III.

Mi sedetti al tavolo di Esposito. C'erano sopra tanti registri aperti

l'uno sull'altro, con tante polizze appuntate con uno spillo al bordo

d'ogni pagina. Ma non osavo toccare quei registri, non potevo toccarli.

Avevo detto addio a tutte quelle orribili e stupide cose, e a

ritrovarmele dinnanzi ne soffrivo come d'una nausea. Occupavo la sedia

di Esposito. Questo era il mio stretto dovere: provare, sedendo a quel

posto, che Esposito era presente. Certamente se avessi voluto aprire il

cassetto di destra avrei dovuto cercarne la chiave nel cassetto di

sinistra. Ma non sentivo nessuna necessità di aprire il cassetto di

destra. Anzi non avrei adoperata mai quella chiave. Credevo d'essermi

liberato per sempre da quella lurida stanza, di avere risoluto

definitivamente il problema, da vent'anni sospeso, della mia esistenza

sbagliata. Ora invece mi toccava riannodare quel filo: provvisoriamente,

ma dovevo riannodarlo per forza. Eppure non potevo rimanere così

immobile senza far nulla. Bisognava fingere di lavorare. Ma in che modo

ingannare il tempo? Come occupare la lentezza e la noia di tante ore

inutili? Già incominciavo a sbadigliare. Intorno a me non c'era nulla di

nuovo. Allora, quasi involontariamente, aprii il cassetto di sinistra

della scrivania di Esposito, e vidi subito, posata da un lato, la chiave

del cassetto di destra. Il cassetto di destra era chiuso. Ma quella

chiave era fatta appunto per aprirlo. All'infuori di quella chiave, quel

cassetto non mostrava alcuna particolarità interessante. Era mezzo

vuoto, e non vi si vedeva che un mucchietto di carta bianca, un

asciugamani ed uno specchio. Forse l'altro, quello di destra, avrebbe

offerto alla mia oziosa curiosità pretesti di svago meno limitati e

soliti. All'uomo la tentazione d'Eva si presenta a volte sotto forma di

serpente o di pomo, tal altra sotto forma di demonio, e può persino, sè

vuole, assumere il modesto aspetto di un cassetto chiuso. In certi casi

si chiama «sete della conoscenza», in altri semplicemente curiosità. Ma

la causa in ogni circostanza, fu sempre la stessa per tutti: ozio e noia

da illudere in qualche modo, sia che si tratti di aspettare la fine di

un orario d'ufficio, sia che si tratti addirittura di aspettare la

morte. Io dunque aprii il cassetto di destra. Sollevati tre o quattro

libri di contabilità, con mia grande soddisfazione lo trovai pieno fino

all'orlo di carte manoscritte, lettere dalle buste d'ogni colore, e

sopra tutto posata una fotografia.

Era, naturalmente, una fotografia di donna: una donna giovane che

guardava con profonda malinconia l'orologio appeso in mezzo alla parete,

sopra gli scaffali. L'orologio (lo guardai anch'io istintivamente)

segnava le 11. Senza dubbio mi trovavo dinnanzi alla donna di cui mi

aveva parlato Esposito nel dirmi addio, forse la causa unica e sola del

sacrificio che io stavo appunto compiendo, seduto a quel tavolo. Come in

tutte le fotografie, così anche in quella lo sguardo era d'una stranezza

ridicola e nello stesso tempo sconcertante. Ce ne sono che non vi

tolgono mai le pupille di dosso, e comunque le rivoltiate, vi fissano

con un'insistenza così sfacciata e odiosa che vi vien voglia di forare i

loro occhi con uno spillo. Altre, non si sa per quale legge misteriosa,

guardano nel medesimo tempo chi sta loro dinnanzi, e tutte le altre cose

o persone che stanno intorno, siano esse vicine o distanti. Queste si ha

voglia di schiaffeggiarle, per indurle a fermare sopra un punto solo la

loro attenzione. La fotografia di quella signora, o signorina, guardava

l'orologio. Era senza dubbio una stranezza come tutte le altre, dovuta

al caso. Ma a me venne fatto di pensare che ella attendesse con una

certa apprensione lo scoccare di quell'ora in cui Esposito le aveva

promesso che sarebbe corso da lei, la mattina di quel, per me,

malaugurato giorno.--Datti, datti pace, le dissi allora con acida

ironia; se non è arrivato ancora, arriverà fra poco. Eccomi qua: io ne

so qualche cosa... E, veramente, avrei voluto per dispetto farla in

quattro pezzi. Ma pensai con raccapriccio che, divisi l'uno dall'altro,

uno qua e l'altro là, quei suoi occhi avrebbero continuato ognuno per

proprio conto a guardare l'orologio. Così accade delle code delle

lucertole, che tagliate dal corpo, continuano ad attorcigliarsi come se

nulla fosse accaduto. E poi, per l'appunto, quella signora non aveva di

bello che gli occhi. Erano due grandi e malinconici occhi neri, in un

viso piccino piccino, patito e aguzzo, con un nasino appena disegnato e

una bocca dalle labbra sottili sottili, una bocca insignificante.

Neppure i suoi capelli, la sua pettinatura, l'espressione del suo volto

avevano nulla di straordinario, e nemmeno nulla di notevole. Erano tutte

cose comuni. La prima impressione che la contemplazione di

quell'immagine poteva suscitare in un uomo era un senso di indifferenza.

Subito dopo, un senso di pietà. Somigliava proprio in tutto a quei

ritratti che si vedono stampati sui giornali, nelle cronache dei delitti

più tristi ed oscuri, sotto cui è scritto sempre e semplicemente: _La

vittima_; e basta un'occhiata per pensare:--Poverina! Aveva il suo

destino scritto in fronte! Così era lei, la donna di Esposito.

Innamorata, fidanzata, amante? Chi poteva dirlo? Forse le lettere

accumulate in quel cassetto, sulle cui buste si leggeva il nome di

Esposito ripetuto infinite volte, in una minuta calligrafia femminile

tutta uguale. Ne sfoderai alcune. Tutte erano firmate: Armida, fuorchè

una, della stessa persona, che era firmata Adì. Era lei! Mi parve che

nella sua confusione di parole, al momento di lasciarmi, Esposito avesse

pronunciato proprio quel nome.

Le lettere di Armida ad Esposito erano cinquanta o sessanta in tutto,

ordinate cronologicamente. Ne trovai di quattro, di otto, di dodici e

alcune perfino di ventiquattro pagine fitte. Le ore della mattina mi

bastarono appena per leggerne meno della metà. Ma quando le ebbi lette,

ed anche prima di arrivare in fondo, sapevo perfettamente che cosa

pensare di Armida, molto più che se l'avessi conosciuta da vent'anni. Il

ritratto di Armida che dall'insieme delle sue lettere ad Esposito

balzava fuori intiero e vivo, non corrispondeva affatto a quello che

m'ero figurato poche ore prima nel contemplare la sua immagine. In

verità se fra i due c'era una vittima, per quanto vittima fortunata,

questa andava identificata in Esposito. Armida doveva essere una

creatura ardente e appassionata, una di quelle donne che, amando un uomo

sino alla follia, lo distruggono. E il suo viso che non esprimeva che

malinconia, dolcezza e rassegnazione! Si erano incontrati alcune

settimane prima, ai giardini pubblici. Esposito si era impadronito

dell'anima sua con un solo sguardo. «Tu mi hai affascinata come il

serpente. Avevi quel giorno negli occhi una luce diabolica. Mi seguivi

senza parlare, e mi pareva che strisciassi ai miei piedi.

Pensavo:--Ecco, ora mi avvolgerà in una spirale di fuoco. Sarò sua, sarò

sua! E tu, con il fiore all'occhiello, che forse un'altra donna ti aveva

dato, ti pavoneggiavi specchiandoti in tutti i vetri delle botteghe, e

cercavi, con lo stesso sguardo infiammato, di affascinare tutte le

altre. Da quel primo istante ho giurato a me stessa:--Sarà mio, ma

soltanto mio! Non sarà di nessuna altra, all'infuori di me! Mi avrà, ma

a prezzo della sua vita! Non dimenticarti questo giuramento, Esposito,

non lo scordare giammai!» Armida aveva un marito. Era descritto così:

«L'ho amato veramente un giorno, quando gli feci dono della mia

innocenza di fanciulla, e lasciai che cogliesse con le sue mani il fiore

dei fiori? Ah! Esposito: se oggi le guardo, quelle sue mani tutte

coperte di peli neri ed ispidi, (e vedo invece con gli occhi dell'anima

le tue piccole mani affusolate, le tue mani bianche e morbide che

m'accarezzano con tanta dolcezza, e sono le mani _di un vero signore_),

e dalle sue mani risalgo alla sua faccia, in cui non c'è neppure un

tratto che non sia volgare, col doppio mento, gli occhi stanchi e

lividi, la fronte calva, e poi abbraccio con un solo sguardo la sua

persona goffa, i suoi abiti trascurati, le sue cravatte di pessimo

gusto, debbo confessare a me stessa che mi sono ingannata, e che non ho

mai amato quest'uomo! Eppure, perchè nascondertelo, mio caro Esposito?

Per tanti anni ho creduto di amarlo. Mi sono data a lui ciecamente. È la

vera parola, poichè lo vedo ora per la prima volta nella sua ripugnante

realtà». Ed io pensavo alla delusione di quella sciagurata Armida il

giorno in cui avrebbe finalmente veduto in tutta la sua realtà anche

Esposito. Ma Esposito doveva conoscere, in modo che io stesso non avrei

mai sospettato in lui, l'arte di conquistare il cuore di una donna e di

tenerlo soggiogato, in perenne stato febbrile. «Da due giorni sei mutato

con me, Esposito, diceva un'altra lettera: non sei più lo stesso. Usi

strani modi, rimani per lungo tempo distratto e taciturno, quando,

risvegliati i sensi nei tuoi abbracci che mi spremono dalle vene più

nascoste fin l'ultima goccia di sangue, più che mai avrei sete di te. Tu

ami un'altra, Esposito! Sei già stanco della tua Armida! Mostra a costei

il segno che i miei denti ti hanno lasciato sulla gota. Dille che quello

è il marchio di Armida. Mostrale quella ciocca bruna che porti nella

doppia scatola del tuo orologio, e dille:--Questi li ho colti nei

giardini di Armida!» Ella trovava una sublime felicità in questo

convulso e sanguinoso amore. «Sono felice! Più ti vedo debole, affranto,

più m'inorgoglisco, più godo, più ti amo, Esposito! Dico a me

stessa:--L'amor mio lo ha vinto così. Tutto ciò che in lui sfiorisce,

fiorisce in me. Tutto ciò che vien meno alla sua vita, si trasfonde

nella mia. Il mio corpo racchiude la miglior parte del suo!»

Nel pomeriggio continuai la mia lettura. Che cos'è di spaventoso

l'intimità di due amanti! Io domandavo ad ogni passo:--Dio mio, dove

andranno a finire? E mi pareva di vedere un incendio divampare e

crescere sempre più intorno a quei due, e i loro corpi arroventati

dibattersi come in un rogo. Infine, secondo le mie previsioni, scoppiò

la catastrofe. Una lettera in data 4 dicembre, scritta con una

calligrafia disordinata, a stento riconoscibile, diceva testualmente

così: «Amore, è finita, è finita! Egli sa tutto. Ha trovato tue lettere.

Minaccia di uccidermi. Come sarei felice, amore, di morire per te! Ma

invece di uccidermi, ti cerca da ieri in lungo e in largo per la città.

Nasconditi e attendi notizie. Tua per la vita». Questa lettera era

firmata Adì. Due giorni dopo Esposito riceveva un ultimo biglietto

scritto a lapis, sopra una pagina strappata a un quaderno: «Amor mio,

diceva quel biglietto, non mi è più possibile sopportare questa pena.

Egli mi impone di partire con lui, per strapparmi per sempre al mio

amore. Esposito, Esposito! Sento la tua voce che m'invoca. Senti tu la

mia? È scoccata l'ora tanto sospirata, in cui una bella morte ci

strapperà alle angustie di questa vita per trasportarci in un eterno

nirvana... Dopo domani, alle nove in punto, ti aspetterò all'angolo

della cattedrale. Porta con te molti fiori... Tua oltre la vita.

Armida». Quando lessi queste parole definitive erano le sette di sera.

Ahimè! Le nove di quello sciagurato giorno erano passate da un pezzo!

Rimasi come inebetito a guardare l'ultima lettera che, tremando,

stringevo fra le mani. Avrei voluto alzarmi, chiamare i miei compagni,

farli partecipi della mia macabra scoperta. Ma mi sentii incapace di

muovere un gesto, di pronunziare una sola parola. E quando il sudor

freddo e il tremito di quei primi momenti di commozione furono passati,

mormorai con un profondo sospiro: _Consumatum est_. Senza avere neppure

il coraggio di posare un ultimo sguardo sul ritratto della povera

Armida, richiusi in fretta le lettere nel cassetto dal quale le avevo

tolte. Che fare? Era tardi ormai. Troppo tardi. Immaginavo quella

creatura così esile, delicata, fragile, che sotto apparenze tanto

insignificanti racchiudeva invece così violenti umori, un'anima di

leonessa, una natura felina, giacere immobile accanto ad Esposito,

stretta a lui in un supremo amplesso. Ora la vedevo coricata sopra un

letto, con i capelli sciolti, il suo corpo mingherlino appena velato

dalla camicia, la mano nella mano di Esposito, che era invece vestito da

capo a piedi, e sempre con il suo colletto lucido, inamidato. Pareva che

l'uno e l'altra dormissero un soave sonno. Ora invece m'appariva

rovesciata in un lago di sangue, ai piedi dei bastioni, il viso nella

polvere, i polpacci scoperti con calze di grosso filo nero, e Esposito

bocconi accanto a lei, con le braccia distese verso il suo corpo, come

in un disperato desiderio di abbraccio. Un pensiero che mi fece

sorridere fu questo: che Esposito si fosse preoccupato, in simili

circostanze, di lasciare a me la consegna del suo lavoro d'ufficio.

Nobile anima di burocrate, austero senso del dovere, che non avevo mai

sospettato in lui! Eppure, infine, egli avrebbe potuto dire d'essere

stato amato, veramente, perdutamente amato; d'un amore che aveva qualche

cosa di anormale, di crudele, di inumano; una vera follia d'amore, un

vortice, un vulcano d'amore; ma amore, amore e morte, come nelle più

sublimi leggende. Forse era stato felice più di qualsiasi altro uomo, ed

ora certamente era il più felice di tutti. Più felice di me, che non

vedevo ormai altra felicità se non in quel nulla nel quale egli si era

inabissato. Ma non solo! Non disperatamente solo, come me! Con Armida

sua! Con la sua terrestre, umana, inebbriante felicità d'amore...

Riposi nel cassetto di sinistra la chiave con la quale avevo aperto

quello di destra e, a capo chino, senza salutare nessuno, mi allontanai.

Il perduto amore · 第 41 / 53 题