Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e

come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati,

da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo

chiamano _poeta_ con intonazione di scherno; dall'altra poco e male

egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra

le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper

mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino

mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me

come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto

dell'_Eneide_, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in

tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio

che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e

romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si

parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che

sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io

sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con

nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo

soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi

migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso,

si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma,

primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte,

non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le

amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età,

facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia

alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche,

delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni

ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste

non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più

grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo

potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti

qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli

che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni

cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità

d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come

la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano

ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve

le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor

nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non

dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo

(dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare

un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio

caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con

voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più

in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha

sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli

sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se

per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè

posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e

più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„

Il proposito è di quelli che si chiamano filosofici, come opposti alle

idee pratiche. In questa filosofia tanto più è difficile che egli

perseveri, quanto maggiori sono le manifestazioni del suo ingegno,

quanto più calda è l'espressione della meraviglia dei pochissimi che

lo conoscono. Il Giordani s'adopera per lui, per fargli ottenere un

posto a Roma; ma il giovane sa di esservi sconosciuto, “e non dico di

non meritarlo; dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto

me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che

non son io; la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per sè

stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non

ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno,

comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi

possano giovare assaissimo.„ Ma l'amico suo non riesce, nè a Roma nè in

Lombardia. Intanto il Pindemonte ingelosisce di lui per il suo saggio

di traduzione dell'_Odissea_; il giovane risponde giustificandosi,

umiliandosi: “Io non ho mai veduto nessuna parte dell'_Odissea_ del

Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta;

solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben

questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così

bene, come una gemma a un ciottolo.„

Un giorno, stanco delle lunghe aspettazioni senza alcun ottenimento,

egli pone da parte il suo orgoglio e s'inchina dinanzi al Mai perchè

gli ottenga di farlo uscire da Recanati procurandogli la cattedra

di lingua latina vacante nella Biblioteca vaticana, della quale il

Monsignore è primo Custode. “Ho vissuto sempre in un piccolo paesuccio,

non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che

dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto

a perdere interamente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è

la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni

piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto

in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso,

ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i

dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo

qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della

mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo consumato

negli studi, vedendomi confuso con la feccia più vile degli scioperati

e degl'ignoranti.„ Per queste ragioni “implora la misericordia„ di

lui; e il Monsignore il cui nome sarà famoso presso i venturi grazie

al canto che il giovanetto gli ha intitolato, non vuole o non sa

contentarlo; anzi pubblica più tardi un frammento del Libanio “o per

fare dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava

di mano a me che già l'aveva trovato.„

Andato a Roma, egli s'accorge che nella gran città, dove sperava di

ottenere quella fama negatagli nel piccolo luogo natale, è ancora più

difficile esser conosciuti ed ammirati; e vede la miseria del mondo

letterario che da lontano gli sembrava tanto bello: “Quel vedere la

gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in

alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla

di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di

gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro;

quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile

farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura e discorrerne

sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tutto

giorno, criticando, promettendo, lodandosi da sè stesso, magnificando

persone e scritti che fanno misericordia, tutto questo m'avvilisce in

modo, che, s'io non avessi il rifugio della posterità e la certezza

che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma

unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al

diavolo mille volte....„ I dotti stranieri lo apprezzano molto più

che non gl'Italiani; ma non per le qualità delle quali egli è più

orgoglioso. “Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se è

vero, è inutile coi Romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito

e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli

avanzi di dottrina filologica che io ho raccolto e raccapezzato dalla

memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi io non sarei

nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno

molti segni d'approvazione.„ Ma se egli spera di poter essere portato

via, all'estero, da qualcuno di costoro, spera invano, Il ministro di

Prussia gli dà gran lode per i suoi studi filologici e gli dimostra

molto interesse e gli promette di esercitare tutta la sua influenza

presso il governo pontificio per ottenergli un impiego: ma non glie

l'ottiene; l'otterrebbe se egli consentisse a farsi prete!

A Milano, a Bologna, stipendiato dallo Stella, deve fare per conto

di questo libraio studii che abomina, “un librettaccio noioso„, il

commento del Petrarca, “calice di passione„ dal quale non aspetta “nè

onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile e riso di molti che

mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche.„ E

deve persuadere il libraio a non fargliene compiere un secondo dello

stesso genere: “Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro

sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il Petrarca,

senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciononostante,

giudicando ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma

avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca,

com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in

considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non

potrà essere senza che il pubblico mi ponga onninamente, e per viva

forza, in quella classe, dalla quale colle mie parole e cogli altri

miei scritti ho tanto cercato di separarmi: nella classe di quelli che

deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri

la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni

dell'_oscurantismo_: nella classe dei pedanti. Io la prego però di

volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo

epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera

sarà annunziata per mia....„ E quando poi questo libraio si dispone

a stampare le sue _Operette morali_, gli vuol mettere questo libro di

altissima filosofia nella _Biblioteca per dame_!

Nessuno è riuscito a fargli avere un impiego: nessuno glie l'otterrà.

Una promessa, il segretariato dell'Accademia di Bologna, sfuma

nonostante l'appoggio del Bunsen. Lo stesso Bunsen gli dà come cosa

fatta la sua nomina alla cattedra di eloquenza greca e latina; il

giovane lo prega di fargli anche ottenere dal cardinale segretario di

Stato la somma occorrente al viaggio da Bologna a Roma, non avendo

la possibilità di farlo a spese proprie, e il Bunsen stesso mette a

sua disposizione il denaro occorrente; ma tutto va a monte: egli non

ottiene altro che “una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci

possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse

più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco.„ Ancora il

Bunsen gli propone una cattedra in Germania, a Berlino o a Bonn; ma,

oltre che la cosa non è sicura, la salute rovinata non gli consente

oramai di vivere in climi tanto rigidi. Il Colletta, cercandogli

una cattedra in Toscana, non è più fortunato. Non è più fortunato il

Maestri cercandogliene un'altra a Parma: glie ne darebbero una, ma

di storia naturale!... I suoi concittadini, dopo tanta indifferenza e

tanta diffidenza, hanno sentore della sua grandezza; essi pensano un

giorno a lui, ma non per giovargli, bensì per giovarsene; lo eleggono

ad un posto non letterario, ma politico; lo nominano deputato durante

la rivoluzione del Trentuno, quando egli è lontano, tanto lontano che

la rivoluzione quasi finisce prima che egli risponda rinunziando ad un

ufficio al quale non è nato.

Con tutta la sua dottrina, egli deve contentarsi di vivere dei pochi

scudi che gli paga ogni mese il libraio Stella e dell'emolumento di

lezioni private. Come una “fortuna„ sollecita dal Vieusseux di esser

posto in relazione col libraio Antonelli, disponendosi ad accettare,

tra per le condizioni del mercato librario, tra per lo stato della sua

salute, gli sterili e odiati lavori di compilazione. Se stampa opere

originali, deve pregare gli amici di trovargli sottoscrittori. Se

concorre con le _Operette morali_ al premio quinquennale di mille scudi

che conferirà l'Accademia della Crusca, il Vieusseux gli assicura che,

riguardo alla lingua e allo stile, cose che gli Accademici dovrebbero

considerare principalmente se volessero esser fedeli al loro primitivo

istituto, nessuno potrà competere con lui; ma il valore dell'opera

sua non basta: bisogna raccomandarsi, essere raccomandato. “Il Capponi

vi conosce„, gli scrive il Colletta, “vi pregia, vi ama; ma egli non

ha sullo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in

quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per

mole sta sopra a tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero

le lettere italiane s'egli avesse imitatori! Se gli accademici hanno

in pregio il puro, il gentile e il bisogno d'Italia di bello scrivere,

le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non

avete superiore o compagno.„ E il Capponi e il Niccolini difendono

la sua causa, ed anche lo Zannoni dicono che si mostri giusto a suo

riguardo; ma l'Accademia conferisce il premio proprio al Botta; e

neppure dà a lui la prima menzione onorevole; gli concede soltanto

la seconda. Per tutta consolazione, due anni dopo lo nomina suo

socio corrispondente. Ma le semplici soddisfazioni d'amor proprio che

importano oramai all'infelice cui mancano i mezzi di vivere? “Riempirti

il naso di fumo„, scrive alla sorella, “non mi dà più l'animo, e mi

fa nausea.„ Egli non ottiene quei compensi reali ai quali è anche sul

punto di divenire indifferente; se pure li ottenesse, non vi sarebbe un

senso di secreto avvilimento nella rinunzia ai sogni di gloria pura e

disinteressata?

Ed a che cosa si riduce per lui questa gloria? All'amicizia di qualche

grande anima, alle liete accoglienze di Bologna e di Firenze, alle lodi

in versi del Muzzarelli e del Missirini, alle lodi in prosa e a qualche

traduzione che gli vengono dall'estero. E quante miserie, quante

invidie, in cambio! All'Accademia degli Arcadi dicono male di lui;

egli ne ride, ma sotto alle risa si sente la ferita dell'amor proprio:

assicura che prova “un gran piacere quando sono informato del male che

si dice di me„; ma che specie di piacere è questo?... Un anonimo scrive

al suo editore, e il suo editore gli comunica il seguente giudizio sul

commento del Petrarca: “Non posso a meno di dirgli che quella operetta

del Petrarca colle note mi par cosa inettissima; e degna d'esser letta

da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica.„ Per difendere la forma

delle sue prime dieci canzoni, egli deve comporre lunghe annotazioni

filologiche; per difenderne il contenuto, lo critica egli stesso in un

articolo ironico, senza firma. E il Tommaseo lo vitupera e lo dileggia,

e compone epigrammi sulla sua deformità corporale. E del Rosini è

amico, ma egli deve aver paura di dare al De Sinner la notizia della

caduta del _Tasso_ a Firenze “perchè sapete che gli sdegni letterarii

del Rosini non sono sempre inoffensivi. „

E poichè il destino non risparmierà questo grande sciagurato mai,

neppure nella morte, egli si spegne a Napoli durante l'epidemia

colerica, quando nessuno s'accorge della perdita che ha fatta l'Italia,

quando la sua salma a stento è sottratta dal Ranieri alla fossa comune

dove tutti i morti, per misura di pubblica salute, sono confusi. E un

Cicconi, nella _Gazzetta di Francia_, gli tesse un elogio funebre pieno

di vituperii; e il Tommaseo dissuade il libraio parigino Baudry dal

pubblicare un'edizione postuma delle sue opere. E lo stesso Ranieri,

che pure gli è stato tanto amico, un giorno, dopo molti anni, scrive un

libro nel quale avvilisce ed offende la sua memoria.

PARTE SECONDA.

IL PENSIERO.

IL PESSIMISMO

I.

L'ILLUSIONE.

Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze

intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce,

cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli

eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione

della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio

romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la

deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione

materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà

materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria

politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di

gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante.

Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza,

l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo

noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando

pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro,

non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni,

dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza?

E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo,

Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere

consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete,

sin da questo momento, antivederne il disperato carattere.

Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha

goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali

non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri,

quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed

aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima

età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici;

quel dolce

E irrevocabil tempo, allor che s'apre

Al guardo giovanil questa infelice

Scena del mondo, e gli sorride in vista

Di paradiso....

Il caro tempo giovanil; più caro

Che la fama e l'allôr, più che la pura

Luce del giorno, e lo spirar....

la prima stagione della vita, quando

l'acerbo, indegno

Mistero delle cose a noi si mostra

Pien di dolcezza.

Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima

età, al “caro immaginar„ suo primo:

Chi rimembrar vi può senza sospiri,

O primo entrar di giovinezza, o giorni

Vezzosi, inenarrabili, allor quando

Al rapito mortal primieramente

Sorridon le donzelle; a gara intorno

Ogni cosa sorride; invidia tace,

Non desta ancora ovver benigna; e quasi

(Inaudita maraviglia!) il mondo

La destra soccorrevole gli porge....

Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più

bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre,

“destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e

ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama

alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti

e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno

nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar

pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così

il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che

ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella

che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che

saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo,

per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua.

Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia....

E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa:

Garzoncello scherzoso,

Cotesta età fiorita

È come un giorno d'allegrezza pieno,

Giorno chiaro, sereno,

Che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio; stato soave,

Stagion lieta è cotesta.

Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e

l'oscurità scende nella valle e sul monte,

Tal si dilegua, e tale

Lascia l'età mortale

La giovinezza. In fuga

Van l'ombre e le sembianze

Dei dilettosi inganni; e vengon meno

Le lontane speranze

Ove s'appoggia la mortal natura.

Abbandonata, oscura

Resta la vita....

Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza

dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello

scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità

in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale,

ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si

possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati,

desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando

il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non

sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io

non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il

bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il

desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi

che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato

infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili....

state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale

consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di

continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce

sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non

vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più

veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a

voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è

superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse

nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere

di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire

che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza

le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le

cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„

Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi

ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura,

ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la

vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte

della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente

ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli

uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente

dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel

deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a

ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„

E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri

della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici

interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della

tempesta, è causa di gioia dopo di questa:

Piacer figlio d'affanno

Gioia vana, ch'è frutto

Del passato timore....

Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini:

Uscir di pena

È diletto fra noi.

“Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa

viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè

medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo

quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo

dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il

Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate

facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta

e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la

nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa

imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere

sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità

del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna

persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E

ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò

salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„,

sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro

o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita,

e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille

dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle

infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che

egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni

tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione

di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori

sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono

illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi.

Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi

sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore.

Pregio non ha, non ha ragion la vita

Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;

Sola discolpa al fato.

Leopardi · 第 10 / 16 段