ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare
dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della
sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo
anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il
suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno
“una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di
discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che
io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro
bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si
farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma
calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè
sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo
è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni,
Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni
dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il
fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo
i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma
rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo
stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione
si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa
differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai
loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè,
simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche
in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre
in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che
si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile
e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i
fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo
gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra,
ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra
nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna
e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come
a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che
noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di
adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto
il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe
occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche
al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella
confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui.
Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che
Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità,
l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere
fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità,
con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha
riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia
di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è
comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non
mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione,
la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il _Genio
del Cristianesimo_ del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me
stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano,
e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì
naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni
in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si
cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami
dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti
della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai
più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo
affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il
tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne
raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà
perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed
anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito
contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere
e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere
antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza
sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di
Giacomo: ella non ha riso “_mai_ appunto perchè non mi sono contentata
di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e
disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al
terzo cielo, poi precipitare....„
Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno
necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata
tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre,
quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non
sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di
lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi
esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè
stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente.
“Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che
è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare
a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„
_Costoro_ sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo
scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali
domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„
Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni,
dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla
fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo
sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli
che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo
di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna
speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a
questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre
sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani
forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano
molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se
ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno
solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza
vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo
tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo
inutilmente, allora morii — ora mi pare di esser divenuta cadavere,
e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di
sensazioni di qualunque sorta.„
Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo
dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che
nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque
massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre
dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di
casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che
non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora
egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per
cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il
piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi
un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello
per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova
all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io
sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco
della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra
gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami,
ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser
pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità
non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare,
non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo
proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure
m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la
considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono
stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro
conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di
niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui,
domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne
prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando)
per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima
d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col
dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio
le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua
benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di
un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente
di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera
finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile,
l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate,
e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e
famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere
stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti
hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente
con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche
cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella
presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati
indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri
speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque
città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17
anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo
in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi
_tutti_ hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non
era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè
si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che
un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far
sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e
futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco
a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto
più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che
ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi
con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse
qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze,
senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle
risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure
si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di
questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi,
e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma
sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio,
non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra
gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella
nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava
nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli
per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima
vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo
genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva
ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla
mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando
mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro
rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si
poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque
possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo
proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta
da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da
non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni
fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto
di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge
mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi
della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e
soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per
me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del
corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente
degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente
di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo
nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza
che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche....
Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta
ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa
medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata
meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa
che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono,
e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si
è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca
in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla
certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno,
di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa
è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far
dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure
datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto
di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera
causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era
in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a
morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione
della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di
chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare
a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia
infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene,
e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è
sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del
commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco
di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo
pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a
servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo
favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di
questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come
odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa
lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si
nega neanche ai malfattori.„
Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane
indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio
che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli
stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura,
hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato.
“Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il
tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe
rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo
con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo
a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè
cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato
nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come
nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò
fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza,
io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita
migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono
passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si
persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio
padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini.
Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più
avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua
dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di
lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con
un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio,
non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti
che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi
sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede
che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni?
crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe
da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me
ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio
padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so
di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli
viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo
da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso,
mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato
sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un
delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa
dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei
miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli
a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza
il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà
accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo.
Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il
padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente.
Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse
dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della
ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei
sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi
come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati
invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani,
col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da
solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa
perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e
favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia,
fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno
mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere,
lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e
a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„
La canzone _All'Italia_ e quella _Sul monumento di Dante_ hanno valso
infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il
più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„,
per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte
di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera
che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa
di tre nuove canzoni: _Ad Angelo Mai_, _Per donna malata_ e _Sullo
strazio d'una giovane_; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo
ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne
un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva
al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la
canzone _All'Italia_ non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando
le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente
le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io
deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e
poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non
dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore.
Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane
altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede
costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto
di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad
accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio
costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E
potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non
costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio
interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a
qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e,
per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo
mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna
scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile
nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi
più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa
terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre
alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre
si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo
condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per
tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno
inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre
mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede
accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo
è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare
a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore
è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per
una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna
a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio
vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze
nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come
lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a
qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la
lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio
lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco
la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza,
stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una
cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità
è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore
per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni
ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca,
e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo
elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere
Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà
reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre,
e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè
troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„
Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per
concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione
è incapace.