Ma che cosa è veramente un plagio?
Innanzi tutto bisognerebbe stabilire il senso di questa formidabile
parola; mentre dai discorsi che ora si fanno, appare almeno dubbio che
esso sia chiaro nella mente di molti.
Quando, per esempio, a proposito di plagio, vediamo mettere in relazione
la _Divina Commedia_ e _Il pozzo di San Patrizio_, il _Décameron_ e i
_Fablieux mediovali_, l'_Orlando furioso_ e la _Canzone di gesta, Papà
Goriot_ e non so quale novella della Regina di Navarra, è forza
convincersi che la confusione dei concetti è soltanto paragonabile alla
leggerezza frettolosa e superba, con la quale alcuni discorrono intorno
alla materia prima della disputa. Tutta la storia artistica e letteraria
è un gran seguito, quasi un tessuto interminabile, di figliazioni,
d'imitazioni e di rifacimenti. L'obbligo è sempre uno solo: fare del
meglio.
Ma il plagio è altra cosa. Esso può trovarsi chiaro e completo in una
linea, in un verso, in una sola frase; come può non trovarsi affatto in
un bel cumulo di ricordi, d'analogie e di rassomiglianze. Il punto da
decidere è se l'artista abbia messo nell'opera quel tanto che basta
perchè egli senta il diritto di chiamarla sua.
Non abbisognano che due occhi sani per scuoprire che nel San Giovanni
Evangelista del Donatello è come la prima idea lineare del Mosè di
Michelangelo. Diremo che questi fu un plagiario? Chi dipinse la
Maddalena Doni aveva certo vista e studiata e ricordata all'uopo la Lisa
del Giocondo di Leonardo. Diremo che fu un plagiario Raffaello? Non
deduco esempi dalla letteratura perchè _infinitus est numerus_ e il
campo è più noto.
Ma ammettiamo pure che il plagio esista e ci stia dinanzi spiccato,
preciso, chiaro e lampante come il sole. Anche in questo caso i discorsi
generici non valgono un gran che. Bisogna serrare più da presso
l'argomento. I plagi constatati quale novità arrecano nel “giudizio di
estimazione„ che avevamo intorno all'artista prima che fosse fatta
quella scoperta? Rimane distrutta la sua fama? O soltanto diminuita? O è
anche possibile che, malgrado i furti perpetrati, essa rimanga
sostanzialmente intatta? Ecco quello che importa alla critica onesta e
seria il decidere; e questo non può farsi argomentando teoricamente e
andando per le generali; ma è necessario esaminare caso per caso.
Torniamo agli esempi se non vi dispiace. Poco tempo fa venne dimostrato
in modo evidente che la vita di Castruccio Castracane del Machiavelli
non è quasi altro che una ricucitura di passi tolti dall'antico e
specialmente da Senofonte. Ne rimase forse, non dirò distrutta, ma
solamente scalfita la grande fama letteraria del Segretario fiorentino,
così validamente eretta sulla _Mandragora_, sulle _Legazioni_, sui
_Discorsi_ e sulle _Storie_?... Un giorno il signor di Voltaire compose
un bel madrigale di dieci versi, pigliati tutti quanti di peso tra i
quattordici di un sonetto del Maynard. Il furto venne denunziato. Apriti
cielo! Ma, disgraziatamente per gli avversari del Voltaire, rimanevano i
quaranta volumi delle sue opere a far testimonianza della sua legittima
gloria di poeta e prosatore originale; e il patriarca di Ferney potè
sorridere tranquillamente a tutto quel brusìo di gente scandalizzata.
Vogliamo soggiungere che il fatto andasse immune da qualunque biasimo?
Questa sarebbe un'altra esagerazione. Meglio sempre osservare, potendo
il terzo precetto: non rubare! Ma nell'applicazione di questo come di
tutti gli altri precetti, bisogna guardare se vi sia “parvità di
materia„ come dicevano i moralisti; e allora chi fa la voce grossa e
grida allo scandalo merita le risa degli onesti. Se la pigrizia o la
fretta o, mettiamo anche, un po' di cleptomanìa letteraria ha indotto in
tentazione ed equiparato, per un momento, ai ladruncoli un artista
meritamente insigne per altre opere sue, a noi spetta l'obbligo di
continuare a riconoscere in esso il titolo legittimo della fama che
gode. Quanto le sue peccadiglie lasciamo che egli se la intenda con la
sua coscienza o al tribunale di Apollo. _Deorum iniuriis, Diis curae_.
Giova ancora ricordare che nella storia delle arti e delle letterature
qua e là vengono innanzi certi gruppi di fatti veramente assai singolari
e assai significativi per la nostra questione. Parlo di quelle epoche in
cui si risveglia una attività tumultuaria e febbrile, per la quale pare
che il lavoro dell'ingegno umano tenda fatalmente ad assumere un
carattere rapsodico, collettivo e quasi impersonale. Come si formarono,
per esempio, gli antichissimi poemi? Ma anche in epoche assai vicine il
fenomeno si mostra numeroso nelle forme e bizzarramente complesso.
Ricordo il tempo della formazione del teatro nazionale in Inghilterra;
quello della “Commedia dell'arte„ in Italia; ricordo anche quello della
elaborazione del dramma in musica specialmente sulla seconda metà del
secolo passato. Sappiamo come rispondessero lo Shakespeare e il Molière
a coloro che li accusavano dei molti manipoli liberamente mietuti nei
poderi dei vicini.
Meno note sono le disinvolte appropriazioni esercitate dai musici, e
meno facili a verificarsi per l'agile impunità con cui può tramutarsi,
occultandosi, la materia musicale. Ma in tutto quel sorgere e fluttuare
di opere serie e giocose, urgendo di continuo la fretta degli impresari
e i capricci dei cantanti, chi potrà mai dire il numero dei rubamenti a
man salva avvenuti di qua e di là dalle Alpi! Cristoforo Glük, per
esempio, a Londra salvava dal naufragio un melodramma suo assai
pericolante, mettendovi dentro un pezzo del Bertoni che mutò il disastro
in trionfo. Gridiamo pure al ladro fin che volete. Ma siamo sempre lì;
quello stesso Glük che adoperò come cosa sua il pezzo del maestro
italiano, è poi anche l'autore dell'_Alceste_, dell'_Orfeo_,
dell'_Armida_, della _Ifigenia in Tauride_. Ha commesso un plagio! Ma
che proporzione assume quel piccolo incidente messo in confronto a tutta
la produzione originale del grande maestro riformatore?
E adesso, se non vi dispiace, voltiamo la medaglia.
È fuori di questione che la idea prima e generica informatrice di
un'opera d'arte e anche certe larghe analogie e rassomiglianze non
costituiscono vero caso di plagio, quando l'artista sappia imprimere
nell'opera il forte suggello della sua virtù personale. Nello stabilire
questo, ho anche detto più sopra che, per converso, il plagio vero,
flagrante e grave può trovarsi in una parte assai tenue del
componimento; una linea, un verso, una frase. Credo d'aver tanto poco
esagerato che non temo di aggiungere: anche in una parola, in un
monosillabo. Rammentate la _Medea_ di Corneille? Dopo averle fatto il
quadro della sua condizione disperata, la confidente domanda: _Dans un
si grand revers que vous reste-t-il?_ — E la fiera donna risponde:
_Moi!_ — Ebbene guardate: molti poeti antichi e moderni, trattando
questo medesimo soggetto per il teatro, hanno potuto liberamente
accostarsi e anche incontrarsi e ripetersi l'un l'altro in parecchie
situazioni della tragedia, senza che sia passato in mente ad alcun
critico serio d'incolparli d'immitazione plagiaria. Ma se un poeta dopo
Corneille osasse far suo quel monosillabo adoperandolo, ben inteso, in
un momento analogo del dramma e del personaggio, tutti i critici, ad una
voce, griderebbero che il plagio è innegabile ed è enorme. Tanto enorme,
che il pubblico e la stampa non perdonarono al Legouvé d'averlo
(quantunque non senza una variante molto ingegnosa) ricordato nel finale
della sua _Medea_, scritta per la nostra Ristori. Notate inoltre che la
critica dimostratasi severa al Legouvé, non lo è punto, ed ha ragione di
non esserlo, con il Corneille, il quale certamente, alla sua volta, si
era ricordato del: _Medea superest_, di Seneca il tragico. Tanto è
difficile il generalizzare a proposito in questo argomento!...
E poichè siamo con Medea, caviamo da lei un altro ricordo. Apollonio da
Rodi, cantando l'epopea degli Argonauti, descrisse largamente le
peripezie del terribile amore onde restò vulnerato il petto della
figliuola del re della Colchide, appena visto Giasone. — Nell'alta
notte, dice il poeta greco, mentre tutto il mondo riposa; e gli animali
e gli uomini trovano requie; _e perfino le madri dimenticano i loro
bambini morti,_ la vergine regale s'agita nel suo letto, ripensando le
belle sembianze del giovane straniero, che gli Dei fecero approdare al
suo lido. — Virgilio si è certamente ricordato di tutto questo. Nel
commovente dramma cartaginese, che occupa il secondo libro del suo
poema, le riminiscenze spesseggiano; e i critici le hanno notate e
numerate. Imitazione plagiaria? Nessuno ha mai, ch'io sappia, osato
affermarlo, perchè il poeta latino, così nell'invenzione come nella
forma, seppe mettere del proprio più di quanto abbisognava per
assicurarsi dall'accusa di plagio. Però notate: Virgilio non ha
trasferito nel secondo dell'_Eneide_ le parole del passo d'Apollonio che
ho sottolineate più sopra. Chi sa quante volte quella toccante immagine
delle madri addormentate sarà passata nella sua memoria! E quante volte
avrà sentita insorgere l'occasione tentatrice! Ma no; quella immagine
culminante, luminosa, indimenticabile, appunto perchè tale, Virgilio ha
voluto rispettarla. Facendo diversamente, nella delicata sua coscienza
di artista, egli avrebbe sentito di offendere un Dio Termine invisibile,
non segnalato da alcun codice letterario, ma non meno sacro; e si
sarebbe accusato di plagio anche prima, anche senza che gli altri lo
accusassero.
Con questi esempii voglio dire che il mio e il _tuo_ in arte non si
valutano a fogli di stampa nè a metri quadrati. Allorchè leggiamo o
vediamo o ascoltiamo qualche opera di squisita bellezza, se la
commozione ci consentisse di analizzare, noi capiremmo che la bella
originalità da cui siamo conquistati, la sua quintessenza e, per così
dire, il suo nucleo luminoso, molte volte consistono in ben poco,
materialmente parlando: qualche tocco magistrale, qualche movenza,
qualche modulazione, qualche immagine, qualche frase; ma tali che tutto
il componimento ne rimanga irradiato e nobilitato, come di una gemma che
l'orafo artista sappia collocare in quel dato punto di un monile o di un
diadema.
Tirate le somme adunque, i plagi veri, i plagi che indubitatamente
offendono la proprietà artistica, non bisogna di preferenza cercarli in
certe invenzioni le cui origini prime spesso si perdono nel buio
dell'antichità; e nemmeno in certi meccanismi esteriori. Questi formano
piuttosto la materia prima d'un'opera d'arte, specie di _res nullius_ in
permanenza, che attende sempre dei nuovi conquistatori. La categoria dei
veri plagi è invece più alta, più spirituale, assai meno visibile a
primo tratto; e l'occhio del pubblico molte volte non ci arriva. Ma
tocca sempre la coscienza dell'artista.
Venendo finalmente al caso particolare del nostro Gabriele, che, nel
momento presente, fa parlare di sè più per quello che ha preso dagli
altri che per quello che è veramente suo, io vorrei che le cose dette
fin qui mi conducessero ad una conclusione equanime e imparziale. — È
stato plagiario il D'Annunzio? Certamente lo è stato, anzitutto nelle
liriche. Poco fa ho aperto un suo volume e subito vi ho trovato una
breve lirica che finisce:
O cuor senza pace,
O occhi miei lassi.
Moriamo.
Non altrimente finisce una sua lirica Niccolò Tommaseo; e certo non è il
solo furto fatto dal giovane abbruzzese al vecchio dalmata. Ma
prescindendo anche da queste esportazioni letterali, per verità fa
d'uopo riconoscere che molte liriche del D'Annunzio o non esisterebbero
affatto o sarebbero assai diverse da quel che sono, se da poeti e da
prosatori (il Flaubert e il Maeterlink, per esempio) egli non avesse
pigliato di peso il soggetto, le movenze, certi pensieri e certe
immagini, che determinano il carattere e decidono del valore di esse.
Ricordiamo solo una delle più seducenti, _L'Asiatico_. Oltre la
carezzevole modulazione dei versi, quanto rimarrebbe di questa lirica se
ogni cosa tornasse ai suoi padroni?
Plagiario il D'Annunzio è stato certamente anche nei romanzi, ma in
grado assai minore; poichè se da Dostojewski, da Tolstoi, da Maupassant
e da altri egli ha talvolta derivato un primo schema del racconto e
anche l'idea prima di certi personaggi e anche certe generalità
estetiche e morali molto caratteristiche, i libri però, nella sostanza,
sono opera sua, ben informati dal suo spirito, ben plasmati e fortemente
suggellati nel suo stile.
Rimangono i pezzi e le pagine tolte al Paladan e ad altri. Piccole
mariuolerie letterarie; roba da giudice correzionale, se il sogno del
Boccalini potesse mai qui in terra divenire una realtà. Tutto ciò sia
bene inteso e ammesso una volta per sempre; ma poi non scordiamoci (o
non facciamo finta di scordarci) che nelle traduzioni francesi molti dei
passi incriminati vennero prudentemente soppressi; e i romanzi
d'annunziani nonostante piacquero e furono letti meglio che in Italia.
Che vuol dire questo? Vuol dire che abbiamo a che fare con un
millionario, che ha molti debiti. Quando li avrà pagati rimarrà
egualmente un bel signore!
Diamo dunque a Gabriele D'Annunzio _tutto_ quello che gli spetta.
L'inventario minuto e numeroso de' suoi plagi da una parte e il biasimo
che ne segue; ma dall'altra parte il suo valore di poeta e d'artista
singolarmente dotato dalla natura e fortificato e affinato da una
educazione costante e poderosa.
E a proposito di questa educazione, stimo non inutile richiamare alla
memoria un fatto che adesso parmi poco ricordato. Ora il D'Annunzio fa
l'uomo universale e l'artista cosmopolita. Padronissimo anche in questo,
poich'egli riesce a farlo molto bene e con suo grande profitto. Ma come
ora si diverte a bussare alla cella del manicomio di Federico Nietsche,
un tempo, cioè negli anni della valida formazione della sua coltura e
del suo gusto, egli durò lungamente a temprare la buona lama
dell'ingegno nella fresca corrente della tradizione indigena. Nessun
giovane in Italia risentì più fortemente di lui, nel midollo e nel
sangue, gli influssi di bellezza antica e nuova che, specialmente per
merito di Giosuè Carducci, rifiorivano nella nostra letteratura intorno
al 1880. All'incudine delle fucine carducciane la prosa e il verso di
D'Annunzio si formarono, assumendo quei caratteri di serena italianità,
di chiarezza pittorica, di schietta e larga euritmia che non hanno mai
più abbandonati. E questo io certo non ricordo per menomare al
D'Annunzio il vanto degli invidiabili pregi; ma perchè egli per primo
tenga sempre nel debito conto quel fondo di genialità italica, che forse
egli avrebbe inutilmente redata nel sangue se non l'avesse educata la
buona scuola, onde uscì poi ai lunghi e liberi voli.
Essa intanto, tra il sorgere e l'intrecciarsi di altre qualità piuttosto
discutibili, rimane sempre la migliore delle attrattive de' suoi libri;
e sarà, io credo, anche la più durevole. Gli imparaticci del Superuomo,
ed altre sue malinconie esotiche, passeranno presto; e passeranno anche
più presto, se Dio vuole, i discorsi noiosi, che i cenacoli decadenti
moltiplicano ogni giorno sul conto suo!
1895.