Eccole qua, quelle scarpe: le porto ancora ai piedi. Hanno preso già
tanto fango e tant'acqua che non sembrano più le stesse. Eppure sono
quelle, proprio quelle scarpe. Chi avrebbe potuto dire a Luisa, a me, a
Isacco, per quale strada m'avrebbero condotto queste scarpe? Lasciamo
andare: c'è una fatalità in tutte le cose, anche nelle più infime, nelle
più banali. Pur accettando quelle (queste) scarpe che Isacco mi offriva,
volli ad ogni costo pagarle. Isacco che me le guardava compiaciuto
mentre muovevo qualche passo per la stanza battendo il piede per sentire
se spianava comodo, dette alla mia proposta in un'esclamazione di
stupore offeso. Disse, mi pare:--Ohibò! e se ne fuggì correndo. Era
sopravvenuta Luisa. S'era tolto il cappellino, e anch'essa mi guardava
quelle scarpe nuove con un viso soddisfatto e contento.
--Eh! sì, dissi, sono buone. Ma non ti pare, Luisa, che gliele debba
pagare? Posso non pagargliele, queste scarpe?
Luisa alzò una spalla e mi fece l'occhietto.
--Non pensarci, disse sottovoce, come per paura che Isacco l'udisse
dall'altra stanza. Perchè gliele vuoi pagare? Le avesse comprate... Ma
le ha vinte alla lotteria. Eh! Se non ti chiede nulla, che bisogno c'è
di pagargliele?
Poi soggiunse:
--È una vera fortuna... Ne avevi proprio bisogno, tu, d'un paio di
scarpe nuove.
--Sì, dissi io, ne avevo bisogno. Ne ho bisogno grandissimo. Non le vedi
là, quelle vecchie? Si possono più chiamare scarpe? Ma, insomma, qui
tutto ormai viene da Isacco... Fiori, vino, dolci, ed ora anche le
scarpe! Ti pare possibile?
--No, no, esclamai con convinzione, o gliele pago, o gliele rendo...
Così tenni queste scarpe e cominciai ad usarle. Ma non riuscivo a capire
come mai Luisa osasse suggerirmi di non pagarle. Doveva credermi molto
stupido... Forse cieco. Ormai non nutrivo più dubbi di sorta. Un intrigo
c'era fra lei ed Isacco. Ed io avrei dovuto fare da una parte la figura
della vittima, dall'altra quella del beneficato. Mi conoscevano male,
tanto l'una che l'altro! Quantunque fingessi di non vedere, di non
capire, vedevo e capivo ogni cosa. Vedevo in che modo Isacco guardava
Luisa, quando c'ero anch'io, la sera, e non avrebbe dovuto guardarla
così. Era uno sguardo tutto tenerezza, che sarebbe stato innocente solo
negli occhi di un fratello. Ma Isacco non era fratello di Luisa. Ed
Esposito, oh! Esposito, suo fratello, certo non l'aveva mai guardata a
quel modo. Quando Isacco se ne andava e Luisa l'accompagnava fino
all'uscio, e si fermavano ancora a chiacchierare sulla soglia, poi
Isacco, nel salutarla, le prendeva una mano e gliela stringeva, e
indugiavano sempre qualche minuto così, con la mano nella mano. Due
amiche, due amici avrebbero potuto salutarsi con quelle lunghe strette
di mano. Ma una donna e un uomo, che non fossero due fidanzati, due
amanti? No, certo: non era un modo naturale di salutarsi. Tuttavia non
andavo così lontano, con le mie supposizioni. La gelosia non m'aveva
ancora completamente acciecato, come poi mi acciecò. Solo pensavo che
Isacco fosse innamorato di lei e che Luisa si lasciasse a poco a poco
circuire. Io cercavo sempre di persuadermi che se anche questo intrigo
fosse realmente esistito, e nelle sue ultime conseguenze, quelle che
nemmeno l'uomo più pio subisce e tollera senza rivolta, a me, a me
marito di Luisa, a me solo forse fra tutti i mariti, non avrebbe dovuto
nulla importare. Cercavo di rafforzare sempre più in me stesso il
convincimento che io non fossi un marito come tutti gli altri, e Luisa
una moglie come tutte le altre; ma io una finzione di marito e lei una
finzione di moglie. Non mi pareva concepibile la gelosia, là dove non
c'era l'amore. Ogni sentimento di gelosia, nel caso nostro, mi sarebbe
sembrato mostruoso e ridicolo. Geloso poi di Isacco? Era forse un uomo,
Isacco? No, non era un uomo. Non era niente, Isacco. Eppure proprio
qualche cosa di mostruoso, di mostruosamente ridicolo, cominciava a
nascere in me, al pensiero di Isacco e di Luisa, uniti insieme in un
solo pensiero. Era una specie di istintiva repulsione per tutto ciò che
s'associava a quel pensiero, e m'impediva ormai di provare la più
piccola gioia nel guardare i fiori che ornavano la nostra povera tavola,
di bere un bicchiere di quel vino buono, d'inghiottire un boccone di
quelle torte, di quei pasticci, che Isacco continuava ad offrirci ogni
tanto. Mi versavano il bicchiere colmo, ed io vi intingevo appena appena
il labbro. Il bicchiere rimaneva pieno. Mi dicevano:--Perchè non bevi,
Paris? Rispondevo:--Questo vino non è come l'altro. Non mi va. Non mi
piace. Allora m'alzavo, m'avvicinavo alla poltrona della vecchia, che
aveva la sete negli occhi, e, sollevatole il mento, le versavo
lentamente il vino del mio bicchiere nella bocca aperta, come dentro un
imbuto.
Ben presto riuscii insopportabile a me stesso. Gli altri sembrava che
non si accorgessero neppure di me. Non potevo più dubitarne: ero
veramente geloso! Ero geloso di Isacco, senza amare Luisa. Il sentimento
della gelosia è per sè stesso atroce. Ma quando c'è l'amore, penso che
l'amore trasformi in una specie di frenetica voluttà questa dolorosa
follia dello spirito. Deve essere come l'incontro di due fuochi che
generano fuoco. E nell'ardore che divampa, il bene e il male, dolore e
gioia, si confondono come la vita e la morte nel delirio d'un
agonizzante. Poichè l'amore distrugge incessantemente ciò che la gelosia
ha creato, e la passione incenerisce con un soffio i castelli
incrollabili che la ragione crede di costruire sulla realtà. Ma nel caso
mio non esistevano che tristezze e dolori. La mia gelosia era un
sentimento freddo, isolato, arido, un sentimento cattivo ed immobile,
che mi trovava sempre completamente lucido, e sempre sempre solo. In
ogni momento ero pronto al suo richiamo, pronto a lasciarmi prendere nel
giro dei suoi capziosi sofismi, dai quali nulla veniva a liberarmi mai.
Orribile vita! Rimanere lontano da Luisa m'era penoso. Durante il
giorno, mille volte ero assalito dalla tentazione di lasciare a metà il
mio lavoro, afferrare il cappello e il bastone, correre a casa,
sorprendere impensatamente Luisa in un momento qualunque della sua vita.
Quella vita che io in fondo ignoravo. Che mi sfuggiva. Che non potevo
controllare. Ma quando ero vicino a Luisa, la mia pena, il mio tormento,
improvvisamente svanivano, e al loro posto subentrava una specie di
deserta e dolorosa stanchezza, come un rilassamento dello spirito che mi
piombava in una profonda malinconia. Quand'ero lontano da lei, mi
sembrava che Luisa avesse un altro viso, un altro corpo, un'altra figura
fisica, e che tutto questo mi appartenesse di diritto, fosse cosa mia
che non potevo cedere ad altri pacificamente. Quando le ero vicino tutto
mi sembrava insignificante in lei, e indifferente che appartenesse a me
o ad altri.
Per uscire da questo stato veramente penoso, ordinai a Luisa di non
vedere più Isacco, nelle ore in cui ero fuori di casa. Le proibii di
uscire con lui la mattina, di riaccompagnarlo la sera nel corridoio e di
fermarsi a chiacchierare con lui. Dissi anche che quei fiori non volevo
più vederli nella brocca sul tavolo; che da allora in poi, per evitare
le visite di Isacco, di bere, di mangiare con lui, ci saremmo coricati
subito dopo cena. Luisa accolse senza una parola, senza una domanda,
queste mie imposizioni. Ma vidi che ne fu profondamente toccata. Il suo
silenzio mi confermò nei miei sospetti. Per non incontrarmi con Isacco,
alla fine del mio lavoro, presi l'abitudine di uscire da una porticina
secondaria della tipografia, che s'apriva sopra un cortile. Isacco
m'aspettò più di un'ora per alcune sere di seguito dinnanzi all'ingresso
principale. Poi tralasciò di venire. La nostra vita era così ritornata
quella di prima: prima che Isacco fosse venuto a turbarla. Chiesi un
anticipo ai miei padroni: feci un debito. Gli lasciai in una busta, dal
portinaio, il prezzo delle mie scarpe. Così avrei voluto far alzare qui,
al posto di questa parete, un muro maestro, che mi impedisse persino di
sentire ciò che faceva Isacco, rincasando la notte, o alzandosi la
mattina, nella sua stanza. Mi misi a cercare nel quartiere opposto della
città un'altra casa, dove abitare. Non trovai nulla. Quasi non rivolgevo
più la parola a Luisa, nelle lunghe ore che ormai passavamo soli
insieme. Luisa cuciva, cuciva. Dopo qualche tempo credetti di essermi
liberato per sempre dell'incubo della gelosia, e infatti incominciai a
poco a poco a rasserenarmi.