Mi sedetti al tavolo di Esposito. C'erano sopra tanti registri aperti
l'uno sull'altro, con tante polizze appuntate con uno spillo al bordo
d'ogni pagina. Ma non osavo toccare quei registri, non potevo toccarli.
Avevo detto addio a tutte quelle orribili e stupide cose, e a
ritrovarmele dinnanzi ne soffrivo come d'una nausea. Occupavo la sedia
di Esposito. Questo era il mio stretto dovere: provare, sedendo a quel
posto, che Esposito era presente. Certamente se avessi voluto aprire il
cassetto di destra avrei dovuto cercarne la chiave nel cassetto di
sinistra. Ma non sentivo nessuna necessità di aprire il cassetto di
destra. Anzi non avrei adoperata mai quella chiave. Credevo d'essermi
liberato per sempre da quella lurida stanza, di avere risoluto
definitivamente il problema, da vent'anni sospeso, della mia esistenza
sbagliata. Ora invece mi toccava riannodare quel filo: provvisoriamente,
ma dovevo riannodarlo per forza. Eppure non potevo rimanere così
immobile senza far nulla. Bisognava fingere di lavorare. Ma in che modo
ingannare il tempo? Come occupare la lentezza e la noia di tante ore
inutili? Già incominciavo a sbadigliare. Intorno a me non c'era nulla di
nuovo. Allora, quasi involontariamente, aprii il cassetto di sinistra
della scrivania di Esposito, e vidi subito, posata da un lato, la chiave
del cassetto di destra. Il cassetto di destra era chiuso. Ma quella
chiave era fatta appunto per aprirlo. All'infuori di quella chiave, quel
cassetto non mostrava alcuna particolarità interessante. Era mezzo
vuoto, e non vi si vedeva che un mucchietto di carta bianca, un
asciugamani ed uno specchio. Forse l'altro, quello di destra, avrebbe
offerto alla mia oziosa curiosità pretesti di svago meno limitati e
soliti. All'uomo la tentazione d'Eva si presenta a volte sotto forma di
serpente o di pomo, tal altra sotto forma di demonio, e può persino, sè
vuole, assumere il modesto aspetto di un cassetto chiuso. In certi casi
si chiama «sete della conoscenza», in altri semplicemente curiosità. Ma
la causa in ogni circostanza, fu sempre la stessa per tutti: ozio e noia
da illudere in qualche modo, sia che si tratti di aspettare la fine di
un orario d'ufficio, sia che si tratti addirittura di aspettare la
morte. Io dunque aprii il cassetto di destra. Sollevati tre o quattro
libri di contabilità, con mia grande soddisfazione lo trovai pieno fino
all'orlo di carte manoscritte, lettere dalle buste d'ogni colore, e
sopra tutto posata una fotografia.
Era, naturalmente, una fotografia di donna: una donna giovane che
guardava con profonda malinconia l'orologio appeso in mezzo alla parete,
sopra gli scaffali. L'orologio (lo guardai anch'io istintivamente)
segnava le 11. Senza dubbio mi trovavo dinnanzi alla donna di cui mi
aveva parlato Esposito nel dirmi addio, forse la causa unica e sola del
sacrificio che io stavo appunto compiendo, seduto a quel tavolo. Come in
tutte le fotografie, così anche in quella lo sguardo era d'una stranezza
ridicola e nello stesso tempo sconcertante. Ce ne sono che non vi
tolgono mai le pupille di dosso, e comunque le rivoltiate, vi fissano
con un'insistenza così sfacciata e odiosa che vi vien voglia di forare i
loro occhi con uno spillo. Altre, non si sa per quale legge misteriosa,
guardano nel medesimo tempo chi sta loro dinnanzi, e tutte le altre cose
o persone che stanno intorno, siano esse vicine o distanti. Queste si ha
voglia di schiaffeggiarle, per indurle a fermare sopra un punto solo la
loro attenzione. La fotografia di quella signora, o signorina, guardava
l'orologio. Era senza dubbio una stranezza come tutte le altre, dovuta
al caso. Ma a me venne fatto di pensare che ella attendesse con una
certa apprensione lo scoccare di quell'ora in cui Esposito le aveva
promesso che sarebbe corso da lei, la mattina di quel, per me,
malaugurato giorno.--Datti, datti pace, le dissi allora con acida
ironia; se non è arrivato ancora, arriverà fra poco. Eccomi qua: io ne
so qualche cosa... E, veramente, avrei voluto per dispetto farla in
quattro pezzi. Ma pensai con raccapriccio che, divisi l'uno dall'altro,
uno qua e l'altro là, quei suoi occhi avrebbero continuato ognuno per
proprio conto a guardare l'orologio. Così accade delle code delle
lucertole, che tagliate dal corpo, continuano ad attorcigliarsi come se
nulla fosse accaduto. E poi, per l'appunto, quella signora non aveva di
bello che gli occhi. Erano due grandi e malinconici occhi neri, in un
viso piccino piccino, patito e aguzzo, con un nasino appena disegnato e
una bocca dalle labbra sottili sottili, una bocca insignificante.
Neppure i suoi capelli, la sua pettinatura, l'espressione del suo volto
avevano nulla di straordinario, e nemmeno nulla di notevole. Erano tutte
cose comuni. La prima impressione che la contemplazione di
quell'immagine poteva suscitare in un uomo era un senso di indifferenza.
Subito dopo, un senso di pietà. Somigliava proprio in tutto a quei
ritratti che si vedono stampati sui giornali, nelle cronache dei delitti
più tristi ed oscuri, sotto cui è scritto sempre e semplicemente: _La
vittima_; e basta un'occhiata per pensare:--Poverina! Aveva il suo
destino scritto in fronte! Così era lei, la donna di Esposito.
Innamorata, fidanzata, amante? Chi poteva dirlo? Forse le lettere
accumulate in quel cassetto, sulle cui buste si leggeva il nome di
Esposito ripetuto infinite volte, in una minuta calligrafia femminile
tutta uguale. Ne sfoderai alcune. Tutte erano firmate: Armida, fuorchè
una, della stessa persona, che era firmata Adì. Era lei! Mi parve che
nella sua confusione di parole, al momento di lasciarmi, Esposito avesse
pronunciato proprio quel nome.
Le lettere di Armida ad Esposito erano cinquanta o sessanta in tutto,
ordinate cronologicamente. Ne trovai di quattro, di otto, di dodici e
alcune perfino di ventiquattro pagine fitte. Le ore della mattina mi
bastarono appena per leggerne meno della metà. Ma quando le ebbi lette,
ed anche prima di arrivare in fondo, sapevo perfettamente che cosa
pensare di Armida, molto più che se l'avessi conosciuta da vent'anni. Il
ritratto di Armida che dall'insieme delle sue lettere ad Esposito
balzava fuori intiero e vivo, non corrispondeva affatto a quello che
m'ero figurato poche ore prima nel contemplare la sua immagine. In
verità se fra i due c'era una vittima, per quanto vittima fortunata,
questa andava identificata in Esposito. Armida doveva essere una
creatura ardente e appassionata, una di quelle donne che, amando un uomo
sino alla follia, lo distruggono. E il suo viso che non esprimeva che
malinconia, dolcezza e rassegnazione! Si erano incontrati alcune
settimane prima, ai giardini pubblici. Esposito si era impadronito
dell'anima sua con un solo sguardo. «Tu mi hai affascinata come il
serpente. Avevi quel giorno negli occhi una luce diabolica. Mi seguivi
senza parlare, e mi pareva che strisciassi ai miei piedi.
Pensavo:--Ecco, ora mi avvolgerà in una spirale di fuoco. Sarò sua, sarò
sua! E tu, con il fiore all'occhiello, che forse un'altra donna ti aveva
dato, ti pavoneggiavi specchiandoti in tutti i vetri delle botteghe, e
cercavi, con lo stesso sguardo infiammato, di affascinare tutte le
altre. Da quel primo istante ho giurato a me stessa:--Sarà mio, ma
soltanto mio! Non sarà di nessuna altra, all'infuori di me! Mi avrà, ma
a prezzo della sua vita! Non dimenticarti questo giuramento, Esposito,
non lo scordare giammai!» Armida aveva un marito. Era descritto così:
«L'ho amato veramente un giorno, quando gli feci dono della mia
innocenza di fanciulla, e lasciai che cogliesse con le sue mani il fiore
dei fiori? Ah! Esposito: se oggi le guardo, quelle sue mani tutte
coperte di peli neri ed ispidi, (e vedo invece con gli occhi dell'anima
le tue piccole mani affusolate, le tue mani bianche e morbide che
m'accarezzano con tanta dolcezza, e sono le mani _di un vero signore_),
e dalle sue mani risalgo alla sua faccia, in cui non c'è neppure un
tratto che non sia volgare, col doppio mento, gli occhi stanchi e
lividi, la fronte calva, e poi abbraccio con un solo sguardo la sua
persona goffa, i suoi abiti trascurati, le sue cravatte di pessimo
gusto, debbo confessare a me stessa che mi sono ingannata, e che non ho
mai amato quest'uomo! Eppure, perchè nascondertelo, mio caro Esposito?
Per tanti anni ho creduto di amarlo. Mi sono data a lui ciecamente. È la
vera parola, poichè lo vedo ora per la prima volta nella sua ripugnante
realtà». Ed io pensavo alla delusione di quella sciagurata Armida il
giorno in cui avrebbe finalmente veduto in tutta la sua realtà anche
Esposito. Ma Esposito doveva conoscere, in modo che io stesso non avrei
mai sospettato in lui, l'arte di conquistare il cuore di una donna e di
tenerlo soggiogato, in perenne stato febbrile. «Da due giorni sei mutato
con me, Esposito, diceva un'altra lettera: non sei più lo stesso. Usi
strani modi, rimani per lungo tempo distratto e taciturno, quando,
risvegliati i sensi nei tuoi abbracci che mi spremono dalle vene più
nascoste fin l'ultima goccia di sangue, più che mai avrei sete di te. Tu
ami un'altra, Esposito! Sei già stanco della tua Armida! Mostra a costei
il segno che i miei denti ti hanno lasciato sulla gota. Dille che quello
è il marchio di Armida. Mostrale quella ciocca bruna che porti nella
doppia scatola del tuo orologio, e dille:--Questi li ho colti nei
giardini di Armida!» Ella trovava una sublime felicità in questo
convulso e sanguinoso amore. «Sono felice! Più ti vedo debole, affranto,
più m'inorgoglisco, più godo, più ti amo, Esposito! Dico a me
stessa:--L'amor mio lo ha vinto così. Tutto ciò che in lui sfiorisce,
fiorisce in me. Tutto ciò che vien meno alla sua vita, si trasfonde
nella mia. Il mio corpo racchiude la miglior parte del suo!»
Nel pomeriggio continuai la mia lettura. Che cos'è di spaventoso
l'intimità di due amanti! Io domandavo ad ogni passo:--Dio mio, dove
andranno a finire? E mi pareva di vedere un incendio divampare e
crescere sempre più intorno a quei due, e i loro corpi arroventati
dibattersi come in un rogo. Infine, secondo le mie previsioni, scoppiò
la catastrofe. Una lettera in data 4 dicembre, scritta con una
calligrafia disordinata, a stento riconoscibile, diceva testualmente
così: «Amore, è finita, è finita! Egli sa tutto. Ha trovato tue lettere.
Minaccia di uccidermi. Come sarei felice, amore, di morire per te! Ma
invece di uccidermi, ti cerca da ieri in lungo e in largo per la città.
Nasconditi e attendi notizie. Tua per la vita». Questa lettera era
firmata Adì. Due giorni dopo Esposito riceveva un ultimo biglietto
scritto a lapis, sopra una pagina strappata a un quaderno: «Amor mio,
diceva quel biglietto, non mi è più possibile sopportare questa pena.
Egli mi impone di partire con lui, per strapparmi per sempre al mio
amore. Esposito, Esposito! Sento la tua voce che m'invoca. Senti tu la
mia? È scoccata l'ora tanto sospirata, in cui una bella morte ci
strapperà alle angustie di questa vita per trasportarci in un eterno
nirvana... Dopo domani, alle nove in punto, ti aspetterò all'angolo
della cattedrale. Porta con te molti fiori... Tua oltre la vita.
Armida». Quando lessi queste parole definitive erano le sette di sera.
Ahimè! Le nove di quello sciagurato giorno erano passate da un pezzo!
Rimasi come inebetito a guardare l'ultima lettera che, tremando,
stringevo fra le mani. Avrei voluto alzarmi, chiamare i miei compagni,
farli partecipi della mia macabra scoperta. Ma mi sentii incapace di
muovere un gesto, di pronunziare una sola parola. E quando il sudor
freddo e il tremito di quei primi momenti di commozione furono passati,
mormorai con un profondo sospiro: _Consumatum est_. Senza avere neppure
il coraggio di posare un ultimo sguardo sul ritratto della povera
Armida, richiusi in fretta le lettere nel cassetto dal quale le avevo
tolte. Che fare? Era tardi ormai. Troppo tardi. Immaginavo quella
creatura così esile, delicata, fragile, che sotto apparenze tanto
insignificanti racchiudeva invece così violenti umori, un'anima di
leonessa, una natura felina, giacere immobile accanto ad Esposito,
stretta a lui in un supremo amplesso. Ora la vedevo coricata sopra un
letto, con i capelli sciolti, il suo corpo mingherlino appena velato
dalla camicia, la mano nella mano di Esposito, che era invece vestito da
capo a piedi, e sempre con il suo colletto lucido, inamidato. Pareva che
l'uno e l'altra dormissero un soave sonno. Ora invece m'appariva
rovesciata in un lago di sangue, ai piedi dei bastioni, il viso nella
polvere, i polpacci scoperti con calze di grosso filo nero, e Esposito
bocconi accanto a lei, con le braccia distese verso il suo corpo, come
in un disperato desiderio di abbraccio. Un pensiero che mi fece
sorridere fu questo: che Esposito si fosse preoccupato, in simili
circostanze, di lasciare a me la consegna del suo lavoro d'ufficio.
Nobile anima di burocrate, austero senso del dovere, che non avevo mai
sospettato in lui! Eppure, infine, egli avrebbe potuto dire d'essere
stato amato, veramente, perdutamente amato; d'un amore che aveva qualche
cosa di anormale, di crudele, di inumano; una vera follia d'amore, un
vortice, un vulcano d'amore; ma amore, amore e morte, come nelle più
sublimi leggende. Forse era stato felice più di qualsiasi altro uomo, ed
ora certamente era il più felice di tutti. Più felice di me, che non
vedevo ormai altra felicità se non in quel nulla nel quale egli si era
inabissato. Ma non solo! Non disperatamente solo, come me! Con Armida
sua! Con la sua terrestre, umana, inebbriante felicità d'amore...
Riposi nel cassetto di sinistra la chiave con la quale avevo aperto
quello di destra e, a capo chino, senza salutare nessuno, mi allontanai.