II. A proposito del “Piacere„

Quel giorno che Euripide per meglio rappresentare col verso l'immagine

di Polissena moriente, la paragonò ad una bella statua di marmo, pensò

un momento che egli, forse primo tra i poeti greci, obbedendo a una

occulta legge dello spirito, apriva all'arte un orizzonte nuovo?

A questo pensavo io qualche giorno fa, levando il capo dalle pagine del

romanzo di Gabriele d'Annunzio.

Certo è che, dopo avere lungamente con l'arte espressa la vita e

raffigurata la natura, gli uomini civili, a poco a poco e senza da prima

avvedersene, aderirono a un nuovo bisogno; quello di investire il

processo e sentire la vita e rappresentare la natura attraverso il

sentimento e la visione dell'arte. I poeti primitivi, come Esiodo e

Omero, n'ebbero un lontano e vago presentimento, indugiando con amorosa

cura nella descrizione dei lavori dedalei e nelle rappresentazioni

eroiche sugli scudi effigiati entro la fucina di Vulcano. Poi dal

contatto simpatico delle due arti s'arrivò col tempo a mettere innanzi

decisamente un'opera d'arte perchè essa donasse idea più viva di un

fatto naturale. Ricordatevi, fra tanti altri, Dante:

Come, per sostener solaio o tetto,

Per mensola talvolta una figura

Si vede giunger le ginocchia al petto.

Un procedimento simile e molto maggiore nei suoi effetti, seguiva

nell'ordine della vita reale. Dopo essere uscita fuori dalle viscere

della vita, l'opera d'arte, alla sua volta, si venne ponendo come

specchio e come esemplare della vita medesima. E presso i popoli molto

inoltrati nella civiltà vediamo questo fenomeno: che tutti gli ordini

dei cittadini, e specie le classi colte e raffinate, si sentono tratte a

modificarsi psichicamente e ad atteggiarsi nei sentimenti e nei costumi

secondo il modo e il gusto della loro coltura letteraria e artistica.

Se il genere umano nel contemplare la propria storia avesse più occhi

che non ha, che profonde e curiose scoperte farebbe! Chi può dire come

la popolazione ateniese uscisse modificata dalle trilogie di Eschilo e

dalle commedie di Aristofane? E dai poeti e dai pittori e dagli scultori

e dai retori, chi può dire quanto pigliassero dei loro sentimenti e dei

loro gusti squisiti e per fino dei loro atteggiamenti corporei Pericle,

Aspasia, Alcibiade e tutta quella aurea e fiorente società ateniese che,

contemplata nel suo insieme, pare essa stessa una grande opera d'arte in

azione?

Questo fatto è nella storia così costante e di così grande significato

che bisogna mettersi in guardia per non rimanerne come assorbiti. Ad

esempio Nerone per alcuni (e tra questi c'è Ernesto Renan) sarebbe stato

anzi tutto il prodotto di una mostruosa depravazione letteraria. Il

crudele e quasi cotidiano spettacolo del circo, e anche più la sua

contagiosa domestichezza di dilettante esaltato coi dilettuosi

personaggi dalle tragedie greche, avrebbero nella sua anima di retore

fatta scoppiare, come un tumore, la sua pazza ferocia di mimo coronato e

di citaredo onnipossente. E la plebe e il patriziato, suoi complici

insieme e sue vittime, erano presi dalla stessa mania: e tutta la vita

sociale del decadente Imperio latino, per la smania sempre più acuta e

sempre più esagerata delle sensazioni artistiche, fu tutta invasa da

quel morbo che Seneca intuì e dipinse con una frase celebre: _nos

litterarum intemperantia laboramus._

*

* *

E mentre nella decadenza romana, per la distanza della storia, il

fenomeno non si capisce che in parte, esso acquista una singolare

evidenza quando i tempi più si avvicinano. Sia pure esagerata quanto si

vuole l'idea recente di alcuni storici tedeschi, i quali fin negli

avvolgimenti della politica e nella concezione del governo e dello stato

italiano del Cinquecento vogliono vedere una specie di preoccupazione

artistica; ma chi negherà che i papi paganeggianti e i prelati che non

vogliono leggere il grosso latino del breviario e “l'uomo cortegiano„

come lo domanda e come lo descrive il Castiglione, non ci diano

l'immagine di una società che tende a modellarsi sopra un ideale

artistico per i continui allettamenti di tutta una cultura raffinata,

che s'è messa tra l'uomo e la natura?

E nella stessa percezione della natura visibile chi può dire quali

aumenti e mutamenti indussero i poeti, gli scultori, i pittori? Si disse

del Poussin che “scuoprì la Campagna Romana.„ E Leonardo, Donatello,

Raffaello, Rembrand per quanto concorsero a farci scuoprire e sentire

con più varia vaghezza e intensità le forme del corpo umano?

Ma nell'epoca nostra, quest'invasione sempre ascendente dell'arte sulla

vita, parmi che abbia raggiunto il suo più alto segno. Il romanzo, per

esempio, che all'apparenza non è altro che una distrazione letteraria

degli spiriti, si è convertito in un vero coefficiente della vita, in

una specie di mediatore plastico, che l'ha atteggiata e riformata,

filtrandovi dentro le sue influenze molteplici.

Oh, ripeto, se si potesse ritessere una vera storia interiore e tutta

psicologica della nostra civiltà! Nelle idee e nelle passioni delle

nostre bisnonne, chi sa dire quanta parte abbiano avuto i drammi di

Metastasio e la ingenuità di Pamela e la sentimentalità di Clarissa e di

Giulia? E Lovelace e Saint-Preux e Werter chi sa dire quante spinte

determinanti abbiano dato alla vita occulta e palese dei nostri

bisnonni? Poi nacquero le molteplici cupidità di rifare la storia, non

come narrazione oggettiva, ma quasi rifacimento egoistico delle

molteplici forme della vita nelle varie epoche dell'umanità; poi

s'aggiunse il dilettantismo artistico più invadente e acuto, più

deliberato e volontario che in altri tempi non fosse, col programma

espresso di assimilare e accumulare, quanto più fosse possibile, le

eccitazioni dei nervi, le dilettazioni del pensiero e gli esaltamenti

della fantasia. L'uomo moderno pare sempre più invaso dal bisogno di

convertirsi in un sensorio universale e puntuale; per modo che tutta la

vita del tempo e dello spazio si ripercuota nella sua individualità

caduca e si epiloghi nell'attimo suo fuggente. Grande potenza o grande

miseria nostra!

*

* *

Tutto questo ha costituito un nuovo ordine di fatti umani degni di

studio e capaci di rappresentazione. I nuovi uomini, i nuovi tipi, nati

dall'arte, dovevano alla loro volta rientrare nell'arte: e questa fu la

novissima opera letteraria, specialmente per mezzo del romanzo. Già in

alcuni personaggi balzachiani (il visconte di Rastignac, per esempio)

senti e vedi degli atteggiamenti e dei propositi mutuati ai personaggi

dei poemi di Byron. Un personaggio di Teofilo Gautier nella

_Mademoiselle de Maupin_ dice che si sente “un uomo dei tempi omerici„ e

tutto il suo essere vuole esemplato sul concetto sereno della vita che

scaturiva dall'ideale greco. Tutta la _Bohème_ di Murger, non è che un

volontario rifacimento della vita sovra un archetipo d'arte libera e

vagabonda. I pittori del Goncourt nella _Manette Salomon_ e quelli di

Zola nell'_Oeuvre,_ con tutta la fierezza della loro vita spregiudicata

e indipendente, sentono sempre, più o meno, lo studiato e la posa. Un

preconcetto estetico, anche nella vita, governa le loro abitudini,

inspira i loro discorsi e regola perfino il taglio dei loro abiti e il

loro modo di gestire.

E il romanzo contemporaneo sente sempre più forte il bisogno di

stringere più da presso questi tipi umani modificati dalle azioni

riflesse del pensiero e del sentimento. A pochi giorni d'intervallo

Paolo Bourget pubblicava in Francia il suo ultimo romanzo _Le Disciple;_

e in Italia il D'Annunzio pubblicava _Il Piacere._

Roberto Greslou, il protagonista del romanzo francese, a forza di

profondarsi nella riflessione scientifica arriva come a rifabbricare il

proprio io secondo le teorie dell'adattamento e del determinismo

materialista; finchè un bel giorno urta furiosamente nella legge morale

e rimane disorientato, maledetto, punito.

Andrea Ugenta, il protagonista del romanzo italiano, è un tipo completo

di egoista coraggiosamente distillato dalla dilettazione artistica,

intese come il vertice trionfante della vita umana. Andrea Ugenta non è

altro, in fondo, che il _dilettante_ perfetto, che altra sollecitudine

non ha all'infuori del proprio piacere, giustificato e anzi nobilitato

dalle peregrine squisitezze della propria cultura. La caldezza del

sangue latino e il grande ambiente di Roma aristocratica, in cui vive e

opera, danno a questo tipo un carattere quasi neroniano. Per la sua

conformazione fisica e per il temperamento egli tiene al tempo stesso

del Don Giovanni e del Cherubino. E lo sente e lo dice aperto; e tutti i

suoi atti di conquistatore di donne e di gran signore gaudente, sono

diretti a fondere i due tipi, emulandoli nelle imprese e portando in

ognuna di esse una sincerità istantanea e fittizia, la quale non è, nove

volte su dieci, che scatto di nervi, ma che basta per imprimere alle sue

parole un accento irresistibile.

Tipo vero, a ogni modo, nel fondo e nella forma. Tra due avventure

d'amore, vestendosi per il pranzo, Andrea Ugenta dipinge se stesso:

“Ieri una grande scena di passioni, quasi con lacrime; oggi una piccola

scena di sensualità. E a me pareva ieri di essere sincero nel

sentimento, come io ero dianzi sincero nelle sensazioni. Inoltre, oggi

stesso, un'ora prima del bacio d'Elena, io avevo avuto un alto momento

lirico con Donna Maria. Di tutto questo non riman traccia. Domani,

certo, ricomincerò. Io sono camaleontico, chimerico, incoerente,

inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l'unità riuscirà sempre vano.

Bisogna ormai ch'io mi rassegni. La mia legge è in una parola: _nunc._

Sia fatta la volontà della legge„.

Triste, non è vero? E come è naturale e come è giusto che in fondo a

tutta quella elegante contaminazione della vita Andrea Ugenta finisca

per non trovare che vanità, amarezza e afflizione di spirito!

Aggiungete che questo _greculo,_ a forza di tuffarsi e crogiuolarsi

nelle iperistesie del suo dilettantismo artistico, riesce alla negazione

fondamentale dell'arte, la quale non può avere altra base che la idea

genuina e il sentimento schietto della natura. A che lo conduce infatti

questo sentimento? Quasi a nulla. Egli non fa che guardare, palpare,

analizzare, classificare, discutere; ma la natura gli sfugge sempre! Gli

sfugge perchè fra lei e il suo occhio sempre si pone una reminiscenza

artistica, che gli smezza la sensazione, gliela fiacca e con la scusa di

afforzarla e affinarla gliela imbastardisce. Per ammirare una bella

campagna ha bisogno di pensare a un paesaggio di Claudio di Lorena o di

Ruisdäel o di Corot; nel gustare una bellezza femminile ha sempre in

mente i tondi del Botticelli, i ritratti di Leonardo, di Tiziano, di

Lawrence. Lo stesso suo ideale generico dell'arte è incoerente o

contraddittorio; perchè, mentre adora le bellezze dei Primitivi, egli

poi, delle diverse Rome della storia, predilige la Roma del barocco

farraginoso e del nepotismo papale decadente. In sostanza, Andrea

Ugenta, con tutta la sua apparente superiorità, non è che un elegante

_bric-a-brachista,_ uno di quelli che ogni otto giorni si ammorbano il

gusto nel sincretismo artistico delle _vendite_ romane; uno di quelli

che pigliano alle sagrestie le pianete e le dalmatiche, i turiboli e le

pile dell'acqua santa per affagottare i salotti e ingombrare le stanze

da letto con dei goffi anacronismi e delle assimilazioni stridenti.

Anche tutto questo dal D'Annunzio è colto e significato magistralmente

dal vero.

*

* *

Io non intesi nè d'analizzare nè di giudicare a fondo il _Piacere_ di

Gabriele D'Annunzio. Solo ho voluto presentare il romanzo come segnante

l'ultimissimo termine di una evoluzione letteraria.

È certo che questo libro comprende e ostenta un fascio luminoso di

forze, che la giovinezza dell'autore rende più ammirevoli. Certo è

ancora che tutta questa materia inventiva e descrittiva, trattata più

oggettivamente da un ingegno sereno, severo, e misurato nella sua

potenza, avrebbe dato senz'altro un capolavoro. Ma il guaio sta in

questo che qui il lavoro, invece di “vincere la materia„ è come tirato

dentro da lei ed improntato dalle sue qualità buone e cattive, belle e

brutte, causa probabilmente una specie di ipostàsi artistica la quale

confonde e assimila smoderatamente i gusti del romanziere con quelli del

suo protagonista. Inevitabile quindi “il doloroso e capzioso artifizio

dello stile„ confessato dal D'Annunzio nella prefazione; e in noi

lettori una continua alternativa di piacere grande e di stracchezza

greve, di ammirazione sincera e di critica dissolvente. Così la sentenza

di Seneca riprende un senso strano di attualità. E anche prima che il

libro sia finito di leggere, il desiderio della schietta natura e il

bisogno d'un'arte più semplice rifioriscono in noi.

Morti e viventi · 第 9 / 25 题