così egli si duole che le nostre assonnate immaginazioni domandino,

per risvegliarsi, “il fracasso, e quanto hanno di più frenetico e

tempestoso le fantasie settentrionali„, e si ferma a dimostrare come

siano diversi e discordi i genii delle due contrade. E il Leopardi

si è doluto, come abbiamo visto, d'aver disprezzato Omero, Dante e

tutti i classici e d'aver ammirato gli stranieri; nondimeno, se egli

passa dal disprezzo all'ammirazione per i primi, e viceversa, non

è già che segua da ultimo rigorosamente il nuovo indirizzo. Mentre

il Giordani lo giudica classico d'animo e di letture, il Belloni,

romantico, può dargli lode e cantare di lui, tanto moderato è l'uso

che egli fa della mitologia. E, quanto agli stranieri, per comporre

un trattato sulla _Condizione presente delle lettere italiane_, egli

sente il bisogno di “infinite letture anche di libri stranieri.„ Egli

legge, studia e cita l'iniziatore del romanticismo: il Rousseau, e

si rallegra caldamente col Brighenti “della conoscenza ch'ella avrà

fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato„; e giudica questo

romantico, questo settentrionale, questo gran ribelle nell'arte e nella

vita “uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive

e calde.„ E dà lode al Goethe perchè ha preso dalla realtà i casi di

_Werther_; e se più circospetto è il suo giudizio sulle Memorie del

grande poeta tedesco, noi vedremo che lo modifica. Queste Memorie, dice

“hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le cose di quell'autore,

e gran parte delle scritture tedesche; ma sono scritte con una così

salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi

principii così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne

il mio parere, non mi piacciono molto.„ Ma più tardi al fratello Carlo,

romantico deciso, più di lui ammiratore degli stranieri, scrive: “È

vero che le tue lettere sono triste, ma son care e belle, ed io amo

meglio di sentirti lamentare, che di lasciarti tacere. Il tuo stile si

rassomiglia a quello del Goethe nelle Memorie della sua vita che ha

pubblicato ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo

stato....„ Egli comprende anche lo stile del poeta di _Faust_ dopo aver

compreso lo stato d'animo che lo ha dettato.

Perchè, infatti, lo stile dei romantici e dei classici non è diverso

per la diversità dei precetti retorici delle due scuole; ma perchè

diversa è la condizione e l'indole dell'animo loro. Lo stesso Goethe

spiega bene che i moderni non sono romantici perchè moderni, ma perchè

deboli, malaticci, infermi; l'antico non è classico perchè antico, ma

perchè vigoroso, forte, sereno. E se Giacomo Leopardi propende, quasi

contro sua voglia, verso i romantici, ciò avviene perchè la sensibilità

estrema e l'immaginazione esorbitante che abbiamo trovato in lui,

sono i segni particolari di tutta la nuova fazione. “Noi Leopardi

siam pieni di fuoco„, diceva Paolina, la sorella del poeta; due anni

prima che Giacomo nascesse, l'autore delle _Lettres Westphaliennes_

scriveva: “Toutes les imaginations sont en feu.... Jamais cette

affection de l'âme qu'on nomme sensibilité ne fut exaltée autant que

dans nôtre siècle; jamais le sentiment ne fut aussi analysé, aussi

délicat, cela peut se remarquer même dans ses influences physiques,

dans la prodigieuse quantité de maladies nerveuses qui se voit tous

les jours. Les gens qui sont organisées d'une manière si irritable

ont les passions plus vives.... On pourrait les nommer la secte des

sentimentaux....„ E per il Recanatese il cuore è tutto, la sensibilità

è tutto; egli si duole che tutti non sieno sensibili, “car je ne fais

aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu.„

L'artista romantico, sdegnando l'imitazione dei vecchi scrittori,

lasciando da parte le favole antiche, cupido di esprimere cose

viste e sentite, capace di sentimenti che stima nuovi, squisiti,

straordinarii, studia direttamente le sue passioni e la natura. Il

Leopardi, discutendo col Giordani intorno alla prosa ed alla poesia

afferma: “Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me

quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e di far mio

quello che leggo, non hanno dato altri che i poeti, e quella smania

violentissima di comporre altri che la natura e le passioni; ma in

modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte

le sue parti, e dire fra me: questa è poesia; e per esprimere quello

che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi.„ Se

quindi legge assiduamente i suoi classici latini e greci, e quanto più

li legge tanto più gli s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi

secoli, egli preferisce tuttavia i poeti ai prosatori; Cicerone, “una

volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione

da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato

filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio

di quel momento....„ Prosa e poesia non sono soltanto modi diversi

d'espressione, ma anche diversi atteggiamenti dell'animo: la poesia

è più sentimento, la prosa è più riflessione. Tra i più classici

scrittori, in tempi che del romanticismo non esiste neppure il nome, i

poeti sono naturalmente sensibili e immaginosi, hanno parte di quelle

qualità che saranno proprie dei romantici e li distingueranno. Del pari

i romantici sono naturalmente poeti per il calore degli affetti, per

la vivacità dei fantasmi, anche quando non compongono versi. E la loro

prosa è poetica, e il Leopardi che giudica il suo secolo poco o niente

poetico e alle volte consiglia di porre da parte i versi e loda la

prosa, linguaggio della riflessione e della filosofia; stima pure altra

volta, perchè così vuole la duplicità dell'animo suo, che la prosa, per

essere veramente bella, debba avere “sempre qualche cosa del poetico,

non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale.„ C'è

in lui un filosofo che si compiace nella lettura della classica prosa

ciceroniana; ma c'è anche un poeta che, quando vede la natura dei

luoghi ameni, nella bella stagione, si sente così trasportare fuori

di sè stesso, “che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene,

e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon

prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia.„ Non

solamente egli preferisce la poesia, ma adora la musica: come tutte

le anime sensibili del suo tempo, è deliziato da quest'arte che più

e meglio della poesia parla al sentimento e all'immaginazione. Se la

poesia è più romantica della prosa, la musica è l'arte romantica per

eccellenza, l'arte nuova, l'ambiguo linguaggio delle nuove passioni

perplesse, indefinite, inappagabili.

Desiderii infiniti

E visïoni altere

Crea nel vago pensiere,

Per natural virtù, dotto concento;

Onde per mar delizïoso, arcano

Erra lo spirto umano,

Quasi come a diporto

Ardito notator per l'Oceàno....

Mentre il poeta romantico attribuisce tanta potenza alla melodia,

mentre chiama “mirabili„ le commozioni suscitate dalla musica, il

filologo classico torna agli studii pazienti, all'esame dei testi

antichi. L'uomo che risente alla lettura della _Storia Romana_ del

Niebuhr un piacere indicibile e che annovera fra le pochissime felicità

della sua vita l'averne conosciuto l'autore, è lo stesso che sente le

lacrime salirgli agli occhi udendo all'Argentina _la Donna del lago_.

Così l'intimo contrasto che abbiamo trovato fra le due potenti

facoltà del suo spirito è accresciuto dall'educazione, dal dissidio

delle influenze che ora lo spingono in un senso ora nell'altro. Ma,

in verità, il contagio romantico gli si apprende ogni giorno più

gravemente. Noi abbiamo considerato alcuni dei caratteri letterarii,

rettorici, formali, del romanticismo; e abbiamo visto che, nonostante

la sua fedeltà ai grandi antichi, il Leopardi pur s'accosta per questo

rispetto ai moderni; ma se consideriamo il romanticismo non come forma

ma come contenuto, non come metodo di scrivere ma come modo di sentire,

troviamo nel Recanatese tutti i caratteri dei romantici veri.

L'immaginazione eccedente e la smodata sensibilità anticipano, tra

costoro, la vita; prima e più che alle cose vere essi si affezionano

alle figurazioni della loro fantasia. L'_Harold_ di quel Byron che

Giacomo amava tanto già prova il disgusto della sazietà quando ancora

il primo tempo della sua vita non è trascorso. E la malinconia di

Chateaubriand nasce quando “nos facultés jeunes et actives, mais

renfermées, ne se sont exercées que sur elles-mêmes sans but et sans

objet.„ E la fantasia dipinge ad _Ortis_ “così realmente la felicità

ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per

toccarla con mano, e mi mancano ancora pochi passi — e poi? il tristo

mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto

da lungo tempo.„ E il Lamartine, nel giorno che compie vent'anni è

stanco come se ne avesse vissuti cento. Il Leopardi dice che in lui

“l'attività interna si è consumata assai presto da sè medesima per il

suo proprio eccesso.„

Le anime avvezze a spaziare nel mondo dei sogni, che non ha confini nè

obbligazioni, potranno mai essere appagate dalla realtà precisamente

circoscritta e severamente governata? “Quand tous mes rêves se seraient

tournés en réalité,„ dice il Rousseau, “ils ne m'auraient pas suffi;

j'aurais imaginé, rêvé, désiré encore. Je trouvais en moi un vide

inexplicable que rien n'aurait pu remplir, un certain élancement du

coeur vers une autre sorte de jouissance dont je n'avais pas l'idée

et dont pourtant j'avais le besoin.„ E Chateaubriand: “On m'accuse

de passer toujours le but que je puis atteindre; hélas! je cherche

seulement un bien inconnu dont l'instinct me poursuit. Est-ce ma

faute si je trouve partout des bornes, si ce qui est fini n'a pour

moi aucune valeur?„ E il Leopardi vorrebbe “toujours sentir, toujours

aimer, toujours espérer„ ma “le bonheur de l'homme ne peut consister

dans ce qui est réel. Il n'appartient qu'à l'imagination de procurer

à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable.

C'est la véritable sagesse que de chercher le bonheur dans l'ideal....„

L'identità di queste disposizioni intime è manifesta. Ancora: Gian

Giacomo preferisce le immagini agli oggetti che le hanno suscitate e,

alle Charmettes, ama meglio la signora de Warens quando le è lontano

che non quando le sta da presso. “Plusieurs fois j'ai évité pendant

quelques jours l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je

savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité.

Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais

pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination,

tel qu'il m'avait paru dans mon songe.„ Sono parole del Ginevrino? E

il Recanatese quello che le scrive. Egli chiede: “Suis-je romanesque?„

Sì, o, per meglio dire, egli è romantico. Romanzeschi chiama ancora,

invece che romantici, i sentimenti idilliaci dell'amico Brighenti; ma

poi, come la parola _romantico_ è stata la prima volta adoperata per

qualificare un paesaggio, così anch'egli l'adopera per qualificare un

paese: a Pisa trova “un certo misto di città grande e di città piccola,

di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico.„

Nel sentire diversamente e maggiormente che gli altri, nel fuggire il

mondo reale, nel concepirne uno idealmente migliore, i romantici si

credono singolari, ottimi, unici. Il Rousseau scrive: “J'étais fait

pour être le meilleur ami qui fut jamais; mais celui qui devait me

répondre est encore à venir.„ Il Lamartine loda “ces âmes concentrées,

quoique errantes, qui désespèrent de trouver dans les autres âmes

ce qu'elles rêvent de perfection en elles-mêmes.„ E il Leopardi loda

“quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono

avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore

nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso

il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta

come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che

vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora

trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non

altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si

trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè

stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi

come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che

noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre

lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„

Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà

nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine.

L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto

alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito.

Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i

pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura.

“Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio

anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità

degli uomini.„ Il _Renato_ dello Chateaubriand ha chiamato la folla

“vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non

c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di

chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni

vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta,

e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia

al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a

un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla

pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano

e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici,

egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace

moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono

in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace,

come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della

natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico:

Noi l'insueto allor gaudio ravviva

Quando per l'etra liquido si volve

E per li campi trepidanti il flutto

Polveroso de' Noti, e quando il carro,

Grave carro di Giove a noi sul capo

Tonando, il tenebroso aere divide.

Noi per le balze e le profonde valli

Natar giova tra' nembi, e noi la vasta

Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto

Fiume alla dubbia sponda

Il suono e la vittrice ira dell'onda.

Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come

quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla

francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo _spleen_ inglese.

Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma

lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in

lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di

quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„

Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora

come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi.

Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente

nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto

il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in

grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura

di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo

tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove

altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già

cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre

Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi,

quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo

storico “sul gusto della _Ciropedia_„, pensa di comporre la _Storia

d'un'anima_: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma

racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera,

dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di

comporre i _Colloquii_ “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello

che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza

della vita e dell'uomo esperimentato.„

Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure

stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo

come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità

del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e

nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono

incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col

Ginevrino quando, enumerato nel _Filippo Ottonieri_ i diversi generi

di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista

alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa

natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda

specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza

vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi

nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati

negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più,

l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un

esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„

L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni,

la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del

secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se

l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua

forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta,

se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria

compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente.

A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide,

Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte,

ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio;

un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo

dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si

asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè

manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo

de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e

per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la

vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto

il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà

dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche

senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della

sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del

male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto

una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che

attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo

d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo

che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso,

sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé

de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe:

“Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est

fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je

rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma

mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli

pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours,

je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte

à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je

dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante

ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais

patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence

à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi

supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„

Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con

quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare

del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del

Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e

dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo

disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro.

Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli

nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia.

Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà

poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse

a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come

furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici,

senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti

i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto,

come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato

il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta

contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a

un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche

cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico

e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del

tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„;

ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro

scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si

conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè,

mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende

incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto _Alla

primavera_, che porta anche un secondo titolo: _Delle favole antiche_:

vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata,

quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i

campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era

un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice.

Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico;

consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico

quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del

vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici

puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano;

il Leopardi lo evoca una volta:

O torri, o celle,

O donne, o cavalieri,

O giardini, o palagi!...

ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di

preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente

per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente

rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi,

il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza

delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza

e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se

egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe

riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe

stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e

dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando

a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli

avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve

la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo.

L'ESPERIENZA

I.

LA SALUTE.

Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione,

Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad

apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se

la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li

sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli

prepara la vita?

Leopardi · 第 2 / 16 段