torna ad angustiare il giovane: bisogna che egli torni a seppellirsi
a Recanati. “Io le protesto e giuro,„ risponde Giacomo, “che non ho
desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua, e in seno
della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute
sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per
passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì.... per
vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.„ Se il padre
gli scrive dicendogli tutto il bene che gli vuole, egli risponde
con proteste d'affetto continue: “Io per la parte mia posso giurarle
che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara
famiglia; non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed
ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei
a loro se la perdessi.„ Tornato ancora una volta a Recanati, sente
la sua vita finita; ma pure riconosce che, se il padre non vuole, non
potrebbe neanche volendo mantenerlo fuori; e per vivere del suo fuori
di casa egli dovrebbe lavorar molto; e lavorar molto, nelle condizioni
della sua salute, non potrà più mai. Allora il suo amico Tommasini,
conoscendo che Recanati è per il poveretto la morte, gli offre la
propria casa, a Parma; più tardi lo invita Pietro Colletta, a Livorno;
ma l'anima altera non si può piegare a questa specie di servitù.
Preferisce soffrire; e poichè gli amici sanno che le sue sofferenze
sono veramente insopportabili, tornano a proporgli di venirsene da
loro: il Colletta reitera l'invito, la moglie del Tommasini ripete
con più premurosa insistenza la preghiera del marito. Tutti si
accorgono della necessità di fare qualche cosa per l'infelice, tranne
che il padre e la madre. Giacomo è costretto da ultimo ad accettare
l'elemosina di ignoti ammiratori toscani, che per iniziativa del
Colletta contribuiscono a costituirgli una piccola pensione perchè
possa vivere a Firenze e attendere ai lavori letterarii. Ma quando,
lontano dal padre, egli pubblica il suo nuovo libro, le _Operette
morali_, Monaldo trova ancora nei suoi pregiudizii di che amareggiarlo
con critiche, con paure, con scrupoli, con esortazioni a correggersi,
quando l'infelice è moribondo, quando non può scrivere una riga senza
sudor di sangue. “Io le giuro,„ risponde il giovane difendendo l'opera
propria, “che l'intenzione mia fu di far _poesia in prosa_, come s'usa
oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio;
come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani,
buddisti, ecc. E l'assicuro che così il libro è stato inteso
generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi
è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino,
ecc., mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i
luoghi ch'ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che
ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe _fisicamente_
possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una
dichiarazione di protesta che pubblicassi, creda all'esperienza
che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e
quel che vi fosse di pericoloso nel libro, non ne diverrebbe che più
ricercato, più osservato e più nocivo.„ Ed anche non volendo, Monaldo è
destinato a fargli male. Quando egli pubblica i suoi _Dialoghetti sulle
materie correnti nell'anno 1831_, dove inveisce contro il liberalismo
e i liberali, e sostiene che la Francia dev'essere smembrata e che i
Turchi hanno ragione contro i Greci, e deride con espressioni triviali
le nuove idee politiche e filosofiche; tutti credono che l'autore ne
sia Giacomo, e si rallegrano o ridono della sua conversione; tanto
generalmente l'opera di Monaldo è attribuita al figlio, che questi è
costretto a pubblicare una dichiarazione di semplice protesta, dove
non c'è una parola che suoni biasimo all'opera del padre, quantunque
egli la detesti; e perchè il padre se ne duole, egli è costretto a
giustificarsi, a dire che ha pubblicato la dichiarazione “per non
usurpare ciò che è dovuto ad altri, e perchè non voglio nè debbo
soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti,
ecc., ecc. Io non sono stato mai nè irreligioso, ne rivoluzionario di
fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli
che si professano nei _Dialoghetti_, e ch'io rispetto in lei, ed in
chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io
dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io
dichiarassi di non aver punto mutato opinioni.„ Monaldo, da canto suo,
scrive e stampa articoli contro i giovani che disconoscono l'autorità
paterna, e ride dell'_Antologia_ dove il figlio ha stampato un saggio
dei suoi proprii _Dialoghi_....
Intanto le difficoltà finanziarie, finita la pensione degli amici di
Toscana, tornano ad opprimere il giovane; e il ritorno a Recanati lo
impaura più della morte; e il padre non vuole e non può aiutarlo.
Come rivolgersi a lui? Pure, mancando ogni altro mezzo, egli lo
prega in questi termini: “Io credo ch'ella sia persuasa degli estremi
sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di procurarmi i mezzi di
sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia
salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa per lo Stella, al
detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare
(e per più di un anno neanche parlare) non mi perdetti di coraggio,
e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto,
aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E
forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità
straordinaria dei tempi non fosse venuta a congiurare colle altre
difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è
annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi
ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese
meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender
nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle
imprese nuove. Di Francia, Germania, Olanda, dove io aveva mandata una
gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto,
non ricevo, invece di danari, che articoli di giornali, biografie e
traduzioni. Mi trovo dunque, com'ella può ben pensare, senza i mezzi
di andare innanzi. Se mai persona desiderò la morte così sinceramente
e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in
ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio delle mie parole. Egli
sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui
e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza
di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se
la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io
non le avrei mai fatto questo discorso; perchè la vita in _qualunque
luogo_ mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio
d'esaudirmi, io tornerei costì a finire i miei giorni, se il vivere
in Recanati, sopra tutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi,
non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità
(della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor
lei) mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore
ch'io provo stando lontano da lei, dalla mamma e dai fratelli, io
sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non
morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza
de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie
impedirmelo; ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il
modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il
mio partito è preso, e spero che ella mi perdonerà se le mie forze e
il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile
a tollerarsi. Non so se le circostanze della famiglia permetteranno
a lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con
dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città
d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere
umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi
basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla
da Dio.... Se le circostanze, mio caro papà, non le consentiranno
di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile
sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla.
Io mi appiglierò ad un altro partito, e forse a questo avrei dovuto
appigliarmi senza altrimenti annoiar lei con questo discorso: ma
come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non
è verisimile che in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che ella
avesse a fare un rimprovero alla mia memoria, dell'averlo abbracciato
senza prima confidarmi con lei sopra le cose che le ho esposte. Del
rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a lei, e
dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso, e da ogni lieta
speranza nel voler vivere fuori di costà, che ho perfino desiderato, ed
ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso
alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto
meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale,
precisa e rigorosa necessità di morir di fame. Scusi, mio caro papà,
questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima
e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima
indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda
le riesce eccessiva, importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun
caso. In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di
adoperarmi come per lo passato, con tutte le mie forze, per procurarmi
il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le
somministrazioni che ora le chiedo. Mi benedica, mio caro papà, e
preghi Dio per me....„
L'uomo che supplica in questo modo ha trentaquattro anni, ed è uno
dei più grandi del suo tempo; e con un nome illustre, con un ingegno
strapotente, come ha dovuto accettare l'elemosina dei Toscani, così
vive in parte degli aiuti del Ranieri, quando, ottenuto finalmente il
povero soccorso paterno, non è in grado di sopperire con questo ai
bisogni della sua vita stremata. E se, per il divisato e non potuto
effettuare ritorno in famiglia, è costretto a trarre una cambialetta
di 40 ducati, se ne deve scusare in termini di supplicazione; e deve
ringraziare il padre e la madre della “carità„ che gli hanno fatta.
Se essi non fanno di più perchè non possono, la colpa non è loro; ma
la loro colpa inescusabile è di non comprendere ancora, come non hanno
compreso mai, la condizione del figlio, la gravità dei suoi mali fisici
e morali. “Il tuono delle sue lettere alquanto secco,„ scrive questi al
padre sei mesi prima di morire, “è giustissimo in chi fatalmente non
può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da
scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere
infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a
voce. Ella crede certo ch'io abbia passato fra le rose questi sette
anni ch'io ho passato tra i giunchi marini....„ E in mano di questo
amico al quale non può dettare tutto l'intimo pensiero suo; del quale
sente, nonostante la fratellanza di sette anni, di doversi guardare;
in mano di questo amico egli muore diciotto giorni dopo avergli fatto
scrivere al padre lontano, che non una volta ha pensato di andarlo a
raggiungere: “I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono
arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere; spero
che superata finalmente la piccola resistenza che oppone il moribondo
mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo, che invoco caldamente ogni
giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio
teneramente lei e la mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad
ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi
a Dio, acciocchè, dopo ch'io li avrò riveduti, una buona e pronta morte
ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti.„
E dopo che il grande infelice è morto, credete voi che il padre
s'acqueti? Udite che cosa scrive Paolina all'amica Brighenti: “Di
Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai
tutto quello che di lui ne veniva fatto di sapere, come di quello che
non combinava punto col pensare di papà e colle sue idee. Pertanto, non
abbiam fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere,
e quando le abbiam comprate, le abbiamo tenute nascoste e le teniamo
ancora.... Preghiamo Iddio che non vengano quei volumi nelle mani dei
miei genitori; essi ne morrebbero di dolore!...„ Monaldo disereda il
figlio Carlo perchè ha sposato, contrariamente alla sua volontà, la
cugina Mazzagalli; nel suo testamento egli nomina Giacomo, l'eterna
gloria della sua casa, solo perchè si celebrino dieci messe per il
riposo dell'anima sua; mentre lungamente ricorda l'altro figlio Luigi,
“morto con tutti i segni del predestinato.„ E quando, morto anche
Monaldo, la vedova riceve un giorno uno dei visitatori che traggono a
Recanati come in pellegrinaggio, e l'ode riverire in lei la madre del
grande poeta, ella non sa rispondere altro che: “Dio gli perdoni....„
IV.
LA PATRIA.
La città dove siamo nati e dove viviamo, la terra dove si parla il
nostro proprio linguaggio, sono come la continuazione della casa:
da esse ci possono venire motivi di somma consolazione come di grave
dolore. Se Giacomo Leopardi non fu felice nella famiglia, ebbe almeno
ragione di compiacersi della patria? Per colmo di sciagura egli nacque
in tempi sciagurati e in un paese infelice.
In un borgo, in un villaggio, se mancano troppe cose al vivere civile,
i costumi sono semplici, la vita è tranquilla, la libertà grande. Ma
Recanati è tanto popolosa ed ha tali tradizioni storiche da non poter
essere confusa tra i villaggi. In una città vasta ed animata, se vi
è troppo tumulto, vi sono pure spettacoli stupendi; se l'individuo è
costretto ad osservare troppe norme perchè troppo estesa è la società
circostante, tanto più facilmente egli può trovare in mezzo alla varia
moltitudine chi lo comprenda e gli giovi. Ma Recanati non è una grande
città. È città piccola; ciò significa il luogo meno adatto a un ingegno
avido di vedere e di sapere, cupido di impressioni potenti e nuove:
vi mancano egualmente, come il Leopardi stesso dice, “e i diletti
della società civile, e i vantaggi della vita solitaria„. Pietro
Giordani così ne parla: “Recanati, piccola terra, che il papa chiama
città, vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d'ignobili
superstizioni.... Ivi tutti i mali d'Italia, e niuna consolazione.„
Il pensiero degli uomini è in certo modo proporzionato ai luoghi dove
essi vivono: dentro un orizzonte angusto le idee sono piccole; le idee
grandi e nobili derivano dalle impressioni suscitate dalle cose nobili
e grandi. Le rivoluzioni, i tentativi di migliorare la condizione
umana, si compiono nelle metropoli; la provincia è più ligia alle
tradizioni, più avversa alle novità. Se i grandi ingegni sono ammirati
da chi è capace d'intenderli, sono invece derisi dal volgo, al quale
per la loro singolarità non possono uniformarsi: e nella provincia,
perchè è più volgare, la singolarità dell'ingegno pare anche maggiore.
“Ella non conoscerà Recanati„, scrive il Leopardi al Brighenti, “ma
saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia.
Ora, per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più
incolta e morta di tutta la Marca, e fuor di qui non s'ha idea della
vita che vi si mena.„ Lassù “l'ingegno non si conta fra i doni della
natura„. Chi comprenderà gli studii linguistici dello straordinario
giovanetto? “Quanto agli amatori della buona lingua, se di questa
io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche
brava lingua di porco.„ Troverà egli qualcuno col quale ragionare
delle cose che gli stanno a cuore? “In Recanati non andando d'accordo
nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimo mi lascio
spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir
bocca.„ Di quale considerazione godrà? Come in famiglia, così in tutta
la città lo trattano da “vero e pretto ragazzo, e i più aggiungono i
titoli di saccentuzzo, di filosofo, d'eremita e che so io.„ Tanto egli
è disconosciuto, che non crede d'incontrare veri odii o inimicizie,
“perchè questi si esercitano cogli uguali e nessuno vorrà degnarsi di
credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo
da tutti quelli che tratto e vedo„. Dice anche: “Io sto qui, deriso,
sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una
stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare.„ Esagera?
I suoi nervi troppo tesi gli fanno giudicare così? No; è la verità. I
nobili oziosi ed ignoranti lo dileggiano per l'ingegno e la cultura;
un giorno, perchè egli tenta di replicare a uno di loro, è da costui
percosso sul viso con un frustino. La plebe ride della deformità del
suo corpo: talvolta, se egli esce a prendere una boccata d'aria, è
costretto a tornarsene in casa dagl'insulti della canaglia; i monelli
si divertono a tirar sassi o pallottole di neve sulla schiena al “gobbo
de Leopardi„. E i preti lo giudicano empio per le sue massime; perchè,
onorando i genitori, non intende esserne schiavo.
Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non
avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un
misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi
non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili
sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci
stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca
bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo
pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini
“animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di
fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più
asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„
Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da
Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei
non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città
natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente
questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene
al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che
giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a
Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze
dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„,
scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti
uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere;
la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire:
In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli
è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si
rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A
voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà
a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi
dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„
Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il
lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo
natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più
stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e
più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa
i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi
ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro
favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo
spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la
grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze,
e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque
vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza
interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece
d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno
che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed
abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto
presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più.
“Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto
pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o
improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto
qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che,
da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere
non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto
le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri
tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce
l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi
per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun
sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre
cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato
alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più
presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito
si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che
neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere
non sarebbero mancate.
Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio?
aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni
morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come
quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose
letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma?
Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella
di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al
padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno
tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare
all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso.
Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera
scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un
letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che
l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano,
eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par
un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame
o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che
non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il
greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede
che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello:
“Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più
santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i
migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo
letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli;
il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma
nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione;
l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata
costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo.
Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„
Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo
argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata:
“Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per
sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la
mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita
intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„