MONACA E ROMANZIERE

“_En ces temps-là, le désert était peuplè d'anachorètes._„ Con questo

umile tono di leggenda principia Anatolio France il romanzo _Taïs_.

Chi, anche solo per lontane letture, ricorda la schietta poesia delle

storie del Cavalca e le pagine magniloquenti del Chateaubriand, si pone

con desiderio a scorrere questo racconto in cui si riflette, per

toccanti e curiosi episodi e per quadri vivacissimi, la grande epopea

spirituale dell'ascetismo cristiano in Oriente, nei due ultimi secoli

dell'Impero romano.

Il romanzo di Anatolio France (che a lui è piaciuto di intitolare _Conte

philosophique_) è presto riassunto nelle sue linee principali. —

Pafunzio, nato di nobile e ricca famiglia cristiana in Alessandria, si

avvede per tempo dei pericoli del mondo e ripara alla Tebaide, ove con

la santità della vita rigidissima è venuto presto in grande autorità,

così che i cenobiti della solitudine d'Antinoe l'hanno scelto per loro

capo spirituale. Un giorno mentre Pafunzio è solo nella sua cella

meditando e orando, ecco che gli viene un ricordo della sua vita

mondana: rivede Taide, la celebre mima, la cortigiana bellissima, per la

quale tutta Alessandria delirava e con la quale egli stesso, al tempo

“del dolce giovanile errore„, una volta fu sul punto di peccare. La

vede, pensa alla vita miserabile che questa donna conduce, ai tanti

peccati che essa commette e fa commettere, ed è preso da un desiderio

infiammato di carità per lei. È Dio che gli manda questo desiderio.

Pafunzio risolve di lasciare la sua solitudine, di rientrare in

Alessandria e convertire a Cristo quell'anima errabonda.

Di lì a pochi giorni il giovane anacoreta, non d'altro vestito che del

suo cilicio, è in Alessandria. Rivede i luoghi della sua infanzia; va al

teatro ove gli appare Taide, sempre bellissima e regina dei cuori; va da

Nicia, un amico della sua giovinezza, che vive sibariticamente nella

sapienza scettica degli ultimi pagani; piglia da lui ricche vesti e

danaro e si fa insegnare il modo di giungere a Taide.

La trova nella sua ricchissima dimora, circonfusa da tutti i fascini

della bellezza, della voluttà, della eleganza greca, della magnificenza

orientale. Egli non si limita, come Giovanni il Precursore dinanzi a

Erodiade, a rimproverarle i suoi peccati; ma le parla anche di una luce

divina che è in lei e che essa ogni giorno offende e contamina; le fa

travedere i gaudi di un amore santo, eterno, nel quale solo la sua

anima, assetata invano di felicità, potrà riposare e sentirsi beata. La

cortigiana Taide, che da bambina aveva ricevuto il battesimo, e talora

vagamente se ne ricordava, rimane colpita dall'improvvisa apparizione,

dall'aspetto strano, dalle ardenti parole del monaco. — Sì è vero, essa

non è felice; in fondo al cuore ha tristezze e desideri ineffabili che

tutti i favori e tutte le delizie di quel pazzo mondo che le sta a torno

non valgono a placare e a contentare. Ma chi potrà darle la pace del

cuore? — Cristo! risponde Pafunzio.... La mima, nel suo bellissimo

atteggiamento di ninfa seminuda, guarda dal suo letto coi grandi occhi

immobili quel singolare uomo che, potendo, non la vuol possedere e che

le ha rivolte parole di un così misterioso e potente significato....

Intanto arrivano le schiave ad abbigliarla per una cena che Cotta, il

grande ammiraglio della flotta romana, darà quella sera stessa in onor

suo. Chiede a Pafunzio d'accompagnarla ed egli acconsente; anzi giura

che non l'abbandonerà più fin che non abbia compita la salvazione della

sua anima, per la quale Dio gli comandò di abbandonare il deserto e

rimettere i piedi nel fango della nuova Babilonia.

*

* *

La cena in casa dell'ammiraglio Cotta si svolge in un quadro stupendo. È

la vecchia orgia romana arricchita e quasi spiritualizzata da tutte le

raffinatezze decadenti della cultura greca e alessandrina. Mentre le

mime e le etère scherzano, motteggiano, baciano e abbracciano sui letti

sontuosi del triclinio, mentre dalle schiave e dagli schiavi s'alternano

balli voluttuosi e grotteschi, e girano i vini più generosi e le vivande

più prelibate, i convitati di Cotta, che sono fra i più colti ed eruditi

spiriti di quel tempo, espongono nella bella forma di un dialogo

platonico le loro opinioni sulla Divinità, sulla Natura, sulla Vita.

Parlano Nicia, Dorione, Zenotemo, Ermodoro, Eucrite e lo stesso

anfitrione Cotta, difendendo le idee proprie a seconda della scuola

filosofica a cui appartengono. Echi dell'Accademia, della Stoa, del

Peripato; Pirrone, Epicuro, Plotino, Proclo, Porfirio tengono a volta a

volta il campo nel cortese certame. I vecchi miti della Grecia, le nuove

teurgie orientali s'incontrano e s'intrecciano in evocazioni e

trasfigurazioni ingegnose e fantastiche. Anche la nuova dottrina di

Cristo ha il suo valoroso rappresentante in questo dialogo. È Marco,

l'apostolo ariano, che svolge la sua teoria della _gnosi_ divina

personificata nel Nazareno; e qui va notato che Pafunzio, il quale ha

ascoltato in calma tutti quei pagani, alle bestemmie ereticali di Marco

non può contenersi: “_A ces mots, Paphunce, blême et le front baigné

d'une sueur d'agonie, fait le signe de la croix..._„

La cena finisce all'improvviso con un episodio orribilmente tragico.

Eucrite lo stoico, il quale aveva già annunziato con vaghe parole una

sorpresa per quella sera, si pone a disputare della libertà umana con

Nicia, che la nega. A un dato punto, mentre l'alba piove la prima sua

luce pallida sulle fronti dei convitati, egli trae dalla veste un

pugnale e se lo pianta nel petto. È l'atto, la prova suprema della sua

libertà. Gli amici raccolgono il corpo tutto sanguinante e lo adagiano

sopra un letto del triclinio; ma Eucrite è già morto. Ognuno immagina la

scena che segue. Cotta, il soldato romano, dice l'ultima parola:

“_Mourir! vouloir mourir quand on peut encor servir l'Ètat! Quel

non-sens!_„ — Ma questa cena ha deciso del destino di Taide. Le parole

di Pafunzio l'avevano turbata e scossa; quegli ultimi orrori della vita

mondana l'hanno vinta. Ella s'abbandona alla volontà del monaco e farà

tutto quello che esso le prescriverà.

Tornano insieme alla casa di Taide. Ma che fare di tutte quelle immense

ricchezze che essa ha accumulato col mercato del suo corpo, di tutti

quegli oggetti eleganti e preziosi che rappresentano la seduzione e

ricordano la colpa? — Al rogo! — grida il monaco. E subito, chiamati i

servi, sulla piazza che sta dinanzi alla casa, inalzano una grande

catasta di legna e quando le fiamme cominciano ad inalzarsi vi buttano

ad uno ad uno gli ori, gli argenti, i profumi, i mobili, tutto, non

risparmiando gli oggetti più meravigliosi, che pareva si raccomandassero

con l'incanto dell'arte. Invano il popolo accorre tumultuando e tenta

d'impedire quello sterminio; invano Nicia, con la voce amorevole della

ragione tollerante, cerca dissuadere. Tutto il mondo del peccato di

Taide deve perire nelle fiamme!

Pafunzio e Taide sono usciti dalla città, e camminano soli lungo il mare

verso il luogo di solitudine, di macerazione e di preghiera che esso le

ha destinato.

La via è aspra e lunga, il sole è cocente e la povera giovine sente il

suo corpo delicato piegare sotto il peso della fatica. Ma Pafunzio si

compiace di tutto ciò; le mostra il mare e le dice che tutte quelle

acque non basterebbero a lavare le orribili colpe di lei; vuole che

soffra perchè possa espiare.... A un tratto, pensando che quel suo corpo

è stato tante volte contaminato dagli uomini, il fiero monaco è invaso

da una specie di ascetico furore. Si mette dinanzi a lei, pallido,

terribile, la guarda un poco nel bianco degli occhi e le sputa sulla

faccia! Ma poi, vedendo una goccia di sangue uscire dal piccolo piede

nudo di Taide, è colto da una frenesia di pietà, si butta per terra e le

bacia i piedi... Taide, arrivati che sono ad una sorgente, beve nella

palma della sua mano e dice al compagno: “io non ho mai bevuto

dell'acqua così fresca nè respirato dell'aria così leggera!„

Di lì a poco sono giunti all'eremo ove Albina, la santa penitente nata

di famiglia imperiale, accoglie la povera Taide “nel tabernacolo della

vita„. La chiudono in una piccola capanna ove non è che un letto di

paglia ed una brocca. Pafunzio stesso vuol chiudere l'uscio e sigillarlo

coi proprii capelli; poi dice ad una delle vergini presenti di passare a

Taide per la piccola finestra dell'acqua, del pane e un flauto acciocchè

la peccatrice canti sovr'esso le lodi del Signore.....

*

* *

Pafunzio monta in una barca sul Nilo e torna alla sua lontana Tebaide.

Che cosa accade di lui? Gode egli nelle solitudini il frutto della sua

opera evangelica? Pur troppo, no. Egli non è più visitato dalle dolci

visioni, il suo cuore è arido, la preghiera non lo conforta. Pare che

Dio siasi ritirato da lui, mentre il Maligno, a segni manifesti, lo

avvolge in un circolo sempre più ristretto e accenna a impadronirsi di

lui. Delle torbide apparizioni entrano nella sua cella e occupano le sue

notti; e in mezzo a loro vede sempre una figura di donna: Taide!...

Mentre essa nella fetida cella, che Pafunzio le ha prescritta come una

tomba, sta macerando il proprio corpo, quello stesso corpo suo è sempre

dinanzi alla mente del povero solitario pieno di fascini, pieno di

tentazioni. Egli ha sempre dinanzi quella goccia di sangue che vide

stillare dal suo piccolo piede, là nelle sabbie del deserto; gli par

sempre di sentire il fruscìo leggero che faceva la sua veste color di

viola, mentre ella si moveva là sul letto del triclinio; nell'aria sente

sempre il profumo delicatissimo che vaporava dalla sua bella persona...

Misteri della giustizia divina! Egli ha convertita Taide a Cristo e ora

Cristo glie la volta contro in tentazione, forse in perdizione

dell'anima sua immortale. Ai ribollimenti del sangue e alle suggestioni

peccaminose della fantasia s'uniscono dubbi tremendi, che fanno sudar

freddo e allibire e fremere di spavento il povero cenobita. Invano egli

raddoppia le preghiere, i digiuni, le macerazioni d'ogni genere; invano

si raccomanda alle preghiere degli altri solitari. Il desiderio di Taide

lo consuma sempre più. Allora egli fugge dalla sua cella e va come uno

smarrito vagando notte e giorno per le solitudini, entra nella tomba dei

Faraoni, fruga fra le ruine degli antichi templi, sale in cima di una

colonna, e fattosi penitente _stilita_, rimane lassù per dei mesi

immobile al sole e alla pioggia. Tutto inutile. Non un'ora della vita

egli può cacciare da sè l'immagine e il desiderio tormentoso di quella

donna.

Allora egli pronuncia la novissima bestemmia delle anime disperate: Dio

lo abbandona al Nemico. E sia; ma almeno Taide deve essere sua, una

volta! Non ne ha egli il diritto, se questo è il prezzo della sua eterna

dannazione?

In mezzo a questi pensieri gli giunge la notizia: Taide è moribonda!

Egli accorre come una belva furente che si vede fuggire la preda da

lungo tempo agognata. Nel tacito asilo delle pie donne egli la trova

morente, muta, con le mani in croce, coperta d'una bianchissima veste. —

Taide! le grida soffocato il monaco; ed ella aprendo l'ultima volta i

bellissimi occhi: “Siete voi, mio padre? Vi ricordate dell'acqua di

quella sorgente che io bevvi con voi? Quel giorno, o padre mio, io sono

nata all'amore... alla vita!„ — Ma Pafunzio le sta sopra con sì orribile

viso e la guarda con occhi così cupidi e balenanti di lussuria, che la

santa madre Albina ha come la intuizione di quanta bruttura sia in quel

momento nell'anima di quell'uomo; e gli intima di allontanarsi. Intanto

le altre monache, guardando la faccia di Pafunzio, gridano spaventate:

Un vampiro! Un vampiro! — “_Il était devenu si hideux, qu'en passant la

main sur son visage il sentit sa laideur._„

E la storia è finita.

*

* *

Ho riassunto, il più brevemente che ho potuto, il nuovo e singolare

romanzo di Anatolio France solo per concludere: che diranno i lettori

quando sappiano e vedano che questo racconto non solo in embrione, ma

nella sua _completa_ ossatura e nella distribuzione di tutte le sue

parti importanti, esiste già da ben dieci secoli e si trova nell'opera

letteraria di una monaca tedesca del secolo nono?

Entro la badia di Grandersheim in Sassonia (fondata nell'852) visse

nella seconda metà del secolo decimo una monaca, la quale, mentre sui

baroni e sulle plebi cristiane incombevano i terrori del Mille, si

dilettava senza scrupoli a leggere le commedie di Terenzio, a comporne a

imitazione e, scrive essa, a emulazione di lui: _in emulationem

Terentii_. Il suo nome ci è pervenuto variamente scritto; ma noi la

chiameremo Rosvita, che suona: rosa bianca. Vorremmo ancora conoscere i

nomi delle monacelle, che nelle lunghe serate dei rigidi inverni si

divertivano a rappresentare le produzioni drammatiche della compagna

poetessa; ma non ci sono pervenuti che il nome di Rikkarda, che le fu

maestra, e quello di Gerberta, dell'imperial sangue degli Ottoni, in

quel tempo badessa a Grandersheim e donna molto famosa per la sua

dottrina in tutta l'Allemagna.

La Rosvita compose poemi, commedie e drammi, sempre d'argomento

religioso. È sorta naturalmente la domanda se l'opera della monaca

sassone abbia, e in qual misura, contribuito alla formazione della

drammaturgia sacra e dei _Misteri_, che assunsero così vasta fioritura

presso le nazioni cristiane nel medio evo. Il D'Ancona opina (e credo

con buon fondamento) che qui si tratti di un'opera individuale e

solitaria, la quale si annoda per conto proprio alla tradizione

classica, mentre il _Mistero_, di fonte popolare, ebbe altri modi di

formazione e di svolgimento.

*

* *

Nella imitazione del commediografo latino seguace dei modelli greci,

nessuno può pretendere che una monaca tedesca, in pieno medio evo,

andasse molto innanzi. Avranno i lettori, un poco più oltre, un saggio

della sua latinità e della sua versificazione e giudicheranno. Se

Terenzio è licenzioso, la suora cristiana sarà naturalmente

castigatissima; anzi appare evidente il suo proposito di purificare e

santificare la vecchia commedia pagana, volgendola a edificazione delle

anime, nella stessa guisa che i vecchi templi si toglievano agli dei

falsi e bugiardi per sacrarli al culto di Cristo e della Vergine.

Rosvita scrive nel preambolo de' suoi drammi. “Mi proposi di sostituire

storie edificanti di vergini pure al racconto dei traviamenti delle

donne pagane: volli, con le mie povere forze, celebrare le vittorie del

pudore e quella specialmente in cui la fiacchezza della donna fu vista

trionfare della brutalità dell'uomo.„

Tutto il suo teatro infatti potrebbe qualificarsi un poema cantato alla

castità della donna, uscente sempre vittoriosa da pericoli, contrasti e

cadute; ove talora il comico va fino alle più volgari buffonerie e la

nota drammatica si leva alla pietà più toccante e alla più schietta e

fulgida misticità. Nel dramma intitolato _Callimacus_ la passione

d'amore è assai caldamente colorita, passando dalla tenerezza

malinconica alla cupa e tragica disperazione. Il giovane Callimaco,

ancora pagano, si innamora di Drusiana sposa d'Andromaco, bella donna e

sposa cristiana, casta e timorata al punto che domanda a Dio la morte

per essere tolta ai pericoli della tentazione. E Dio la chiama a sè. Ma

l'amore di Callimaco è “più forte che la morte„ e va e viola il sepolcro

della donna amata. Nell'atto però che sta per stringere nell'amplesso

sacrilego il bel corpo inanimato, è reso anch'egli cadavere dalla mano

di Dio..... Sopraggiungono il marito Andronico e lo apostolo Giovanni.

Quest'ultimo con un miracolo restituisce Drusiana viva allo sposo; e

risuscita anche Callimaco perchè sia rinnovellato nella fede di Cristo e

nel pentimento.

Come si vede dalla scena penultima di questo dramma, Rosvita non schiva

le situazioni audaci. Le affronta essa e le risolve con una semplicità e

una speditezza, che oggi farebbero sorridere anche un pubblico di

ragazzi; ma che non lasciavano quasi il tempo di cogliere il lato

scabroso della scena. Un esempio. Callimaco, condotto dall'amico

Fortunato, entra nel sepolcro di Drusiana.

_Fortunato_ — Guarda que' lineamenti sui quali non diresti che sia scesa

la morte!

_Callimaco_ — Drusiana, Drusiana! Con che trasporto non t'amavo io,

benchè tu non ti stancassi di rigettarmi! Ma adesso chi ti toglie a me?

_Fortunato_ — Aiuto! Un orribile serpente! (_Muore_)

_Callimaco_ — Me misero! Oh il nefando delitto a cui mi traesti!... Tu

spiri morsicato dal rettile ed io muoio di terrore con te! (_Muore_).

*

* *

Il soggetto sul quale Anatolio France ha svolto il suo romanzo _Thaïs_,

ossia la conversione di una meretrice intrapresa da un santo monaco, nel

teatro di Rosvita è trattato ben due volte; nella _Maria_ e nel

_Paphunctius_.

Maria, nipote all'anacoreta Abramo e vivente in solitudine con lui, è

sedotta da un perverso monaco; fugge una notte dalla Tebaide alla città

vicina e si mette presso un oste a condurre la mala vita. È

toccantissimo il racconto che il vecchio Abramo fa ad Efrem, suo

fratello di religione. — Da prima egli è avvertito della sventura che

gli sovrasta da un sogno: vede un dragone orribile divorare una candida

colomba che gli sta vicina. Turbato dal sogno e non udendo più dalla

cella di Maria venire i soliti canti spirituali, il vecchio accorre

trepidando; e trova la cella vuota.... Ma egli ha avuto notizie del

luogo infame ove essa vive. Andrà a lei in sembianze di un suo adoratore

e cercherà di salvarla. Abramo, a cavallo e riccamente vestito da

soldato arriva all'osteria ove dimora la nipote. Alla grande scena di

simulata galanteria del vecchio, cui tiene dietro il riconoscimento e la

conversione della giovane, non mancano le facezie dell'oste

introduttore:

_Stabularius_ — Fortunata Maria,

Laetare quia

Non solum, ut hactenus, tui coaevi,

Sed etiam seni jam confecti

Te adeunt,

Te ad amandum confluunt!

_Maria_ — Quicumque me diligunt

Aequalem amoris vicem a me recipiunt.

_Abraham_ — Accede, Maria, et da mihi osculum.

_Maria_ — Non solum dulcia oscula libabo,

Sed etiam crebris senile collum

Amplexibus mulcebo....

Il dramma termina con una scena nel deserto fra Abramo ed Efrem. Il

primo narra le vicende e l'esito fortunato del suo viaggio: e i due

vecchi romiti s'uniscono in un inno di ringraziamento alla pietà divina

che si compiacque di richiamare Maria a vita di penitenza.

Nel _Pafunzio_ lo stesso tema è ripreso, ma con un concetto più ideale e

insieme con più larga oggettività. Nessun vincolo di sangue nè altro

obbligo di tutela spirituale congiunge Pafunzio a Taide. È per mera

ispirazione divina che il monaco si decide a tentare la conversione

della donna; e un senso di giustizia ascetica e trascendentale balena in

quella ispirazione. A che verrebbero i santi, con le preghiere e coi

digiuni, in tanta abbondanza di grazia presso Dio, se in pro delle anime

erranti non si dovesse volgere una parte di essa? Per questo l'anima del

romito interrompe la preghiera e vola dalla casta sua cella alla casa di

Taide la grande cortigiana. Questo spirituale bisogno di communione

nella carità è molto scolasticamente spiegato da Pafunzio ai suoi

discepoli nel dialogo col quale comincia il dramma. Anatolio France

rende umano e con più semplicità il pensiero dell'anacoreta, in una

apostrofe di lui a Dio: “_Si je m'intéresse à cette femme, c'est parce

qu'elle est ton ouvrage. Les anges aux-mêmes se penchent vers elle avec

sollicitude. N'est elle pas, ô Seigneur, le souffle de ta bouche?.. Une

grande pitié s'est élevée pour elle dans mon sein...._„

Le scene del dramma di Rosvita si ripetono col medesimo ordine di

successione nel racconto del romanziere parigino. L'andata di Pafunzio

ad Alessandria, il suo dialogo con Nicia perchè gli insegni il modo di

pervenire in casa di Taide, la scena della conversione, la scena del

rogo, la partenza per il deserto, la reclusione perpetua della donna

penitente in una cella oscura e fetida... A questo punto le due

narrazioni principiano a diversificare sostanzialmente. Secondo la

monaca sassone, Pafunzio torna contento alla sua Tebaide e non rivede

mai più la povera Taide se non il giorno in cui, consumata dalle

macerazioni, ella sta per rendere l'anima a Dio. Benchè vecchio cadente,

egli trova la forza d'accorrere a lei per assisterla piamente in quella

ultima ora di prova; e mentre essa muore egli innalza questa bella

preghiera. “... Permetti, o Dio, che gli elementi di cui è composta

questa creatura caduca vadano a ricongiungersi coi principi della loro

origine; che l'anima venuta dal cielo partecipi alle gioie celesti, e

che il corpo trovi una sede fraterna e amica nel grembo della terra,

ond'esso è venuto, fino al giorno in cui, questa polvere riunendosi e un

soffio spirituale rianimando queste membra, questa medesima Taide

risusciterà creatura completa, quale essa fu nella prima vita, per

pigliar posto fra le bianche pecorelle del Pastore!„

Abbiam visto quanto diversa fine faccia il povero Pafunzio nel racconto

di Anatolio France.

*

* *

Non parliamo affatto di plagio; anzi io credo che qui abbiamo un nuovo

argomento per metterci in guardia contro i facili scuopritori di plagi.

Oltre la vaghezza di un riscontro — certamente singolare e curioso fra

due composizioni nate in tanta diversità d'epoca e d'ambiente eppure

tanto somiglianti nella materiale sostanza e in moltissimi particolari —

ciò che sovra tutto mi ha indotto a scrivere, è stata l'ammirazione

provata da me nel vedere come il France da una stoffa vecchissima abbia

saputo cavare una veste nuova, tutto moderna, di forma elegante e

smagliante di colori bellissimi. Quest'arte e questo coraggio di

svecchiare i temi usati è molto propria degli autori francesi. Il _multa

renascentur quæ jam cecidere_, essi lo pigliano sempre per un augurio

buono; e io credo che anche a questo essi debbano la loro fortunata e

invidiabile fecondità.

Basta poi scorrere il romanzo _Thäis_, per convincersi di quanta

ricchezza di fantasia e di che sentimento di modernità, nelle idee e

nelle forme, il France abbia saputo valersi. L'ascetismo cristiano delle

antiche Tebaidi ci torna innanzi signoreggiato e trasfigurato da un

concetto filosofico e da un sentimento artistico. Uno spirito nuovo ci

trasporta a immensa distanza dalla umile coscienza della monaca tedesca

che sentiva e scriveva prima del Mille. Ma, appunto per questo, è ricco

d'interesse e d'insegnamento il vedere come l'ingegno umano possa

diversamente investigare un medesimo soggetto, e renderlo vivo nei

colori dell'Arte.

Morti e viventi · 第 15 / 25 题