Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà:

Trepido, errante il fratricida, e l'ombre

Solitarie fuggendo e la secreta

Nelle profonde selve ira de' venti,

Primo i civili tetti, albergo e regno

Alle macere cure, innalza; e primo

Il disperato pentimento i ciechi

Mortali egro, anelante, aduna e stringe

Ne' consorti ricetti: onde negata

L'improba mano al curvo aratro, e vili

Fur gli agresti sudori; ozio le soglie

Scellerato occupò; ne' corpi inerti

Domo il vigor natìo, languide, ignave

Giacquer le menti; e servitù le imbelli

Umane vite, ultimo danno, accolse.

Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè

di suo fato ignara

E degli affanni suoi, vota d'affanno

Visse l'umana stirpe; alle secrete

Leggi del cielo e di natura indutto

Valse l'ameno error, le fraudi, il molle

Pristino velo; e di sperar contenta

Nostra placida nave in porto ascese.

Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza

non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la

migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive

dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve

Nasce beata prole, a cui non sugge

Pallida cura il petto, a cui le membra

Fera tabe non doma.

E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere

quei soli felici!

Oh contra il nostro

Scellerato ardimento inermi regni

Della saggia natura! I lidi e gli antri

E le quïete selve apre l'invitto

Nostro furor; le violate genti

Al peregrino affanno, agl'ignorati

Desiri educa; e la fugace, ignuda

Felicità per l'imo sole incalza,

No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente

d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata

accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti,

che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che

aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno,

dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa

credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere

con che costanza

Quel che ieri schernì, prosteso adora

Oggi, e domani abbatterà, per girne

Raccozzando i rottami, e per riporlo

Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!

Quanto estimar si dee, che fede ispira

Del secol che si volge, anzi dell'anno,

Il concorde sentir!

Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della

nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: _i

buoni antichi_, _i nostri buoni antenati_; _e uomo fatto all'antica_,

volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio

degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i

passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli

migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„

Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli

uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo.

Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne

sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il

pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui

i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e

le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le

cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità,

e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto

dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono

“che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione

e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno

venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„

Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla

si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi

col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La

disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno

“parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi

l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte

infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte

gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte

le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non

si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come

veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è

“intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„

III.

LO SCETTICISMO.

Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle

gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della

famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso;

resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo

nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano

e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita

immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.

Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin

dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni

erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata

dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi

cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli _Errori

popolari degli antichi_ egli esaminò prima degli altri i molti che

si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano,

sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali

egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono

una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi

presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava

di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla

fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato

della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più

opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della

Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto

dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di

dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è

naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna

delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e

tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La

sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono

estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta

ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e

per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del

volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta

la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol

essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere

un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di

tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo,

che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose

chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla

superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la

più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla

Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il

popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni:

un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non

potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non

bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove

si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto

odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa

più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si

produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se

ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella

quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana

gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo

consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito

umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno.

Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te

ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi

tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro,

che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi

ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha

cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e

rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave

e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare

verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella

notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla

ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai

sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando

coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci

negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi,

noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto.

L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e

la tua mano ci condurrà alla salvezza.„

Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi,

la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè

stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si

limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza

di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab

eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che

noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie.

Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu

hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di

tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo

infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè

hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora

vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo

verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui

ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò

a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che

siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero

che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam

piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi

pietà di tante miserie....„

Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di

conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue

dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente

additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte,

detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni

grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni

sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo

crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore

degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo....

Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi

chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata

risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni

buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è

un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni,

anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo

concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria

esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei

premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e

derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea

fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del

mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la

felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra

è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi

meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla?

Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare

la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che

gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca

ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali

stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e

dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde

ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il

suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita

è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è

distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è

distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura,

“quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova

cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con

morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto

alla luna:

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir della terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice

pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè

stesso:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? Che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io chi sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell'innumerabile famiglia,

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so....

Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo

chiede il perchè del dolore suo proprio:

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso

Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo

Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?

In che peccai bambina, allor che ignara

Di misfatti è la vita, onde poi scemo

Di giovinezza, e disfiorato, al fuso

Dell'indomita Parca si volvesse

Il ferrigno mio stame?

Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta

domanda:

Arcano è tutto,

Fuor che il nostro dolor. Negletta prole

Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo

De' celesti si posa.

Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella:

A voi, marmorei numi,

(Se numi avete in Flegetonte albergo

O su le nubi) a voi ludibrio e scherno

È la prole infelice....

Forse i travagli nostri, e forse il cielo

I casi acerbi e gl'infelici affetti

Giocondo agli ozii suoi spettacol pose?

Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini

umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza

della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle

battaglie che mutano la faccia delle nazioni,

e non le tinte glebe,

Non gli ululati spechi

Turbò nostra sciagura,

Nè scolorò le stelle umana cura.

“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo

fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli

ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi

ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o

all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual

si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come,

ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho

fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni,

per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di

estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione

riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse

lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà:

“Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa,

con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse

dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in

continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento

e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in

alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena

mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò

mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi

figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi

mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa

per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per

tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di

farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome

tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di

non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori,

non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo

potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico

ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini.

Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per

tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo

universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia?

Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non

potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi

hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto

e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia

tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„

Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano

senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato

mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti

la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò

avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie

di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il

nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto

dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole

di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha

reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima

continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non

conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun

modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati

per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la

morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e

terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano

tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della

vita come, vivendo, ne avevano della morte:

Come da morte

Vivendo rifuggìa, così rifugge

Dalla fiamma vitale

Nostra ignuda natura;

Lieta no, ma sicura,

Però ch'esser beato

Nega ai mortali e nega ai morti il fato.

Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni,

senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la

Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non

vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il

maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe

preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„

canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto

l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i

viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati,

nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè

susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non

moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse

in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si

troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non

vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità

della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad

ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un

gusto e quasi con una particella di morte.„

IV.

LA MORTE.

La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima.

La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè

dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà

raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè

sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli

occhi alla luce? Che cosa è questa vita?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L'ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s'affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità,

spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte:

Ecco di tante

Sperate palme e dilettosi errori,

Il Tartaro m'avanza,

canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del

vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa;

ma dopo, tosto che la verità è conosciuta,

Vedova è insino al fine; ed alla notte

Che l'altre etadi oscura

Segno poser gli Dei la sepoltura.

Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso

“orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa

morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli

la loda ironicamente:

Umana

Prole cara agli eterni! assai felice

Se respirar ti lice

D'alcun dolor; beata

Se te d'ogni dolor morte risana.

Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora

finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene,

bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò

in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito

della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come,

non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi,

bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla

morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la

morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della

vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono

fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa

dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica,

l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi,

adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non

s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„;

quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire:

esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della

distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era,

perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„

Leopardi · 第 12 / 16 段