L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri,

si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera

dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny,

Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete

occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza,

benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare

che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non

rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non

si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto

onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete

molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E

lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa:

“Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e

privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del

destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come

sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e

d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera

e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che

quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei

che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate

di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è

una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la

sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna

lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no,

ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra

timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola,

ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a

un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa

tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione.

Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto

solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione

impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le

scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore

che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte

sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di

essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno

le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi

malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse,

gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco

di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato

a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a

venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come

tutte le altre....

Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio

di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che

valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo

Che smisurato amor, che affanni intensi,

Che indicibili moti e che deliri

Movesti in me; nè verrà tempo alcuno

Che tu l'intenda. In simil guisa ignora

Esecutor di musici concenti

Quel ch'ei con mano e con la voce adopra

In chi l'ascolta.

La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva,

Bella non solo ancor, ma bella tanto,

Al parer mio, che tutte l'altre avanzi,

la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno,

ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine

che l'innamorata fantasia glie ne dipinse:

Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque

Sua celeste beltà, ch'io, per insino

Già dal principio conoscente e chiaro

Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi.

Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,

Cúpido ti seguii finch'ella visse,

Ingannato non già, ma dal piacere

Di quella dolce somiglianza un lungo

Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge

che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo

ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar

vani gli studii aveva concluso:

Deh quanto in verità vani siam nui!

Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore

portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità;

se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente

di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse;

costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui

nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha

cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli

nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo

che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti

in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia

su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi

se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e

noiose....„

III.

LA FAMIGLIA.

Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo

non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi

gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato

da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo

è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà

tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più

essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende

l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche

quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso.

Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova?

Sua madre fu giudicata — e nessuno ha interposto appello al giudizio

— donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che

di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del

suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua

autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra

Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando

non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le

gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile

ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne

trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche

tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente

di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e

vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si

lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia

dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre

e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo

sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina:

“Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che

hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità....

uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di

perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di

severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„

Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere

al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni

e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e

quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di

annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa

se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo

chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione

letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo

inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo

affetto “_sincero_„, sottolineando la parola certo perchè dubita della

sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se

non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare

dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo,

moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno?

Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di

cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà,

obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita

al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di

quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due

secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la

sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle

opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro

tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore

dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle

ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il

gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a

Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo

figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie

nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni,

e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre

per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così

Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici,

si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine.

Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle

arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno

alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non

dovrebbero essi accordarsi?

L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare

in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare

gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo

spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo

s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio,

egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse

che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il

figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile,

che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia.

Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello

maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se

gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra.

La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è

molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi,

indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono

sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma

suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero

“guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come

i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le

lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto

nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra

della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle

opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo

ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di

Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora

come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„

Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il

Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore,

ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti

milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i

giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno

al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso

dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e

per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando

all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non

toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„

Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza,

di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità

“sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi

nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di

superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è

sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno

alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi

e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto

a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal

fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii,

dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto,

adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre?

Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per

le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura

classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a

seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non

deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta?

Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi?

La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta

la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di

Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore.

Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno

scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza

esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi

sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i

genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei

giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile

al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti

i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà

paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i

figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive

Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„;

immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il

padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto:

“I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel

mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I

giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei

vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli

altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato

da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge

dalla casa paterna; il suo _Adolfo_ attribuisce la propria malinconia

all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso

al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in

Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato

dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul

punto di uccidersi.

Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux:

Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux,

aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno

affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto

prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli

che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di

egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel

caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono

come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra

ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che

rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente

si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con

l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il

fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia;

nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle

altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche

per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la

sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna

è quello biblico: _Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a

pueritia illorum._ Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di

avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare

il primo degli ordini minori. _Ne des illi potestatem in iuventute, et

ne despicias cogitatus illius:_ mai, “_letteralmente mai_„, egli lo

lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni

dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e

le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli

si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò

che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere

trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie

siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato

stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore

trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe

esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli

basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le

dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io

l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare

suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta,

e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine

tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi

ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni

d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro

che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa

e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È

triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità

di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma

non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può

dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio?

Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del

_voi_, quando lo ha educato a dargli del _lei_; quando per rispetto

ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di

confidente abbandono!

Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo

non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi,

si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la

reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che

il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente

ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non

avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità

de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro

non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al

domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli

si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue

richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute,

di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe

adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici,

lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe

spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter

opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con

l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi

ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio

che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo,

vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a

me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha

“un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle

cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano

convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da

bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi

a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un

capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa

necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma

alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione

dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace.

E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un

assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze

della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere

uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio

sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli

sia men dotto, _ma sia di suo padre_.„ Sottolinea egli stesso. Egli

pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la

Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E

il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto

chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di

non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il

nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi

gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo

vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato

studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto

i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e

palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri

desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi?

non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero

che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò

paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in

Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto

per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due

volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a

Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi

tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno

comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte

spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non

fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la

fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„

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