Sono passati più che venti anni da quando io giravo per le porticate vie
di Bologna con Ernesto Renan; e troppo spesso dimenticavo la mia parte
modesta di _cicerone_ per eccitare a discorrere di tante cose quell'uomo
ammirabile; e pure io l'ho ancora dinanzi agli occhi quella sua figura
di pretoccolo mal vestito da laico. _Je suis un curé raté_ (ha egli
scritto) _et le costume civile ne me va pas du tout._ E lo vedo e l'odo
ancora là nella biblioteca del Comune, mentre, curvato sovra un codice
del Petrarca, egli mi leggeva e commentava con la sua bella voce il
sonetto: _Voi che ascoltate in rime sparse il suono...;_ oppure quando
per invito mio montava non senza fatica, piccolo e grasso com'era, lo
zoccolo di una antica colonnetta marmorea in Santo Stefano ov'è segnata
“la statura di nostro Signore„; ed io dal basso con un tono solenne gli
gridavo: — Signor Renan, Gesù Cristo era molto più alto di voi! — Parmi
di vederlo ancora sorridere bonariamente a quella mia uscita, accennando
di sì col grosso capo.
Che giornate indimenticabili furono quelle per me! Ricordo che allora un
grande sconforto nazionale stava sul mio spirito, come una nera nube.
Nelle lezioni della storia e in tutto quello che accadeva intorno a noi,
parevami di scorgere i segni di una fatalità assai triste, incombente
sull'Italia.
A che pro' tanti sforzi per risorgere? La nostra unità nazionale si era
compita più per la disgrazia toccata ad altri che per valore e per
gloria nostra. Credevamo d'aver rivendicata Roma e avevamo trovato
Bisanzio... Inutile illuderci, agitarci, volere. Eravamo un popolo
vecchio e stanco, dannato a scontare con una decadenza incurabile il
lusso e le colpe di due grandi civiltà.
Sopra tutto quel mio pessimismo passò, come un soffio di salute, la
parola di Ernesto Renan. Questo straniero era pieno di fede nel nostro
avvenire; questo francese era, più che un ammiratore, un credente
entusiasta della terza vita d'Italia. Disperare di essa, per ogni
spirito moderno era cecità, per ogni italiano una colpa vile. Le sue
parole poi pigliavano materia dalla bellezza, dalla natura, dalla
storia, dai monumenti, dai costumi del nostro popolo, dalle piccole
scene della vita, dalle usanze domestiche, da tutto; e si alzavano ogni
tanto a un calore di eloquenza che mi penetrava e mi trasformava.
Eppure, debbo confessarlo, quando, rimasto solo la sera, io andavo
ricordando i discorsi dell'ospite illustre e caro, dal fondo del mio
animo riconfortato qualche volta si levava un dubbio. Dovevo io proprio
credere sulla parola a quanto mi diceva Ernesto Renan? In tutta quella
sua fede, in tutto quel suo entusiasmo per l'Italia e per il suo
avvenire, quanta parte doveva attribuirsi alla eccitazione estetica,
alla compiacenza e alla simpatia? L'uomo, d'altra parte, era noto per
una grande inclinazione (di poi confessata da lui stesso come una
debolezza, non saputa mai correggere) a discorrere indovinando,
secondando e lusingando amabilmente il segreto pensiero del suo
interlocutore...... Dunque dovevo stare in guardia!
*
* *
Per questo motivo, in ogni pubblicazione del Renan, io ho messo una
particolare attenzione a cercare il suo animo e i suoi giudizi intorno
al nostro paese; e nelle frequenti pagine meditate ho dovuto sempre
riconoscere una concordanza perfetta con le parole vive ricordate da me.
Ernesto Renan fu davvero per tutta la vita un amico d'Italia, ardente e
coerente. Le cause di questa amicizia furono molte e complesse; ma mi
piace di mettere in prima linea la gratitudine. Fu una gratitudine nata
e cresciuta nella più delicata intimità del suo spirito. L'Italia ebbe
il singolar merito di comporre per tempo un pericoloso dissidio che era
nella sua anima tra l'arida inquisizione del vero e il senso operoso
della vita.
Essa intervenne, mediatrice serena, con la rivelazione della Bellezza.
Nella prefazione al volume _L'Avenir de la Science,_ pubblicato solo nel
1890, ma finito di comporre sino dal 1849, egli narra il fatto
memorabile e le sue conseguenze.
Era appena uscito da quella grande crise spirituale che l'aveva
obbligato a lasciare la Chiesa e a spogliare l'abito da prete. Ne usciva
vittorioso ma stanco come un lottatore dall'arena; ne usciva conturbato
come colui che, secondo la frase della Bibbia, aveva osato di combattere
le battaglie di Dio. La vita intanto si agitava d'intorno a lui; dico la
vita politica così sconvolta allora, massime in Francia, in Germania e
in Italia, così fervida di promesse, così tenebrosa di minaccie. Il
socialismo si accampava per la prima volta nel cuore dell'Europa, non
più come un vagheggiamento platonico o come un episodio violento e cieco
del popolare disagio, ma come un vero teorema di giustizia che chiedeva
il suo adempimento. Il giovane pensatore sentiva tutta questa vita e il
doppio bisogno di mescolarsi ad essa e di contenerla nella sua
filosofia. Ma, ahimè, quella sua filosofia come era dura e inamabile
nella sua forma! E come le sue formule apparivano, per dirla con una
frase di Bacone, grandemente impari agli aspetti sottilmente variati e
pieghevoli della realtà!
In pochi mesi Renan aveva composto un volume, gravido di dottrina; ma nè
Agostino Thierry, nè il De Sacy, nè altri amici autorevoli ebbero
coraggio di consigliarne la pubblicazione, tanto li rendeva dubitosi del
successo tutta quella aridità e tutta quella pesantezza.
Nella storia letteraria del nostro secolo dovrà dunque essere ricordato
questo singolare fenomeno: colui che doveva rivelarsi fra pochi anni il
più mirabile artista della prosa moderna, non poteva arrischiarsi a
liberare un volume “ancorchè d'argomento vitalissimo„ causa le
deficienze del suo stile!
Ciò ricorda un poco il nostro Giordani, confessante a Gino Capponi
d'avere per molti anni meditato un libro (_Delle lettere e del
principe_) ma d'aver sempre rinunciato a scriverlo per non so che
scrupoli di forma.
Fortunatamente per Renan quello non era un indizio d'importanza: era
soltanto una mala impostatura del suo spirito dalla quale sarebbe presto
uscito per il beneficio di una seconda evoluzione.
*
* *
Ed è qui che intervenne, per espressa confessione di lui, l'influsso
felice del nostro paese. In quel tempo il Le Clerc gli ottenne d'essere
mandato in Italia, insieme a Carlo Darember, per consultare le
biblioteche in cerca di documenti utili alla storia letteraria di
Francia e per raccogliere dei materiali da servire alla storia
dell'Averroismo.
“Ce voyage (lasciamo che lo narri lo stesso Renan) qui dura huit mois,
eut sur mon esprit la plus grande influence. Le côtè de l'Art, jusque-là
presque fermè pour moi, m'apparut radieux et consolateur. Une fée
charmeresse sembla me dire ce que l'Église, en son hymne, dit au bois de
la Croix:
_Flecte ramos, arbor alta,_
_Tensa laxa viscera,_
_et rigor lentéscat ille_
_Quem dedit nativitas._
“Un sort de vent tiêde detandit ma rigueur.„
Quali impressioni per la prima volta abbia fatto l'Italia sull'animo
giovanile di Renan, così ben disposto da natura ad accogliere i fantasmi
dell'arte e della bellezza, io potrei argomentarlo dai suoi colloqui di
venti anni fa, mentre egli non era più giovane e l'Italia era ormai per
esso una conoscenza più volte rinnovata, e pur non ostante continuavano
a risuonare così vivaci le vibrazioni del suo entusiasmo.
Ma ora abbiamo molto di più. Una lunga corrispondenza tra il Renan e il
Berthelot comparsa ora appaga largamente la nostra curiosità.
Questo epistolario ci dà la storia di questo viaggio memorabile e ci
mette in presenza dell'animo del viaggiatore, via via modificato e quasi
colorato da tante commozioni nuove di uomini e di paesi. Il Renan scrive
le sue lettere da Roma, da Napoli, da Monte Cassino, da Firenze, da
Pisa, da Bologna, da Venezia, da Padova, da Milano, da Torino. Si può
dire che la intera penisola passa in succinto per queste lettere, che
vanno dagli ultimi mesi del 1849 all'aprile del '50; e vi passano i
principali avvenimenti della vita italiana in quel periodo breve e
tempestoso che unì gli ultimi insuccessi del moto rivoluzionario, e le
prime tristissime imprese della restaurazione, a Roma e negli altri
Stati.
Vi sono delle descrizioni che difficilmente si potranno mai più
dimenticare: quelle, per esempio, del convento di Monte Cassino, con
tutti quei monaci infiammati di liberalismo rosminiano e giobertiano e
volgenti il proposito a bruciare il convento piuttosto che cederlo alla
invasione borbonica; e l'aspetto delle vie di Roma (14 aprile) al
ritorno di Pio IX.
Di Pio IX il Renan ci narra anche una udienza avuta a Portici; e il
ritratto, al morale e al fisico, del Papa, avvicinato in quella
condizione di cose tanto singolari per lui e per la Chiesa cattolica, è
schizzato con una bravura e una finezza e una penetrazione psicologica
da far onore a qualunque più esperto ritrattista.
Ma tutta la importanza narrativa e descrittiva dell'epistolario va in
seconda linea; e quello che vi campeggia è l'uomo interiore e il dramma
che si agita nello spirito dell'osservatore. L'Italia compiè veramente
l'alta funzione spirituale, della quale Ernesto Renan confessò d'avere
ricevuto da lei il benefizio. Egli non prova solo, potente e consolatore
l'influsso della bellezza artistica, ma, reagendo con la penetrante
agilità del suo spirito, studia e analizza quest'arte italica nella
grande verità della sua manifestazione, la penetra a fondo, ne afferra
largamente la essenza e la categoria ideale, le condizioni e i caratteri
collegati alla etnografia e alla storia.
Le lettere sono seminate di osservazioni che colgono sul vivo, e qua e
là attraversate da sprazzi luminosi di intuizioni felici e profonde, che
aprono un orizzonte. A Pisa, per esempio, dinanzi al Camposanto e al
Battistero, scriveva: “L'Italie n'a jamais perdu le sentiment de la
vraie proportion du corps humain, _dont la notion exerce une influence
si immediate sur tous les arts plastiques._ L'art gothique n'avait pas
cette mesure intérieure, ce compas naturel, que possède si divinement la
Grèce. L'Italie ne l'a jamais perdu...„ E sostiene che l'Italia non ebbe
mai, come le altre nazioni d'Europa, un vero medio evo, specialmente
nella estetica e nella cultura. E pensare che invece fra noi corrono
sempre dei trattati di storia ne' quali il medio evo è portato innanzi
sino alla scoperta dell'America!
Sul rimanente dell'epistolario ci sarebbe molto da dire. Ernesto Renan
era molto giovane e poco esperto della vita in genere; nuovo affatto
della vita pubblica italiana. Il suo spirito giovanile era ancora troppo
pieno della grande battaglia spirituale di recente combattuta. Non
debbono quindi far meraviglia certe sue impressioni eccessive e certe
conclusioni frettolose e sproporzionate all'ambito delle esperienze
fatte. I viaggi e gli studi ulteriori metteranno le cose a posto.
Intanto il rigido nodo del suo spirito si è “allentato„ conforme alla
sua preghiera, sotto l'azione blanda del nostro sole; e nel suo modo
largo e penetrante di investigare l'anima di questa Italia da lui tanto
desiderata, e vista per la prima volta, si presenta già il filosofo che
per primo descriverà a fondo il genio delle razze semitiche e lo storico
futuro delle origini del Cristianesimo.