VI.

Era una santa? L'avrebbero beatificata un giorno? Ci sarebbe stata una

Beata Luisa di Paris? Ah! Ah! Una buona, una devota serva: secondo la

mia opinione d'allora questo era Luisa, mia moglie.

Tutto il giorno io lo passavo fuori. A mezzodì la mia colezione

consisteva in un pezzo di pane inzuppato in un po' di vino. Nessuno

degli operai che lavoravano in quella tipografia era miserabile quanto

me: un borghese. Luisa, quando aveva ripulito tutta la casa, si metteva

in capo il suo cappellino spennacchiato, al collo una sciarpetta di

lana, e andava a misurar camicie ai suoi clienti. Il suo mestiere era

infatti di tagliare e cucire camicie da uomo. Questo lavoro non le

rendeva quasi nulla, ed io veramente ho sempre pensato che le servisse

più che altro da pretesto per uscire e rimanere lunghe ore fuori di

casa. Ma non ero geloso. Non me ne importava nulla di lei. Io non la

consideravo neppure una moglie. Era una cosa, niente altro che una cosa,

per me. Ma anche Luisa aveva le sue piccole vanità. Quando si vestiva

per uscire, il suo povero cappellino se lo appuntava con civetteria

sulla fronte, e non si staccava dallo specchio senza prima essersi

assicurata che i due ricciolini, sulle orecchie, fossero bene

inanellati. Il suo modo di camminare per la strada era franco e

disinvolto, mentre in casa aveva sempre l'atteggiamento d'una persona

timida ed impacciata. Era donna, in fine, Luisa, come tutte le altre.

Un giorno di domenica, la mattina ero ancora a letto, e Luisa si vestiva

per uscire. Quando fu vestita, come sempre si sedette dinnanzi allo

specchio e incominciò ad arricciarsi con la punta delle dita i capelli

corti delle tempie. Non erano nè i capelli neri di Daria, nè i capelli

biondi di Silvina. Erano castano-grigi i capelli di Luisa. Erano dei

brutti capelli. Mentre facevo fra me questa considerazione, ella vide

nello specchio che la guardavo. Arrossì tutta, d'un tratto, e confusa si

volse verso di me.

--Perchè mi guardi così? mi domandò cercando di sorridere, timida.

--Niente, risposi anch'io confuso. Non ti guardo più.

--Ti dispiace? mi domandò allora Luisa senza più sorridere.

--Che cosa? Che cosa mi dispiace?

Luisa esitò un istante.

--Credevo, soggiunse abbassando gli occhi, credevo che ti dispiacesse di

vedermi allo specchio. Sono così brutta, Paris...

Poi nascose il viso sempre coperto di porpora e mormorò:

--Vorrei essere bella... bella... bella...

Io mi misi a ridere. Luisa, piegatasi sul tavolo, ruppe in singhiozzi.

Il mio primo impulso fu di alzarmi per picchiarla. Ma mi girai sopra un

fianco e le voltai la schiena.

--Che cosa sono queste scene? gridai. Che cos'è questo piangere? Spetta

forse a me di consolarti? Per me sei bella: bellissima. Per me sei anche

troppo bella... Finiscila, Luisa! Ci sono mali peggiori... Se si deve

piangere, piangiamo per qualche altra ragione.

Luisa cessò di piangere. Forse continuò a piangere, ma pianse in

silenzio.

--Guarda, adesso, che storie! pensavo. Lo racconta a me, che non è

bella. Le ho mai chiesto di essere bella, io? L'ho forse mai

rimproverata di non essere bella abbastanza?

--Come siete curiose voi donne! dissi forte. Non avete il più piccolo

senso dell'opportunità.

Dopo un poco Luisa si alzò, si avvolse la sciarpa di lana due volte

intorno al collo e si incamminò verso l'uscio. Con la mano posata sulla

maniglia, rimase un momento a guardarmi.

--Mi devi credere ben sciocca, tu, Paris, mormorò.

Non mi mossi. Allora ella si avvicinò a me e mi disse umilmente:

--Paris... Mi perdoni?

--Sì, sì, risposi, ti perdono. Di che? Ti perdono, ti perdono...

--Non così, ti prego, Paris... Lo so: sono tanto sciocca... Ma tu _devi_

compatirmi.

--Sì, cara, sì, sì, risposi questa volta con voce dolce, da ipocrita.

Non ci pensare più... Ti ho già perdonato.

Luisa uscì ed io rimasi a ridere di me stesso.--Ma se non le chiedo

nulla! pensavo. Che cosa vuole ancora da me? Se lei non è bella, che

cosa sono io, al suo confronto? Non sarò certo il suo tipo. Ogni donna,

infatti, ha un _tipo_ suo d'uomo. E quantunque il più delle volte le

donne finiscano per amare proprio un uomo che non è il loro _tipo_, io

veramente non potevo essere il _tipo_ di nessuna, nemmeno quello di

Luisa. Ciò che m'irritava contro di lei era appunto quel suo continuo

mascherare la gratitudine, che certamente nutriva per me, che la rendeva

così docile, così sottomessa, così affettuosa, così premurosa in ogni

suo atto e pensiero, era proprio questo volerla mascherare da amore,

mentre amore non poteva essere, che mi irritava contro di lei. E anche

la sua gratitudine in fondo mi irritava. Avrei voluto diventare ricco

d'un colpo, o soltanto ricuperare la mia agiatezza d'un tempo, per far

sì ch'ella non si sentisse più in obbligo di lavorare per me, di

alleggerirmi del peso dell'esistenza sua e di sua madre, adattandosi

alle fatiche più umili e mortificanti per pagarmi il suo debito di

riconoscenza. Ma, infine, perchè dunque mi affaticavo tanto per una cosa

di così poco conto? A me bastava di vedere chiaramente quale fosse la

mia vera situazione di fronte a Luisa, senza lasciarmi ingannare dalle

apparenze. Sopratutto mi bastava di vivere andando alla deriva,

sottoponendo il mio corpo a tutte le pene necessarie, costringendo i

miei occhi a consumarsi sulle bozze nella falsa luce della tipografia,

il mio stomaco a sopportare l'appetito come una regola di perfetta

igiene, i miei poveri piedi a guazzare nell'umidità del fango che mi

riempiva le scarpe tutte buchi e strappi, a subire le punture gelide

della tramontana invernale le carni mal difese da quella ragnatela di

vestito; ma lasciando inerte e addormentato il mio pensiero, il cervello

arrugginito, l'anima lontana, ignara, assente. Così, soltanto così, mi

sentivo ancora la forza di vivere.

Luisa rientrò poco dopo con un mazzolino di viole mammole, che si

affrettò a mettere in un bicchiere. Il bicchiere lo posò poi in mezzo al

tavolo, e mi guardò come perchè le dicessi:

--Oh! un po' di fiori... Brava piccola! Hai fatto bene a comprare questo

mazzolino di viole.

Ma non dissi nulla e pensai:

--Tutte trovano chi regala un mazzolino di fiori. Povera piccola! Anche

tu hai diritto alle tue illusioni...

--Non ti piacciono? mi domandò Luisa, vedendo che continuavo a tacere.

Prese di nuovo in mano quelle poche viole e le odorò, e avvicinatasi a

me disse:

--Senti che profumo di primavera...

Me le porgeva perchè le odorassi. Vi accostai appena il naso. Dissi

semplicemente:

--Buono...

Allora Luisa disse:

--Le ho comperate per te. Credevo che ti piacessero i fiori. Ce ne erano

tante. Costano appena tre soldi...

--Tre soldi, tre soldi, brontolai io. Ci vuol poco, giusto, a sudarli,

tre soldi!

Luisa disillusa abbassò la fronte.

--E anche per lei, soggiunse poi, a voce bassa, indicando sua madre. È

la sola cosa che la faccia ancora sorridere.

Si voltò e si avvicinò alla poltrona dove era seduta sua madre, nel vano

della finestra.

--Mammuzza, le disse, senti come sono profumate...

E le accostò il mazzolino alla bocca.

La vecchia perdeva un filo di bava dall'angolo delle labbra e tentennava

la testa facendo no no no, sempre no, e tutte le cose no, a tutte le

parole no, sempre sempre quel no no no che non potevo sopportare senza

un senso di irritazione profonda, quasi non fosse il moto involontario

di un'idiota, ma una sua negazione cosciente e beffarda di tutto ciò che

vedeva e udiva e le passava dinnanzi. Ma quando ebbe le viole mammole

sotto il naso, il suo viso di mummia io lo vidi subitamente illuminarsi

di un sorriso macabro, come quello di un teschio in un grottesco di

Goya; e la sua testa cessò di oscillare. Allora notai, che così, disteso

da quel sorriso, il viso della madre somigliava al viso della figlia

come ogni caricatura somiglia all'originale. Era proprio Luisa,

ottantenne ed idiota, che sorrideva in quel viso odioso! Ella sarebbe

stata così un giorno... Così: ed io avrei dovuto farle odorare dei fiori

per provare se qualche cosa della sua anima vivesse ancora... Anche

costei era stata giovane come Luisa ed era stata amata. Anche lei era

uscita le domeniche vestita a festa, e aveva ricevuto in dono un

mazzolino di viole mammole da qualche spasimante accorato... Anche lei

aveva preteso di allietare con il suo amore la vita di un uomo, e forse

di due o tre uomini nello stesso tempo; ed essi l'avevano considerata

come un ornamento della loro vita, come un bene desiderabile e degno di

essere conquistato, goduto e difeso. Si sarebbero uccisi per lei...

L'avrebbero uccisa... Forse avevano sofferto e pianto, s'erano disperati

per lei... Questo era l'amore che avrei dovuto chiedere a Luisa, che

ella sembrava volesse offrirmi con quelle prime viole d'inverno...

Allora mi rivoltai e le dissi:

--Luisa, siamo marito e moglie: dovremo vivere forse lungamente insieme.

Ebbene: sappi che non amo nessuna di queste cose che quasi tutti gli

altri amano. I fiori, i dolci, i sorrisi, le tenerezze, non mi

piacciono. Queste cose mi commovevano un tempo. Ora non le sento più,

Luisa... Non le posso più sopportare... La vita ha distrutto in me tutto

ciò che sapeva di poesia: tutto. E ricordati che se ti ho sposato, ti ho

sposato per me, per me solo, perchè mi faceva piacere sposarti e per

nessuna altra ragione...

Così le parlai dolce e cattivo. Luisa non fiatò, ma da quel giorno fu

un'altra donna con me.

Il perduto amore · 第 44 / 53 题