Tutti ricordano come è stata rigida la fine dell'inverno. Alla metà
d'aprile c'era ancora la neve alta per le strade. La mattina tutto
gelava. Pareva che il tempo ci portasse verso una più cruda stagione,
anzichè verso la sospirata primavera. Una notte ero così pieno di freddo
in tutto il corpo che non riuscivo ad addormentarmi. Luisa, Luisa,
invece, respirava tranquilla nel sonno, con quel sibilo nella gola, e
pareva che il gelo del letto lo avesse lasciato tutto a me.
Improvvisamente accadde qualche cosa d'insolito nella stanza di Isacco.
Udii il passo zoppo di Savina, la nostra vecchia padrona di casa,
avvicinarsi nel corridoio, e un altro passo meno pesante che s'alternava
col suo. Una voce d'uomo disse:--Ah! è qui... Ed essi aprirono la porta
di Isacco ed entrarono nella sua stanza. Allora mi ricordai che
veramente, quella sera, non aveva udito Isacco rincasare come il solito,
all'ora sua, poco dopo le nove. Comunemente arrivava alla svelta,
cantarellando (quel canto mi stizziva: lo consideravo una provocazione,
un insulto, sia che cantasse per Luisa, sia che cantasse per me), con un
rumore secco ficcava la chiave nella serratura e l'apriva, e prima di
richiuderla accendeva il lume. Poi, con un colpo, sbatacchiava l'uscio e
dava il paletto di dentro. Subito incominciava a gargarizzarsi. Tossiva,
sputava, versava l'acqua nel catino, si lavava le mani. Quindi si sedeva
sulla sedia o sul letto, e in fretta si spogliava, gettando scarpe ed
abiti uno qua ed uno là, con fracasso. Quando s'era coricato, prima che
si addormentasse, il suo letto non faceva che stridere e cigolare. Ma
quella sera niente di tutto questo era accaduto; come se Isacco non
fosse esistito mai. Ora, quando quei due furono entrati nella stanza, il
letto d'Isacco stridette e cigolò. La voce di Savina disse:--Non vuol
bere, non vuol mangiare. Non si lamenta. Non si muove mai. E quando si
parla, non risponde. La voce dell'uomo soggiunse:--È molto grave... Poi
il letto cigolò e stridette di nuovo, e infine la voce dell'uomo
disse:--Non c'è niente da fare... Vedremo domani. Riaprirono la porta ed
uscirono. Li udii scendere, parlando, le scale. Tutto ritornò in
silenzio.
Isacco doveva essere ammalato. Il medico aveva detto:--Grave. Isacco era
dunque gravemente ammalato. Ora mi spiegavo come mai non lo avessi udito
rincasare come ogni sera. Quella mattina certo non s'era neppure alzato
e tutto il giorno era rimasto coricato lassù. Forse, senza che io ne
sapessi nulla, la sua malattia durava già da tempo. Forse da due, da tre
giorni. E che malattia era quella? Savina avrebbe potuto informarmi.
Avrei potuto chiedere a lei. Domani mattina, uscendo, le chiederò di che
male sia malato Isacco. Non che mi stia molto a cuore saperlo. Ma così,
per una semplice curiosità. Mi sta tanto poco a cuore la malattia di
Isacco, che proprio non ne provo alcuna pietà. Anzi... Debbo esser
sincero? Pensare ch'egli sia malato mi fa quasi piacere. Forse dire:
piacere, non è dire cosa esattissima. No: veramente non mi fa proprio
piacere, ma penso che, infine, il male che avrebbe voluto fare a me, con
quella sua aria di malizioso sventato, in qualche modo ricade sopra il
suo capo. Un castigo, qualunque sia, gli sta bene. Imparerà che il
dolore è giustamente distribuito in questo mondo, e che ciascuno ne ha
la sua parte. Non ho nessun sentimento caritatevole per lui. Non penso
nemmeno quanto egli sia solo e abbandonato in quella mezza soffitta,
alla mercè di Savina. Non mi si affaccia nemmeno per un attimo l'idea
che egli possa aver bisogno di aiuto, durante la notte, così solo com'è.
Tutto mi perdo dietro altri sentimenti, altri pensieri. Il male, la
solitudine in cui Isacco si trova abbandonato, persino il pensiero della
sua morte, non mi toccano affatto. Seguo ora una fantasia che mi conduce
molto lontano di qui, in anni tanto tanto lontani, quand'ero bambino, e
mi ammalai di tifo. Mi ricordo che mia madre mi vegliava le intere notti
con una cuffietta bianca e rossa in capo, con un nastrino rosso annodato
sotto il mento. Questo ricordo, sì, e specialmente il ricordo di quella
cuffiettina rossa e bianca, mi tocca e mi commuove. Quando si è ammalati
tutto è molto confuso. Ma quasi sempre, in tanta confusione di
impressioni e di idee, un particolare insignificante, un particolare da
nulla, sempre emerge, con una chiarezza meravigliosa, e si ficca nella
memoria per non uscirne mai più.
Mentre così sognavo ad occhi aperti, sentii Luisa muoversi leggermente
al mio fianco. Credevo che dormisse. Ma ella non si muoveva come ci si
muove nel sonno. Pareva che cercasse di allontanarsi da me a poco a
poco, preoccupandosi di non fare movimenti bruschi, ai quali il letto
avrebbe scricchiolato. Strisciava fra le lenzuola, ed io sentivo
benissimo, rimanendo immobile come se fossi addormentato profondamente;
che Luisa aveva già piegato le gambe sulla sponda e che fra poco sarebbe
uscita tutta dal letto. Un minuto dopo era in piedi. E nella penombra
della stanza vedevo, attraverso le ciglia socchiuse, l'ombra bianca
della sua camicia, diritta, che lentamente si muoveva. Il viso lo teneva
sempre rivolto verso di me (la vedevo contro la finestra grigia
illuminata) come se, mentre cercava qualche cosa annaspando con le mani
nel buio, sorvegliasse il mio sonno per timore d'essere sorpresa in
quell'atto. Così s'avvicinò alla sedia su cui erano posati i suoi abiti,
e s'infilò una sottana e un giubbettino di lana. Poi si curvò, e
credetti di sentire che raccoglieva le sue scarpe. Io non mi muovevo,
ma, dentro, il cuore incominciava a martellare dandomi una pena enorme.
Che cosa faceva Luisa? Quando ebbe le scarpe in mano, si curvò sul letto
per meglio assicurarsi che io sempre dormivo tranquillo. Nulla m'aveva
destato. Poteva andare sicura. Allora, camminando sulla punta dei piedi,
scalza, si accostò all'uscio e posò una mano sulla gruccia. Qui
incominciava il difficile. Quella porta aveva i gangheri arrugginiti.
Sempre, quando si apriva o si chiudeva, dava in un miagolio che
terminava con un rantolo quand'era tutta spalancata. In silenzio non
concedeva che un'apertura d'un palmo, tanto da passarci un cane o un
gatto. Luisa rimase qualche minuto immobile, preoccupata del rumore che
quella porta avrebbe fatto nell'aprirsi. Poi si decise, girò la maniglia
e trasse a sè adagio adagio l'imposta. Che fortuna esser magri, piccini,
in talune circostanze della vita! Certo Luisa allora benedisse d'esser
così sottile, perchè dove ci sarebbe appena passato un cane o un gatto,
anche lei ci passò. Senza chiudere, riaccostò l'uscio. Dopo, per quanto
non udissi nulla, capii che, appoggiandosi col fianco alla parete, si
infilò le scarpe. Il suo passo lungo il corridoio lo percepii appena. Al
rumore che fece la chiave della porta di Isacco girando nella serratura
fu leggiero come il rosichìo del topo. La porta s'aprì con un soffio,
con un soffio si richiuse, e Luisa fu nella stanza di Isacco.
M'ero sollevato sul gomito. Non ne potevo più di quell'immobilità in cui
ero rimasto fino allora. Non tossivo mai, ma proprio in quel momento un
prurito tormentoso mi salì alla gola, e mi mise addosso una specie di
frenesia, un bisogno invincibile di tossire. Doveva essere una
conseguenza della soffocazione che mi dava il cuore in tumulto, con il
suo battere precipitato e ineguale. Credevo di scoppiare. Stando così,
vedevo come se questa maledetta parete tanto sottile fosse divenuta
anche trasparente, di vetro, vedevo Luisa curva sul letto di Isacco, con
il viso vicino vicino al suo. Aveva strofinato uno zolfanello, una
candela s'era accesa. Al lume di quella candela Luisa contemplava Isacco
che sembrava addormentato. Il suo viso non era più grigio pallido come
sempre. Era rosso, infiammato dalla febbre. Ed ella non si contentava di
guardarlo, ma lo accarezzava dolcemente con una mano, sulla fronte,
sulle gote, sul collo. Poi si curvava ancora di più, e posava la sua
gota sulla sua bocca, come per sentire se le sue labbra bruciassero.
Bruciavano. Oh! certo: bruciavano le labbra di Isacco, arse dalla
febbre. Ma Luisa non staccava la gota da quella bocca, non prendeva un
bicchiere d'acqua e v'immergeva un dito per inumidirgliela, ma, voltando
appena il capo, posava la sua bocca sulla bocca di Isacco. Teneva gli
occhi chiusi, e dai suoi occhi gocciolavano due lacrime.--Amore, povero
amore, bisbigliava, sono qui, sono venuta... Sentimi, guardami... Non
sei più solo. Luisa tua è con te... Non me ne vado più... No, amore, mai
più, mai più.
Nelle orecchie avevo un ronzio confuso, come il rumore di un risucchio
lontano. Come non vedevo nulla, così pure non udivo nulla. Ma mi
sembrava di udire. Luisa non si muoveva, non dava un sospiro, una voce.
Ma mi sembrava che bisbigliasse non so quali parole oltre quelle che ho
scritte. Luisa? Luisa? E anch'io, cauto come un ladro, leggiero come
un'ombra, rovesciai le coperte, silenziosamente scesi dal letto, mi
avvicinai alla porta, girai lento lento la gruccia, chiusi il battente,
detti il paletto. Era fatto. Luisa non sarebbe rientrata più, quella
notte, in casa mia. Quando, dopo poco, uscì dalla stanza d'Isacco e,
sfilate nuovamente le scarpe, posò una mano contro la porta e sentì che
non cedeva alla pressione della sua mano, Luisa non volle credere subito
che la porta fosse chiusa. Si ostinò, prima con molta prudenza, poi con
orgasmo, a tormentare la maniglia, a graffiare con le unghie il
battente. Quindi sentendosi perduta, incominciò a bussare pian piano,
poi più forte, finchè disperata si decise a chiamarmi per nome.
--Paris, sei sveglio? Paris, aprimi, Paris, Paris!
Allora mi sentii vendicato dal mio silenzio, mi sentii grande nel
silenzio che ebbi la forza, dovrei dire la crudeltà, di opporre ai suoi
richiami. Tacevo. Non risposi una sillaba alle preghiere di Luisa. Mi
sentivo grande e potente, invincibile, mi sentivo immenso, contro la
debolezza, la vergogna, il pianto di quella creatura debole, umiliata,
implorante pietà e perdono. Mi sarei mostrato nel centro d'un'apoteosi,
con una mitra d'oro in testa, un mantello d'ermellino, ritto sopra una
piramide, perchè tutti potessero ammirare la mia potenza, la mia
grandezza. La potenza e la grandezza d'un uomo che aveva ridotta in
disperazione così, con un semplice giro di chiave, una povera donna,
della forza d'un bimbo o d'un uccellino. Io ve lo dico: guardatevi da
chi ha troppo sofferto, da quelli ai quali la fortuna ha sempre voltato
le spalle, da chi ha subìto affronti e persecuzioni, da chi è stato
offeso, insultato, tradito, calpestato, deluso in tutte le sue speranze,
deriso, privato d'ogni felicità! Sono i peggiori nemici, i più crudeli,
i più pericolosi nemici del bene. Non troverete nè carità, nè
tolleranza, nè perdono il giorno in cui cadrete in loro potere. Io ero
uno di questi! Io lasciai, senza batter ciglio, che Luisa si disperasse
in lacrime contro quell'uscio chiuso. Non ebbi neppure per un attimo
l'impulso di aprirle. Non ebbi alcuna pietà di lei. Invece mi rallegrai
quando l'udii che s'allontanava singhiozzando, e poi l'udiii,
singhiozzando, rientrare nella stanza di Isacco, e abbandonarsi perduta
sul suo letto. Era quasi giorno. Incominciava a sbiancarsi l'ombra. Mi
vestii in gran fretta, e in punta di piedi m'avvicinai alla porta.
Volevo uscire senza essere udito. Ma, fatti due passi, con un brivido di
terrore, sentii due mani ossute, dure, che mi si posarono sulle spalle
e, voltandomi, vidi contro il mio viso il viso spaventoso dell'idiota.
Sua madre, sua madre, mi stava di fronte! Era anche lei uscita dal letto
in camicia. Quella camicia era ampia e lunga, e giù per la scollatura si
vedeva il suo corpo schifoso di vecchia, la sua orrenda nudità. Il suo
capo tremava vertiginosamente, i suoi occhi mi fissavano morti. Non
c'era di vivo in lei che quel gesto delle mani ossute lunghe che mi
stringevano per le spalle. Allora, freddamente, le afferrai i polsi e a
rinculoni la sospinsi verso la sua poltrona e ve la piegai; ve la
costrinsi per forza, e la lasciai là seduta, in camicia, a tremare e a
gemere. Poi a passi lunghi, senza distogliere gli occhi da lei,
attraversai la stanza, aprii l'uscio e lo richiusi d'un colpo dietro di
me.