Sposai Luisa. La sposai. Presi per moglie Luisa. Io che volevo lasciarmi
morire, che certo avrei finito per uccidermi, fui costretto a riprendere
la mia vita come prima. Per lei: per lei sola. Perchè la sposai? Perchè
non mi misi a ridere come un pazzo, quando Esposito mi accusò d'aver
disonorata sua sorella, anzichè rispondere, come un pazzo, di volerla
sposare? Pazzia per pazzia, sarebbe stato meglio che mi fossi messo a
ridere senza fermarmi più, finchè non fossero venuti a prendermi con la
camicia di forza. Ma Luisa, quando rimase sola con me, quella sera, dopo
le mie parole insensate, mi prese le mani e incominciò a baciarmele
piangendo e a bagnarmele delle sue lacrime. Io stavo seduto sul letto,
con gli occhi fissi su lei, come un idiota. Ma Luisa di quando in quando
levava su me il suo sguardo di bambina spaurita, come per domandarmi:
Dunque è vero? È proprio vero ciò che ho udito? Tu mi sposi? Tu mi
liberi?
Luisa non credette veramente che la sposassi se non quando fummo
benedetti dinnanzi all'altare del prete che ci unì. Soltanto allora non
dubitò più di essere vittima di un perfido sogno e di doversi ridestare
d'un tratto nella consueta realtà della sua vita. Esposito non
assistette alle nostre nozze. Dopo quella sera non lo vidi più. Io venni
ad abitare qui con Luisa. Divisi con lei, diventata mia moglie, il suo
piccolo letto di fanciulla, e la nostra prima notte fu senza amore. Non
rispettai la sua verginità, dopo averla sottratta al commercio che
voleva farne Esposito, suo fratello; ma rispettai il rantolo di sua
madre che riposava in un altro letto, separata da noi appena da una
tenda. Luisa mi teneva le mani strette nelle sue e posate all'altezza
del cuore, sotto il suo piccolo seno molle, tepido e nudo. Così passò
quella notte. Luisa aveva trent'anni, ma ne dimostrava sedici. Veramente
non so se la magrezza e la povertà del suo corpo fossero indizio di una
giovinezza precocemente sfiorita o che ancora dovesse sbocciare. Era
giovane e vecchia. Non aveva età. Io non potei fare a meno di pensare
con ironia al caso che dopo avermi negata ogni felicità d'amore aveva
voluto infine regalarmi quella gran donna per moglie. Finalmente qualche
cosa potevo godere anch'io nella vita! Una donna! E non dico solo una
donna, poichè certo ne avrei trovata una ad ogni angolo di strada che si
sarebbe lasciata prendere e godere da me per una notte, ma una donna
_mia_, interamente mia, e mia per tutta la vita. Il sogno di tanti anni
alfine lo avevo realizzato. Oh! potevo ben considerarmi più fortunato di
tanti altri, i cui sogni non si realizzano mai. Avevo una donna mia,
coricata nuda accanto a me, in mio assoluto potere. No: non era Daria.
Non era propriamente neppure una donna. Io non l'amavo, non la
desideravo: non l'avrei nè amata nè desiderata mai. Eppure era mia
moglie. Avrei piuttosto voluto alzarmi pian piano, in silenzio,
cautamente, da quel letto di sposo, e lasciarla al suo sonno innocente e
beato, e andarmene come ero venuto, lontano, e non rivederla mai più:
essere generoso con lei come il destino era stato generoso con me. Avrei
voluto anche domandarle:--Luisa, se hai sposato me, perchè non hai
sposato quell'altro? Se hai sposato me senza amore, e senza amore mi
stai ora nuda fra le braccia, non potevi senza amore sposare lui in mia
vece, e coricarti al suo fianco? Far contento Esposito ed evitare a me
questo atto pietoso? Non sono mica io quello che tu vorresti avere ora
vicino e dargli tutta te stessa! E chi sarà dunque mai?
Così venne l'alba, e incominciò la nostra vita in comune. Io non ebbi il
coraggio di rivolgermi a Pietro Suavis per chiedergli di essere
riammesso al mio impiego. Oltre tutto la presenza di Esposito mi sarebbe
stata intollerabile. Rimasi alcuni giorni senza lavoro. Infine fui
assunto nella redazione di un piccolo giornale settimanale, che era una
specie di bollettino dei mercati e delle fiere della città. Avevo il mio
ufficio nell'angolo più buio di una piccola tipografia. Il mio guadagno
non sarebbe bastato a sfamare me, Luisa e sua madre se non avessi
trovato da racimolare qualche altro soldo come correttore di bozze.
Luisa cominciò col cucirmi una camicia, poichè quella che portavo era
tutta rammendi e brandelli. Ma la nostra miseria era tale ch'ella
dovette rassegnarsi a vedermi addosso quest'abito logoro ed unto, che
oggi non è più che uno straccio. Quando rientravo a casa la sera, tardi,
con le pupille addolorate per la penosa fatica degli occhi, Luisa mi
veniva incontro con il suo mesto sorriso, mi toglieva il cappello dal
capo, mi sollevava sulla fronte i capelli disordinati, e, guardandomi
pietosa, mi domandava:--Sei stanco? Sei molto stanco anche oggi? E
siccome io scrollavo il capo sconfortato senza rispondere, ritraeva la
mano già alzata per accarezzarmi e se ne andava a capo chino presso il
fornello, dove c'era la pentola della minestra a bollire. Io mi lasciavo
cadere di peso sopra una sedia accanto al tavolo e guardavo sua madre,
che mi fissava muta tentennando il capo, con quei suoi occhi senza
pensiero che parevano intenti a decifrare i tratti del mio viso, come
per indovinare chi fossi io, quell'intruso dai capelli arruffati, dalla
barba incolta, che ogni sera entrava silenzioso e si sedeva da padrone a
quel tavolo. Ed io, esasperato dalla fatica della mia giornata, dallo
spettacolo di quella tristezza e di quella miseria che mi vedevo
d'intorno, da quella ripugnante immagine del dolore e dell'idiozia che
mi fissava tremando, avrei voluto afferrarla per le spalle, e, facendole
sbatacchiare la testa come ad un fantoccio di stoppa, avrei voluto
rispondere:--Chi sono? Ora te lo dico chi sono. Sono uno che era
sull'orlo della felicità, di quella felicità dalla quale tu mi guardi
con il tuo ghigno di ebete. Ed ora se ne è allontanato per sempre, per
sostentare il tuo corpo di bestia e quello tisico di tua figlia! Per
sfamare voi due, io vivo e fatico e mi accieco dalla mattina alla sera.
Per pietà di voi due io mi sono rassegnato ad essere il più ridicolo e
il più infelice degli uomini... Ma perchè ci ostiniamo tutti e tre a
vivere? Su via, madre nostra: dacci l'esempio... E le avrei tirato il
collo come ad una vecchia gallina. Ma Luisa con la scodella fumante e
colma, camminando in punta di piedi, trattenendo il respiro per paura di
versarne una goccia, mi veniva accanto, e quando mi aveva posato il
piatto dinnanzi, allora soddisfatta mi sorrideva del suo sorriso buono e
innocente di bambina intristita.
--Mangia, povero piccolo, mi diceva posandomi una mano leggiera leggiera
sopra una spalla. È buona, vedrai... Ti farà bene.
Ed io, distratto improvvisamente dai miei lugubri pensieri, sentivo
nascere dentro di me un'ilarità cattiva, che avrebbe voluto prorompere
in un riso sguaiato, rovesciarsi brutalmente su tutta quella tristezza.
--Piccolo, a me, a me, piccolo! pensavo con una smorfia beffarda. Io,
qui, vecchio e sfiancato, brutto e sporco come un cesso, io qui un
rifiuto d'uomo, con una faccia da ergastolano, con tutto il mio dolore,
e la mia pena, e la mia stanchezza scritta sulla fronte, io, io, mi si
chiama così, come un bambino: povero piccolo, povero piccolo! Chi ti
crede, bella mia? Chi vuoi che la beva? Non mi vedi mica tu quanto sono
brutto e sporco, miserabile, e vecchio, e stracco; quanto sono
ripugnante ed odioso; come sono irritato e cattivo!... Niente affatto
piccolo. Povero: povero sì. Ma povero diavolo, povero cane, povero
idiota... Ecco i miei veri nomi. E tu li sai, via, cara Luisa: li sai
meglio ancora di me!...
Mi curvavo sulla minestra e mi mettevo a mangiare in silenzio. Luisa con
una mezza scodellina allora mi sedeva di fronte, e v'intingeva appena la
punta del cucchiaio, e non mangiava che con la punta delle labbra.
Bastava ch'io levassi gli occhi dal piatto e facessi un gesto vago,
indeciso, un gesto qualunque, il più insignificante, il più
indeterminato, per vederla saltare in piedi e sentirla domandare
premurosa:
--Che cosa vuoi, dimmelo, caro? Il pane? Ah! Il sale...
E correva a prendere un cartoccino di sale pestato e me lo scartocciava
dinnanzi. Io non volevo il sale. Non volevo nulla.
--Grazie, le dicevo, secco, irritato da quell'esagerato zelo, non voglio
sale... Ce n'è anche troppo...
Luisa s'alzava per tempo la mattina: prima di me. Sgusciava dal nostro
lettuccio stretto senza che io la sentissi, e per prima cosa accendeva
il fornello e riscaldava il caffè. Poi lustrava le mie vecchie scarpe, e
con infinita pazienza smacchiava il bavero, le maniche e i calzoni del
mio abito tutto unto e sdrucito. Poi, vestita sua madre, le lavava il
viso e le mani con una pezzuola inzuppata, e la conduceva a sedere sulla
poltrona. Tutto questo in punta di piedi e scalza, quantunque si fosse
d'inverno, per non destarmi. Mi destava quando tutto era in ordine, il
caffè caldo. Mi toccava leggermente una spalla e mi sospirava quasi sul
viso un:--Dèstati, Paris... Paris, ti svegli?... Io, la mattina, avevo
il sonno stanco e pesante. Ella temeva di sentirmi gridare, di vedermi
adirato. Aspettava qualche minuto, zitta, immobile, per conoscere
l'effetto del suo primo richiamo. Io non l'avevo udito nemmeno, non mi
muovevo, continuavo a respirare profondo e grave, addormentato. Allora
la sua mano mi si posava sul capo e un poco più forte la sua voce
diceva:--Paris, è tardi... Ti svegli, Paris? Finalmente mi svegliavo, e
la prima cosa che vedevo svegliandomi era quel sorriso malinconico e
pietoso sul visuccio di Luisa.