, che non sono poche....„ Il malcapitato astronomo
si dispone tuttavia a tentare l'impresa, ma trova ancora una certa
difficoltà e la sottopone al Sole: “Che io non vorrei, per questo
fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè, accadendo
questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come
fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da quell'ora innanzi, la
faccia della signoria vostra.„ E il Sole lo rassicura che non patirà
nulla, sebbene “forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello
che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra
cosa simile....„