IX.

Eccole qua, quelle scarpe: le porto ancora ai piedi. Hanno preso già

tanto fango e tant'acqua che non sembrano più le stesse. Eppure sono

quelle, proprio quelle scarpe. Chi avrebbe potuto dire a Luisa, a me, a

Isacco, per quale strada m'avrebbero condotto queste scarpe? Lasciamo

andare: c'è una fatalità in tutte le cose, anche nelle più infime, nelle

più banali. Pur accettando quelle (queste) scarpe che Isacco mi offriva,

volli ad ogni costo pagarle. Isacco che me le guardava compiaciuto

mentre muovevo qualche passo per la stanza battendo il piede per sentire

se spianava comodo, dette alla mia proposta in un'esclamazione di

stupore offeso. Disse, mi pare:--Ohibò! e se ne fuggì correndo. Era

sopravvenuta Luisa. S'era tolto il cappellino, e anch'essa mi guardava

quelle scarpe nuove con un viso soddisfatto e contento.

--Eh! sì, dissi, sono buone. Ma non ti pare, Luisa, che gliele debba

pagare? Posso non pagargliele, queste scarpe?

Luisa alzò una spalla e mi fece l'occhietto.

--Non pensarci, disse sottovoce, come per paura che Isacco l'udisse

dall'altra stanza. Perchè gliele vuoi pagare? Le avesse comprate... Ma

le ha vinte alla lotteria. Eh! Se non ti chiede nulla, che bisogno c'è

di pagargliele?

Poi soggiunse:

--È una vera fortuna... Ne avevi proprio bisogno, tu, d'un paio di

scarpe nuove.

--Sì, dissi io, ne avevo bisogno. Ne ho bisogno grandissimo. Non le vedi

là, quelle vecchie? Si possono più chiamare scarpe? Ma, insomma, qui

tutto ormai viene da Isacco... Fiori, vino, dolci, ed ora anche le

scarpe! Ti pare possibile?

--No, no, esclamai con convinzione, o gliele pago, o gliele rendo...

Così tenni queste scarpe e cominciai ad usarle. Ma non riuscivo a capire

come mai Luisa osasse suggerirmi di non pagarle. Doveva credermi molto

stupido... Forse cieco. Ormai non nutrivo più dubbi di sorta. Un intrigo

c'era fra lei ed Isacco. Ed io avrei dovuto fare da una parte la figura

della vittima, dall'altra quella del beneficato. Mi conoscevano male,

tanto l'una che l'altro! Quantunque fingessi di non vedere, di non

capire, vedevo e capivo ogni cosa. Vedevo in che modo Isacco guardava

Luisa, quando c'ero anch'io, la sera, e non avrebbe dovuto guardarla

così. Era uno sguardo tutto tenerezza, che sarebbe stato innocente solo

negli occhi di un fratello. Ma Isacco non era fratello di Luisa. Ed

Esposito, oh! Esposito, suo fratello, certo non l'aveva mai guardata a

quel modo. Quando Isacco se ne andava e Luisa l'accompagnava fino

all'uscio, e si fermavano ancora a chiacchierare sulla soglia, poi

Isacco, nel salutarla, le prendeva una mano e gliela stringeva, e

indugiavano sempre qualche minuto così, con la mano nella mano. Due

amiche, due amici avrebbero potuto salutarsi con quelle lunghe strette

di mano. Ma una donna e un uomo, che non fossero due fidanzati, due

amanti? No, certo: non era un modo naturale di salutarsi. Tuttavia non

andavo così lontano, con le mie supposizioni. La gelosia non m'aveva

ancora completamente acciecato, come poi mi acciecò. Solo pensavo che

Isacco fosse innamorato di lei e che Luisa si lasciasse a poco a poco

circuire. Io cercavo sempre di persuadermi che se anche questo intrigo

fosse realmente esistito, e nelle sue ultime conseguenze, quelle che

nemmeno l'uomo più pio subisce e tollera senza rivolta, a me, a me

marito di Luisa, a me solo forse fra tutti i mariti, non avrebbe dovuto

nulla importare. Cercavo di rafforzare sempre più in me stesso il

convincimento che io non fossi un marito come tutti gli altri, e Luisa

una moglie come tutte le altre; ma io una finzione di marito e lei una

finzione di moglie. Non mi pareva concepibile la gelosia, là dove non

c'era l'amore. Ogni sentimento di gelosia, nel caso nostro, mi sarebbe

sembrato mostruoso e ridicolo. Geloso poi di Isacco? Era forse un uomo,

Isacco? No, non era un uomo. Non era niente, Isacco. Eppure proprio

qualche cosa di mostruoso, di mostruosamente ridicolo, cominciava a

nascere in me, al pensiero di Isacco e di Luisa, uniti insieme in un

solo pensiero. Era una specie di istintiva repulsione per tutto ciò che

s'associava a quel pensiero, e m'impediva ormai di provare la più

piccola gioia nel guardare i fiori che ornavano la nostra povera tavola,

di bere un bicchiere di quel vino buono, d'inghiottire un boccone di

quelle torte, di quei pasticci, che Isacco continuava ad offrirci ogni

tanto. Mi versavano il bicchiere colmo, ed io vi intingevo appena appena

il labbro. Il bicchiere rimaneva pieno. Mi dicevano:--Perchè non bevi,

Paris? Rispondevo:--Questo vino non è come l'altro. Non mi va. Non mi

piace. Allora m'alzavo, m'avvicinavo alla poltrona della vecchia, che

aveva la sete negli occhi, e, sollevatole il mento, le versavo

lentamente il vino del mio bicchiere nella bocca aperta, come dentro un

imbuto.

Ben presto riuscii insopportabile a me stesso. Gli altri sembrava che

non si accorgessero neppure di me. Non potevo più dubitarne: ero

veramente geloso! Ero geloso di Isacco, senza amare Luisa. Il sentimento

della gelosia è per sè stesso atroce. Ma quando c'è l'amore, penso che

l'amore trasformi in una specie di frenetica voluttà questa dolorosa

follia dello spirito. Deve essere come l'incontro di due fuochi che

generano fuoco. E nell'ardore che divampa, il bene e il male, dolore e

gioia, si confondono come la vita e la morte nel delirio d'un

agonizzante. Poichè l'amore distrugge incessantemente ciò che la gelosia

ha creato, e la passione incenerisce con un soffio i castelli

incrollabili che la ragione crede di costruire sulla realtà. Ma nel caso

mio non esistevano che tristezze e dolori. La mia gelosia era un

sentimento freddo, isolato, arido, un sentimento cattivo ed immobile,

che mi trovava sempre completamente lucido, e sempre sempre solo. In

ogni momento ero pronto al suo richiamo, pronto a lasciarmi prendere nel

giro dei suoi capziosi sofismi, dai quali nulla veniva a liberarmi mai.

Orribile vita! Rimanere lontano da Luisa m'era penoso. Durante il

giorno, mille volte ero assalito dalla tentazione di lasciare a metà il

mio lavoro, afferrare il cappello e il bastone, correre a casa,

sorprendere impensatamente Luisa in un momento qualunque della sua vita.

Quella vita che io in fondo ignoravo. Che mi sfuggiva. Che non potevo

controllare. Ma quando ero vicino a Luisa, la mia pena, il mio tormento,

improvvisamente svanivano, e al loro posto subentrava una specie di

deserta e dolorosa stanchezza, come un rilassamento dello spirito che mi

piombava in una profonda malinconia. Quand'ero lontano da lei, mi

sembrava che Luisa avesse un altro viso, un altro corpo, un'altra figura

fisica, e che tutto questo mi appartenesse di diritto, fosse cosa mia

che non potevo cedere ad altri pacificamente. Quando le ero vicino tutto

mi sembrava insignificante in lei, e indifferente che appartenesse a me

o ad altri.

Per uscire da questo stato veramente penoso, ordinai a Luisa di non

vedere più Isacco, nelle ore in cui ero fuori di casa. Le proibii di

uscire con lui la mattina, di riaccompagnarlo la sera nel corridoio e di

fermarsi a chiacchierare con lui. Dissi anche che quei fiori non volevo

più vederli nella brocca sul tavolo; che da allora in poi, per evitare

le visite di Isacco, di bere, di mangiare con lui, ci saremmo coricati

subito dopo cena. Luisa accolse senza una parola, senza una domanda,

queste mie imposizioni. Ma vidi che ne fu profondamente toccata. Il suo

silenzio mi confermò nei miei sospetti. Per non incontrarmi con Isacco,

alla fine del mio lavoro, presi l'abitudine di uscire da una porticina

secondaria della tipografia, che s'apriva sopra un cortile. Isacco

m'aspettò più di un'ora per alcune sere di seguito dinnanzi all'ingresso

principale. Poi tralasciò di venire. La nostra vita era così ritornata

quella di prima: prima che Isacco fosse venuto a turbarla. Chiesi un

anticipo ai miei padroni: feci un debito. Gli lasciai in una busta, dal

portinaio, il prezzo delle mie scarpe. Così avrei voluto far alzare qui,

al posto di questa parete, un muro maestro, che mi impedisse persino di

sentire ciò che faceva Isacco, rincasando la notte, o alzandosi la

mattina, nella sua stanza. Mi misi a cercare nel quartiere opposto della

città un'altra casa, dove abitare. Non trovai nulla. Quasi non rivolgevo

più la parola a Luisa, nelle lunghe ore che ormai passavamo soli

insieme. Luisa cuciva, cuciva. Dopo qualche tempo credetti di essermi

liberato per sempre dell'incubo della gelosia, e infatti incominciai a

poco a poco a rasserenarmi.

Il perduto amore · 第 47 / 53 题