Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare

il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione

d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente

profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della

propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a

quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno

veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è

afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di

una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi,

sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo

sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e

figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla

illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo

questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio

di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna

posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato

la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di

ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali

anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi

attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle

massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le

dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono

nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la

sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una

persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di

prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti

di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere

ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole

vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente

gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere

udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo,

non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con

qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo

per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura

delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga

che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di

essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i

dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe;

allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto

per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla

superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre

abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a

verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte;

del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi

principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò

sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che

sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per

lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica

della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti

quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e

degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che

fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire

dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare.

E quanto all'_illuminazione_, li ringrazio cordialmente: quanto alla

sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma

se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza,

comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi

disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso

lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti

i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio

esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato

a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto

meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non

solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi

miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la

mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere

disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente

in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la

salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a

pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie

d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè

fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento

della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È

tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa

che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze,

ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente

s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del

destino.„

E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed

esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre

forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che

mi concede di stampare le _mie_ canzoni. Ma le due di Roma non vuole

che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli

delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima.

Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che _negli

scritti miei_ prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre

fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste,

per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre

incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è

più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che

Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito.

“Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e

s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze

del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di

molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo

letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente

innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina

che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di

parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto

questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E

poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica

contro la canzone _Sullo strazio di una donna_, biasima che tratti di

un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore

la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro

la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i

milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il _Werther_

di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e

la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa

fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii

prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha

niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del

secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura

della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle

catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare

alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al

Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più

rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore:

“Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi

tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il _delitto_, ma vuole

che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio

condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il

proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che

spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„

Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto

della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese

producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il

figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora

una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una

sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte

dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria

sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto

rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui.

Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli

possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà

da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha

studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè

indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„

Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè

quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo;

e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di

trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè

il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere

veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile

e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo,

e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente

lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine

alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con

indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con

voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri

mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente

l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di

essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario.

Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per

sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita,

sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei

motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno;

ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene

spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e

che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un

sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di

cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà

anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici

molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche

sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà

assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad

un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima,

non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno

alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso

ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento,

giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a

scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia

essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi;

ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle

immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo

aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de'

nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale

del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla

mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è

distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto

riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema

“di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo

venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone

apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli

cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo

proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici.

Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa,

ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a

escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il

suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio

non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar

da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire

in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà

dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con

quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione,

se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un

figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore

alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore

lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione

di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha

pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli

crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia

che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e

penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a

cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si

piegherà a sopportarlo.

Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse

lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la

ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di

cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel

rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli

contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non

dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia

quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui

solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano

a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete

idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto

quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole

spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di

sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare

una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione

del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii

differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei

neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„

Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori

finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio

Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto

paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi:

“Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la

più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro

signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e

di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro

rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno

d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di

lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali

espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi

inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e

dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali

sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto

mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo

riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore

che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato,

certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili

dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre

vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche

si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non

dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„

Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere

alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a

procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone:

“La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi

lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18,

un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto

si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così

pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli

emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno

che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve

il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e

contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa

non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo

la salute e l'amore — e anche prima dell'amore a giudizio di molti, —

è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel

tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella

trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova

per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da

spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe

d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non

soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne

soffra egli stesso.

Perchè, infatti, tornato a Recanati e ricaduto nella soggezione

antica, e costretto a farsi mandare ad altri indirizzi lettere e

stampe se vuole evitare che glie le leggano, e disperato al punto

di pensare a gettarsi alla ventura pur di ritrovarsi libero; egli

accetta la proposta del libraio Stella che lo chiama a Milano e gli

paga il viaggio e lo alloggia in casa propria. Il giovane vi si sente

incatenato e “in certa maniera ridotto all'obbligazione di servirlo„;

tosto si propone di fare “ogni sforzo per trarre dalla mia debole e

sciocca natura il vigor necessario a svilupparmi da questi lacci.„ Da

lontano l'anima pacificata ripensa le dolcezze pur tanto grandi del

tetto domestico: ricevendo lettere del padre gli pare di trovarsi in

mezzo alla sua famiglia, “l'amore verso la quale è anche accresciuto in

me dalla lontananza„; ed al fratello Carlo scrive da Bologna, dove dà

lezioni per non esser di peso alla famiglia, che è per lui “un giubilo

e un palpito„ l'aprire lettere di casa; e alla sorella Paolina, che la

consolazione provata vedendo i caratteri della madre “è stata tanta che

quasi dubitava di travedere„; e al fratello Pierfrancesco, che baci la

mano al babbo e alla mamma per lui “tante volte, finattanto che non

vi diranno, basta.„ Ma, come l'altra volta, anche ora Monaldo trova

modo di pesare sul figlio lontano. Già egli comincia col rendere lode

“grandissima„ a Dio, perchè Milano non è piaciuta al giovane quanto

egli “temeva.„ Se Giacomo, per godere di un Benefizio, vorrebbe esser

dispensato dall'obbligo dell'abito talare e della tonsura, il padre

che gli ha voluto “gettar sul muso„ la prelatura, che ha rinunziato a

malincuore all'idea di vederlo abbracciare lo stato ecclesiastico, gli

sta addietro per dimostrargli il suo torto. “Non vedo quale ripugnanza

possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio, poco importa,

il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini

grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i

vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii,

o piuttosto colla malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età,

la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al disopra di queste

umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle

lettere, piuttosto che di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per

la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo

Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente

la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli

studi, le lettere e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e

a venerare la Chiesa, e a disprezzare e a combattere i suoi palesi e

nascosti inimici?„ Ma questo paladino della religione, questo nuovo

banditor di crociate, è poi partigiano del Turco, e pone in ridicolo

la simpatia del figlio per la causa greca, considerando i Greci non

tanto come cristiani che combattono per la fede, quanto come sudditi

ribelli che vogliono una libera patria. “Avrete letto nei fogli, come

le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari

dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè

sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento

singolare che la somma legge dell'umanità imponga di soverchiare il

Turco, quando forse ha più ragione di noi....„ E se un Recanatese va

a combattere e a morire per la croce contro la mezzaluna, così egli

ne dà conto al figlio: “Anche Recanati ha pagato il suo tributo di

follia alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra

classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio,

lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna e

andò a fare il _ciccobimbo_ in qualità di brigante volontario. Ebbe in

guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta;

ma alli 23 di maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo

uccise sul campo.„ Il figlio gli dà ragione quanto al fatto, adducendo

un argomento che ha già manifestato nei suoi versi, cioè disapprovando

che Italiani vadano a morire per causa non propria; ma che effetto

gli devono aver prodotto le derisioni dell'amor patrio che infiamma

gli Elleni, se egli aveva già abbozzato un inno alla Grecia, se aveva

già detto di riguardare i poveri Greci come fratelli, se si era quasi

scusato di non aver parlato abbastanza a favor loro in un suo articolo,

“considerata la impossibilità in cui siamo di parlare liberamente?„

Per reverenza al padre egli non replica alle parole irriverenti; ma

che credito può ora accordare alla fede cristiana della quale il padre

fa sfoggio? Come può udirne le esortazioni? Egli vede ancora questo

padre, quest'uomo, questo derisore di eroi, tremar poi dinanzi alle

gonne della moglie. Quando pensa con la sua testa, Monaldo dispiace al

figlio per l'ostinata e l'ostentata predicazione di idee che questi

non può far sue, anche perchè le vede discordi; quando poi il padre

vorrebbe accontentarlo, allora la paura della moglie lo impaccia. Non

volendo Giacomo vestir l'abito clericale, si potrebbe pure ottenere il

godimento temporaneo del Benefizio; ma il padre gli scrive: “Bisogna

maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi

ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume

da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea

provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico

giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore e

il molto giudizio di mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma

crede che le vostre lettere siano una miniera d'oro, la quale vi rende

inutile qualunque altro sussidio.„ Allora, come i figli hanno convenuto

tra loro di scriversi sotto finti nomi per sottrarre le loro lettere

agli sguardi del padre, così anche il padre suggerisce a Giacomo di

servirsi di indirizzi convenzionali per isfuggire al vigile sguardo

della moglie.

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