Ormai non sarei più tornato indietro. Veramente mi sarebbe riuscito
impossibile sostituire, ora, Esposito. Avrei dovuto sostituirlo per
tutta la vita. La mia presenza a quel tavolo, dinnanzi a quei registri,
diveniva ormai superflua. Ero nuovamente libero e padrone di me. Appena
giunto all'angolo della strada, comprai un giornale, e cercai nella
pagina della cronaca il ritratto di Esposito. Non c'era. C'era però,
sotto un titolo molto tragico, la notizia che cercavo. Per quanto vi
fossi preparato, non potei leggerla senza un brivido di terrore. Nel
fiume, che era in piena, la barca degli asfittici aveva pescato due
cadaveri d'una donna e d'un uomo, ancora giovani. Essi erano allacciati
l'uno all'altra da una lunga sciarpa di seta, i loro due corpi legati in
un abbraccio che neppure la morte e la corrente vorticosa avevano potuto
sciogliere. Così avevano voluto insieme abbandonare la vita, e uniti
lasciarsi trasportare nel buio! Nessuno dei due aveva addosso nulla che
potesse servire ad identificarlo. Ma i loro connotati corrispondevano
perfettamente a quelli di Esposito e di Armida, secondo la fotografia di
lei che io conoscevo. Mi stupì molto di non aver pensato al fiume, forse
perchè quei fiori, che Armida invocava nell'ultima sua lettera ad
Esposito, avevano suscitato dinnanzi ai miei occhi l'immagine di altre
morti. Non avevo pensato che Armida potesse morire come Ofelia, tra
fiori galleggianti sull'acqua. Ma infine quella era una morte come tutte
le altre. Con un sospiro ripiegai tristemente il giornale che avevo
letto alla luce d'una bottega di parrucchiere, e ripresi lento il mio
cammino. Veramente tutto era finito. Forse qualcuno, alla morgue, aveva
già riconosciuto in quei due annegati d'amore Esposito e Armida.
All'indomani sarebbero andati a frugare nei cassetti di quel tavolo, e
il mistero del loro suicidio non sarebbe stato più un mistero per
nessuno.
Assorto in questi pensieri non m'accorsi neppure d'entrare nell'androne
semibuio di casa mia e di salire le scale che dovevano condurmi al mio
sgabuzzino. Ma mentre stavo per mettere il piede sull'ultimo ballatoio,
un uomo sbucò in gran fretta dall'ombra e mi urtò con tanta violetta che
per poco non mi fece cadere.
--Signore! gridai voltandomi. E mi fermai meravigliato. Dinnanzi a me
stava ritto Esposito. Era lui, non c'era dubbio: lui in carne ed ossa,
non il suo fantasma. Le ombre hanno volti sereni, impietriti, di statue
indifferenti e impassibili. Il volto di Esposito era invece sconvolto e
trasudato: esprimeva una profonda e dolorosa ansia.
--Lasciami andare! esclamò soffocato, allontanando la mano con la quale
istintivamente gli avevo afferrato il braccio. Tu non immagini nemmeno!
Mia sorella Luisa... Capisci? Scomparsa!... Non si trova più!
--Tua sorella? domandai. Tua sorella? (e pensavo:--Ha dunque una
sorella, Esposito?) E in che modo? In che modo è scomparsa?
--Ah! gemette Esposito, stringendosi la fronte con le mani, storia
lunga, caro mio! Sembrò subitamente preso da un profondo sconforto, si
appoggiò alla ringhiera, abbandonò le braccia, piegò il capo sul
petto.--Tutto era pronto, cominciò a raccontare vagando qua e là con lo
sguardo smarrito, gli invitati erano tutti qui, chi nel corridoio, chi
sulle scale, alcuni aspettavano giù, in cortile, e persino nelle
carrozze, sulla strada. Mia madre, lo sai, è ebete... Poverina! Ma Luisa
era già vestita, tutto era in ordine. Me lo hanno detto. Io... io giunsi
tardi... Ah! Ah! esclamò guardandomi improvvisamente con odio e
stendendo il pugno contro di me, tu sei la causa di tutto! Se non ti
fossi fatto tanto aspettare, io sarei stato qui in tempo, stamane, per
scongiurare questa maledizione! Ma tu, tu, che importa a te tutto
questo? Arriva lo sposo, con i suoi amici, si degna di salire tutte le
scale, fin quassù, quantunque soffra gravemente di cuore. Domanda di
Luisa. Gli dicono:--È con sua madre, in camera, già pronta... Chiamate
la sposa! dicono. Esse, mia madre e mia sorella, abitano qui. Io ho
un'altra casa per conto mio. Ma sono io che pago anche questa. Bussano.
Nessuno risponde. Aprono. C'è mia madre seduta nella sua poltrona. Luisa
non c'è più. Dove sarà? La chiamano, la cercano, interrogano mia madre
che non sa, non vede, non sente nulla; corrono da tutti i vicini...
Luisa non si trova. È scomparsa! Quando sono arrivato io, lo sposo se ne
era già andato... Molti se ne erano andati... Allora anch'io mi sono
messo a cercarla, e l'ho cercata tutto il giorno, ma non l'ho trovata...
Esposito si raddrizzò, alzò gli occhi al cielo, si torse le mani
disperatamente.--Dove sarà? gridò furioso. Dove sarà? E si precipitò giù
per le scale di corsa, prima che io avessi il tempo di pronunciare una
parola.
Lo seguii con lo sguardo, affacciandomi alla tromba delle scale, finchè
non lo vidi scomparire. Poi guardai perplesso in me stesso. Infinita
ridicolaggine della vita! Quello era Esposito. Era quel medesimo,
identico Esposito che avevo creduto morto, e ripescato dal fiume, e
coricato sul freddo tavolo di marmo della morgue accanto ad Armida.
Forse neppure Armida era mai esistita, e quell'epistolario era tutto
falso, tutta un'invenzione di Esposito. Forse erano lettere che scriveva
lui a sè stesso! Dove non ci conducono le disillusioni? Io non dovevo
credere più a nulla, nemmeno all'evidenza dei miei poveri occhi di
idiota! Maledissi Esposito e me stesso, e, saliti gli ultimi gradini,
entrai nel mio sgabuzzino e mi rinchiusi a doppio giro di chiave.
Finalmente c'ero: nulla mi avrebbe più smosso di là. Finalmente ero
solo, isolato, difeso da quei muri e da quella porta. Anche quella
stupida giornata era passata per sempre. Non avevo altro da fare che
riprendere la mia vita dal punto in cui l'avevo lasciata la mattina,
quando il ricordo della promessa fatta ad Esposito m'aveva stupidamente
strappato al mio dolce nulla verso il quale già stavo scivolando
dolcemente beato. Il letto era là, ancora sfatto, come quando la mattina
m'ero alzato rovesciandone le coperte. Pareva che m'aspettasse. Bastava
infilarsi di nuovo là sotto, e richiudere le coltri, come se nulla fosse
avvenuto. Mi spogliai lento, ripensando alle stranezze del caso.
Esposito... La sorella di Esposito, Luisa, e sua madre, che abitavano
sotto lo stesso mio tetto, allo stesso piano di casa, forse proprio in
quella stanza attigua alla mia... Ed io non ne sapevo nulla, io che
stavo tutto il giorno con lui: nè che Esposito avesse una madre e una
sorella, nè che il caso mi avesse condotto ad abitare proprio accanto a
loro! Forse quella voce che durante la notte avevo udito lamentarsi e
piangere era la voce di Luisa... E la voce di quell'uomo, ah! sì, ora la
riconoscevo, quella voce aspra, minacciosa, era la sua voce, la voce di
Esposito! Ora vedevo tutto chiaro. Luisa si rifiutava di sposare quel
signore che le avevano scelto per marito... Ed Esposito la minacciava.
Volevano disfarsi di lei, costringendola a quel matrimonio che le
ripugnava... Forse la volevano vendere. Per ciò era fuggita... Era
fuggita... Dove? Dove era fuggita? Dove poteva fuggire una povera
ragazza sola, in quella città così grande? Forse il fiume in piena, nel
quale nè Esposito nè Armida avevano mai pensato di gettarsi, portava ora
il fragile corpo di Luisa verso un nascondiglio dove nessuno l'avrebbe
più ritrovato. Luisa... E Armida? Che cosa era avvenuto di lei?
Ah! Eppure è bello non soffrire più per nessuna ragione, per nessuno.
Stendersi in un letto, riposare le ossa indolenzite, pensare al sonno
che verrà, al tepore che a poco a poco ti avvolgerà tutto come in una
nuvola, e considerare tutte le cose come se fossero infinitamente
lontane, e indifferenti, ed estranee. Dire: che importa a me? Se piove,
se tuona, se crollano le montagne intere, se bruciano centinaia di case,
se gli uomini si scannano sotto le mie finestre, che importa a me di
tutte queste catastrofi? Sono qui coricato, dove nessuno mi vede, dove
nessuno mi sente, tutto rattrappito sotto le mie coperte che a poco a
poco si scaldano e fra poco mi scalderanno, e sappiate voi tutti, e voi,
tutte le cose, sappiate che mi sono separato per sempre da voi, siete
tutti morti, tutte morte per me, o tutte vive, poichè infine m'è uguale
che siate vive o morte; la vostra prosperità o la vostra disgrazia, il
vostro bene o il vostro male, mi sono uguali, ed io non vi voglio in
verità nè male nè bene. Io solo esisto. Padrone di non esistere più
quando me ne sia stancato. E basta.
Così mi stringevo intorno al corpo infreddolito le coperte ancora
fredde, e non avevo alcun pensiero dell'avvenire. La fine sarebbe venuta
da sè. Non avrei avuto che da aspettarla. Mi faceva piacere di essere
così coricato, solo e senza preoccupazioni o doveri, con quel freddo di
coperte intorno alla carne che mi dava più vivo il senso d'essere
disteso in un letto, solo, senza una necessità al mondo di vivere
altrimenti che così, coricato, immobile, abbandonato al mio peso... E a
poco a poco le palpebre mi si chiusero sul fioco e instabile lume della
candela, e mi trovai trasportato in quella soffice nube che dolcemente
si cullava al soffio di un vento di paradiso. Allora, quando chiusi gli
occhi, ebbi la prima sensazione del silenzio, sentii il silenzio che mi
circondava, e fu appunto il soffio di un respiro umano, un rumore appena
percettibile, che me lo fece sentire. Era, quel respiro, come un filo di
luce, un'incrinatura di luce, in una tenebra profonda, smisurata,
immobile. Sembrava che qualcuno fosse coricato al mio fianco, con il
capo appoggiato accanto al mio sul guanciale, e che con le labbra
semichiuse respirasse lento e uguale nel mio orecchio. Certamente era
ancora quella maledetta parete che turbava la mia solitudine e
m'imponeva la presenza di altra gente, introducendola nella mia stanza
dove mi credevo bene isolato, ben chiuso.
Cacciai la testa sotto le coltri, già nuovamente distolto dalla mia
felicità, dal mio abbandono: già costretto di nuovo a pensare, a
ragionare, ad agire. Come era dunque possibile? Una parete che non
teneva lontano nemmeno il respiro degli altri? Di che cosa era fatta
quella maledetta parete? Di carta? Di un velo? Mi alzai a sedere,
rovesciai le coperte, mi guardai intorno smarrito. Ma abbassando gli
occhi vidi d'un tratto qualche cosa di nero luccicare per terra, che
sbucava di sotto il letto, e non aveva alcuna forma precisa. Allungai
una mano e toccai una cosa dura che mi sembrò la punta d'uno scarpino.
Mi buttai col capo in giù, e vidi che sotto il mio letto, tutta
raggomitolata, c'era una donna.
Allora mi rivestii, sospirando, e m'inginocchiai, e le parlai
dolcemente, le dissi:
--Che cosa volete fare? Passare tutta la vostra vita sotto il mio letto?
Andiamo: via! Siate ragionevole... Esposito non tornerà subito. Non
avete un amico nel mondo, al quale chiedere aiuto e ospitalità per
questa notte? Se volete, vi accompagno... Vi conduco io... Se
incontriamo Esposito, io vi nascondo, io vi difenderò... Ormai il peggio
è passato, Luisa... Vedete? Conosco anche il vostro nome. Ma intanto non
piangete, Luisa... E fatevi almeno vedere...
Stesi una mano sotto il letto e trovai una sua mano. La strinsi e cercai
di trarla a me con forza. Ella resistette un poco, poi si lasciò
trascinare. Sbucò prima il braccio, poi la spalla, poi la testa con i
capelli tutti arruffati che le coprivano il viso, poi tutto il resto. E
rimase così accasciata accanto a me, con la faccia nascosta fra le mani.
--Dunque, soggiunsi, ditemi: che cosa debbo fare per voi, ora, Luisa?...
Luisa rimase qualche minuto immobile. Soltanto quando le toccai
bruscamente una spalla per indurla a parlare, incominciò a sciogliere
adagio adagio il nodo delle mani che s'era stretto sul viso. Sollevò il
capo, agitandolo in un segno di sconsolato diniego, come per dire:--Che
so, che so, io?--e allora vidi improvvisamente con infinito stupore
dinnanzi a me il volto stralunato di Armida. Mi alzai di scatto. Non
c'era dubbio! Quella era Armida. Quantunque la sua faccia fosse gonfia
di pianto, inselvatichita da quell'arruffamento di capelli, la sua
somiglianza con la fotografia che avevo tante volte contemplato quel
giorno era indubitabile.
--E voi? gridai non appena mi riebbi dallo stupore, che fate voi qui,
disgraziata? Sotto il mio letto? Che cosa c'entro io con i vostri drammi
d'amore? Signora, signora Armida, esclamai esasperato, uscite subito di
qui! Tutto il giorno, non mi avete dato altro che brividi ed ansie!...
Basta! Basta! Se volete vendicarvi di un amante spergiuro, fatelo fuori
di casa mia! A me poco importa di Esposito e dell'epilogo che finirete
per dare alla vostra goffa tragedia...
Così dicendo girai la chiave nella toppa e spalancai la porta. Ma Armida
non si mosse e ruppe in un pianto ancora più disperato. In quel punto
s'udirono dei passi frettolosi nel corridoio e sulla soglia della mia
stanza apparve Esposito.
--Bene! gridai, affrontandolo con le braccia levate al cielo. Poichè sei
venuto, ecco qui quel che ci vuole per te!... Prenditela, e andate...
Andate lontano, tu e la tua Armida! E scegliete la morte che più vi
conviene, purchè vi decidiate una buona volta a morire!
Ma Esposito mi allontanò con un urto della mano e, afferrata la donna
per le spalle, la squassò come se avesse voluto stroncarla.
--Maledetta! gridò. Ti ho trovata finalmente! Qui, qui, eri! Ora penso
io a tutti e due!
Si raddrizzò e mi venne incontro minaccioso.
--Che dici tu di Armida? domandò con voce cupa. Che cosa ti importa di
Armida? Di Luisa, di lei dobbiamo parlare! Tu l'hai nascosta qui... Tu
lo sapevi... Ecco perchè hai tardato tanto stamani! Tu l'hai nascosta, e
hai rovinato me, e tutti noi, per sempre. Per tua colpa le nozze non si
sono fatte e non si faranno mai più... Infine, l'hai disonorata...
Poichè Luisa è una fanciulla, e tu sei un uomo, e questa è la tua
casa... Sai tu che cos'è l'onore di una fanciulla? Di una fidanzata?
Ebbene: ora che l'hai disonorata, ora la sposi, tu!
Egli fece per afferrarmi le mani. Io lo respinsi violento. Mi sembrò
d'essere divenuto cieco d'un tratto. Mi mossi, e mi piantai fra lui e
Luisa, fra Luisa e la porta.
--Ebbene, sì, gli risposi con ira senza rendermi conto di ciò che
dicevo. Non fu mai la fidanzata di nessuno, tua sorella, Luisa, se non
mia... Mia fidanzata! Io l'ho nascosta, io l'ho salvata da te, dai tuoi
intrighi infami... Domani, se ricapitasse, la nasconderei, la salverei
ancora. Perchè, infine, sappilo, Luisa, tua sorella, io l'amo... Noi,
noi ci amiamo! E da quest'istante è mia sposa!
Poi, curvatomi su Luisa, la presi per le mani e la sollevai. Ed ella si
lasciò sollevare, e si lasciò stringere fra le mie braccia, si lasciò
baciare sulle gote, sulla fronte, sulla bocca, inerte, abbandonata,
muta, tremando in tutto il suo povero corpo, che io soverchiavo col mio.
Mi rivolsi quindi nuovamente contro Esposito, che mi guardava stupito.
--Vattene! gli gridai. E non tenere l'immagine di tua sorella fra le
lettere delle tue sgualdrine!
Lo sospinsi di viva forza fuori dell'uscio, chiusi con fracasso
l'imposta e sfinito, smarrito, mi lasciai cadere sul letto.