Un secolo e mezzo fa, all'indomani delle allegre serate al teatro di
Sant'Angelo e a quello di San Luca, ripetevasi per le strade e pei
ridotti di Venezia: “Gran Goldoni!„ — Adesso, non a Venezia soltanto ma
per tutta Italia, ogni volta che, in casa o in piazza, qualche episodio
schiettamente comico della vita paesana passa sotto gli occhi della
gente, c'è ancora chi esclama: “Se fosse qui il Goldoni!„
E il grido è stato sempre il medesimo; e in tanto passare di anni e in
tanto variare di gusti e di usanze, nessuno ha ancora pensato a
sostituirlo. Il che, se mostra, da una parte, la grande vitalità della
fama di Carlo Goldoni e il giudizio in cui fu sempre tenuto di fedele
rappresentatore della vita italiana del suo tempo, mostra per di più che
nessun autore comico è sorto di poi in Italia, dal pubblico stimato
degno di prendere il posto dell'autore dei _Rusteghi_ e del _Ventaglio._
Così lo stesso motto popolare esprime una insigne fortuna e una grande
povertà della nostra letteratura.
A ogni modo, ogni nostro ritorno al Goldoni nel teatro, nella critica e
nello studio biografico, equivale per noi al rinnovarsi di una
occupazione piacevolissima. È proprio come un tuffo giocondo dentro una
fresca corrente di naturalezza artistica e di simpatia umana. Non
sappiamo se in Goldoni più ci attragga l'uomo o il suo teatro. In lui ci
par di vedere riunito tutto quanto sopravvive ancora di buono, di
schietto e di geniale nella vita letteraria italiana, pur tanto
abbassata e tanto esausta, in quel torpido e cerimonioso settecento;
onde ebbe ragione Emilio De Marchi di scrivere essere così gran piacere
parlar di Goldoni: “Un uomo (aggiunge Ernesto Masi) grande e buono! La
potenza dell'ingegno e la bontà dell'animo congiunte in una sola
persona! Che cosa si può immaginare di più idealmente degno di essere
amato, ammirato e posto in esempio agli uomini? E, con questo, un
equilibrio anche fisico, che in pieno accordo con le felici disposizioni
del suo spirito, permette al Goldoni di scrivere senza vanti: _il morale
è in me perfettamente analogo al fisico; non temo nè il caldo nè il
freddo, e non mi lascio nè accendere dalla collera, nè inebbriarmi dalla
gloria._„[1] Potrei continuare la citazione; ma non voglio con una bella
pagina di prosa dare pronta materia a qualche illustre psicologo di
argomentare che, se proprio il Goldoni era uomo così felicemente
equilibrato, _ergo_ poteva essere, a suo piacimento, un uomo d'ingegno;
ma quello che veramente si dice un genio, non mai!
[1] Scelta di commedie di Carlo Goldoni, con prefazioni e note di
Ernesto Masi. Due volumi. Successori Le Monnier, 1897.
Ma genio o ingegno che fosse, Carlo Goldoni ha lasciato un'opera d'arte,
che, considerata nelle sue grandi linee e comparata all'età in cui
visse, pare fatta apposta per iscompigliare molti criteri sistematici e
in ispecial modo quello dell'ambiente storico, col quale tante e tante
cose abbiamo creduto di poter spiegare nelle vicende delle arti e delle
lettere nostre. O che aveva mai di così singolarmente diverso dagli
altri italiani infuso madre natura in questo uomo che, mentre gli altri
correvano alla imitazione servile, all'artificiato e al falso e mentre
per gli altri una gran nebbia di convenzionalismo si interponeva fra la
mente e la vita, da solo, riesce a prendere tranquillamente la via del
naturale, come se nessuna altra via fosse aperta dinanzi a lui? — La
lingua, rispondono: guardate la lingua di Carlo Goldoni e subito
penserete che anch'egli soggiacque alla legge comune. — Certo, la lingua
italiana del Goldoni, che fu causa principale alle ire del Baretti verso
il gran commediografo, è tutto quanto si può immaginare di sciatto, di
bolso e di sciagurato. Non solo in questo appare somigliante ai suoi
contemporanei ma anche dei peggiori. E non deve far meraviglia, dovendo
egli di continuo cimentarsi nel dialogo, ossia nel campo dove una lingua
ha più bisogno di apparire ricca, agile e viva e dove, quando non abbia
queste doti, si mostra più deficiente. Così un uomo male in gambe appare
anche più zoppo quando va per una strada faticosa e frequente di
ostacoli.
Eppure nel leggere in questi giorni, nei due volumi pubblicati da
Ernesto Masi, alcune delle commedie goldoniane scritte in quella lingua
che il brav'uomo non dubitava di chiamare _toscana_, io sentivo di mano
in mano convertirsi dentro di me in argomento d'ammirazione quella sua
stessa povertà.
Leggete _Il Cavaliere e la Dama_, oppure _Le femmine puntigliose_. A
certi punti del dialogo, le improprietà e le goffaggini continue della
lingua par che arrivino a turbarvi il respiro, come una zaffata di assa
fetida. _Donna Eleonora_ compatisce alle impazienze dello stomaco
affamato di Colombina, esclamando: — Povera ragazza!... Le lunghe
astinenze la rendono _desiosa di reficiarsi_. — Più oltre, è _Don
Rodrigo_ che domanda alla dama come faccia suo marito _a sussistere
senza assegnamenti_, ossia a campare senza rendite. — Altrove è _Don
Flamminio_ che in questi termini esprime la sua buona volontà: — Sono
qui disposto a _soccombere_ a quanto sarà necessario. — Titubazioni,
imprecisioni e sciatterie proprie d'un idioma malato e che ormai accenna
a dissolversi. Ma andate avanti. Intanto la commedia si svolge, gli
incidenti si moltiplicano, annodandosi e snodandosi come per incanto, i
caratteri si profilano, il quadro dei costumi si colora e si anima; e
tutti gli spiriti di una comicità schietta, vivace e inesauribile vi
avvolgono e vi captivano e vi immedesimano nel soggetto della commedia
per modo, che voi non avete più tempo di pensare alla lingua. Anzi
quella stessa miserabile lingua pare che, in qualche guisa, vi aiuti ad
avvicinarvi a quei personaggi in marsina e in parrucca e a sentirli e a
comprenderli e a vivere con essi in piena vita italiana del settecento.
Il signor Florindo, facendo la sua rispettosa corte alla signora Rosaura
non doveva, non _poteva_ adoperare altro linguaggio; e altro dialogo non
ne poteva scaturire... Questo è certamente un errore; ma è effetto
anch'esso della potente illusione estetica che ci ha guadagnato l'animo,
attestando il predominio di un'arte superiore.
A che sarebbe riuscito il Goldoni, se i tempi e l'educazione lo avessero
fatto padrone e signore dello strumento formale dell'arte sua? La
risposta la diede egli stesso, quando scrisse le commedie nel suo
dialetto, che, per fortuna delle nostre lettere, era ed è una dei più
belli e dei meglio intesi nella penisola; quelle commedie di pretta vita
veneziana, borghese e popolare, nelle quali, disse bene il Molmenti,
l'anima del poeta pare che genialmente si confonda con l'anima del
popolo di Venezia. _I Rusteghi_, la _Casa nuova_, le _Baruffe
chiozzotte_ sono dei veri capolavori finiti, nei quali l'arte
goldoniana, tolta di mezzo la inferiorità della forma, va
tranquillamente a sedersi in faccia all'arte del grande Molière; e nella
specializzata verità dei caratteri e nel brio multiforme dei dialoghi,
sto anch'io con coloro che credono che lo sorpassi.
Vi ricordate _I Rusteghi_? Avete in mente la scena sesta dell'atto
secondo tra _Lunardo_ e _Simon_? Allegria, giovinezza, libertà,
confidenza famigliare, compiacenze materne, tutte le più care e
legittime gioie della vita hanno maledetto quei due tangheri.
Eccitandosi l'uno coll'altro, tutto hanno addentato e divorato come due
squali feroci. E le donne sopra tutto!
_Simon_. Done, done e po' done!
_Lunardo_. Chi dise done, vegnimo a dir el merito, dise dano.
_Simon_. Bravo, da galantuomo!
Ed è tanto contento d'aver trovato l'animo suo in quello dell'amico, che
il bastione si abbandona ad un abbraccio amorevole. Ma qui
improvvisamente sul mostaccio rugoso di Lunardo balena un sogghignetto,
che nessuno avrebbe mai preveduto.
_Lunardo_. E pur, se ho da dir la verità, no le m'ha dispiasso.
_Simon_. Gnanca mi veramente....
_Lunardo_. Ma in casa!
_Simon_. E soli!
_Lunardo_. E co le porte serae!
_Simon_. E co i balconi inchiodai!
_Lunardo_. E tegnirle basse!
_Simon_. E farle far a nostro modo!
_Lunardo_. E chi xe omini, ha da far cussì!
_Simon_. E chi non fa cussì, no xe omini! (_Partono_).
Quando il Lessing e il Goethe dalla Germania si rivolgevano con
riverente attenzione a questo commediografo italiano così modesto e così
bonario; quando il signor di Voltaire gli scriveva che le sue commedie
gli facevano pensare all'Italia liberata dai barbari; e in Francia egli
veniva chiamato e invocato come l'unico salvatore d'una grande
tradizione artistica in rovina; e tra noi Gaspare Gozzi metteva in
servigio del suo teatro il grande acume e il gusto squisito della sua
critica onesta, veramente si potè pensare che a Carlo Goldoni si
apparecchiasse nella posterità uno studio e un culto veramente adeguati
alla grande opera sua.
Ha corrisposto la posterità alle belle promesse del secolo scorso? A
dire il vero, e senza scemare il merito a nessuno dei nostri
goldonofili, mi sembra che il Goldoni, più che in Italia, abbia avuto
fortuna all'estero, ove fino a ieri vedemmo succedersi i libri veramente
seri intorno a lui e al suo teatro. Per questo, tanto più dobbiamo lode
e riconoscenza a Ernesto Masi. Difficilmente si poteva fare un miglior
regalo alle lettere italiane; e aggiungiamo che difficilmente si
troverebbe in Italia chi fosse stato in grado di farlo meglio di lui,
pubblicando questa raccolta.
Le commedie scelte nei due volumi sono undici. Molti, come me,
esprimeranno il desiderio che fossero in numero maggiore. E questo è
tutto merito del Goldoni. Ma nessuno, io credo, potrà pensare che una
sola di queste commedie si potesse escludere da una scelta giudiziosa e
gustosa. E questo è merito del Masi.
Il quale ha aggiunto un commentario storico e ha penetrato tutta la
raccolta di uno spirito critico, che le accresce moltissimo pregio e le
dona un aspetto di freschezza e di modernità. In solo ventotto pagine di
prefazione ha saputo trar fuori, come di getto, l'uomo e lo scrittore,
soffermandosi ai punti più controversi o poco noti; e specialmente
illustrando la vita di Goldoni a Parigi fino alla sua morte, il molto
lavoro che vi fece, le tristi peripezie che ebbe a soffrirvi, mentre il
suo cuore tornava sempre alla sua Venezia:
Da Venezia lontan do mila mia,
No passa dì che no me vegna in mente
El dolce nome de la patria mia
El linguagio e i costumi de la zente...
Soddisfa anche il Masi alla curiosità dei lettori descrivendo le
circostanze che accompagnarono l'andata in iscena del _Bourru
bienfaisant_, che, con ottimo consiglio, ha voluto inchiudere nella
raccolta.
Poi vengono le _Note preliminari_, commedia per commedia. Sono notizie
bibliografiche e storiche, le quali riferiscono le origini di ogni
commedia, la ricollocano, per così dire, nel vivo quadro della sua prima
rappresentazione e spiegano il posto e il significato che essa ebbe
nella vita dell'autore, nella gran riforma da lui tenacemente proseguita
e nel complesso del suo teatro. Anche il testo ha brevi annotazioni,
qualche volta estetiche e qualche volta filologiche; queste ultime
specialmente per le commedie in dialetto.
Io credo di non esagerare dicendo che da questa diversa fatica del Masi
esce una monografia sul Goldoni nel suo genere completa; una monografia
elegante, sobria, succosa, lumeggiata di tocchi arguti e ricca di
investigazioni originali. È insomma un bel raggio di sole novellamente
diffuso su tutta la figura del grande veneziano.
Aggiungete uno spirito di ardente simpatia, che circola per questi due
volumi e pare proprio che li riscaldi. Ernesto Masi è, per dirlo alla
francese “un grande amoroso„ del suo soggetto: e non è da poco tempo che
egli lo viene, con molte e insigni prove, dimostrando. Qui lo dimostra
al punto che, talvolta, a certe patenti bellezze delle scene goldoniane,
egli sente il bisogno d'intervenire, richiamando con una nota
l'attenzione del lettore; tant'è la sua tema che possano passare
inosservate. Sollecitudini d'innamorato; e giovano anch'esse. Chi arde,
incende.