Quando quelle prime rose furono sfiorite, Isacco ritornò a mietere nel
giardino dello zio ricco, e mi portò degli anemoni. Poi scese nella
cantina di quello zio misterioso e fantastico, e ne rubò uno, due, tre
fiaschi di buon vino chiaretto che venne a bere con noi dopo cena. Come
se non bastasse, alcuni giorni dopo Isacco si fece amico del cuoco di
suo zio. Allora, ogni domenica, ci portò dei pasticcini di pasta
sfoglia, o delle frittelle dolci inzuccherate che, di nascosto, quello
impastava e friggeva per lui. Ogni qual volta lo vedeva comparire
sull'uscio con uno di quegli involti ghiottissimi, il viso di Luisa
s'irradiava di gioia. Lo notai la seconda volta, e poi sempre in
seguito; ne ebbi piacere per lei. Anch'io bevevo di quel vino, mangiavo
di quei dolciumi. Per molto tempo, in principio, mi abbandonai senza
sospetti alla modesta gioia che quei fiori, quel vino, quei bocconi
prelibati mettevano in alcuni momenti delle mie grige giornate. Senza
confessare ad alcuno il piacere che mi veniva da quelle piccole cose, ne
godevo segretamente come un bambino. La miseria, le sofferenze, è
verissimo che avviliscono l'uomo, e lo rendono debole e incapace di
dominarsi. Io ne avevo ancora una prova. Come apportatore di fiori, di
fiaschi, di dolci, Isacco non mi pareva più così spregevole e fastidioso
come prima, quando si presentava a mani vuote, e solo carico di parole.
La sua compagnia incominciava a piacermi. Giunsi persino a pensare che
fosse una vera fortuna per noi d'avere un vicino come lui, con uno zio
così ricco, con quel bel giardino, quella cantina, quel cuoco tanto
sapiente e servizievole. Quando, seduti intorno alla tavola la sera, si
sorseggiava quel vinello chiaro, spillandolo giù dal fiasco che
gorgogliava contento, in verità mi sembrava che il gelo, che m'ero
portato nell'ossa su dalla strada tutta neve e vento, a poco a poco
s'intiepidisse, quasi mi si sciogliesse dentro in un liquido vaporoso e
caldo che lentamente, sottilmente, s'insinuava poi in ogni vena. Allora
la giornata passata sotto il lume, nell'odore nauseabondo della
tipografia, mi si presentava al ricordo meno penosa e squallida. La
mattina, poi, quando svegliandomi aprivo gli occhi, la prima cosa che
vedevo non era più quel sorriso malinconico malinconico nel visuccio di
Luisa, ma erano quei fiori con le loro piccole teste variopinte
reclinate sull'orlo della brocca, che dal centro della tavola su cui
erano posati colorivano di rosa, di viola, di azzurro, di giallo il
grigio sporco di queste pareti, la sudicia monotonia di queste quattro
carcasse di mobili.
Proprio in quei giorni, certo in conseguenza di quei fiori, di quelle
piccole consolazioni che Isacco aveva portato nello squallore della mia
vita, pensai per la prima volta, senza ironia, a mia moglie Luisa. La
guardavo mentre cuciva cuciva, e non provavo più nessuna irritazione
vedendola penare così, mattina e sera, sul bianco accecante delle sue
camicie, ma piuttosto incominciavo veramente ad avere soltanto pietà di
lei, che così delicata, doveva logorarsi la salute in quel lavoro ancora
meno retribuito del mio. Mi pareva anzi che da qualche tempo ella avesse
raddoppiata la sua fatica, poichè non si coricava più nemmeno con me, ma
rimaneva alzata molto tempo dopo. E se, per non far rumore, non lavorava
alla macchina in quelle ore, zitta zitta imbastiva, o tagliava, o cuciva
asole a punti fitti e piccini, con gli occhi sull'ago.
--Non affaticarti così, le dicevo ogni tanto. Perchè? In fondo che cosa
ne ricavi, da tanto lavoro? Poveri siamo, poveri saremmo se lavorassi
anche meno. Purtroppo questo non basta a cambiare il nostro stato...
Vieni, vieni a dormire, Luisa. Domani sarai ancora in tempo.....
La vecchia, sempre sveglia, brontolava dietro la tenda che nascondeva il
suo letto. Ed io, guardando fra le ciglia semichiuse Luisa tutta
infreddolita che si spogliava, consideravo mestamente l'avarizia del suo
piccolo corpo di eterna vergine, i suoi senini magri e distanti, le
anche su cui la pelle pareva tesa come gomma elastica appena appena
rosea, il suo ventre piccino e piatto, ombrato da una strisciolina di
peluzzi biondi. E quantunque mi sembrasse una cosina malata e fredda a
toccarsi, pure non ne avevo più quel senso di repulsione che fino a
pochi giorni prima mi costringeva a chiudere gli occhi per non vederla.
E quando m'entrava nel letto rabbrividendo, con la sua camiciola non
profumata di bucato o di essenza di rose, ma solo odorosa dell'odore
della sua carne che è il profumo del povero, e mi si stringeva contro il
fianco per riscaldarsi, io non m'irrigidivo più da capo a piedi, come
uno di quei cristi primitivi o di quei morti che si vedono scolpiti nei
sarcofagi; ma le posavo (è la parola) le posavo un abbraccio inerte
attraverso il fianco, e così cercavo di addormentarmi. Ma prima che il
sonno fermasse il moto dei miei pensieri come avrebbe fatto una manata
di polvere gettata in un orologio, fingendo di dormire per non muovermi,
per non parlare più, chiedevo a me stesso:
--Perchè, perchè non c'è un po' di vero amore in lei? Perchè il suo
cuore è così silenzioso, così tepido? Forse se lei volesse, se lei
sapesse, un po' di oblio, un po' di gioia potrei anche trovarla in un
suo bacio, in una sua carezza, in quello che comunemente si chiama,
tutti chiamano: amore. Piccola Luisa... Perchè non sai, perchè non senti
nulla? Perchè non indovini? Perchè non tenti? Perchè sei così innocente
ed insipida? Piccola Luisa, perchè non mi ami?
Sentivo il suo respiro. Un sibilo sottile sottile le usciva dalla gola.
Era quello che la faceva sempre tossire durante il giorno? Povera
piccola! E avrei voluto posarle un bacio sulla bocca, un lungo bacio, un
bacio d'amore. Ah! se fosse stata un'altra donna! Come quei fiori che mi
davano tanta gioia e tanto conforto, così anche lei avrebbe potuto
consolarmi un poco delle delusioni passate. Passate da tanto tempo....
Quasi dimenticate... Avrei amato lei sola, per sè stessa, non per il
rimpianto o il ricordo di quei lontani giorni.... Non avrei amato
nessun'altra in lei... Ormai ero un altr'uomo. Quello d'una volta non
esisteva più.
Ma ben presto mi riebbi da quella specie di abbandono all'illusione
d'una vita che non poteva essere, che non era la mia. Il piacere di
quelle piccole cose godute senza altro pensiero che di goderne si mutò
subito in amarezza. Perchè Isacco ci regalava quei fiori? Perchè ci
elargiva con generosità tanto metodica il vino delle cantine di suo zio,
i dolci della sua cucina? E quei doni erano per me o per Luisa? Quando
questo dubbio mi assalì la prima volta, stavo mangiando uno spicchio di
torta, tutta ricamata di crema, profumata di vainiglia e soffice come la
lana. Mi fermai con il boccone in gola, guardai Luisa, guardai Isacco, e
posai il pezzo che ancora tenevo in mano sul tavolo. Luisa anche lei
aveva uno spicchio di torta delicatamente stretto fra due dita, e la
bocca piena. Ma guardava Isacco, e non potendogli sorridere con le
labbra, gli sorrideva con gli occhi. Ah! che luce, che vivacità, che
ilarità insolite erano negli occhi di Luisa, quella sera! Parevano due
carboncini accesi. La luce della lampada vi brillava dentro. E Isacco
dove aveva preso, lui, quegli occhi? Grandi e neri, ma di solito sempre
appannati e smorti, anche gli occhi di Isacco brillavano d'una luce
insolita, vivi, sorridendo a Luisa. Inghiottii quel boccone che mi era
rimasto in gola, e per quella sera non toccai più di quel dolce. Isacco
se ne andò. E quando Luisa venne a letto, non la sfiorai nemmeno con la
punta delle dita. Sentii tutto il gelo che ella portava con sè nella sua
carne anemica, cercai di scostarmi da lei voltandomi con la faccia
contro il muro. Così, cercando di non sentire il suo respiro sulla mia
nuca, il suo odore di fieno nelle narici, incominciai a frugare in tutti
gli angoli del mio cervello divenuto terribilmente lucido, e credetti di
indovinare, di scoprire la verità. Mi ricordai che ogni mattina, da
molto tempo ormai, quando mi alzavo, trovavo Luisa già vestita e pronta
ad uscire. E mentre mi vestivo seduto sulla sponda del letto, ecco due
tre colpi discreti bussati qui, sulla parete, fra questa stanza e quella
di Isacco. Luisa mi si avvicina, mi dice:--Non hai bisogno di nulla?
Dunque vado. Prende il suo involto di camicie, ed esce, salutandomi con
la mano. Ha un cappellino nuovo, con una penna rossa. L'abito è sempre
lo stesso, ma sembra un altro. Quando nel corridoio passa dinnanzi alla
porta di Isacco, la porta si apre, Isacco esce:--Buon giorno, signora
Luisa, dice. Ed io so che prende il fagotto delle camicie dalle mani di
Luisa, e glielo porta per un buon tratto di strada. Tutte le mattine se
ne vanno così, insieme. Ed io lo so. Lo so perchè Isacco e Luisa me lo
hanno detto, che per lui portare quel fagotto a Luisa è un piacere da
nulla, che non gli costa nessuna fatica. Mentre per lei è un piacere
immenso non doverlo portare. La strada è ogni mattina la stessa per
tutti e due. Tutti e due vanno verso il centro della città. Io poi esco
per conto mio, la mia tipografia è subito passato il fiume, mi chiudo,
mi seppellisco in quella spelonca buia come un antro, e mi si rivede la
sera.
Questa fu la mia grande scoperta di quella notte. La mattina, appena
alzato, ebbi la tentazione di prendere il mazzo di fiori dalla brocca
posata sul tavolo e di buttarlo dalla finestra. A mezzogiorno Isacco mi
si presentò con un paio di scarpe nuove incartate in un giornale. Disse
di averle vinte ad una lotteria. E per l'appunto aveva il piede piccino!
Infilate ai miei piedi, quelle scarpe calzarono invece come guanti.