Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del

“natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le

mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de

notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa;

dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro,

sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove

si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta

per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo

aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure

una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve

pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia.

Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda

volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato

“dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli

uomini sono come _partout ailleurs_; e quello che mi fa rabbia è, che

tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte

Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„,

e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si

trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è

differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive

in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie

che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che

rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non

sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„:

e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto,

il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano

strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste

donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come

a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna:

“Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa

mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi

comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni

bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel

cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e

la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma:

“La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile,

stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi

miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo

e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del

gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà

egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e

semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„;

egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e

plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„

Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità

cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario,

le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte

all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani

e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova

contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati;

resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle

città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per

tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di

istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro

d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani

nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel

lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude

Tale d'Italia è la primaria gente;

Smembrata tutta, e d'indole diversa;

Sol concludendo appieno in non far niente.

Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa

Negletta giace, e sua viltà non sente;

Fin sopra il capo entro a Lete sommersa.

E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi,

ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi

tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore

delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della

nazione, è infimo e nullo.

Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a

parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e

i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata,

liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani

eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio,

perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo

forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa,

non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar

poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii

francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha

popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione

paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in

tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo

vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride

e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello

straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi,

bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni

dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era

tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio

della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la

quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„

Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia

occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a

far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia

nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle

patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana

patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la

lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si

sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica

al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo

dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era

accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente

sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il

classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le

tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito,

in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta

meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella

secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in

fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non

meno gravi pene.

Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva

vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori

che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano

immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai

trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire

che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere,

combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi

è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese

hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia

in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma

i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i

Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà

sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle

promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto,

che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede

nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante

che il fato

A viver non dannò fra tanto orrore;

Che non vedesti in braccio

L'itala moglie a barbaro soldato;

Non predar, non guastar cittadi e colti

L'asta inimica e il peregrin furore;

Non degl'itali ingegni

Tratte l'opre divine a miseranda

Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti

Carri impedita la dolente via;

Non gli aspri cenni ed i superbi regni;

Non udisti gli oltraggi e la nefanda

Voce di libertà che ne schernia

Tra il suon delle catene e de' flagelli.

Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto

Che lasciaron quei felli?

Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina:

Perchè venimmo a sì perversi tempi?

Perchè il nascer ne desti o perchè prima

Non ne desti il morire,

Acerbo fato? onde a stranieri ed empi

Nostra patria vedendo ancella e schiava,

E da mordace lima

Roder la sua virtù, di null'aita

E di nullo conforto

Lo spietato dolor che la stracciava

Ammollir ne fu dato in parte alcuna?

Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia

tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro

nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente,

per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in

Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia.

Morian per le rutene

Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni,

Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo

E gli uomini e le belve immensa guerra.

Cadeano a squadre a squadre

Semivestiti, maceri e cruenti,

Ed era letto agli egri corpi il gelo.

Allor, quando traean l'ultime pene,

Membrando questa desiata madre,

Diceano: oh non le nubi e non i venti,

Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,

O patria nostra. Ecco da te rimoti,

Quando più bella a noi l'età sorride,

A tutto il mondo ignoti,

Moriam per quella gente che t'uccide.

Di lor querela il boreal deserto

E conscie fur le sibilanti selve.

Così vennero al passo,

E i negletti cadaveri all'aperto

Su per quello di neve orrido mare

Dilaceràr le belve....

La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se

non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede

ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta:

In eterno perimmo? E il nostro scorno

Non ha verun confine?

Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare

i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro

grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai

discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il

mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del

Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera,

tanto che infine

Questo secol di fango o vita agogni

E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti

esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima:

esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane

chiede ragione della miseria dei tempi:

La santa

Fiamma di gioventù dunque si spegne

Per vostra mano? attenuata e franta

Da voi nostra natura? e le assonnate

Menti, e le voglie indegne,

E di nervi e di polpe

Scemo il valor natìo, son vostre colpe?...

.... O spose,

O verginette, a voi

Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno

È della patria e che sue brame e suoi

Volgari affetti in basso loco pose,

Odio mova e disdegno;

Se nel femmineo core

D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.

E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio

di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un

vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo

sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi

olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani.

Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle

grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una

madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba

della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera

napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani

conati del Trentuno e l'invasione austriaca.

A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria

sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite

benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto

della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il

corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce

quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti,

“in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora

e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza?

Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli

che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così

ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti

di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio

avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli

non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la

professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante

pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo

felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle

istituzioni sociali.„

Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare

colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno

di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende

all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale

degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è

altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono

gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le

lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso

che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico

solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura

italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco

meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare

d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così

magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno

singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della

nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di

tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano

esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente.

Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli

spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli

lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la

riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili

oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente

utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a

giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi

e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto

per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in

punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun

esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo

naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E

al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra

volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro

posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua

magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in

buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le

lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia.

“Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente),

noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco

o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo

principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione

cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione

è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che

basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento

proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori

di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando

ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero

rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza.

Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene

cara soprammodo la sua.„

E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere

italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da

creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato

dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare

in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da

creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo

uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia

propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata

all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e

antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al

volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come

fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua

filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura

moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non

sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente

conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi

inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori

e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi

la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa

lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali

sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi

innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto

agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono,

secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse

troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato

in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi

che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti)

disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando

meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di

combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che

sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„

Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma

la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A

Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per

tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che

scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con

questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c...

chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di

un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle

lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol

bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi

costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere

commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„

E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a

soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il

Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il

manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando

ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi

difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta

dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè:

“Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la

tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa

vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di

contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce

un'edizione fiorentina dei _Canti_, per “irreligiosità e principii

antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni

nuove e della _Comparazione_ delle sentenze di Teofrasto e di Bruto:

se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il

libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli

all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'_Antologia_, un saggio delle

_Operette morali_, per vedere se anche queste saranno trattenute

in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli

rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A

Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere

opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione

continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria,

nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere,

“colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato _Canti di

Giacomo Leopardi_.„

V.

LA GLORIA.

In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa

di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue

sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero

e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di

questa attività: la gloria?

Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse

smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa

non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il

Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra

futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai

di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi

fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno

coll'ingegno e collo studio.„

Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime

pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua _Dissertazione_ intorno

agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non

dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita

il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di

un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia,

che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente

insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti,

a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere

nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta

luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che

gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri

lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si

parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve

sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori,

quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa

non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato

a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli

che procura la fama.

Leopardi · 第 9 / 16 段