“natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le
mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de
notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa;
dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro,
sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove
si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta
per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo
aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure
una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve
pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia.
Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda
volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato
“dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli
uomini sono come _partout ailleurs_; e quello che mi fa rabbia è, che
tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte
Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„,
e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si
trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è
differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive
in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie
che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che
rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non
sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„:
e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto,
il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano
strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste
donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come
a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna:
“Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa
mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi
comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni
bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel
cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e
la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma:
“La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile,
stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi
miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo
e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del
gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà
egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e
semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„;
egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e
plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„
Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità
cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario,
le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte
all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani
e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova
contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati;
resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle
città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per
tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di
istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro
d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani
nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel
lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude
Tale d'Italia è la primaria gente;
Smembrata tutta, e d'indole diversa;
Sol concludendo appieno in non far niente.
Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa
Negletta giace, e sua viltà non sente;
Fin sopra il capo entro a Lete sommersa.
E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi,
ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi
tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore
delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della
nazione, è infimo e nullo.
Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a
parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e
i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata,
liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani
eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio,
perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo
forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa,
non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar
poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii
francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha
popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione
paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in
tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo
vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride
e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello
straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi,
bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni
dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era
tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio
della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la
quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„
Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia
occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a
far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia
nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle
patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana
patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la
lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si
sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica
al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo
dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era
accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente
sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il
classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le
tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito,
in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta
meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella
secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in
fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non
meno gravi pene.
Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva
vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori
che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano
immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai
trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire
che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere,
combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi
è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese
hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia
in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma
i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i
Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà
sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle
promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto,
che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede
nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante
che il fato
A viver non dannò fra tanto orrore;
Che non vedesti in braccio
L'itala moglie a barbaro soldato;
Non predar, non guastar cittadi e colti
L'asta inimica e il peregrin furore;
Non degl'itali ingegni
Tratte l'opre divine a miseranda
Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti
Carri impedita la dolente via;
Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
Non udisti gli oltraggi e la nefanda
Voce di libertà che ne schernia
Tra il suon delle catene e de' flagelli.
Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
Che lasciaron quei felli?
Qual tempio, quale altare o qual misfatto?
Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina:
Perchè venimmo a sì perversi tempi?
Perchè il nascer ne desti o perchè prima
Non ne desti il morire,
Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
Nostra patria vedendo ancella e schiava,
E da mordace lima
Roder la sua virtù, di null'aita
E di nullo conforto
Lo spietato dolor che la stracciava
Ammollir ne fu dato in parte alcuna?
Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia
tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro
nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente,
per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in
Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia.
Morian per le rutene
Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni,
Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
E gli uomini e le belve immensa guerra.
Cadeano a squadre a squadre
Semivestiti, maceri e cruenti,
Ed era letto agli egri corpi il gelo.
Allor, quando traean l'ultime pene,
Membrando questa desiata madre,
Diceano: oh non le nubi e non i venti,
Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
O patria nostra. Ecco da te rimoti,
Quando più bella a noi l'età sorride,
A tutto il mondo ignoti,
Moriam per quella gente che t'uccide.
Di lor querela il boreal deserto
E conscie fur le sibilanti selve.
Così vennero al passo,
E i negletti cadaveri all'aperto
Su per quello di neve orrido mare
Dilaceràr le belve....
La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se
non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede
ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta:
In eterno perimmo? E il nostro scorno
Non ha verun confine?
Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare
i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro
grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai
discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il
mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del
Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera,
tanto che infine
Questo secol di fango o vita agogni
E sorga ad atti illustri, o si vergogni.
E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti
esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima:
esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane
chiede ragione della miseria dei tempi:
La santa
Fiamma di gioventù dunque si spegne
Per vostra mano? attenuata e franta
Da voi nostra natura? e le assonnate
Menti, e le voglie indegne,
E di nervi e di polpe
Scemo il valor natìo, son vostre colpe?...
.... O spose,
O verginette, a voi
Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno
È della patria e che sue brame e suoi
Volgari affetti in basso loco pose,
Odio mova e disdegno;
Se nel femmineo core
D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.
E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio
di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un
vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo
sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi
olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani.
Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle
grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una
madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba
della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera
napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani
conati del Trentuno e l'invasione austriaca.
A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria
sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite
benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto
della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il
corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce
quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti,
“in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora
e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza?
Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli
che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così
ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti
di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio
avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli
non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la
professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante
pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo
felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle
istituzioni sociali.„
Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare
colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno
di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende
all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale
degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è
altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono
gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le
lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso
che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico
solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura
italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco
meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare
d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così
magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno
singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della
nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di
tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano
esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente.
Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli
spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli
lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la
riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili
oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente
utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a
giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi
e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto
per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in
punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun
esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo
naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E
al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra
volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro
posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua
magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in
buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le
lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia.
“Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente),
noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco
o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo
principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione
cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione
è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che
basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento
proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori
di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando
ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero
rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza.
Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene
cara soprammodo la sua.„
E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere
italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da
creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato
dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare
in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da
creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo
uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia
propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata
all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e
antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al
volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come
fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua
filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura
moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non
sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente
conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi
inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori
e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi
la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa
lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali
sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi
innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto
agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono,
secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse
troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato
in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi
che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti)
disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando
meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di
combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che
sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„
Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma
la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A
Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per
tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che
scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con
questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c...
chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di
un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle
lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol
bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi
costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere
commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„
E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a
soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il
Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il
manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando
ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi
difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta
dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè:
“Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la
tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa
vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di
contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce
un'edizione fiorentina dei _Canti_, per “irreligiosità e principii
antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni
nuove e della _Comparazione_ delle sentenze di Teofrasto e di Bruto:
se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il
libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli
all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'_Antologia_, un saggio delle
_Operette morali_, per vedere se anche queste saranno trattenute
in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli
rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A
Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere
opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione
continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria,
nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere,
“colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato _Canti di
Giacomo Leopardi_.„
V.
LA GLORIA.
In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa
di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue
sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero
e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di
questa attività: la gloria?
Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse
smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa
non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il
Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra
futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai
di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi
fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno
coll'ingegno e collo studio.„
Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime
pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua _Dissertazione_ intorno
agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non
dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita
il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di
un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia,
che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente
insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti,
a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere
nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta
luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che
gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri
lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si
parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve
sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori,
quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa
non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato
a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli
che procura la fama.