PAOLO FERRARI

Anche gli ammiratori meno caldi del teatro del povero Paolo, in questo

debbono convenire; ch'egli, quasi da solo, diede i segni di un forte

risveglio e suscitò delle nobilissime speranze per la letteratura

nazionale.

Quel decennio che corse dal 49 al 59, così denso di preparazioni e di

apparecchi per l'avvenire politico d'Italia, fu per le nostre lettere un

decennio fiacco e sconclusionato. — Il Manzoni, ritirato e quasi

nascosto a Brusuglio, pensava alla botanica, alla rivoluzione francese e

a Dio: il Nicolini invecchiato del corpo e della mente, ruminava in

qualche stanco sonetto le sue ultime ire ghibelline: il Giusti era

morto. — Epigoni e imitatori pullulavano da per tutto; e la mediocrità

letteraria, come una vasta acqua stagnante, si distendeva da Torino a

Palermo. Il Prati e l'Aleardi si toglievano è vero dal mediocre; ma

nella voce e nel volo di quelle due liriche individuali nessuno avrebbe

avuto il coraggio di sentire soddisfatti tutti i bisogni, tutti gli

orgogli e tutte le speranze di un popolo che voleva civilmente

risorgere. Nessuno ho detto, e nemmeno quel critico burlone, che un

giorno, subito dopo il nome di Dante aveva scritto il nome d'Aleardo

Aleardi...

Eppure, entro quell'atmosfera bigia di mediocrità, a un tratto si vide

passare come un bel razzo luminoso; e fu la speranza di vedere nascere,

vitale e raggiante di tutte bellezze, la moderna commedia italiana!

E il merito fu tutto di Paolo Ferrari da Modena. Bisogna ricordarsi bene

degli uomini e dei tempi per dare un giusto prezzo a queste cose. Se il

Ferrari avesse potuto rappresentare le sue prime commedie dieci o venti

anni prima, nessuno sa quante e che eloquenti pagine gli avrebbe

dedicato il Gioberti in quel suo _Primato_, ove sotto a molte mezzane e

piccole figure l'abate torinese aveva pensato bene di mettere, per

carità di patria, dei piedistalli monumentali.

Pare che la commedia goldoniana non trovasse la vita italiana abbastanza

permeabile per trasferirsi in lei e penetrarla tutta, trasformandosi via

via ella stessa in commedia nazionale. Molti studiarono questo problema

della nostra letteratura e accennarono a diverse cagioni. La verità è,

che il teatro di Goldoni non ebbe per noi quella espansione benefica e

decisiva che esso meritava di certo e da molti si sperò ch'egli avesse.

L'Italia (per ripetere la frase di Voltaire) non venne liberata dai

Goti. La commedia goldoniana rimase per il nostro teatro un bellissimo

episodio; e continuò a ridere da tutte le nostre scene come una eco

giuliva del vecchio carnevale veneziano. Ma nulla più.

Seguirono settant'anni di miseria senza dignità. Mentre la Melpomene

italica, a certi intervalli, poteva ancora mostrarsi in aspetto di

regina, la sorella Talìa vivacchiava di ripieghi e di elemosine.... Come

potevano i pubblici delle diverse città d'Italia non levarsi in

entusiasmo e non abbandonarsi a sconfinate speranze, quando, proprio là

in mezzo a quel tristo decennio letterario, in mezzo a quell'ansioso

decennio politico, videro la commedia nostra dare a un tratto segni di

vita gagliarda, e lo stesso Carlo Goldoni “in persona„ comparire

sorridente sulle nostre scene, in mezzo all'Alfieri e al Parini, per

ricordarci il passato e propiziarci l'avvenire?

L'avvenimento oltrepassava i confini dell'arte e gettava un soffio di

animazione balda e giovanile per tutta quanta la vita del paese.

Allorchè il Conte Camillo di Cavour e Urbano Rattazzi andarono in un

camerino del teatro Re di Torino a stringere la mano a Paolo Ferrari,

essi _intesero_ l'opera del commediografo meglio che due professori di

estetica.

E Paolo Ferrari fu in quel periodo il vero, forse l'unico poeta della

nazione aspettante.

*

* *

Troppo difficilmente il poeta poteva durare in quella altezza; e non

durò. Il pubblico seguitò ad amarlo, e non fu scarso d'applausi a

_Prosa_, a _Cause ed effetti_, alle _Due dame_, all'_Amore senza stima_,

al _Per vendetta_, al _Ridicolo_, al _Duello_, al _Suicidio_; ma non

cessò mai di ricordare, con un certo rammarico di decadenza, il

_Goldoni_ e il _Parini_; e chi avesse potuto leggere bene in fondo

all'animo di Paolo Ferrari, forse vi avrebbe trovato un consenso a quel

rammarico.

Io non so che sia stata mai esplorata per bene la strada lunga, faticosa

e irta d'ostacoli che il Ferrari ha dovuto battere per giungere alla

meta, ossia alla “commedia della vita contemporanea„ che era certamente

ne' propositi suoi. In Italia non c'erano che due modi: o buttarsi alla

imitazione dei commediografi francesi o costruire da capo movendo da una

genesi laboriosa. Dal romanzo _astratto_ del secolo scorso si era giunti

al romanzo realista contemporaneo, passando, col Walter Scott e col

Manzoni, per il romanzo ritemprato nella verità della storia. Paolo

Ferrari volle trasportare e rispecchiare tutto intero questo

procedimento artistico nei suoi tre distinti ordini di commedie. Una

impresa atta a sbigottire e stancare un manipolo di valorosi. Dopo i

primi tentativi nel campo indeterminato della psicologia sentimentale e

del patriottismo, (l'_Anima forte_, l'_Anima debole_, ecc.) eccolo d'un

salto alla grande commedia storica, della quale egli in Italia dee

essere riconosciuto per creatore vero, non avendo che una molto scarsa

importanza i tentativi goldoniani intorno al Terenzio, al Tasso, al

Molière. Con propositi ben più alti e disegni più appropriati, benchè

con varia fortuna, Paolo Ferrari portava sulle nostre scene le figure di

Goldoni, di Parini, d'Alfieri, di Dante.

Ma nelle due commedie storiche, che restano come il documento più

durevole della sua fama, il _Goldoni_ e il _Parini_, Paolo Ferrari non

mise solamente tutta la forza del suo ingegno. L'artista vi abilitò la

mano, vi atteggiò la propria indole, vi impostò, per così dire, l'anima

propria; di guisa che allorquando egli volle passare al terzo stadio,

ossia alla commedia contemporanea, tutta la sua personalità di artista

aveva già acquistata una certa rigidezza; e non gli fu mai possibile di

scioglierla interamente.

Tutto quello che potevano dare una vera e potente vocazione per il

teatro, un ingegno agile e forte, una coltura certamente non volgare,

uno studio attento del vero e una consuetudine assidua e intima con

quella società che il commediografo principalmente voleva rappresentare,

tutto questo il Ferrari ebbe e dimostrò nelle sue commedie moderne. E

queste sue commedie non ci siamo astenuti mai dall'ammirarle, per la

magistrale elaborazione, anche quando eravamo in presenza delle meno

riuscite o delle più sbagliate. Due tre volte ci parve persino di

vederci sorgere davanti luminoso il capolavoro; e stavamo per chinare la

fronte... Ma poi dovemmo accorgerci che in esse mancava sempre qualche

cosa di rilevante. Era quell'ultimo tocco di spontaneità, quella suprema

naturalezza di movenze, di trovate, d'arguzie, quella modernità alata,

istintiva e quasi inconscia, che sono come l'atmosfera vitale in cui

solamente respira la commedia quando vuol essere la diretta immagine e

quasi il “duplicato„ della vita.

Ho conosciuto dei pittori provetti e già celebri i quali, dopo avere

conquistata la loro bella rinomanza nel dipingere quadri d'argomento

storico, in questi ultimi anni, mossi dall'esempio o dal bisogno di

vendere o da una forza d'evoluzione più alta o più generica, si sono

messi a dipingere episodi e ambienti di vita moderna — I loro quadri,

ammirati negli studi e nelle esposizioni, ricchi senza dubbio di pregi,

ma deficienti solo in questo, che non si mostravano abbastanza in

perfetta consonanza con “l'abito dell'arte„ appropriato al genere di

pittura da poco prescelto, m'hanno fatto più volte pensare alle migliori

commedie del terzo periodo di Paolo Ferrari.

*

* *

E chi lo conosceva a fondo e nella intimità della vita il buon Paolo,

trovava anche nella tempra dell'animo suo, se non un ostacolo assoluto,

certo una difficoltà di più per l'avveramento in lui del commediografo

completo. Forse nell'intreccio e nello svolgimento delle sue facoltà

interveniva troppo energico e troppo prevalente il principio etico. Mi

preme di subito spiegarmi. L'indignazione ha generato, dicono, la satira

e forse anche la commedia. Nessun dubbio che Aristofane, Giovenale,

Dante Alighieri e Gionata Swift non abbiano dagli sdegni nobilissimi e

dalle rabbie profonde saputo derivare elementi preziosi per la

formazione di un mondo comico di altissimo valore. — Ma tutto questo

dato e connesso, io persisto a credere che meglio conferisca alla

formazione d'un autore comico una delicata infusione di scetticismo

temperato e di umorismo sereno. Molière, Machiavelli, Goldoni,

Beaumarchais guardarono il mondo, sorridendogli d'un sorriso fra il

disinteressato e l'ironico. Questo consentiva ad essi una maggior

lucidezza nell'osservare e quella grande calma artistica, che dà, nel

comporre, una forza inestimabile.

Ebbene, tale posizione dello spirito osservatore, che è una delle

qualità attive dell'autore comico, mancava del tutto a Paolo Ferrari.

Egli era un credente, un combattente, un enfatico nel senso più alto e

sincero della parola. Non bisognava fermarsi ai suoi sorrisi e alle sue

facezie, che spesso accusavano una origine troppo laboriosa. Io, più

ebbi occasione di inoltrarmi nella conoscenza di quel suo animo

nobilissimo, più mi convinsi che egli era un bel temperamento di

polemista caldo e quasi eccessivo. S'appassionava per un partito

politico, si appassionava per certe idee filosofiche e religiose,

s'appassionava per le questioni letterarie e artistiche. Nobilmente per

l'uomo, ma troppo, forse, per un autore di commedie!

Onde avvenne che quell'equilibrio psicologico e quella visione serena

che egli portò nello studio di commedie d'argomento antico; e che fu uno

dei segreti della loro riuscita, gli mancò o non l'ebbe sufficiente

quando la commedia moderna lo trasportava di necessità nel fitto delle

battaglie e nell'urto delle polemiche di cui è tutto intessuta la vita

nostra da lui voluta rappresentare. Qui l'osservatore si mutava in

passionato combattente; e l'equilibrio era turbato con detrimento

dell'opera.

_Iratusque Cremes tumido delitigat ore._

Ma detto questo, noi dobbiamo anche ricordarci che quando Paolo Ferrari,

quasi settantenne, annunziò che stava attendendo ad una nuova commedia,

tutti quelli che in Italia amano l'arte furono confortati da un senso di

lieta aspettazione e di speranza; e quando si seppe che era morto, parve

che delle tenebre fitte calassero su tutte le nostre scene.... Questo

parmi che dia, allo stesso tempo, la misura dell'artista che l'Italia

perdeva e dipinga le condizioni in cui rimase la commedia italiana,

quando il suo più forte campione si allontanò dal campo della lotta, per

sempre.

Morti e viventi · 第 16 / 25 题