Era una santa? L'avrebbero beatificata un giorno? Ci sarebbe stata una
Beata Luisa di Paris? Ah! Ah! Una buona, una devota serva: secondo la
mia opinione d'allora questo era Luisa, mia moglie.
Tutto il giorno io lo passavo fuori. A mezzodì la mia colezione
consisteva in un pezzo di pane inzuppato in un po' di vino. Nessuno
degli operai che lavoravano in quella tipografia era miserabile quanto
me: un borghese. Luisa, quando aveva ripulito tutta la casa, si metteva
in capo il suo cappellino spennacchiato, al collo una sciarpetta di
lana, e andava a misurar camicie ai suoi clienti. Il suo mestiere era
infatti di tagliare e cucire camicie da uomo. Questo lavoro non le
rendeva quasi nulla, ed io veramente ho sempre pensato che le servisse
più che altro da pretesto per uscire e rimanere lunghe ore fuori di
casa. Ma non ero geloso. Non me ne importava nulla di lei. Io non la
consideravo neppure una moglie. Era una cosa, niente altro che una cosa,
per me. Ma anche Luisa aveva le sue piccole vanità. Quando si vestiva
per uscire, il suo povero cappellino se lo appuntava con civetteria
sulla fronte, e non si staccava dallo specchio senza prima essersi
assicurata che i due ricciolini, sulle orecchie, fossero bene
inanellati. Il suo modo di camminare per la strada era franco e
disinvolto, mentre in casa aveva sempre l'atteggiamento d'una persona
timida ed impacciata. Era donna, in fine, Luisa, come tutte le altre.
Un giorno di domenica, la mattina ero ancora a letto, e Luisa si vestiva
per uscire. Quando fu vestita, come sempre si sedette dinnanzi allo
specchio e incominciò ad arricciarsi con la punta delle dita i capelli
corti delle tempie. Non erano nè i capelli neri di Daria, nè i capelli
biondi di Silvina. Erano castano-grigi i capelli di Luisa. Erano dei
brutti capelli. Mentre facevo fra me questa considerazione, ella vide
nello specchio che la guardavo. Arrossì tutta, d'un tratto, e confusa si
volse verso di me.
--Perchè mi guardi così? mi domandò cercando di sorridere, timida.
--Niente, risposi anch'io confuso. Non ti guardo più.
--Ti dispiace? mi domandò allora Luisa senza più sorridere.
--Che cosa? Che cosa mi dispiace?
Luisa esitò un istante.
--Credevo, soggiunse abbassando gli occhi, credevo che ti dispiacesse di
vedermi allo specchio. Sono così brutta, Paris...
Poi nascose il viso sempre coperto di porpora e mormorò:
--Vorrei essere bella... bella... bella...
Io mi misi a ridere. Luisa, piegatasi sul tavolo, ruppe in singhiozzi.
Il mio primo impulso fu di alzarmi per picchiarla. Ma mi girai sopra un
fianco e le voltai la schiena.
--Che cosa sono queste scene? gridai. Che cos'è questo piangere? Spetta
forse a me di consolarti? Per me sei bella: bellissima. Per me sei anche
troppo bella... Finiscila, Luisa! Ci sono mali peggiori... Se si deve
piangere, piangiamo per qualche altra ragione.
Luisa cessò di piangere. Forse continuò a piangere, ma pianse in
silenzio.
--Guarda, adesso, che storie! pensavo. Lo racconta a me, che non è
bella. Le ho mai chiesto di essere bella, io? L'ho forse mai
rimproverata di non essere bella abbastanza?
--Come siete curiose voi donne! dissi forte. Non avete il più piccolo
senso dell'opportunità.
Dopo un poco Luisa si alzò, si avvolse la sciarpa di lana due volte
intorno al collo e si incamminò verso l'uscio. Con la mano posata sulla
maniglia, rimase un momento a guardarmi.
--Mi devi credere ben sciocca, tu, Paris, mormorò.
Non mi mossi. Allora ella si avvicinò a me e mi disse umilmente:
--Paris... Mi perdoni?
--Sì, sì, risposi, ti perdono. Di che? Ti perdono, ti perdono...
--Non così, ti prego, Paris... Lo so: sono tanto sciocca... Ma tu _devi_
compatirmi.
--Sì, cara, sì, sì, risposi questa volta con voce dolce, da ipocrita.
Non ci pensare più... Ti ho già perdonato.
Luisa uscì ed io rimasi a ridere di me stesso.--Ma se non le chiedo
nulla! pensavo. Che cosa vuole ancora da me? Se lei non è bella, che
cosa sono io, al suo confronto? Non sarò certo il suo tipo. Ogni donna,
infatti, ha un _tipo_ suo d'uomo. E quantunque il più delle volte le
donne finiscano per amare proprio un uomo che non è il loro _tipo_, io
veramente non potevo essere il _tipo_ di nessuna, nemmeno quello di
Luisa. Ciò che m'irritava contro di lei era appunto quel suo continuo
mascherare la gratitudine, che certamente nutriva per me, che la rendeva
così docile, così sottomessa, così affettuosa, così premurosa in ogni
suo atto e pensiero, era proprio questo volerla mascherare da amore,
mentre amore non poteva essere, che mi irritava contro di lei. E anche
la sua gratitudine in fondo mi irritava. Avrei voluto diventare ricco
d'un colpo, o soltanto ricuperare la mia agiatezza d'un tempo, per far
sì ch'ella non si sentisse più in obbligo di lavorare per me, di
alleggerirmi del peso dell'esistenza sua e di sua madre, adattandosi
alle fatiche più umili e mortificanti per pagarmi il suo debito di
riconoscenza. Ma, infine, perchè dunque mi affaticavo tanto per una cosa
di così poco conto? A me bastava di vedere chiaramente quale fosse la
mia vera situazione di fronte a Luisa, senza lasciarmi ingannare dalle
apparenze. Sopratutto mi bastava di vivere andando alla deriva,
sottoponendo il mio corpo a tutte le pene necessarie, costringendo i
miei occhi a consumarsi sulle bozze nella falsa luce della tipografia,
il mio stomaco a sopportare l'appetito come una regola di perfetta
igiene, i miei poveri piedi a guazzare nell'umidità del fango che mi
riempiva le scarpe tutte buchi e strappi, a subire le punture gelide
della tramontana invernale le carni mal difese da quella ragnatela di
vestito; ma lasciando inerte e addormentato il mio pensiero, il cervello
arrugginito, l'anima lontana, ignara, assente. Così, soltanto così, mi
sentivo ancora la forza di vivere.
Luisa rientrò poco dopo con un mazzolino di viole mammole, che si
affrettò a mettere in un bicchiere. Il bicchiere lo posò poi in mezzo al
tavolo, e mi guardò come perchè le dicessi:
--Oh! un po' di fiori... Brava piccola! Hai fatto bene a comprare questo
mazzolino di viole.
Ma non dissi nulla e pensai:
--Tutte trovano chi regala un mazzolino di fiori. Povera piccola! Anche
tu hai diritto alle tue illusioni...
--Non ti piacciono? mi domandò Luisa, vedendo che continuavo a tacere.
Prese di nuovo in mano quelle poche viole e le odorò, e avvicinatasi a
me disse:
--Senti che profumo di primavera...
Me le porgeva perchè le odorassi. Vi accostai appena il naso. Dissi
semplicemente:
--Buono...
Allora Luisa disse:
--Le ho comperate per te. Credevo che ti piacessero i fiori. Ce ne erano
tante. Costano appena tre soldi...
--Tre soldi, tre soldi, brontolai io. Ci vuol poco, giusto, a sudarli,
tre soldi!
Luisa disillusa abbassò la fronte.
--E anche per lei, soggiunse poi, a voce bassa, indicando sua madre. È
la sola cosa che la faccia ancora sorridere.
Si voltò e si avvicinò alla poltrona dove era seduta sua madre, nel vano
della finestra.
--Mammuzza, le disse, senti come sono profumate...
E le accostò il mazzolino alla bocca.
La vecchia perdeva un filo di bava dall'angolo delle labbra e tentennava
la testa facendo no no no, sempre no, e tutte le cose no, a tutte le
parole no, sempre sempre quel no no no che non potevo sopportare senza
un senso di irritazione profonda, quasi non fosse il moto involontario
di un'idiota, ma una sua negazione cosciente e beffarda di tutto ciò che
vedeva e udiva e le passava dinnanzi. Ma quando ebbe le viole mammole
sotto il naso, il suo viso di mummia io lo vidi subitamente illuminarsi
di un sorriso macabro, come quello di un teschio in un grottesco di
Goya; e la sua testa cessò di oscillare. Allora notai, che così, disteso
da quel sorriso, il viso della madre somigliava al viso della figlia
come ogni caricatura somiglia all'originale. Era proprio Luisa,
ottantenne ed idiota, che sorrideva in quel viso odioso! Ella sarebbe
stata così un giorno... Così: ed io avrei dovuto farle odorare dei fiori
per provare se qualche cosa della sua anima vivesse ancora... Anche
costei era stata giovane come Luisa ed era stata amata. Anche lei era
uscita le domeniche vestita a festa, e aveva ricevuto in dono un
mazzolino di viole mammole da qualche spasimante accorato... Anche lei
aveva preteso di allietare con il suo amore la vita di un uomo, e forse
di due o tre uomini nello stesso tempo; ed essi l'avevano considerata
come un ornamento della loro vita, come un bene desiderabile e degno di
essere conquistato, goduto e difeso. Si sarebbero uccisi per lei...
L'avrebbero uccisa... Forse avevano sofferto e pianto, s'erano disperati
per lei... Questo era l'amore che avrei dovuto chiedere a Luisa, che
ella sembrava volesse offrirmi con quelle prime viole d'inverno...
Allora mi rivoltai e le dissi:
--Luisa, siamo marito e moglie: dovremo vivere forse lungamente insieme.
Ebbene: sappi che non amo nessuna di queste cose che quasi tutti gli
altri amano. I fiori, i dolci, i sorrisi, le tenerezze, non mi
piacciono. Queste cose mi commovevano un tempo. Ora non le sento più,
Luisa... Non le posso più sopportare... La vita ha distrutto in me tutto
ciò che sapeva di poesia: tutto. E ricordati che se ti ho sposato, ti ho
sposato per me, per me solo, perchè mi faceva piacere sposarti e per
nessuna altra ragione...
Così le parlai dolce e cattivo. Luisa non fiatò, ma da quel giorno fu
un'altra donna con me.