IV.

Ormai non sarei più tornato indietro. Veramente mi sarebbe riuscito

impossibile sostituire, ora, Esposito. Avrei dovuto sostituirlo per

tutta la vita. La mia presenza a quel tavolo, dinnanzi a quei registri,

diveniva ormai superflua. Ero nuovamente libero e padrone di me. Appena

giunto all'angolo della strada, comprai un giornale, e cercai nella

pagina della cronaca il ritratto di Esposito. Non c'era. C'era però,

sotto un titolo molto tragico, la notizia che cercavo. Per quanto vi

fossi preparato, non potei leggerla senza un brivido di terrore. Nel

fiume, che era in piena, la barca degli asfittici aveva pescato due

cadaveri d'una donna e d'un uomo, ancora giovani. Essi erano allacciati

l'uno all'altra da una lunga sciarpa di seta, i loro due corpi legati in

un abbraccio che neppure la morte e la corrente vorticosa avevano potuto

sciogliere. Così avevano voluto insieme abbandonare la vita, e uniti

lasciarsi trasportare nel buio! Nessuno dei due aveva addosso nulla che

potesse servire ad identificarlo. Ma i loro connotati corrispondevano

perfettamente a quelli di Esposito e di Armida, secondo la fotografia di

lei che io conoscevo. Mi stupì molto di non aver pensato al fiume, forse

perchè quei fiori, che Armida invocava nell'ultima sua lettera ad

Esposito, avevano suscitato dinnanzi ai miei occhi l'immagine di altre

morti. Non avevo pensato che Armida potesse morire come Ofelia, tra

fiori galleggianti sull'acqua. Ma infine quella era una morte come tutte

le altre. Con un sospiro ripiegai tristemente il giornale che avevo

letto alla luce d'una bottega di parrucchiere, e ripresi lento il mio

cammino. Veramente tutto era finito. Forse qualcuno, alla morgue, aveva

già riconosciuto in quei due annegati d'amore Esposito e Armida.

All'indomani sarebbero andati a frugare nei cassetti di quel tavolo, e

il mistero del loro suicidio non sarebbe stato più un mistero per

nessuno.

Assorto in questi pensieri non m'accorsi neppure d'entrare nell'androne

semibuio di casa mia e di salire le scale che dovevano condurmi al mio

sgabuzzino. Ma mentre stavo per mettere il piede sull'ultimo ballatoio,

un uomo sbucò in gran fretta dall'ombra e mi urtò con tanta violetta che

per poco non mi fece cadere.

--Signore! gridai voltandomi. E mi fermai meravigliato. Dinnanzi a me

stava ritto Esposito. Era lui, non c'era dubbio: lui in carne ed ossa,

non il suo fantasma. Le ombre hanno volti sereni, impietriti, di statue

indifferenti e impassibili. Il volto di Esposito era invece sconvolto e

trasudato: esprimeva una profonda e dolorosa ansia.

--Lasciami andare! esclamò soffocato, allontanando la mano con la quale

istintivamente gli avevo afferrato il braccio. Tu non immagini nemmeno!

Mia sorella Luisa... Capisci? Scomparsa!... Non si trova più!

--Tua sorella? domandai. Tua sorella? (e pensavo:--Ha dunque una

sorella, Esposito?) E in che modo? In che modo è scomparsa?

--Ah! gemette Esposito, stringendosi la fronte con le mani, storia

lunga, caro mio! Sembrò subitamente preso da un profondo sconforto, si

appoggiò alla ringhiera, abbandonò le braccia, piegò il capo sul

petto.--Tutto era pronto, cominciò a raccontare vagando qua e là con lo

sguardo smarrito, gli invitati erano tutti qui, chi nel corridoio, chi

sulle scale, alcuni aspettavano giù, in cortile, e persino nelle

carrozze, sulla strada. Mia madre, lo sai, è ebete... Poverina! Ma Luisa

era già vestita, tutto era in ordine. Me lo hanno detto. Io... io giunsi

tardi... Ah! Ah! esclamò guardandomi improvvisamente con odio e

stendendo il pugno contro di me, tu sei la causa di tutto! Se non ti

fossi fatto tanto aspettare, io sarei stato qui in tempo, stamane, per

scongiurare questa maledizione! Ma tu, tu, che importa a te tutto

questo? Arriva lo sposo, con i suoi amici, si degna di salire tutte le

scale, fin quassù, quantunque soffra gravemente di cuore. Domanda di

Luisa. Gli dicono:--È con sua madre, in camera, già pronta... Chiamate

la sposa! dicono. Esse, mia madre e mia sorella, abitano qui. Io ho

un'altra casa per conto mio. Ma sono io che pago anche questa. Bussano.

Nessuno risponde. Aprono. C'è mia madre seduta nella sua poltrona. Luisa

non c'è più. Dove sarà? La chiamano, la cercano, interrogano mia madre

che non sa, non vede, non sente nulla; corrono da tutti i vicini...

Luisa non si trova. È scomparsa! Quando sono arrivato io, lo sposo se ne

era già andato... Molti se ne erano andati... Allora anch'io mi sono

messo a cercarla, e l'ho cercata tutto il giorno, ma non l'ho trovata...

Esposito si raddrizzò, alzò gli occhi al cielo, si torse le mani

disperatamente.--Dove sarà? gridò furioso. Dove sarà? E si precipitò giù

per le scale di corsa, prima che io avessi il tempo di pronunciare una

parola.

Lo seguii con lo sguardo, affacciandomi alla tromba delle scale, finchè

non lo vidi scomparire. Poi guardai perplesso in me stesso. Infinita

ridicolaggine della vita! Quello era Esposito. Era quel medesimo,

identico Esposito che avevo creduto morto, e ripescato dal fiume, e

coricato sul freddo tavolo di marmo della morgue accanto ad Armida.

Forse neppure Armida era mai esistita, e quell'epistolario era tutto

falso, tutta un'invenzione di Esposito. Forse erano lettere che scriveva

lui a sè stesso! Dove non ci conducono le disillusioni? Io non dovevo

credere più a nulla, nemmeno all'evidenza dei miei poveri occhi di

idiota! Maledissi Esposito e me stesso, e, saliti gli ultimi gradini,

entrai nel mio sgabuzzino e mi rinchiusi a doppio giro di chiave.

Finalmente c'ero: nulla mi avrebbe più smosso di là. Finalmente ero

solo, isolato, difeso da quei muri e da quella porta. Anche quella

stupida giornata era passata per sempre. Non avevo altro da fare che

riprendere la mia vita dal punto in cui l'avevo lasciata la mattina,

quando il ricordo della promessa fatta ad Esposito m'aveva stupidamente

strappato al mio dolce nulla verso il quale già stavo scivolando

dolcemente beato. Il letto era là, ancora sfatto, come quando la mattina

m'ero alzato rovesciandone le coperte. Pareva che m'aspettasse. Bastava

infilarsi di nuovo là sotto, e richiudere le coltri, come se nulla fosse

avvenuto. Mi spogliai lento, ripensando alle stranezze del caso.

Esposito... La sorella di Esposito, Luisa, e sua madre, che abitavano

sotto lo stesso mio tetto, allo stesso piano di casa, forse proprio in

quella stanza attigua alla mia... Ed io non ne sapevo nulla, io che

stavo tutto il giorno con lui: nè che Esposito avesse una madre e una

sorella, nè che il caso mi avesse condotto ad abitare proprio accanto a

loro! Forse quella voce che durante la notte avevo udito lamentarsi e

piangere era la voce di Luisa... E la voce di quell'uomo, ah! sì, ora la

riconoscevo, quella voce aspra, minacciosa, era la sua voce, la voce di

Esposito! Ora vedevo tutto chiaro. Luisa si rifiutava di sposare quel

signore che le avevano scelto per marito... Ed Esposito la minacciava.

Volevano disfarsi di lei, costringendola a quel matrimonio che le

ripugnava... Forse la volevano vendere. Per ciò era fuggita... Era

fuggita... Dove? Dove era fuggita? Dove poteva fuggire una povera

ragazza sola, in quella città così grande? Forse il fiume in piena, nel

quale nè Esposito nè Armida avevano mai pensato di gettarsi, portava ora

il fragile corpo di Luisa verso un nascondiglio dove nessuno l'avrebbe

più ritrovato. Luisa... E Armida? Che cosa era avvenuto di lei?

Ah! Eppure è bello non soffrire più per nessuna ragione, per nessuno.

Stendersi in un letto, riposare le ossa indolenzite, pensare al sonno

che verrà, al tepore che a poco a poco ti avvolgerà tutto come in una

nuvola, e considerare tutte le cose come se fossero infinitamente

lontane, e indifferenti, ed estranee. Dire: che importa a me? Se piove,

se tuona, se crollano le montagne intere, se bruciano centinaia di case,

se gli uomini si scannano sotto le mie finestre, che importa a me di

tutte queste catastrofi? Sono qui coricato, dove nessuno mi vede, dove

nessuno mi sente, tutto rattrappito sotto le mie coperte che a poco a

poco si scaldano e fra poco mi scalderanno, e sappiate voi tutti, e voi,

tutte le cose, sappiate che mi sono separato per sempre da voi, siete

tutti morti, tutte morte per me, o tutte vive, poichè infine m'è uguale

che siate vive o morte; la vostra prosperità o la vostra disgrazia, il

vostro bene o il vostro male, mi sono uguali, ed io non vi voglio in

verità nè male nè bene. Io solo esisto. Padrone di non esistere più

quando me ne sia stancato. E basta.

Così mi stringevo intorno al corpo infreddolito le coperte ancora

fredde, e non avevo alcun pensiero dell'avvenire. La fine sarebbe venuta

da sè. Non avrei avuto che da aspettarla. Mi faceva piacere di essere

così coricato, solo e senza preoccupazioni o doveri, con quel freddo di

coperte intorno alla carne che mi dava più vivo il senso d'essere

disteso in un letto, solo, senza una necessità al mondo di vivere

altrimenti che così, coricato, immobile, abbandonato al mio peso... E a

poco a poco le palpebre mi si chiusero sul fioco e instabile lume della

candela, e mi trovai trasportato in quella soffice nube che dolcemente

si cullava al soffio di un vento di paradiso. Allora, quando chiusi gli

occhi, ebbi la prima sensazione del silenzio, sentii il silenzio che mi

circondava, e fu appunto il soffio di un respiro umano, un rumore appena

percettibile, che me lo fece sentire. Era, quel respiro, come un filo di

luce, un'incrinatura di luce, in una tenebra profonda, smisurata,

immobile. Sembrava che qualcuno fosse coricato al mio fianco, con il

capo appoggiato accanto al mio sul guanciale, e che con le labbra

semichiuse respirasse lento e uguale nel mio orecchio. Certamente era

ancora quella maledetta parete che turbava la mia solitudine e

m'imponeva la presenza di altra gente, introducendola nella mia stanza

dove mi credevo bene isolato, ben chiuso.

Cacciai la testa sotto le coltri, già nuovamente distolto dalla mia

felicità, dal mio abbandono: già costretto di nuovo a pensare, a

ragionare, ad agire. Come era dunque possibile? Una parete che non

teneva lontano nemmeno il respiro degli altri? Di che cosa era fatta

quella maledetta parete? Di carta? Di un velo? Mi alzai a sedere,

rovesciai le coperte, mi guardai intorno smarrito. Ma abbassando gli

occhi vidi d'un tratto qualche cosa di nero luccicare per terra, che

sbucava di sotto il letto, e non aveva alcuna forma precisa. Allungai

una mano e toccai una cosa dura che mi sembrò la punta d'uno scarpino.

Mi buttai col capo in giù, e vidi che sotto il mio letto, tutta

raggomitolata, c'era una donna.

Allora mi rivestii, sospirando, e m'inginocchiai, e le parlai

dolcemente, le dissi:

--Che cosa volete fare? Passare tutta la vostra vita sotto il mio letto?

Andiamo: via! Siate ragionevole... Esposito non tornerà subito. Non

avete un amico nel mondo, al quale chiedere aiuto e ospitalità per

questa notte? Se volete, vi accompagno... Vi conduco io... Se

incontriamo Esposito, io vi nascondo, io vi difenderò... Ormai il peggio

è passato, Luisa... Vedete? Conosco anche il vostro nome. Ma intanto non

piangete, Luisa... E fatevi almeno vedere...

Stesi una mano sotto il letto e trovai una sua mano. La strinsi e cercai

di trarla a me con forza. Ella resistette un poco, poi si lasciò

trascinare. Sbucò prima il braccio, poi la spalla, poi la testa con i

capelli tutti arruffati che le coprivano il viso, poi tutto il resto. E

rimase così accasciata accanto a me, con la faccia nascosta fra le mani.

--Dunque, soggiunsi, ditemi: che cosa debbo fare per voi, ora, Luisa?...

Luisa rimase qualche minuto immobile. Soltanto quando le toccai

bruscamente una spalla per indurla a parlare, incominciò a sciogliere

adagio adagio il nodo delle mani che s'era stretto sul viso. Sollevò il

capo, agitandolo in un segno di sconsolato diniego, come per dire:--Che

so, che so, io?--e allora vidi improvvisamente con infinito stupore

dinnanzi a me il volto stralunato di Armida. Mi alzai di scatto. Non

c'era dubbio! Quella era Armida. Quantunque la sua faccia fosse gonfia

di pianto, inselvatichita da quell'arruffamento di capelli, la sua

somiglianza con la fotografia che avevo tante volte contemplato quel

giorno era indubitabile.

--E voi? gridai non appena mi riebbi dallo stupore, che fate voi qui,

disgraziata? Sotto il mio letto? Che cosa c'entro io con i vostri drammi

d'amore? Signora, signora Armida, esclamai esasperato, uscite subito di

qui! Tutto il giorno, non mi avete dato altro che brividi ed ansie!...

Basta! Basta! Se volete vendicarvi di un amante spergiuro, fatelo fuori

di casa mia! A me poco importa di Esposito e dell'epilogo che finirete

per dare alla vostra goffa tragedia...

Così dicendo girai la chiave nella toppa e spalancai la porta. Ma Armida

non si mosse e ruppe in un pianto ancora più disperato. In quel punto

s'udirono dei passi frettolosi nel corridoio e sulla soglia della mia

stanza apparve Esposito.

--Bene! gridai, affrontandolo con le braccia levate al cielo. Poichè sei

venuto, ecco qui quel che ci vuole per te!... Prenditela, e andate...

Andate lontano, tu e la tua Armida! E scegliete la morte che più vi

conviene, purchè vi decidiate una buona volta a morire!

Ma Esposito mi allontanò con un urto della mano e, afferrata la donna

per le spalle, la squassò come se avesse voluto stroncarla.

--Maledetta! gridò. Ti ho trovata finalmente! Qui, qui, eri! Ora penso

io a tutti e due!

Si raddrizzò e mi venne incontro minaccioso.

--Che dici tu di Armida? domandò con voce cupa. Che cosa ti importa di

Armida? Di Luisa, di lei dobbiamo parlare! Tu l'hai nascosta qui... Tu

lo sapevi... Ecco perchè hai tardato tanto stamani! Tu l'hai nascosta, e

hai rovinato me, e tutti noi, per sempre. Per tua colpa le nozze non si

sono fatte e non si faranno mai più... Infine, l'hai disonorata...

Poichè Luisa è una fanciulla, e tu sei un uomo, e questa è la tua

casa... Sai tu che cos'è l'onore di una fanciulla? Di una fidanzata?

Ebbene: ora che l'hai disonorata, ora la sposi, tu!

Egli fece per afferrarmi le mani. Io lo respinsi violento. Mi sembrò

d'essere divenuto cieco d'un tratto. Mi mossi, e mi piantai fra lui e

Luisa, fra Luisa e la porta.

--Ebbene, sì, gli risposi con ira senza rendermi conto di ciò che

dicevo. Non fu mai la fidanzata di nessuno, tua sorella, Luisa, se non

mia... Mia fidanzata! Io l'ho nascosta, io l'ho salvata da te, dai tuoi

intrighi infami... Domani, se ricapitasse, la nasconderei, la salverei

ancora. Perchè, infine, sappilo, Luisa, tua sorella, io l'amo... Noi,

noi ci amiamo! E da quest'istante è mia sposa!

Poi, curvatomi su Luisa, la presi per le mani e la sollevai. Ed ella si

lasciò sollevare, e si lasciò stringere fra le mie braccia, si lasciò

baciare sulle gote, sulla fronte, sulla bocca, inerte, abbandonata,

muta, tremando in tutto il suo povero corpo, che io soverchiavo col mio.

Mi rivolsi quindi nuovamente contro Esposito, che mi guardava stupito.

--Vattene! gli gridai. E non tenere l'immagine di tua sorella fra le

lettere delle tue sgualdrine!

Lo sospinsi di viva forza fuori dell'uscio, chiusi con fracasso

l'imposta e sfinito, smarrito, mi lasciai cadere sul letto.

Il perduto amore · 第 42 / 53 题