Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento,

F. DE ROBERTO

LEOPARDI

NUOVA EDIZIONE

con un avvertimento dell'autore

e il fac-simile di una lettera di

GIOSUE CARDUCCI

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1921.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati

per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda,_

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che

non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

AVVERTIMENTO.

_Il presente libriccino fu composto prima della ricorrenza del

Centenario leopardiano e vide la luce durante quella memorabile

celebrazione, cioè mentre l'immensa miniera dello _Zibaldone_, per

mezzo secolo rimasta ignorata o inaccessibile, si veniva appena

schiudendo. Dopo che fu tutta aperta ed in ogni senso percorsa,

l'autore di questo breve studio credette suo debito tener conto dei

nuovi preziosissimi materiali per una futura nuova edizione del suo

lavoretto, e si accinse infatti all'opera; sennonchè fu ben presto

costretto a riconoscere che per giovarsi quanto era necessario dei

sette volumi dei _Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura_

non bastava ritoccare le pagine che egli aveva scritte, ma bisognava

rifarsi dal primo principio e comporre un altro libro, se non di

diverso disegno, certamente di più largo respiro._

_Poichè non gli è finora riuscito di portarlo a compimento, e

propriamente dispera che gli riesca mai più, egli non ha saputo che

cosa fare del suo primo saggio: se lasciarlo, cioè, esaurito, come è da

tanto tempo, o ripubblicarlo tale e quale. A questo secondo consiglio

si apprende oggi, confortato dal giudizio del quale volle onorarlo,

ventitrè anni addietro, il Maestro dei maestri. La lettera di Giosue

Carducci qui riprodotta sarà la migliore giustificazione della presente

ristampa, come fu ed è il massimo premio che l'autore potesse mai

ripromettersi._

28 giugno 1921.

[Illustrazione: Lettera di Giosue Carducci.]

Bol. 18 f. 1898

Caro signore,

Grazie del libro. Mi pare una enciclopedia del pensiero e del

sentimento leopardiano di fonte, condotta con metodo esatto e

fedele, molto buona e utile.

Può addomesticare, e lo spero e l'auguro, la gente, sempre e per

lo più grossolana e pregiudicata e declamatrice, alla cognizione

della imagine del poeta e pensatore.

La saluto.

Giosue Carducci

L'INDOLE

I.

IL SENTIMENTO POETICO.

Fanciullo di otto anni, per divertire i suoi fratellini, Giacomo

Leopardi inventava fiabe e novelle, alcune delle quali duravano più

giorni come romanzi; una specialmente, piena di strane e fantastiche

avventure improvvisate secondo che l'azione si veniva svolgendo,

durò più settimane. I personaggi erano però tolti dal vero: il conte

Monaldo suo padre si chiamava Asmodante, Lelio il fratello Carlo, il

brillante eroe Filzero era lo stesso narratore. Egli sapeva trasfondere

tanta vita in questi tipi, che tre quarti di secolo più tardi il

conte Carlo, udendo qualche tratto di spirito, esclamava: “Questa è

_filzerica!_....„ A dieci anni, Giacomo cominciò a comporre i suoi

primi libri. Nel 1810, a dodici anni, scrisse al padre scusandosi di

non potergli nulla offrire in occasione delle feste: “Crescendo l'età

crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii

intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di

occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei

libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine

ho d'uopo di anni.„ Le sue composizioni di quel tempo sono tragedie,

poemetti, cantiche sacre e profane: il _Pompeo in Egitto_, il _Catone

in Africa_, le _Notti puniche_, il _Balaamo_.

Questo ingegno straordinariamente precoce comincia dunque a dar

prova di fervida immaginazione. Il giovanetto ben presto si dà tutto

agli studi severi delle lingue e delle letterature antiche; sembra

allora che questa sua dote debba restare inutile, che questo lume

interiore debba spegnersi: in luogo d'inventare egli traduce; in

luogo d'esprimere idee proprie, ricerca, raccoglie, discute quelle

degli altri. Tuttavia, quando pare che la sua facoltà immaginativa sia

isterilita sotto la polvere dei vecchi libri, fra le grammatiche, fra

i dizionarii greci ed ebraici, dà ancora prova di forza. Il Creuzer

trova nel suo lavoro sul Porfirio “plus d'effervescence juvénile et

d'imagination que de maturité d'esprit.„ Studiando filologia, trattando

di ingrate quistioni etimologiche, egli segue una “ispirazione

indovinatoria„ e “quella certezza intima che per quanto non si possa

trasfondere facilmente in altri, con tutto questo è fortissima e nasce

da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe

giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare

alcuna prova irrepugnabile.„ Nell'immenso cimitero dell'antichità egli

rimescola le ceneri dei grandi morti, interroga le lapidi, decifra i

nomi; ma quante volte lo stesso nome è cancellato! Tra il cielo della

gloria e le profondità dell'oblio sembra che vi sia un luogo dubbio

come il limbo cristiano: chi furono Elio Aristide, Dione, Crisostomo,

Cornelio, Frontone? Nulla, quasi nulla si conosce della loro vita;

il loro pensiero è perito, è disperso. Ed ecco l'erudito adolescente

attendere, con le poche e incerte notizie che i suoi libri glie ne

danno, a ricostruire la loro vita, a rifare le loro opere. La sola idea

d'un simile lavoro non prova il fervore d'una immaginazione che, per

poco costretta nell'aridità degli studi filologici e storici, troverà

più tardi altri campi dove spaziare? Fantasia ed erudizione si danno

ancora meglio la mano quando, “innamorato della poesia greca„, egli

tenta un'impresa simile a quella di Michelangelo, “che sotterrò il

suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credeva d'antico portò il braccio

mancante„: grazie alla sua scienza dell'antichità ellenica compone un

_Inno a Nettuno_ che finge d'aver tradotto dal greco, e che greco fu

veramente stimato; ma l'opera sua è originale, è dovuta alla nativa

facoltà creatrice, ravvivatrice, animatrice. Simonide celebrò il

successo delle Termopili, e il suo canto andò perduto: il Leopardi,

commiserando il destino di quegli Italiani che morivano in guerra per

una causa non propria, ricorda i Trecento caduti sul colle d'Antelo

e procura “rappresentarsi alla mente le disposizioni dell'animo del

loro poeta in quel tempo„, e così rifarne il canto. Dalle sue stesse

parole noi vediamo di che specie sia la facoltà immaginativa dello

scrittore. Essa non si esercita tanto sulle cose quanto intorno ai

sentimenti, non gli suggerisce tanto forme quanto idee. Per questo suo

speciale carattere si può antivedere che l'immaginazione del Leopardi

sarà associata con la facoltà di pensare e di riflettere; ma essa

naturalmente dipende da quella di sentire e di commuoversi. Come mai

il fanciullo sarebbe capace di creare tanti tipi e d'inventare così

belle favole, se le figure e gli atti delle persone reali non avessero

lasciato profonde impressioni dentro di lui? Come mai il giovanetto

darebbe vita a tanti eroi, a tanti fantasmi, se egli stesso non vivesse

intensamente?

La sensibilità del Leopardi è infatti grande e precoce quanto la sua

immaginazione: bambino di quattro anni e mezzo, dinanzi al cadavere

di un fratellino scoppia in un pianto così dirotto che il padre ne è

maravigliato ed esprime questa maraviglia in un suo Diario. Misurare

la capacità degli organi dei sensi di un morto, sulla fede dei suoi

scritti, contando gli aggettivi da lui adoperati, interpretando il

valore delle sue espressioni, è malagevole tanto, che gli scienziati

i quali hanno tentato questo lavoro intorno al Leopardi non sono

venuti a conclusioni concordi. Certo è che lo sviluppo fisico e morale

del Recanatese fu anticipato di quattro o cinque anni e che la sua

salute si rovinò irreparabilmente. Narreremo più tardi la storia dei

suoi mali; questo è il luogo di notarne il principale: un disordine

nervoso, una irritabilità sensoria, una disposizione a risentire

intensamente, fino allo spasimo, tutte le impressioni del mondo

esterno. Le impressioni grate sono in lui più forti che negli altri

uomini; ma le dolorose sono più forti e più frequenti: sono continue.

I suoi occhi non possono sostenere la luce del sole e spesso neppur

quella delle candele; il suo udito è letteralmente ferito dai rumori;

la sua cute non resiste nè al freddo nè al caldo. Moralmente noi

troviamo in lui la stessa esagerazione. Egli si commuove al sorriso dei

campi, al canto degli uccelli, al raggio della luna; una sera “prima

di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo

puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani

che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche,

e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come

un forsennato....„ Nel commercio degli uomini le cerimonie sono per

lui “sciagurate„ perchè “ci tolgono e difficultano una delle massime

consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, voglio dire

quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli

altri.„ Tutto quello che impedisce l'espressione vera del cuore gli

riesce odioso: egli ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno “della

comunicazione del cuore e dei sentimenti.„ Nulla al mondo è per lui

desiderabile “se non i diletti del cuore e la contemplazione della

bellezza.„ Alla bellezza poetica è sensibile in modo che i parenti, per

richiamare la sua attenzione quando lo vedono assorto, usano citare ad

alta voce qualche verso di Virgilio, d'Orazio, del Petrarca: allora

egli si scuote e si desta. La viva ed animata bellezza è a lui fonte

“inenarrabile„ di pensieri e sentimenti “eccelsi ed immensi„, e segno e

sicura speranza “di fati sovrumani, di fortunati regni ed aurei mondi.„

La bellezza di Aspasia gli appare qual “raggio divino„:

simile effetto

Fan la bellezza e i musicali accordi

Ch'alto mistero d'ignorati Elisi

Paion sovente rivelar.

E se i rumori lo feriscono, la musica è una delle sue grandi passioni,

“e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo.„ Egli grida al

fratello: “Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita.„

E quando la sorella gli scrive con la sua “consueta sensibilità„,

egli ne resta consolato in più modi: “perchè mostri di volermi

tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trova al mondo,

perchè risvegli la mia non verso te in particolare, ma verso tutto

l'universo„. L'amor fraterno è in lui un “amor di sogno„; pensando al

fratello suo spesso egli piange di tenerezza. Vedremo più tardi altre

prove della forza di questo suo sentimento; vedremo ancora sino a qual

grado saliranno in lui i sentimenti dell'amore e dell'amor proprio

e dell'amor patrio: osserviamo per ora qualche altro segno della

sua acuta sensibilità morale. La sua corrispondenza epistolare col

Giordani pare quella d'un innamorato. Aspettando la visita dell'amico,

egli crede che resterà qualche giorno senza dirgli niente, “per non

sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare

e di dormire.„ E visto che l'avrà, potrà dire “che non tutti quei

desideri più focosi ch'io ho sentito in mia vita sono stati vani.„

Dovendo immaginare qualche cosa di sua grande allegrezza, non crede

che ne proverebbe una maggiore di quella che il diletto amico gli reca

dandogli buone notizie della sua salute. E se manca di sue notizie

cade in una “ansietà spaventosa„ e scrive al Mai una lettera piena

d'angoscia. Rivolgendosi direttamente al pigro corrispondente, gli

dice: “Ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare

di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore

così dolorose, che altre tali non mi ricordo di aver mai provato in

vita mia.„ Nè si lagna tanto del silenzio dell'amico quanto della

propria esagerazione: “di questo amor mio che le cose più ordinarie

e naturali se le figura stranissime e miracolose„: dove noi possiamo

vedere come gli eccessi della sensibilità determinano gli eccessi

dell'immaginazione. Questo medesimo rapporto fra i sentimenti e le

immagini troviamo espresso in un altro luogo dove egli parla del

fratello Carlo: lasciando Recanati nel 1822 egli sa che Carlo resta in

angustie; da Roma gli scrive: “Questo pensiero mi pungeva infinitamente

quel primo giorno ch'io ti lasciai e che io mi dipingeva alla fantasia

tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti

trovavi.„

Sin da questo momento è da prevedere che un uomo così fatto non

sarà felice. Con tanta esasperazione della sensibilità fisica e

morale, con tanta esorbitanza dell'immaginazione, i suoi spasimi

saranno ineffabili. Certo, anche le sue gioie saranno più intense

che non quelle degli uomini comuni; ma i dolori saranno più copiosi,

e le stesse gioie gli riusciranno spesso intollerabili. Guardate,

per esempio: agli uomini medii la speranza suol essere una grata

consolatrice: in lui diventa “passione turbolentissima.„ Egli non si

maraviglia che la speranza travagli “assai più della disperazione e del

dolore„ la sorella Paolina, tanto simile a lui moralmente. Sperando con

tutte le sue forze, temendo che la cosa tanto sperata non succeda, egli

giudica che la disperazione e lo stesso dolore sono “più sopportabili

della speranza.„ Quando gli accade qualche cosa che non ha previsto,

egli l'apprezza esattamente; ma che cosa non prevede un'immaginazione

fervida come la sua? Essa gli anticipa le impressioni della vita, le

eccita in lui prima che gli avvenimenti reali si producano; e la sua

sensibilità smodata si mette a vibrare dinanzi a questi fantasmi,

dinanzi a queste vanità, come dinanzi alle cose. Quando sopraggiungono

le impressioni reali, esse gli sembrano scialbe ed insipide. Pertanto

egli giudica scarsi il piacere e la bellezza nel mondo, e la fantasia

gli pare preferibile alla realtà. Allora egli non trova altro porto

“che quello dei fantasmi e delle immaginazioni„, e non solo disprezza

la realtà, ma la nega, la considera “un nulla„, ed afferma che solo le

“care illusioni„ sono cose consistenti. Così egli ragiona al rovescio

degli uomini comuni, ed all'invertito ragionamento corrisponde un

sentimento d'orgoglio: perchè l'anima sua, capace di creare le sole

cose belle e vere, sarà diversa dalle altre, anzi migliore di tutte:

“alta, gentile e pura„.

Basterà per il momento avere accennato a questi danni: quantunque essi

non siano lievi, vediamo ora come altri se ne producano per un'altra,

per una nuova ragione. Poichè egli antepone le illusioni alla realtà,

non le tiene “per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali,

giacchè non sono capricci particolari di questo e di quello, ma

naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno.„ Dall'osservazione

di ciò che accade in lui trae così un'affermazione generale: e certo

l'identità dell'umana natura deve consentirci di estendere a tutti gli

uomini ciò che è proprio ad uno di loro; ma questi uomini tanto simili

sono pure tanto diversi che non se ne trovano due del tutto eguali;

e il Leopardi non sarebbe singolarissimo se tutti attribuissero, come

egli fa, tanta importanza alle illusioni. La capacità di considerare

il mondo reale “un nulla„ e di preferirgli il mondo suscitato dalla

fervida fantasia ed apprezzato dall'acuta sensibilità, è propria

dei poeti: il sentimento poetico è appunto fatto di sensibilità e di

fantasia. Tali doti portate dalla nascita fanno poeta il Leopardi; la

loro esagerazione spiega la sua parentela con tutti gli altri poeti

dolenti; ma l'indole sua si specifica perchè egli possiede un'altra

dote eminente che col sentimento poetico d'ordinario non s'accorda, che

anzi lo contrasta.

II.

LO SPIRITO FILOSOFICO.

Tra la scienza e la poesia, tra la forza dello spirito e l'intensità

del sentimento c'è d'ordinario opposizione e contrasto: gli uomini

maggiormente impressionabili non sogliono essere i più riflessivi. Le

due capacità si trovano tuttavia insieme unite in alcune anime che da

questa unione riconoscono la loro potenza.

La facoltà che agguaglia i poeti e gli artisti agli uomini di scienza è

l'immaginazione. Il Leopardi, componendo l'inno a Nettuno, ricomponendo

il canto di Simonide, eccitando il Missirini a “render corpo e vita

alle ossature e agli scheletri dell'antico teatro greco e romano„,

fa opera simile a quella del naturalista che da alcuni frammenti

fossili ricostruisce tutto l'ignoto essere vivente al quale questi

appartennero. La concezione dell'ipotesi della quale lo scienziato si

serve per ispiegare i fatti osservati è simile alla concezione poetica

e romanzesca. La scienza delle scienze, la filosofia, è ancora più

vicina alla poesia che non tutte le altre. L'importanza dell'ipotesi

è senza fine maggiore in filosofia che non nelle scienze esatte: anzi,

considerando i problemi massimi ed insolubili — l'origine, la natura,

il fine della vita e del mondo — la filosofia riposa tutta quanta sopra

ipotesi. E poichè l'ipotesi è opera di quella potenza immaginativa

alla quale il poeta deve i suoi concepimenti, la parentela tra il

poeta ed il filosofo è manifesta. “Abbi per cosa certa,„ dice lo stesso

Leopardi, buon giudice, “che a far progressi notabili nella filosofia

non bastano sottilità d'ingegno e facoltà grande di ragionare, ma si

cerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo,

il Leibniz, il Newton, il Vico, in quanto all'innata disposizione dei

loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti, e per lo contrario

Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.„ Filosofia e poesia

sono ancora affini per questo: che molto spesso, anzi quasi sempre si

esercitano intorno allo stesso oggetto: l'anima umana: “E ben sai che

egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel profondo degli

animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli

andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell'une

e degli altri„.

Ma questa affinità, sia grande quanto si voglia, non arriva

all'identità; al contrario. Un poeta può rassomigliare molto ad uno

scienziato e moltissimo ad un filosofo; ciascuno ha tuttavia i suoi

particolari e indelebili segni. Per la potenza dell'immaginazione

essi si somigliano; ma l'immaginazione è unita con la sensibilità nel

poeta, con la ragione nello scienziato e nel filosofo. Facoltà propria

del filosofo è, secondo lo stesso Leopardi, quella di “penetrare coi

pensieri nell'intimo delle cose„; di “sciorre e dividere le proprie

idee nelle loro minime parti„; di “ragunare e stringere insieme un

buon numero di esse idee„; di “contemplare con la mente in un tratto

molti particolari in modo da poterne trarre uno generale„; di “seguire

indefessamente coll'occhio dell'intelletto un lungo ordine di verità

connesse tra loro a mano a mano„; di “scoprire le sottili e recondite

congiunture che ha ciascuna verità con cento altre.„ Più brevemente:

il filosofo non considera i fatti nelle loro apparenze, ma ne misura il

valore, ne esprime il significato e ne discopre le leggi.

Abbiamo visto che il Leopardi, a otto anni, è novellatore e poeta;

ancora adolescente, quando gli altri non hanno finito di apprendere

le lingue egli è maestro di filologia. L'opera sua è di vero

scienziato: le sue emendazioni dei testi, le sue illustrazioni, i

suoi commentarii, tutto il suo minuto ed acuto lavoro di critica, se

è aiutato dall'intuito, dal “tatto quasi divinatorio„ del quale parla

suo fratello Carlo, è pur dovuto principalmente alla potenza riflessiva

della sua mente. Ma egli non si può contentare di questo esercizio;

mira a più vasti orizzonti: dalle regole grammaticali passa alle leggi

dell'anima. Già vedemmo come, osservata in sè stesso la preminenza

delle illusioni e considerato che la natura umana è essenzialmente una,

egli estende a tutti gli uomini quel che gli è proprio. Vediamo qualche

altro esempio di questa sua attitudine ad astrarre e generalizzare.

Un giorno, rivolgendosi ad un maestro perchè riveda l'opera sua, egli

prova un senso di rimorso nel distoglierlo da altre occupazioni:

il bisogno dei consigli e la paura di essere indiscreto vengono in

contrasto; l'interesse proprio trionfa; dall'osservazione di questo

fatto egli ricava una sentenza: “Veggo bene che io usurpo momenti che

dovrebbero essere sacri a tutta la repubblica delle lettere „, scrive

al Mai, “svolgendola da occupazioni utili all'universale letteratura,

e ne ho rimorso; ma che debbo dirle? L'amor proprio è assai potente,

e fa che si desideri per sè solo quello che si dovrebbe impiegare per

il bene di tutti....„ Quando noi ci troviamo soli in un'opinione anche

vera sprezziamo l'altrui opposizione; pure il dubbio di essere in

inganno può tormentarci e una secreta voce dirci che l'ostinazione ci

fuorvia; se noi non siamo filosofi ci ostiniamo o dubitiamo senz'altro;

un pensatore come il Leopardi formula una legge della quale misura

l'estensione: “Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura,

e a noi medesimi spesso la costanza pare caponaggine, la noncuranza

degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli

altri, presunzione.„ Ancora: ripensando ad un nostro piacere passato,

noi possiamo sentire che esso non fu tanto grande quanto poteva essere,

e rammaricarcene; il Leopardi, in una condizione simile, esprime

una verità: il pentimento di non aver goduto appieno, dice, ci grava

l'anima

e il piacer che passò cangia in veleno.

Non occorre moltiplicare gli esempii. Il risultato è che in età quasi

fanciullesca egli ha già “certezza e squisitezza di giudizio sopra

le grandi verità non insegnate agli altri se non dall'esperienza,

cognizione quasi intera del mondo e di sè stesso.„

Ma quest'abito filosofico così presto contratto grazie alla capacità

indagatrice della mente, ostacola gli slanci del poeta. Guidati

dalla comune potenza immaginativa, poeta e filosofo procedono per vie

parallele; essi divergono obbedendo all'impulso particolare della loro

natura. Il poeta vuol sentire: il filosofo vuol ragionare. La singolare

capacità del poeta è di apprezzare le cose che l'immaginazione gli pone

dinanzi: di vibrare, di fremere, di gioire, di spasimare; la singolare

capacità del filosofo è quella di spiegare le cose che l'immaginazione

gli rappresenta: di paragonare, di dedurre, di astrarre, di intendere.

Certo, non è possibile al poeta sentire senza giudicare; nè al filosofo

giudicare senza sentire; ciò spiega ancora la loro affinità; ma come il

giudizio del poeta, se pure è esatto, si altera perchè egli obbedisce

troppo alle simpatie, alle antipatie, e in generale alle passioni; così

il sentimento del filosofo, se pure è schietto, si altera perchè egli

troppo lo indaga ed esamina.

Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la

pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La

tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri

il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si

rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso.

Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la

bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno;

ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in

lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia

e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia

e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la

tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma

chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi

passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che

cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento.

Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno

stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque?

È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive

la _Quiete dopo la tempesta_, che è tutt'insieme una poesia squisita

ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione

piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata

tutta relativa e fallace.

L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo,

ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa

complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe

se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di

pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire

appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi.

Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico,

sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse

grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più

tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse

in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per

questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due

anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi

col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo

molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se

non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono,

sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione

è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma

non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui

e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così

fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere

a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini?

E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal

dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione.

A noi ti vieta

Il vero appena è giunto,

O caro immaginar....

Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione

poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa

che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di

fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già

tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene

non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma

perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„

si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva

comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa

incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per

la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le

speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è

la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al

filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può

assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata

la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno

derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ — della ragione che

gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della

fantasia....

In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima,

d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà?

Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna

anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo

dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo

Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima

che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente:

fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più

belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare

i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova

di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina

a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza

maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per

aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed

impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma

già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare

è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che

ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco

a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha

troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario.

Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e

ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli

è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il

embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les

objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa

capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses

gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est

possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content

de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses

propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„

Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata

direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando

dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice

e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha

interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla

quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi

col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente.

Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la

significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè,

mercè sua,

Sapïente in opre

Non in pensiero invan, siccome suole,

Divien l'umana prole.

Egli invidia gli uccelli perchè “cangiano luogo ad ogni tratto; passano

da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma

parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile;

veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime;

esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita

estrinseca.„ E il suo Filippo Ottonieri narra che Socrate “inchinando

naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si

volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl'impedivano

l'operare.„

Questo impedimento fu il suo; tanto più doloroso quanto che egli

ne ebbe nitida coscienza. Di tutti i mali derivanti dalla sua

costituzione psichica noi abbiamo visto che egli ebbe coscienza; i

quali, riassumendo, furono: l'esagerazione del sentimento poetico,

cioè della sensibilità e della fantasia; il contrasto fra questo

squisito sentimento poetico con un altissimo spirito filosofico, e per

conseguenza la depressione e la dispersione della volontà.

L'EDUCAZIONE

CLASSICISMO E ROMANTICISMO.

Un terreno arido s'irriga, un albero che pende si raddrizza: l'arte

corregge la natura. Quali mezzi furono posti in opera per modificare

la pericolosa disposizione di Giacomo Leopardi? Parleremo a suo luogo

dell'azione della famiglia: questo è il momento di narrare la sua

educazione intellettuale.

Con tanta smania d'azione, con tanta e tanto precoce capacità di

vivere, il giovanetto recanatese passa i migliori anni dell'adolescenza

sui libri. “Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più

pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo

studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non

piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi

ha rovinato).„ Non soltanto la salute del corpo è rovinata; ma quella

dello spirito è peggiorata. Il lavoro della mente diviene, a scapito

dell'attività dei muscoli, il suo bisogno, il suo amore. Infermo,

egli lavora ancora sei ore il giorno; e dice d'essersi così moderato

“assaissimo.„ E oltre che l'eccesso, il genere stesso del suo lavoro

mentale gli è pernicioso. Lo studio d'una disciplina esatta, di una

scienza sperimentale, sviluppando il senso dell'osservazione reale,

fomentando la nativa facoltà del raziocinio, avrebbe, se non soffocato,

moderato almeno la fantasia; e se non aiutato, almeno non repressa

la capacità d'azione. Egli studia invece quella filologia, quelle

“spente lingue dei prischi eroi„ che lo segregano dal mondo moderno,

che lo fanno vivere nel passato, che popolano il suo cervello di

figure antiche e favolose. La sua fantasia è capace di dar corpo alle

ombre, il suo sentimento s'infiamma per esse. Quando egli legge un

classico, la sua mente “tumulta e si confonde„; quando legge Virgilio

“m'innamoro „, confessa, “di lui.„ Abbiamo visto che rifà i canti ed

eccita dentro di sè i sentimenti di Simonide, dei fedeli al nume del

mare; reciprocamente: attribuisce i sentimenti suoi proprii a Saffo,

a Bruto minore. Leggete le sue lettere: egli non parla d'altro che

di scrittori greci e latini: di Omero, di Virgilio, di Callimaco, di

Orazio: chiede notizie ai suoi corrispondenti di Giulio Africano, ne dà

intorno a Dionigi e all'Eusebio del Mai; quando il dotto abate ritrova

i libri di Cicerone della Repubblica si commuove sino a scrivere una

canzone. E traduce la _Batracomiomachia_, due volte; la _Titanomachia_,

gl'_Idillii_ di Mosco, un canto dell'_Odissea_, un altro dell'_Eneide_;

e ragiona delle Arpie, e compone tutto un libro sugli errori popolari

degli antichi. Non si contenta di studiare e tradurre: se pensa di

scrivere un romanzo storico, intende che debba essere “sul gusto della

_Ciropedia_.„ Un simile proposito dimostra sino a che segno egli è

lontano dal suo tempo. Quando egli porge l'orecchio alle voci che

vengono di fuori, ode gli echi d'una lotta vivace: classici e romantici

si accapigliano. Naturalmente egli è coi classici; lo farebbe ridere

chi pensasse di ascriverlo all'altro partito. E nondimeno s'inganna.

Classicismo e romanticismo non sono soltanto due scuole letterarie,

ma due stati della coscienza e quasi due diverse qualità di anime.

L'indole di chi ha seguito le tradizioni è calma ed equilibrata, o

capace di frenarsi e di obbedire a certi consigli di moderazione e

di prudenza, a certi precetti di ordine e di misura. Nature ribelli

hanno sempre tentato di esprimersi liberamente; ma tanto forte è stata

l'efficacia dell'insegnamento, che o si sono ultimamente piegate,

oppure il loro esempio è rimasto senza imitatori. Altrettanto è

avvenuto in politica: i tentativi di affermare i diritti dell'individuo

contro le potestà consecrate dalle leggi secolari sono rimasti

lungamente sterili. E la rivoluzione politica coincide con la

rivoluzione letteraria. L'autorità dei maestri vien meno per quella

stessa causa che distrugge ogni altra autorità nel consorzio sociale:

la filosofia del secolo XVIII, tutto esaminando e tutto ponendo in

forse, prepara una nuova era nel mondo; il primo romantico è il primo

rivoluzionario: Gian Giacomo Rousseau. Ma le origini del romanticismo

sono ancora più remote. La signora de Staël ha ragione di dire che

la divisione della letteratura in classica e romantica si riferisce

alle due grandi età del mondo: a quella che precedette e a quella che

seguì lo stabilimento del cristianesimo. L'anima pagana, idealizzando

la natura, aveva estrinsecato un certo tipo di perfezione e se n'era

appagata; ma lo spirito umano, irrequieto indagatore, non poteva

trovar sempre nella natura un pascolo adeguato; doveva anzi presto o

tardi riconoscere che il mondo della coscienza è senza fine più vasto

e ricco che non il mondo delle cose. Questo scontento della realtà,

quest'ansia di novità, questa specie di ripiegamento dell'anima in sè

stessa, furono in grandissima parte opera della predicazione cristiana.

Se l'ideale classico, cioè pagano, continuò ad essere onorato lungo

tempo dopo che la dottrina di Cristo mutò la faccia del mondo, ciò

dipese in gran parte dalla prevalenza della razza latina, nella quale

il paganesimo, come serenità di sentimento, come ludicità di visione,

era quasi connaturato. Quel che c'è di triste e di dolente nella fede

cristiana era quasi inaccessibile a una gente vissuta sotto cieli

chiari, in riva ai mari tranquilli, sopra terre feconde quasi sempre

sorrise dal sole. Inconsapevolmente essa professava il nuovo culto

con le forme antiche; i vecchi riti e i vecchi miti sopravvivevano:

un giorno, quando la rinnovazione dell'ideale pareva compita, il

paganesimo rifiorì e il classicismo trionfò con la Rinascenza. Ma la

nuova fede, intanto, penetrava più a dentro fra la gente del Nord.

Gli uomini vissuti sotto cieli foschi, sulle rive di mari lividi,

su terre ingrate, erano meglio preparati al nuovo verbo che insegna

a disamare la terra, che dice la vita terrena un doloroso viaggio.

Questi uomini non potevano vivere all'aperto, dissipando la loro

attività in giuochi e feste; il raccoglimento dell'anima, l'esame

della coscienza riusciva loro più facile; alla mortificazione della

carne erano meglio preparati. Quando essi videro che cosa i Latini

avevano fatto del cristianesimo, protestarono e fecero valere la loro

protesta. Lungo tempo ignorati o mal noti, questi Nordici cominciarono

a prender parte alla storia del mondo, produssero ingegni che ne

espressero gl'ideali: a poco a poco il loro genio esercitò come un

fascino sui Latini, disposti dalla stanchezza ad apprezzare la novità.

Se pertanto la filosofia del secolo decimottavo, con i suoi dubbii e

con le sue negazioni, fa impeto contro la scuola classica, l'invasione

delle letterature nordiche accresce la vigoria dell'assalto. E la

rivoluzione francese scuote la società dalle fondamenta, e Napoleone

sconvolge il mondo: il sangue scorre a fiumi, dalle ghigliottine, sui

campi di battaglia; gli Stati si trasformano, i confini si slargano,

gli eserciti corrono dall'uno all'altro capo dell'Europa, i popoli si

avvicinano: nuove visioni di cose tragiche o insolite passano dinanzi

agli occhi della nuova progenie: i consigli di chi vorrebbe tornare

alla compostezza, alla semplicità, alla serenità del passato non

sono più uditi; ma gli ansiosi che hanno iniziato il mutamento non vi

trovano la quiete, sibbene un'ansia nuova, più acuta. In questo tempo

nasce Giacomo Leopardi.

Egli può ben credersi classico, può bene appartarsi dal mondo moderno,

può bene suscitare dentro di sè l'antico: non potrà far mai che

questo antico torni realmente, non può distruggere in sè o d'intorno

a sè gli effetti dei secolari o dei nuovi rivolgimenti. Chi più vuol

essere classico, chi è animato da un più vivo sdegno contro i moderni,

partecipa nondimeno a questa modernità e, senza volerlo, lo dimostra.

Il Leopardi confessa apertamente d'essere stato durante un certo tempo

con i moderni. Questo tempo è lo stesso durante il quale egli è ancora

vivace, capace di muoversi, di operare. “Io da principio aveva il capo

pieno delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo studio

della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni

dal francese.„ Rammentiamoci di Chateaubriand il quale disse di sè:

“J'étais Anglais, de manières, de goût et jusqu'à un certain point

de pensées.„ Come il Francese cerca il nuovo in Inghilterra, così

l'Italiano lo cerca in Francia: l'indirizzo è diverso, ma identica è

la spinta interiore per la quale le cose note e vicine sono sdegnate,

e ricercate le insolite e nuove. Così mentre in Germania le menti si

nutriscono di Young e di Ossian, e Schiller e Goethe si appassionano

per Shakespeare; in Francia la signora de Staël introduce il

romanticismo tedesco; e Alfredo de Musset a diciassette anni preferisce

non esser nulla se non potrà essere Schiller o Shakespeare, e

Chateaubriand legge _Werther_ prima di scrivere _Renato_ — Ugo Foscolo

lo ha letto in Italia prima di scrivere _Jacopo Ortis_ — e Sainte-Beuve

parla con tenerezza di Klopstock, e Carlo Nodier trae l'ispirazione da

“cette merveilleuse Allemagne, la dernière patrie des poésies et des

croyances de l'Occident.„ L'ardente e immaginoso fanciullo recanatese

cerca anch'egli ed ama gli stranieri; e tale è la foga che egli mette

in questa come in ogni altra sua passione, che arriva a disprezzare

Omero, Dante, tutti i classici; ma il giovanetto riflessivo tosto

comprende che la disciplina della vecchia scuola è la più adatta a

formare lo spirito, che questi classici, seguendo i principii ora

disprezzati hanno espresso cose d'una imperitura bellezza. Allora

egli si converte, s'immerge “sino alla gola„ nei “suoi„ classici; gli

scrittori che cercano ispirazioni oltre l'Alpi eccitano il suo sdegno;

lo _Spettatore italiano_, foglio romantico, gli pare “un mucchio

di letame„; la _Biblioteca italiana_, giornale dei classici, ha le

sue preferenze. Allora egli è considerato come uno dei campioni del

classicismo; Pietro Giordani lo stima classico non soltanto di studii,

ma anche di animo: “Più volte m'è venuto in mente che se ci fosse

ancora lecito di ripetere i sogni platonici.... io vorrei dire ch'egli

fosse una di quelle anime preparate da natura per incarnarsi in Grecia

sotto i tempi di Pericle e di Anassagora; e da non so qual errore

tardata sino a questi miseri giorni ultimi d'Italia; per mezzo i quali,

parlando con voce italiana pensieri greci, come straniera passò.„ Ma il

Giordani s'inganna anch'egli; l'anima che pareva greca era nondimeno

del suo tempo; per quanto grande fosse la seduzione del mondo antico,

il suo proprio mondo dal quale voleva fuggire la tratteneva con mille

sottilissimi fili ed esercitava un'influenza costante su lei.

Consideriamo ad uno ad uno i caratteri del romanticismo come metodo

letterario e come stato psicologico: vedremo quanti se ne trovano nel

Leopardi. Letterariamente, i romantici insorgono contro l'imitazione.

Per lungo tempo i grandi antichi sono stati considerati insuperabili;

studio e dovere degli scrittori è stato quello imitarli. E il Leopardi,

con tutta la sua infatuazione per gli antichi, quantunque anch'egli

li abbia non poco imitati, pure critica il Monti perchè questo poeta

“va con una ributtante freddezza ed aridità in traccia di luoghi di

classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti

classici, per esprimerli elegantemente; lasciando con ciò freddissimo

l'uditore„; e giudica che la coltura classica, così adoperata “più

quasi nuoce di quello che giovi.„

Un altro punto intorno al quale romantici e classici battagliano

è questo: l'arte deve figurare il brutto? o attenersi soltanto al

bello? I classici sono per questo secondo partito, escludendo il

primo rigorosamente; gli altri invece vogliono che il campo dell'arte

si slarghi, che comprenda tutta quanta la natura. E intorno a questo

argomento il Leopardi discorda dal Giordani. “Ella ricorda in generale

ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e

anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il

brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è di moltiplicare

e perpetuare le immagini di quelle cose o di quelle azioni cui la

natura o gli uomini producono più vaghi e desiderabili: e quale

consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose

moleste di che già troppo abbonda la terra?„ Rispettosamente egli

espone al maestro il suo concetto tutto diverso. “A me parrebbe che

l'ufficio delle belle arti sia d'imitare il bello nel verisimile„. È

vero che si appoggia all'autorità dei classici, di Omero, di Virgilio,

di Dante, dei tragici; ma non è detto che i classici sieno tali in

tutto e che i precetti dei romantici siano senza esempio di sorta.

Nuova è la forza con la quale essi li affermano; e il Leopardi non si

contenta dell'esempio, ricorre alla dimostrazione: “Certamente le arti

hanno da dilettare, ma chi può negare che il piangere, il palpitare,

l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? Perchè il

diletto nasce appunto dalla maraviglia di veder così bene imitata la

natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla, o morto,

o lontano. Ond'è che il bello, il quale veduto nella natura, vale a

dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o

in pittura, vale a dire in immagine, ci reca piacere infinito. E così

il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di

dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non

sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere

e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far

credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla

ritratta al naturale debba dilettare non poco....„ Non si sente già

venire Vittor Hugo il quale estenderà quest'idea e le darà forza di

domma, protestando contro i pedanti che vogliono escludere il difforme,

il brutto e il grottesco dalla riproduzione artistica, ed affermando

superbamente: “Tout ce qui est dans la nature est dans l'art„?

Ancora: l'antica mitologia, della quale i poeti hanno fatto un

secolare abuso, fuor della quale non si è trovata bellezza artistica,

è sdegnata e derisa dai novatori: la fede cristiana torna invece ad

essere onorata, le credenze religiose si ridestano e si affermano:

l'arte narra i _Martiri_, celebra il _Genio del Cristianesimo_. Con

tutto il suo paganesimo letterario, il Leopardi è pure nato nella fede

di Cristo, ne sente pure la rinnovata seduzione; egli pensa pertanto

di comporre ed abbozza gl'_Inni Cristiani_. I romantici non cantano

solamente Dio, ma anche il diavolo; perchè essi credono che l'arte

non debba escludere nulla, neppure l'orrido; e che dai contrasti

nascono effetti nuovi, più potenti: essi dicono: “Nous vous donnerons

de l'incroyable, de l'affreux, du terrible, de l'extravagant, et s'il

le faut, le diable lui-même remplacera votre vieux Apollon....„ E il

Leopardi abbozza anche un'invocazione ad Arimane, al genio del male.

I classici si rivoltano contro questa novità, vorrebbero attenersi

esclusivamente alle letterature antiche, e bandire i moderni,

gli stranieri, i nordici, dai quali vengono i maggiori ardimenti.

Pietro Giordani divulga il consiglio che dà agli scrittori nostri la

signora de Staël: “Dovrebbero, a mio avviso, gl'Italiani, tradurre

diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde

mostrare qualche novità a' loro cittadini, i quali per lo più stanno

contenti all'antica mitologia; nè pensano che quelle favole sono da

un pezzo anticate; anzi il resto d'Europa le ha già abbandonate e

dimenticate.„ Ma il Piacentino, che pare abbia fatto sue queste parole,

traducendole, si schiera tosto dall'altra parte; e come il Monti si

lagna che

Audace scuola boreal, dannando

Tutti a morte gli dèi che di leggiadre

Fantasie già fiorîr le carte argive

E le latine, di spaventi ha pieno

Delle Muse il bel regno;

Leopardi · 第 1 / 16 段