Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa

veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è

timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza

vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne

avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza

lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno,

quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della

diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie

disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e,

morta, la rivede in sogno:

Morta non mi parea, ma trista, e quale

Degl'infelici è la sembianza. Al capo

Appressommi la destra, e sospirando,

Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna

Serbi di noi?

Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come

ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra — solo alla vana ombra — che

lo visita nel sogno, osa chiedere:

Or se di pianto il ciglio,

........ e di pallor velato il viso

Per la tua dipartita, e se d'angoscia

Porto gravido il cor; dimmi: d'amore

Favilla alcuna, o di pietà, giammai

Verso il misero amante il cor t'assalse

Mentre vivesti? Io disperando allora

E sperando traea le notti e i giorni;

Oggi nel vano dubitar si stanca

La mente mia. Che se una volta sola

Dolor ti strinse di mia negra vita

Non mel celar, ti prego, e mi soccorra

La rimembranza or che il futuro è tolto

Al nostri giorni....

E quando ella gli dice che sì, allora:

Per le sventure nostre, e per l'amore

Che mi strugge, esclamai; per lo diletto

Nome di giovinezza e la perduta

Speme de' nostri dì, concedi, o cara,

Che la tua destra io tocchi.

Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano;

ma il fantasma sparisce:

Allor d'angoscia

Gridar volendo, e spasimando, e pregne

Di sconsolato pianto le pupille,

Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi

Pur mi restava, e nell'incerto raggio

Del sol vederla io mi credeva ancora.

La dolorosa memoria non lo lascia più.

Ahi Nerina! In cor mi regna

L'antico amor. Se a feste anco talvolta,

Se a radunanze io movo, in fra me stesso

Dico: Nerina, a radunanze, a feste

Tu non ti acconci più, tu più non movi.

Se torna maggio, e ramoscelli e suoni

Van gli amanti recando alle fanciulle,

Dico: Nerina mia, per te non torna

Primavera giammai, non torna amore.

Ogni giorno sereno, ogni fiorita

Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,

Dico: Nerina or più non gode; i campi,

L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno

Sospiro mio: passasti: e fia compagna

D'ogni mio vago immaginar, di tutti

I miei teneri sensi, i tristi e cari

Moti del cor, la rimembranza acerba.

Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa

Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la

tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi

invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato

dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile

al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi

non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane,

giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a

ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici.

E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane,

lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se

incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna

cantare,

A palpitar si move

Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna

Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo

Ogni moto soave al petto mio.

Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha

saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra

otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere,

che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e

dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a

cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non

solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù

non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto,

s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere,

quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello

fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che

alle sembianze il Padre

Alle amene sembianze eterno regno

Diè nelle genti; e per virili imprese,

Per dotta lira o canto,

Virtù non luce in disadorno ammanto.

Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della

vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli

sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se

dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un

ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per

la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse

il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion

profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui

queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare

ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una

donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande,

comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà

la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di

trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a

dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi

che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà.

E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta

contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor

suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove

notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la

perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un _animale

senza cuore_, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle

donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del

mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono

anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne

possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la

prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono

perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare

nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che,

se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io

divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi

vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa

mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito

per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la

capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter

essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito

dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero,

che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di

bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„

Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non

ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è

tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri

uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne

il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora

chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore

mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se

l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende,

nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè

lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di

accendersi ancora.

Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho

bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito

dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente

stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città,

se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e

noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli

ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie;

come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi

il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è

così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi

molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di

queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse

al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il

divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo

giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore

nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da

altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la

seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita

lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque

mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che

comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una

forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare

tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne,

confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza

della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io

me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione

spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco

fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando

il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita:

“Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo

che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo

che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare,

come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„

Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al

Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che

per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello

per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino:

“Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè

la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e

cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che

la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei

tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta

esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione.

Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho

provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che

sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore,

ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia

immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di

soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon

giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e

di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra

è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati,

e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma

matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata

da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da

credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente

d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli

accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche

ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece

è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive

all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra

passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi

mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di

donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare

da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia

una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero

di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi

diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se

bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non

concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia

filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo....

A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne,

coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere

intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per

lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di

vanità e d'ogni sorta di tristizie.„

Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una

donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo

culto, se ne foggia una con la fantasia.

Viva mirarti omai

Nulla speme m'avanza....

.... Già sul novello

Aprir di mia giornata incerta e bruna,

Te viatrice in questo arido suolo

Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

Che ti somigli; e s'anco pari alcuna

Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

Saria, così conforme, assai men bella.

Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere

tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la

coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna

una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che,

innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente,

temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo,

idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale.

L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non

è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla

Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di

tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina

di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una

relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma

è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo

creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione

maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie

di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per

ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con

un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza

inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia

cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non

hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue,

e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia;

non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con

lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci

confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei

nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca

ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno,

mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io

credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili,

malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed

ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„

Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e

dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è

l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo

fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara

che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di

vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia

conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo

a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie

visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di

qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè

chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo

egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non

volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può

ottenere, mai.

Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso

anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella

e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo

è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali

quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè

gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra

— o tenta dimostrare — che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate

dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi

mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei,

mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo

alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono

partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua

partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè

par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare.

Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono

tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„

Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode,

quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero

tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di

lui.

E voi, pupille tremule,

Voi raggio sovrumano,

So che splendete invano,

Che in voi non brilla amor.

Nessun ignoto ed intimo

Affetto in voi non brilla:

Non chiude una favilla

Quel bianco petto in sè.

Anzi d'altrui le tenere

Cure suol porre in giuoco,

E d'un celeste foco

Disprezzo è la mercè.

Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera

fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò,

almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario

ricordo:

Rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte:

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano....

E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se

l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo

deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni.

Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale

non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono

nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai

capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi,

benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse

anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè

me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo

Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io

non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma

ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo

intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo,

se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a

Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille

e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri.

Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli

incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei

nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo

accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci

sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno.

Apparve

Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio

Divino al pensier mio.

La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento

che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore:

Dolcissimo, possente,

Dominator di mia profonda mente:

Terribile, ma caro

Dono del ciel; consorte

Ai lugubri miei giorni,

Pensier che innanzi a me sì spesso torni....

Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue

cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce:

Ratti d'intorno intorno al par del lampo

Gli altri pensieri miei

Tutti si dileguâr. Siccome torre

In solitario campo

Tu stai solo, gigante....

Che divenute son, fuor di te solo,

Tutte l'opre terrene,

Tutta intera la vita al guardo mio!

Che intollerabil noia

Gli ozi, i commerci usati,

E di vano piacer la vana spene,

Allato a quella gioia,

Gioia celeste che da te mi viene!

E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se

il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se

la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora

che ottiene tal premio:

Ed ancor tornerei,

Così qual son de' nostri mali esperto,

Verso un tal segno a incominciare il corso:

Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,

Giammai finor sì stanco

Per lo mortal deserto

Non venni a te, che queste nostre pene

Vincer non mi paresse un tanto bene.

E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor

suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze:

Che mondo mai, che nova

Immensità, che paradiso è quello

Là dove spesso il tuo stupendo incanto

Parmi innalzar! dov'io

Sott'altra luce che l'usata errando,

Il mio terreno stato

E tutto quanto il ver pongo in obblìo!

Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura

divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come

per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli

anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa,

nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito

affanno„, non sarà più sostituito.

Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi

fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue

disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la

timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza;

fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè

stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder

lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti

i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed

ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così

grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„

Leopardi · 第 4 / 16 段