tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini;
ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche
mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io
sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano.
E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo
di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di
rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume,
mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a
scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo
tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di
nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere
diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua
pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal
cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco
si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più
teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi
siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità,
ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che
eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto
verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera
non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori
insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo
scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con
grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli
consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che
nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla
divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia
solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio:
Morrò contento
Del mio destino omai, nè più mi dolgo
Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
Poscia che quella bocca alla mia bocca
Premer fu dato. Anzi felice estimo
La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte. All'una il ciel mi guida
In sul fior dell'età; nell'altro, assai
Fortunato mi tengo....
Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto
vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi
la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non
paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto
negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe:
Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù più belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la
soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova
un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il
primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa
prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il
Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le
ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore
gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle
quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più
grave
quando tutto avvolge
La formidabil possa,
E fulmina nel cor l'invitta cura;
e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla
passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare
che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore.
Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di
Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le
illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi
esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo
quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione
della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare,
suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita
speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre
parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione,
nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo
aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore
è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e
l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non
la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha
troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non
si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più
bella:
Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l'amorosa idea,
Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima.
Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino
nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto
la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra
mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli
uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha
fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde
e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati
si dipingono:
A quella eccelsa imago
Sorge di rado il femminile ingegno;
E ciò che ispira ai generosi amanti
La sua stessa beltà, donna non pensa,
Nè comprender potrìa. Non cape in quelle
Anguste fronti ugual concetto. E male
Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
Sensi profondi, sconosciuti, e molto
Più che virili, in chi dell'uomo al tutto
Da natura è minor. Che se più molli
E più tenui le membra, essa la mente
Men capace e men forte anco riceve.
Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare
che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da
quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio,
“che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue,
piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure
un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che
abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi
maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco
lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che
le donne in fatti non sieno angeli.„
L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come
ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che,
sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno
seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che
ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno
gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato
solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi
sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia
difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire
a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti
d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con
gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che
è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno
a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè,
rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo
dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della
vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio?
Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria?
Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne
distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti,
tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la
gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle
grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare
e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto
le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti.
Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce
a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle
imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte
o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la
natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo,
nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio
animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure
acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti
e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli
che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche
contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio
dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto,
comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi
pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto
il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili
e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle
inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone
atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si
riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i
cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che
l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi,
provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano,
piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio
proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„
Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe
particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle
loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo
di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì
trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro
nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente
è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al
contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di
produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione
immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe
memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il
cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori
delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti,
sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene
apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo
alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e
universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema
“eguale o superiore di pregio intrinseco all'_Iliade_, letto anche
attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche,
gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per
tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„
La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno
spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il
filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale,
mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione
non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le
verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche
lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle,
in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno
professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente
la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma
per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un
poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini
la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere
lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità
fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto
suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per
essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta
di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a
ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo
grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli
sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche
al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e
chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture
a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi
maturarli.„
Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso
di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più
sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza
d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come
sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno
l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso
vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè
nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato.
Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per
le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della
gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di
gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno
fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della
scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa,
specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora
alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque
il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il
poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un
piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore,
migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi
alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai,
sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel
silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove
fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la
natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non
ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro,
altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come
tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma
non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova
in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre
ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria
in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si
aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà — dopo
morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come
i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di
giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la
vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire!
II.
LA MISANTROPIA.
Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della
gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo,
nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo
principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun
conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana?
Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il
primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non
avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è
un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla
vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani:
fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi
e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi
quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo
altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate
di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto
più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà
vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso
della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della
vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che
indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste
cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare
se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri
fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi
conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non
so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli
inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro
istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli
un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento
dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli
uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto
il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni
che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che
per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile;
e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai
costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto
dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento
che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo;
confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di
lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza,
e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per
dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e
di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento,
più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo
lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad
accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile
che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia
di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di
quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella
potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se
ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad
azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene
si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa
misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella
giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno
così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e
della giovinezza e generalmente della vita.„
Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore
ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e
soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i
loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica,
diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi
indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„
Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della
solidarietà fra tutti gli uomini. “_Gl'individui sono spariti
dinanzi alle masse_„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo
significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e
troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità
generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione,
riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes
croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans,
bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot,
si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux?
Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société?
Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant
qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut
consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso.
Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato
ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente
e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la
virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa:
Dunque degli empi
Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
Per l'aere il nembo, e quando
Il tuon rapido spingi,
Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono:
“Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto
dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte
umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che
non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di
raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il
loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli
inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza
tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque
cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio
ancora:
È tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell'oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all'intento
Giugner mai non potria, ben si conviene
Ozïoso nomar. La schiera industre
Cui franger glebe o curar piante e greggi
Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
Se oziosa dirai, da che sua vita
È per campar la vita, e per sè sola
La vita all'uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie
Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
E il mercatante avaro in ozio vive:
Che non a sè, non ad altrui, la bella
Felicità, cui solo agogna e cerca
La natura mortal, veruno acquista
Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro
che, non potendo
Felice in terra far persona alcuna,
L'uomo obbliando, a ricercar si diero
Una comun felicitade; e quella
Trovata agevolmente, essi di molti,
Tristi e miseri tutti, un popol fanno
Lieto e felice....
“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno
per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e
spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che
oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli
uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso
i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli,
converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla
natura.
Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi.
Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce
dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra
potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„
Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici,
rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati
dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in
ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono
che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene;
quando invece
un'onda
Di mar commosso, un fiato
D'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria.
Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle
città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava:
vedranno che
Non ha natura al seme
Dell'uom più stima o cura
Ch'alla formica: e se più rara in quello
Che nell'altra è la strage,
Non avvien ciò d'altronde
Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata,
sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri
il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col
tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo
è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era
preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta
gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine:
Già di candide ninfe i rivi albergo
Placido albergo e specchio
Furo i liquidi fonti....
Vissero i fiori e l'erbe,
Vissero i boschi un dì.
I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi,
molto all'eterno
Degli astri agitator più cari, e molto
Di noi men lacrimabili nell'alma
Luce prodotti;
dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava
sulla terra:
Oh fortunata,
Di colpe ignara e di lugubri eventi,
Erma terrena sede!