veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è
timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza
vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne
avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza
lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno,
quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della
diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie
disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e,
morta, la rivede in sogno:
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi?
Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come
ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra — solo alla vana ombra — che
lo visita nel sogno, osa chiedere:
Or se di pianto il ciglio,
........ e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Al nostri giorni....
E quando ella gli dice che sì, allora:
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovinezza e la perduta
Speme de' nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi.
Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano;
ma il fantasma sparisce:
Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del sol vederla io mi credeva ancora.
La dolorosa memoria non lo lascia più.
Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, in fra me stesso
Dico: Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.
Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa
Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la
tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi
invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato
dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile
al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi
non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane,
giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a
ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici.
E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane,
lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se
incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna
cantare,
A palpitar si move
Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna
Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo
Ogni moto soave al petto mio.
Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha
saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra
otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere,
che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e
dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a
cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non
solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù
non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto,
s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere,
quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello
fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che
alle sembianze il Padre
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della
vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli
sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se
dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un
ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per
la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse
il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion
profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui
queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare
ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una
donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande,
comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà
la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di
trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a
dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi
che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà.
E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta
contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor
suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove
notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la
perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un _animale
senza cuore_, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle
donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del
mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono
anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne
possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la
prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono
perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare
nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che,
se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io
divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi
vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa
mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito
per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la
capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter
essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito
dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero,
che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di
bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„
Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non
ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è
tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri
uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne
il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora
chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore
mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se
l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende,
nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè
lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di
accendersi ancora.
Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho
bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito
dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente
stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città,
se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e
noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli
ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie;
come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi
il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è
così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi
molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di
queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse
al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il
divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo
giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore
nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da
altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la
seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita
lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque
mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che
comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una
forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare
tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne,
confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza
della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io
me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione
spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco
fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando
il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita:
“Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo
che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo
che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare,
come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„
Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al
Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che
per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello
per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino:
“Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè
la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e
cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che
la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei
tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta
esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione.
Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho
provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che
sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore,
ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia
immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di
soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon
giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e
di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra
è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati,
e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma
matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata
da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da
credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente
d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli
accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche
ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece
è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive
all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra
passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi
mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di
donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare
da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia
una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero
di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi
diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se
bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non
concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia
filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo....
A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne,
coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere
intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per
lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di
vanità e d'ogni sorta di tristizie.„
Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una
donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo
culto, se ne foggia una con la fantasia.
Viva mirarti omai
Nulla speme m'avanza....
.... Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere
tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la
coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna
una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che,
innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente,
temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo,
idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale.
L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non
è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla
Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di
tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina
di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una
relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma
è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo
creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione
maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie
di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per
ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con
un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza
inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia
cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non
hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue,
e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia;
non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con
lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci
confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei
nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca
ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno,
mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io
credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili,
malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed
ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„
Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e
dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è
l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo
fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara
che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di
vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia
conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo
a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie
visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di
qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè
chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo
egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non
volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può
ottenere, mai.
Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso
anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella
e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo
è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali
quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè
gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra
— o tenta dimostrare — che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate
dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi
mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei,
mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo
alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono
partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua
partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè
par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare.
Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono
tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„
Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode,
quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero
tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di
lui.
E voi, pupille tremule,
Voi raggio sovrumano,
So che splendete invano,
Che in voi non brilla amor.
Nessun ignoto ed intimo
Affetto in voi non brilla:
Non chiude una favilla
Quel bianco petto in sè.
Anzi d'altrui le tenere
Cure suol porre in giuoco,
E d'un celeste foco
Disprezzo è la mercè.
Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera
fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò,
almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario
ricordo:
Rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte:
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano....
E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se
l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo
deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni.
Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale
non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono
nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai
capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi,
benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse
anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè
me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo
Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io
non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma
ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo
intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo,
se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a
Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille
e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri.
Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli
incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei
nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo
accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci
sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno.
Apparve
Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
Divino al pensier mio.
La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento
che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore:
Dolcissimo, possente,
Dominator di mia profonda mente:
Terribile, ma caro
Dono del ciel; consorte
Ai lugubri miei giorni,
Pensier che innanzi a me sì spesso torni....
Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue
cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce:
Ratti d'intorno intorno al par del lampo
Gli altri pensieri miei
Tutti si dileguâr. Siccome torre
In solitario campo
Tu stai solo, gigante....
Che divenute son, fuor di te solo,
Tutte l'opre terrene,
Tutta intera la vita al guardo mio!
Che intollerabil noia
Gli ozi, i commerci usati,
E di vano piacer la vana spene,
Allato a quella gioia,
Gioia celeste che da te mi viene!
E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se
il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se
la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora
che ottiene tal premio:
Ed ancor tornerei,
Così qual son de' nostri mali esperto,
Verso un tal segno a incominciare il corso:
Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
Giammai finor sì stanco
Per lo mortal deserto
Non venni a te, che queste nostre pene
Vincer non mi paresse un tanto bene.
E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor
suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze:
Che mondo mai, che nova
Immensità, che paradiso è quello
Là dove spesso il tuo stupendo incanto
Parmi innalzar! dov'io
Sott'altra luce che l'usata errando,
Il mio terreno stato
E tutto quanto il ver pongo in obblìo!
Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura
divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come
per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli
anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa,
nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito
affanno„, non sarà più sostituito.
Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi
fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue
disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la
timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza;
fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè
stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder
lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti
i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed
ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così
grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„