VII.

Era questo il nostro stato d'animo quando Isacco venne ad occupare lo

sgabuzzino che io occupavo prima di sposare Luisa: quella cameretta dove

ora dorme tranquillo. La nostra vita era come l'ho descritta: una vita

grigia, senza gioia, senza pace. Isacco è di natura ciarliero come un

merlo. Egli si mise subito a chiacchierare con noi attraverso questo

paravento di parete che divide la mia dalla sua stanza. Era accaduto

qualche cosa di insolito in città, e, tardi, verso mezzanotte, fummo

destati da uno scoppio cupo e lungo come un tuono. Luisa, spaventata,

non potè fare a meno di gridare:--Paris, che sarà, che sarà? E Isacco si

credette in obbligo di rassicurarla. Doveva essere scoppiato il

gazometro. Infatti da dieci giorni gli operai delle officine

minacciavano di farlo saltare. Senza dubbio la città sarebbe ora rimasta

al buio per intere settimane, poichè le officine elettriche, che erano

adiacenti al gazometro, dovevano aver subito gravi danni a causa

dell'esplosione. In molti punti della città, in previsione di quella

catastrofe, fino dalla sera innanzi i soldati del genio avevano piazzato

dei riflettori. E Isacco descrisse a vivi colori l'aspetto delle vie e

delle case illuminate da quei fasci di luce bianchissima.--Sembrava

tutto un altro mondo, disse. Ogni cosa ha un aspetto diverso da quello

che noi vediamo abitualmente... Vatti a fidare ora della realtà!... E se

anche quella che chiamiamo realtà non fosse altro che un'opinione? Vi

stupirebbe?

--Poco importa!.. dissi io. E per conchiudere, soggiunsi:--Buona

notte...

--Buona notte, signora, rispose Isacco, e tacque.

Dopo un momento di silenzio, durante il quale, indifferente all'annuncio

di quei cataclismi sociali, io mi stavo riaddormentando, la vocina di

Isacco ricominciò:

--Non vi sembra di udire come un crepitìo di fucilate?

Riaprii gli occhi e stetti un momento in ascolto.

--Non mi sembra, risposi. E ripetei:--Buona notte...

--Buona notte, disse Isacco.

Passarono ancora pochi minuti, durante i quali mi rannicchiai tutto nel

mio angolo di letto, con le coperte sul capo. Poi la voce di Isacco

domandò:

--Domani mattina si potrà attraversare il ponte? O saremo tagliati fuori

dai quartieri del centro?

--Speriamo di no, dissi. E ancora una volta ripetei:--Buona notte...

--Buona notte, disse Isacco.

M'ero quasi riaddormentato, quando la voce di Isacco più sveglia che mai

esclamò:

--Questi sono fucili!...

Ma io, fingendo di russare, non gli risposi più nulla.

La mattina dopo veramente tutti i ponti erano sbarrati da cordoni di

soldati. Il nostro quartiere era isolato dal centro della città. Tentai

invano di passare, spiegando a un sergente come la tipografia nella

quale lavoravo fosse proprio subito al di là del ponte. La consegna era

rigorosa. Ritornai perciò lentamente verso casa mia, percorrendo un

tratto del viale lungo il fiume. Incominciò a nevicare attraverso i rami

nudi degli alberi. Il fiume era gonfio. Sempre così silenzioso, si

levava allora dalla corrente tutta mulinelli e spume un cupo e lungo

boato. Le due rive erano semideserte. Soltanto alle due estremità di

ogni ponte c'era radunata una folla che si guardava silenziosa, con

buffa curiosità, come se da una parte e dall'altra non fossero stati gli

stessi che fino alla sera prima si erano trovati a camminare insieme su

quei ponti che allora li dividevano. Già stavo per affrettare il passo

sotto la neve che cadeva sempre più fitta, quando qualcuno mi si mise al

fianco e mi salutò. Era uno che non avevo mai veduto. Ma subito si fece

conoscere.

--Sono il vostro nuovo vicino, mi dichiarò sorridendo. Ve lo dicevo,

iersera, che i ponti sarebbero stati sbarrati?

Lo guardai. Era un piccolo uomo più basso di statura molto di me: mi

arrivava appena alla spalla. Andava un po' curvo, a passi brevi e

ineguali, stretto in un mantellino color cioccolato, con il cappuccio

tirato sopra una berretta di panno verde, tonda come una papalina.

Doveva avere poco meno di trent'anni. La sua faccia era olivastra

pallida, con una rada barba corta e increspata e tutti i tratti propri

della sua razza: gli occhi grandi e neri, le labbra leggermente tumide.

Sentii che da quel momento avrei dovuto subirlo come una mosca. Infatti,

con quelle parole mi si accompagnò, salì con me le scale, entrò con me

nella nostra camera. E poi che si fu sgrullata la neve dal mantellino ed

ebbe abbassato il cappuccio, si tolse il berretto, e, rivolto a Luisa,

le domandò con il tono più naturale del mondo, come se l'avesse

conosciuta da vent'anni:

--Che ne dice lei, signora Luisa?

Così Isacco si introdusse nella nostra intimità: senza cerimonie,

divenne uno di casa. Isacco era commesso in una botteghina di libri

usati situata all'angolo dell'Università, molto frequentata dagli

studenti poveri. Si credeva, e ancora si crede, un sapiente. Sa a

memoria i titoli di centinaia di libri. Conosce la storia dei loro

autori, l'anno in cui furono stampati. Ben presto manifestò per me una

simpatia esagerata, un attaccamento quasi morboso. Ogni sera veniva ad

aspettarmi quando uscivo dalla tipografia e mi riaccompagnava a casa. Se

mi vedeva con un viso più buio del solito:

--Capisco, mi diceva, che questa sera non vi va di parlare...

E, facendo uno sforzo che doveva costargli molta fatica, camminava al

mio fianco in silenzio, misurando il suo passo sul mio, le mani

affondate in tasca, il capo insaccato tra le spalle. Me se per poco

avevo il viso sereno, allora incominciava a raccontarmi mille storie

diverse e non si stancava di domandarmi che cosa io ne pensassi. Io non

pensavo mai nulla di nulla, ma Isacco non si arrendeva facilmente alla

mia indifferenza. Spesso non ritornavo subito a casa, ma mi perdevo in

lunghi giri per le vie più deserte della città. Senza mostrare nè

impazienza nè stanchezza, mi seguiva nei miei vagabondaggi, anche sotto

la pioggia o nella neve, come se non avesse altro desiderio che di

camminare senza uno scopo in quelle fredde sere d'inverno. Giunti

all'angolo della nostra casa, Isacco si separava da me per andare a

mangiare in una bettola poco lontana, mentre io salivo quassù dove

m'aspettava la mia magra cena. Ma prima di allontanarsi mi diceva:

--Fra poco vi rivedo... Voglio augurare la buona notte alla signora

Luisa...

Così bussava discreto alla porta, metteva fra i battenti la sua faccia

pallida tutta annerita dai peli e dagli occhi, e domandava dolce:

--Si può?

Io levavo il capo dalla tavola e lo guardavo senza simpatia. Mi era

odioso. Non lo potevo soffrire. Lo giudicavo il più grande importuno che

fosse mai nato sulla terra e consideravo la sua compagnia come l'ultima

delle mie sventure. Ma Isacco, incoraggiato da un mezzo sorriso di

Luisa, entrava facendo un profondo inchino alla vecchia che lo guardava

dalla poltrona con quei suoi occhi di stupore, e si veniva a sedere fra

noi due, accanto al lume.

Io lo trattavo rudemente, quasi con villania, sperando, che, offeso, se

ne andasse per non ritornare mai più. Ma Isacco, la sera, non vedeva che

Luisa; non si occupava che di lei. Le ripeteva tutte le storie che aveva

già raccontato a me durante la strada, e sempre chiedeva che cosa ne

pensasse la signora Luisa. Luisa si credeva in obbligo di rispondere, e

ne nascevano conversazioni interminabili. A un certo punto, senza

parlare, io mi alzavo in piedi e mi avvicinavo lento lento al letto.

Incominciavo in silenzio a sbottonarmi la camicia; mi sfilavo la giacca

e l'appendevo al piolo. Allora Isacco diceva:

--Lasciamolo che si corichi... Stasera, signor Paris, avete più sonno

del solito...

Rimetteva la sedia al suo posto e Luisa lo accompagnava nel corridoio, e

là rimanevano ancora a chiacchierare. Io mi spogliavo tutto e mi

stendevo tra le lenzuola. Quando finalmente Isacco le dava la buona

notte, Luisa rientrava e io le dicevo:

--Basta, basta, per carità! Non la finirete più di parlare... Costui

s'attacca come la rogna...

--Piano piano, supplicava Luisa. Lo sai che si sente tutto, di là...

--E che importa a me, se si sente? replicavo. Dico che basta. È peggio

della rogna.

Passarono così alcune settimane. A un certo punto Isacco inventò di

avere uno zio ricco, che possedeva anche un giardino, e mi capitò

davanti una sera con un mazzo di rose.

--Che m'avete detto ieri, passando dinnanzi al fioraio? mi domandò.

--Che cosa?

--Oh! oh! esclamò Isacco ridendo. Non avete detto: «Che belle rose? Un

tempo erano la mia delizia, le rose. Chi si ricorda più di quel tempo?»

Era vero. Avevo veduto delle rose carnicine, d'un colore chiaro e vivo

come la gota di un bimbo, nella vetrina d'un fioraio, e m'ero lasciato

sfuggire quelle parole. Dissi:

--Ebbene?

Isacco mi porse il mazzo.

--Ho pensato a voi, rispose. Le ho colte nel giardino di mio zio.

Presi quelle rose, che erano delicate e profumate, fresche ancora di

goccioline d'argento, e vi affondai il viso per odorarle.

--Che soavità, dissi. E le porsi a Luisa.

Luisa le mise in una brocca, posò la brocca in mezzo alla tavola, e mi

guardò sorridendo.

--Ah! esclamai senza pensare alle conseguenze che le parole che stavo

per pronunciare potevano avere per me, queste sono le vere gioie del

ricco! La vita è grama per tutti: per tutti ha un fondo di dolore... Ma

alla superficie almeno si hanno delle piccole gioie che versano una

goccia di oblio sui più tristi pensieri. Un fiore... Queste rose... E

tutto si dimentica per un istante.

--Sì, continuai dopo una pausa, tu per esempio hai freddo: ecco un

dolore fisico atroce, una sofferenza che dà la disperazione. Il povero

la conosce. Il ricco accende una bella stufa o si avvolge nella sua

pelliccia e dimentica che c'è un inverno tetro, la neve, il vento, una

desolata stagione...

Isacco che mi udiva per la prima volta parlare, mi guardava meravigliato

e non faceva che assentire col capo.

--E tutto forse finisce qui? domandai. Ora, dissi, io ho mangiato, tutti

abbiamo mangiato. Possiamo dire di aver fame? Sete? No, certo: non

abbiamo nè fame nè sete. Eppure se ci fosse qui, in mezzo alla tavola,

una pasta sfoglia, un pasticciotto di crema, e un po' di rosolio, o un

bicchiere di vino dolce, non ci sentiremmo forse men tristi? Meno

stanchi della nostra giornata? Meno desiderosi di coricarci e di

dormire, per non pensare più all'oggi e al domani, alla nostra povera

vita di sempre?

--Così è, caro Isacco! soggiunsi battendogli una mano sulla spalla. Io

lo so per esperienza. Ma ciò che si è voluto perdere, è inutile che si

rimpianga. Allora si finge di credere di non amare più nessuna delle

piccole cose che ci davano gioia e piacere un tempo. Addirittura si

rinnegano, si disprezzano. Che cosa sono, in fondo, dei fiori? Sono

degli stupidi balocchi della natura, una delle tante cose superflue che

essa crea, a scapito di tante altre cose necessarie, di cui invece è

avara. E a che servono? Quando li hai ben bene tenuti in fresco due

giorni, appassiscono e muoiono, e bisogna buttarli via. E i dolci? Siamo

forse dei bambini golosi? Vogliamo credere davvero che uno zuccherino ci

farebbe contenti? Dobbiamo dichiararci schiavi di una debolezza

infantile? Via! Via! Il male è, caro Isacco, che così, a poco a poco,

l'uomo discende al bruto. Si riduce, Isacco, alla nostra feroce miseria,

alla nostra universale negazione del bene. Con le cose frivole si

distruggono anche le cose sublimi, e la nostra vita si riduce arida come

un deserto...

Isacco soggiunse:

--È vero, è vero...

Io dissi:

--Ma questa, Isacco, è la nostra vita, ormai...

Il perduto amore · 第 45 / 53 题