Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la

pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun

altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento

dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso

Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la

magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza

di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore

del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo,

non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a

vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita

non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a

pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto

si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei

sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter

perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo.

Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima

gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta;

e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma,

con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo,

un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una

gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare,

di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi

dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in

gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo,

nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente,

pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli

studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista

rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e

non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo

minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio

non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta

dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci,

le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi

antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto

nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi

s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di

Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando

il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità

morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua

salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel

primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli

restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già

la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare

sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino

alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per

un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce

qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non

lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi

pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria

di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì

strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la

metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che

ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi

uccida.„

A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una

debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche

una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia

in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento.

“Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo

scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano

ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della

stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia

vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia

una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza

non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo

sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da

otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa

indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare

attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero

di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel

cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza

contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla

natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi

un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato,

se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento

che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va

avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a

lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la

salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per

la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni

inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia

grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del

tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza

di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la

mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che

lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso,

per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco

dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il

caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione

d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo

lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario,

“perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce

l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto

pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia

vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una

vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli

deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate

migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire

da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma

prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto

con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa

sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano

a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un

fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle

palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la

luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi

ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque

l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto,

perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per

gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„;

ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce,

in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la

sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza

degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto

anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di

stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con

altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera

la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno,

ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti,

torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non

mangiavo più quasi nulla.„

Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto

a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa

nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi

non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema

dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del

camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche

lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda

assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei

nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar

molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate,

nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo

mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo

minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che

lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La

sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute

è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi

ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace

per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non

viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta

male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto

per muoversi. “_Tutti_ i miei organi, dicono i medici, son sani: ma

_nessuno_ può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema,

inaudita _sensibilità_ che da tre anni ostinatissimamente cresce _ogni_

giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„

Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di

riscaldarsi e vivere senza far nulla.

Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare,

si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera

cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore

la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi

appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione

degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della

mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al

padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni

sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per

il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una

cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra

“in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le

difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a

Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il

mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e

la _risoluzione_ dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla

Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più

requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute

è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al

Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato

peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè

dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà

la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra

tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni

più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche

a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla

sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso

scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco

che sente e pena.„

E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si

sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo

menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„

S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il

solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio

antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato

a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32,

con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il

caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia

salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la

quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi

per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin

di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente,

più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate

ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso.

Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli,

non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve

servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina,

nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga,

le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via

della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano

guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo;

quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile.

Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una

costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni

generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco

a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente:

ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le

gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il

primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna

dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba

diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta

questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco

di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene

un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè

dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente,

durante il desinare.

Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno

fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature

sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle

contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il

suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino

allo spasimo, ma _non può godere_. Gli occhi che dovrebbero aprirsi

agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a

fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle

vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta

sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si

avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono.

E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale

appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di

appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare,

di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di

raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di

pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli

incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità

di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno

fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma

come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è

possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole

che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque

altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„

Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di

volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta

a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che

naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova

alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio

lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa

continuamente impedita.

II.

L'AMORE.

Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli

uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore

è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento.

Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque

suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un

tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza,

la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto

organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del

maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza

e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più

difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e

d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende

l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale.

Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede

l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata

da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede

che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E

la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e

visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano

più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e

immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto

la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una

maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco

divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna.

Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un

cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto.

Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini

grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che

pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette

essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di

cui più d'una donna rise?

Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della

cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa

in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha

descritto:

Tornami a mente il dì che la battaglia

D'amor sentii la prima volta, e dissi:

Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!

. . . . . . . . . . . . . . .

Ahi come mal mi governasti, amore!

Perchè seco dovea sì dolce affetto

Recar tanto desìo, tanto dolore?

E non sereno, e non intero e schietto,

Anzi pien di travaglio e di lamento

Al cor mi discendea tanto diletto?

Dimmi, tenero core, or che spavento,

Che angoscia era la tua fra quel pensiero

Presso al qual t'era noia ogni contento?

Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo

contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile

come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„,

gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien

meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo

alle tenebre:

Oh come soavissimi diffusi

Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come

Mille nell'alma instabili, confusi

Pensieri si volgean!

Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena

ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano

Io qui vagando al limitare intorno

Invan la pioggia invoco e la tempesta

Acciò che la ritenga al mio soggiorno.

Pure il vento muggia nella foresta

E muggìa tra le nubi il tuono errante

Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.

O care nubi, o cielo, o terra, o piante;

Parte la donna mia: pietà, se trova

Pietà nel mondo un infelice amante.

O turbine, or ti sveglia, or fate prova

Di sommergermi, o nembi, insino a tanto

Che il sole ad altre terre il dì rinnova.

S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto

Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia

Le luci il crudo sol pregne di pianto....

E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima

voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure

un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se

ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote:

Orbo rimasi allor, mi rannicchiai

Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,

Strinsi il cor con la mano e sospirai.

Poscia traendo i tremuli ginocchi

Stupidamente per la muta stanza,

Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

Amarissima allor la ricordanza

Locommisi nel petto, e mi serrava

Ad ogni voce il cor, a ogni speranza.

E lunga doglia il sen mi ricercava,

Com'è quando a distesa Olimpo piove

Malinconicamente e i campi lava.

Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne

perchè lo scrittore, — e particolarmente uno scrittore come lui —

risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini

gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che

gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre

testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso.

La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa

Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio

che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo.

Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una

_Storia_ del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti

al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava

il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su

quelle strazianti memorie.„

Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni

che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre.

Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine:

Solo il mio cor piaceami, e col mio core

In un perenne ragionar sepolto,

Alla guardia seder del mio dolore.

Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le

chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che

Vive quel foco ancor, vive l'affetto,

Spira nel pensier mio la bella imago

Da cui, se non celeste, altro diletto

Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago;

pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco,

naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce.

Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del

cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo

sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla

seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna,

come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una

passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto

anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di

divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere,

il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o

modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù,

quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli

atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria

d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei

patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza

interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda,

così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io

non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di

trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso,

di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci,

senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità

che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa

riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non

possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira

questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore

prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili

e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le

sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo

sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità

è infinita:

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentivo in seno.

Che pensieri soavi.

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Leopardi · 第 3 / 16 段