Quel giorno che Euripide per meglio rappresentare col verso l'immagine
di Polissena moriente, la paragonò ad una bella statua di marmo, pensò
un momento che egli, forse primo tra i poeti greci, obbedendo a una
occulta legge dello spirito, apriva all'arte un orizzonte nuovo?
A questo pensavo io qualche giorno fa, levando il capo dalle pagine del
romanzo di Gabriele d'Annunzio.
Certo è che, dopo avere lungamente con l'arte espressa la vita e
raffigurata la natura, gli uomini civili, a poco a poco e senza da prima
avvedersene, aderirono a un nuovo bisogno; quello di investire il
processo e sentire la vita e rappresentare la natura attraverso il
sentimento e la visione dell'arte. I poeti primitivi, come Esiodo e
Omero, n'ebbero un lontano e vago presentimento, indugiando con amorosa
cura nella descrizione dei lavori dedalei e nelle rappresentazioni
eroiche sugli scudi effigiati entro la fucina di Vulcano. Poi dal
contatto simpatico delle due arti s'arrivò col tempo a mettere innanzi
decisamente un'opera d'arte perchè essa donasse idea più viva di un
fatto naturale. Ricordatevi, fra tanti altri, Dante:
Come, per sostener solaio o tetto,
Per mensola talvolta una figura
Si vede giunger le ginocchia al petto.
Un procedimento simile e molto maggiore nei suoi effetti, seguiva
nell'ordine della vita reale. Dopo essere uscita fuori dalle viscere
della vita, l'opera d'arte, alla sua volta, si venne ponendo come
specchio e come esemplare della vita medesima. E presso i popoli molto
inoltrati nella civiltà vediamo questo fenomeno: che tutti gli ordini
dei cittadini, e specie le classi colte e raffinate, si sentono tratte a
modificarsi psichicamente e ad atteggiarsi nei sentimenti e nei costumi
secondo il modo e il gusto della loro coltura letteraria e artistica.
Se il genere umano nel contemplare la propria storia avesse più occhi
che non ha, che profonde e curiose scoperte farebbe! Chi può dire come
la popolazione ateniese uscisse modificata dalle trilogie di Eschilo e
dalle commedie di Aristofane? E dai poeti e dai pittori e dagli scultori
e dai retori, chi può dire quanto pigliassero dei loro sentimenti e dei
loro gusti squisiti e per fino dei loro atteggiamenti corporei Pericle,
Aspasia, Alcibiade e tutta quella aurea e fiorente società ateniese che,
contemplata nel suo insieme, pare essa stessa una grande opera d'arte in
azione?
Questo fatto è nella storia così costante e di così grande significato
che bisogna mettersi in guardia per non rimanerne come assorbiti. Ad
esempio Nerone per alcuni (e tra questi c'è Ernesto Renan) sarebbe stato
anzi tutto il prodotto di una mostruosa depravazione letteraria. Il
crudele e quasi cotidiano spettacolo del circo, e anche più la sua
contagiosa domestichezza di dilettante esaltato coi dilettuosi
personaggi dalle tragedie greche, avrebbero nella sua anima di retore
fatta scoppiare, come un tumore, la sua pazza ferocia di mimo coronato e
di citaredo onnipossente. E la plebe e il patriziato, suoi complici
insieme e sue vittime, erano presi dalla stessa mania: e tutta la vita
sociale del decadente Imperio latino, per la smania sempre più acuta e
sempre più esagerata delle sensazioni artistiche, fu tutta invasa da
quel morbo che Seneca intuì e dipinse con una frase celebre: _nos
litterarum intemperantia laboramus._
*
* *
E mentre nella decadenza romana, per la distanza della storia, il
fenomeno non si capisce che in parte, esso acquista una singolare
evidenza quando i tempi più si avvicinano. Sia pure esagerata quanto si
vuole l'idea recente di alcuni storici tedeschi, i quali fin negli
avvolgimenti della politica e nella concezione del governo e dello stato
italiano del Cinquecento vogliono vedere una specie di preoccupazione
artistica; ma chi negherà che i papi paganeggianti e i prelati che non
vogliono leggere il grosso latino del breviario e “l'uomo cortegiano„
come lo domanda e come lo descrive il Castiglione, non ci diano
l'immagine di una società che tende a modellarsi sopra un ideale
artistico per i continui allettamenti di tutta una cultura raffinata,
che s'è messa tra l'uomo e la natura?
E nella stessa percezione della natura visibile chi può dire quali
aumenti e mutamenti indussero i poeti, gli scultori, i pittori? Si disse
del Poussin che “scuoprì la Campagna Romana.„ E Leonardo, Donatello,
Raffaello, Rembrand per quanto concorsero a farci scuoprire e sentire
con più varia vaghezza e intensità le forme del corpo umano?
Ma nell'epoca nostra, quest'invasione sempre ascendente dell'arte sulla
vita, parmi che abbia raggiunto il suo più alto segno. Il romanzo, per
esempio, che all'apparenza non è altro che una distrazione letteraria
degli spiriti, si è convertito in un vero coefficiente della vita, in
una specie di mediatore plastico, che l'ha atteggiata e riformata,
filtrandovi dentro le sue influenze molteplici.
Oh, ripeto, se si potesse ritessere una vera storia interiore e tutta
psicologica della nostra civiltà! Nelle idee e nelle passioni delle
nostre bisnonne, chi sa dire quanta parte abbiano avuto i drammi di
Metastasio e la ingenuità di Pamela e la sentimentalità di Clarissa e di
Giulia? E Lovelace e Saint-Preux e Werter chi sa dire quante spinte
determinanti abbiano dato alla vita occulta e palese dei nostri
bisnonni? Poi nacquero le molteplici cupidità di rifare la storia, non
come narrazione oggettiva, ma quasi rifacimento egoistico delle
molteplici forme della vita nelle varie epoche dell'umanità; poi
s'aggiunse il dilettantismo artistico più invadente e acuto, più
deliberato e volontario che in altri tempi non fosse, col programma
espresso di assimilare e accumulare, quanto più fosse possibile, le
eccitazioni dei nervi, le dilettazioni del pensiero e gli esaltamenti
della fantasia. L'uomo moderno pare sempre più invaso dal bisogno di
convertirsi in un sensorio universale e puntuale; per modo che tutta la
vita del tempo e dello spazio si ripercuota nella sua individualità
caduca e si epiloghi nell'attimo suo fuggente. Grande potenza o grande
miseria nostra!
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* *
Tutto questo ha costituito un nuovo ordine di fatti umani degni di
studio e capaci di rappresentazione. I nuovi uomini, i nuovi tipi, nati
dall'arte, dovevano alla loro volta rientrare nell'arte: e questa fu la
novissima opera letteraria, specialmente per mezzo del romanzo. Già in
alcuni personaggi balzachiani (il visconte di Rastignac, per esempio)
senti e vedi degli atteggiamenti e dei propositi mutuati ai personaggi
dei poemi di Byron. Un personaggio di Teofilo Gautier nella
_Mademoiselle de Maupin_ dice che si sente “un uomo dei tempi omerici„ e
tutto il suo essere vuole esemplato sul concetto sereno della vita che
scaturiva dall'ideale greco. Tutta la _Bohème_ di Murger, non è che un
volontario rifacimento della vita sovra un archetipo d'arte libera e
vagabonda. I pittori del Goncourt nella _Manette Salomon_ e quelli di
Zola nell'_Oeuvre,_ con tutta la fierezza della loro vita spregiudicata
e indipendente, sentono sempre, più o meno, lo studiato e la posa. Un
preconcetto estetico, anche nella vita, governa le loro abitudini,
inspira i loro discorsi e regola perfino il taglio dei loro abiti e il
loro modo di gestire.
E il romanzo contemporaneo sente sempre più forte il bisogno di
stringere più da presso questi tipi umani modificati dalle azioni
riflesse del pensiero e del sentimento. A pochi giorni d'intervallo
Paolo Bourget pubblicava in Francia il suo ultimo romanzo _Le Disciple;_
e in Italia il D'Annunzio pubblicava _Il Piacere._
Roberto Greslou, il protagonista del romanzo francese, a forza di
profondarsi nella riflessione scientifica arriva come a rifabbricare il
proprio io secondo le teorie dell'adattamento e del determinismo
materialista; finchè un bel giorno urta furiosamente nella legge morale
e rimane disorientato, maledetto, punito.
Andrea Ugenta, il protagonista del romanzo italiano, è un tipo completo
di egoista coraggiosamente distillato dalla dilettazione artistica,
intese come il vertice trionfante della vita umana. Andrea Ugenta non è
altro, in fondo, che il _dilettante_ perfetto, che altra sollecitudine
non ha all'infuori del proprio piacere, giustificato e anzi nobilitato
dalle peregrine squisitezze della propria cultura. La caldezza del
sangue latino e il grande ambiente di Roma aristocratica, in cui vive e
opera, danno a questo tipo un carattere quasi neroniano. Per la sua
conformazione fisica e per il temperamento egli tiene al tempo stesso
del Don Giovanni e del Cherubino. E lo sente e lo dice aperto; e tutti i
suoi atti di conquistatore di donne e di gran signore gaudente, sono
diretti a fondere i due tipi, emulandoli nelle imprese e portando in
ognuna di esse una sincerità istantanea e fittizia, la quale non è, nove
volte su dieci, che scatto di nervi, ma che basta per imprimere alle sue
parole un accento irresistibile.
Tipo vero, a ogni modo, nel fondo e nella forma. Tra due avventure
d'amore, vestendosi per il pranzo, Andrea Ugenta dipinge se stesso:
“Ieri una grande scena di passioni, quasi con lacrime; oggi una piccola
scena di sensualità. E a me pareva ieri di essere sincero nel
sentimento, come io ero dianzi sincero nelle sensazioni. Inoltre, oggi
stesso, un'ora prima del bacio d'Elena, io avevo avuto un alto momento
lirico con Donna Maria. Di tutto questo non riman traccia. Domani,
certo, ricomincerò. Io sono camaleontico, chimerico, incoerente,
inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l'unità riuscirà sempre vano.
Bisogna ormai ch'io mi rassegni. La mia legge è in una parola: _nunc._
Sia fatta la volontà della legge„.
Triste, non è vero? E come è naturale e come è giusto che in fondo a
tutta quella elegante contaminazione della vita Andrea Ugenta finisca
per non trovare che vanità, amarezza e afflizione di spirito!
Aggiungete che questo _greculo,_ a forza di tuffarsi e crogiuolarsi
nelle iperistesie del suo dilettantismo artistico, riesce alla negazione
fondamentale dell'arte, la quale non può avere altra base che la idea
genuina e il sentimento schietto della natura. A che lo conduce infatti
questo sentimento? Quasi a nulla. Egli non fa che guardare, palpare,
analizzare, classificare, discutere; ma la natura gli sfugge sempre! Gli
sfugge perchè fra lei e il suo occhio sempre si pone una reminiscenza
artistica, che gli smezza la sensazione, gliela fiacca e con la scusa di
afforzarla e affinarla gliela imbastardisce. Per ammirare una bella
campagna ha bisogno di pensare a un paesaggio di Claudio di Lorena o di
Ruisdäel o di Corot; nel gustare una bellezza femminile ha sempre in
mente i tondi del Botticelli, i ritratti di Leonardo, di Tiziano, di
Lawrence. Lo stesso suo ideale generico dell'arte è incoerente o
contraddittorio; perchè, mentre adora le bellezze dei Primitivi, egli
poi, delle diverse Rome della storia, predilige la Roma del barocco
farraginoso e del nepotismo papale decadente. In sostanza, Andrea
Ugenta, con tutta la sua apparente superiorità, non è che un elegante
_bric-a-brachista,_ uno di quelli che ogni otto giorni si ammorbano il
gusto nel sincretismo artistico delle _vendite_ romane; uno di quelli
che pigliano alle sagrestie le pianete e le dalmatiche, i turiboli e le
pile dell'acqua santa per affagottare i salotti e ingombrare le stanze
da letto con dei goffi anacronismi e delle assimilazioni stridenti.
Anche tutto questo dal D'Annunzio è colto e significato magistralmente
dal vero.
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* *
Io non intesi nè d'analizzare nè di giudicare a fondo il _Piacere_ di
Gabriele D'Annunzio. Solo ho voluto presentare il romanzo come segnante
l'ultimissimo termine di una evoluzione letteraria.
È certo che questo libro comprende e ostenta un fascio luminoso di
forze, che la giovinezza dell'autore rende più ammirevoli. Certo è
ancora che tutta questa materia inventiva e descrittiva, trattata più
oggettivamente da un ingegno sereno, severo, e misurato nella sua
potenza, avrebbe dato senz'altro un capolavoro. Ma il guaio sta in
questo che qui il lavoro, invece di “vincere la materia„ è come tirato
dentro da lei ed improntato dalle sue qualità buone e cattive, belle e
brutte, causa probabilmente una specie di ipostàsi artistica la quale
confonde e assimila smoderatamente i gusti del romanziere con quelli del
suo protagonista. Inevitabile quindi “il doloroso e capzioso artifizio
dello stile„ confessato dal D'Annunzio nella prefazione; e in noi
lettori una continua alternativa di piacere grande e di stracchezza
greve, di ammirazione sincera e di critica dissolvente. Così la sentenza
di Seneca riprende un senso strano di attualità. E anche prima che il
libro sia finito di leggere, il desiderio della schietta natura e il
bisogno d'un'arte più semplice rifioriscono in noi.