Non ricordo se allora mi assopii, o se soltanto mi abbandonai a quella
voluttà da povero diavolo, smarrendo in essa ogni altra sensazione
esteriore, ogni mio pensiero. La notte doveva essere inoltrata molto,
anzi non doveva essere molto lontana l'alba, quando mi parve di udire
proprio al mio fianco, dietro il mio capo, un singhiozzo soffocato, come
uno scoppio di pianto subitamente represso. Mi levai a sedere sul letto,
annaspando nell'ombra. Trattenni il respiro per non turbare il silenzio
che mi circondava da ogni lato, prossimo ed infinito. La stanza era
buia, ma un pallido chiarore traspariva dalla finestra, tanto che vedevo
i fiocchi di neve cader lenti lenti sparpagliandosi sul davanzale, e mi
pareva ancora di salire, di salire in alto, non più rapito entro una
nuvola, ma come se tutta quanta la casa volasse assunta in cielo. Non
c'era nessuno nè accanto a me, nè dietro di me, tra il letto e la
parete, tra la porta e il letto. Ma un altr'uomo stava nella stanza
attigua, cioè in questa stanza, accanto a questo letto dove ogni notte
ora mi corico disperatamente solo, e come me tratteneva il respiro
aguzzando l'orecchio, cercando me nel silenzio, come io cercavo lui, e
lo aspettavo in agguato. Ah! la pazienza gli venne meno troppo presto.
Fu egli il primo a stancarsi.
--Non piangere, disse quella voce irosa di uomo. Scoppia, se vuoi, ma
non piangere... Qualcuno è venuto ad abitare di là... Te l'ho detto! Non
piangere...
Parlava di me.
--Taci, taci, diceva sempre più cupa, sempre più minacciosa, quella
voce; è un certo Paris. Mi conosce. Lo conosco. L'ho intravveduto quando
era là con Savina. Ti dico che si metterà a urlare, se ti sente
piangere. Vuoi che si desti tutta la casa? Vuoi che per farti tacere io
ti strangoli?
Queste parole furono pronunciate ancora con maggior violenza. Ma chi le
pronunciò ebbe paura di aver forzata troppo la voce, e tacque. Chi era?
Mi conosceva per nome? Aveva detto: Paris? Il suo accento mi riusciva
nuovo. Certo, di giorno, con altra gente, quell'uomo doveva avere
un'altra voce, un ben diverso accento. Intanto, nel silenzio, percepivo
un singhiozzare fioco fioco, lontano, che pareva d'un fanciullo o d'una
donna che piangesse con il capo avvolto in una coperta di lana o sepolto
sotto un cuscino. Dopo questa breve pausa egli ricominciò a parlare
sommessamente.
--Tu devi persuaderti, disse, ed è inutile piangere. Se non ti
persuaderai, una di queste notti avrai finito di piangere per sempre.
Vedi tua madre? Lei non piange più...
--Ma io non posso, te lo giuro, non posso, è più forte di me! gemette
quella voce fioca, che era certamente d'una donna e d'una donna giovane
(era la voce di Luisa).
Allora il maschio si raddolcì.
--Sciocca! E non vedi che piangere ti fa male, che diventi ogni giorno
più brutta? disse in tono quasi pietoso, come per consolarla. Perchè?
Perchè sprecarsi così? A che giova? Povera piccola, su, su, sii
ragionevole... Questa vita non è poi mica una gran gioia neppure per te.
Fra poco sarai vecchia... E allora?...
Si interruppe.
--Ma cosa vuoi fartene, le gridò improvvisamente ridivenuto rabbioso,
scuotendola, (il letto scricchiolò tutto sotto le sue mani), di queste
tue quattro ossa schifose? Di questa tua stupida verginità? Peuh! A chi
vuoi darla? Chi vuoi che se la prenda? Che cosa credi di avere, tu, qui?
Rovesciò una sedia.
--Lasciami uscire! gridò a voce spiegata. Non ne posso più!
La porta della stanza vicina sbatacchiò, dei passi attraversarono il
corridoio in gran fretta, precipitarono giù per le scale e si spensero.
Rimasta sola, la donna si alzò dal letto, corse all'uscio, lo chiuse a
chiave. Poi mi parve che si gettasse nuovamente distesa contro i
cuscini, e singhiozzando senza più freno implorò:--Mamma, mamma...
Doveva esserci anche un cane, chiuso con lei in quella stanza, perchè
alla sua invocazione rispose una specie di brontolio cupo, inarticolato,
appunto come il brontolio di un cane. Era sua madre, la madre di Luisa.
Era lei, la stessa che ora, se alzo gli occhi dal foglio su cui scrivo,
vedo laggiù nell'angolo buio della stanza, affondata nella sua poltrona,
dove sta sempre con il capo piegato sul petto come se fosse staccato dal
corpo e pendesse appena trattenuto da un filo; e sgrana, fra le mani
scheletrite, il rosario che sarà consumato prima della sua vita che non
si consuma mai! Ma, allora, questo rantolo sommesso che esce senza posa
dalle sue labbra morte, mi parve il brontolìo di un cane. Poi tutto
ripiombò nel più profondo silenzio.
Mi ricordo che poco dopo mi riassopii, richiudendo le palpebre sul
biancore livido di quell'alba invernale, e che quando mi ridestai era
giorno fatto, in piena mattina. Non nevicava più. Anzi c'era nel cielo
grigio plumbeo una trasparenza diffusa, pallida e lontana, di luce
gialla, solare. Quella luce poteva bene illuminare di speranze nuove un
cuore meno distrutto del mio, meno buio. Ma io la contemplai senza
provarne alcuna gioia, e neppure mi mossi per avvicinarmi a lei, alla
finestra. Così, supino, stavo senza pensiero. Non mi sarei mosso più.
Perchè avrei dovuto alzarmi? Non volevo più vedere nessuno, non parlare
più. Non avevo più nulla da dire a nessuno. Non aspettavo, non
desideravo più nulla. Mi sarei sentito meno solo in un deserto africano,
in una landa artica. E sarei anche stato infinitamente felice. Ma un
rumore nella stanza attigua, cioè in questa stanza, introdusse nel mio
deserto, nella mia landa spopolata, almeno una persona viva alla quale
non potei fare a meno di pensare. Chi era costei? Quella stessa che,
nella notte, avevo udito singhiozzare e disperarsi, o un'altra? Una voce
femminile, che non riconobbi, che mi parve di non aver udito mai, si
mise a bisbigliare. Non distinguevo le parole, ma mi pareva che fosse
una preghiera. Allora mi levai a sedere sul letto, e appoggiai
l'orecchio alla parete. Poi non seppi resistere e bussai tre colpi. La
voce tacque.
Io domandai sommessamente:
--Chi siete?
Non rispose.
--Chi era, domandai ancora, a voce ancora più bassa, questa notte, qui,
che piangeva?
E soggiunsi:
--Eravate voi?
Ma neppure allora rispose, ed io mi lasciai ricadere sul letto.
Da quel momento, appunto, Luisa incominciò a camminare in punta di
piedi: abitudine che non abbandonò più, da allora in poi. Se non avessi
udito il fruscio delle sue sottane, lo stropiccìo dei suoi abiti contro
i mobili, mi sarebbe sembrato che ella non si movesse più, o che la
stanza fosse vuota. Faceva meno rumore d'uno che cammini sopra il più
morbido dei tappeti, anzichè sopra un orribile impiantito di mattoni
rotti e sconnessi come questi: e pareva scalza, o un'ombra che
trasvolasse sospesa da terra. Allora mi ricordai, per una strana
coincidenza di idee, delle pantofole che Pietro Suavis portava sempre in
ufficio per potersi avvicinare silenziosamente ad ognuno di noi e
sorprenderci in ogni momento del nostro lavoro. Egli si alzava dal suo
banco, che era nascosto da un paravento a destra dell'uscio, e,
attraversata a piccoli passi l'ampia stanza, si veniva a mettere pian
piano dietro le spalle ora dell'uno ora dell'altro. E quando, vedendo
con la coda dell'occhio la sua ombra lunga e nera apparire da un lato,
ci buttavamo giù col naso sui registri, egli con un colpo di tosse
rivelava la sua presenza e a piccoli passi silenziosi si allontanava.
Che cosa gli poteva importare, in fin dei conti, se qualcuno
interrompeva il proprio lavoro per dare un'occhiata al giornale o per
scrivere una lettera di condoglianze alla vedova d'un amico? Ci pagava
forse lui, di tasca propria, il magro stipendio d'ogni mese, grazie al
quale nessuno di noi poteva, come invece avrebbe desiderato, morire
liberamente di fame? L'anima triste di tutte le amministrazioni era
racchiusa in quelle sue maledette pantofole.
Improvvisamente mi rovesciai di dosso le coperte e mi buttai con un
salto dal letto. Quel giorno era appunto l'8 dicembre. Me ne ero
dimenticato, come se quel giorno non dovesse più esistere nel
calendario. Ma invece, eccolo: era proprio lui. Io avevo un impegno
d'onore per quel giorno, e me ne ero dimenticato. No. Non poteva
assolutamente scegliere l'8 dicembre per dire addio al mondo, per
rompere ogni mio rapporto con il prossimo. Come spesso una cosa da
niente muta il corso d'un'intera esistenza! Più che in fretta tuffai il
viso nel catino di acqua ghiaccia, m'asciugai in un lembo del lenzuolo
e, infilato il mio vecchio soprabito, mi lanciai di corsa giù per le
scale. Urtai alcuni signori vestiti di nero e in tuba che salivano
lentamente, uno dietro l'altro. Nemmeno mi scusai. Anche per la strada
continuai a correre, perchè tutti gli orologi che incontravo ogni tanto
sui cantoni mi dicevano quanto fossi in ritardo. Infatti Esposito mi
aspettava camminando nervosamente su e giù nel cortile, e quando mi vide
giungere trafelato, ansimante, mi venne incontro a braccia aperte e mi
strinse a sè come se temesse che gli potessi sfuggire.
--Incominciavo a disperare, amico mio! mi disse tutto d'un fiato. Ma,
Dio grazia, sei venuto! Tutto è in ordine. Tutti i registri pronti sul
mio tavolo. Non hai da fare altro che sederti al mio posto. Addio,
addio! Ora debbo scappare! Certamente Lisa m'aspetta... (Alvisa?
Adalgisa? il nome che egli pronunziò mi sfuggì proprio in quel momento).
Ti ho detto tutto? La chiave del cassetto di destra è nel cassetto di
sinistra. Per il resto rivolgiti a Pròchipo...
Si staccò da me ed infilò l'androne. Prima di svoltare, mi gridò:
--Non temere: dopodomani sarò puntuale come un orologio!
Salii lentamente i primi gradini. Sudavo per la corsa che avevo fatto, e
dovetti più volte asciugarmi la fronte con la manica del soprabito.
Pensavo:--Come un orologio! Come se tutti gli orologi fossero puntuali!
Veramente quella grande scalea, a gradini larghi e bassi di mattoni
consumati sui bordi, tutti buche e frane, sembrava che salisse lungo il
dosso d'un monte, e che per quella via fossero passate moltitudini
innumerabili, moltitudini di piote umane. Forse per ciò lo chiamavano
_Monte di Pietà_, poichè quello era il monte e la pietà ce la portavano
con le loro miserie tutti i poveri diavoli che da infinite generazioni
salivano quella scala. Quando entrai negli uffici, vi fu un movimento di
stupore tra i miei colleghi. La sera innanzi avevo detto addio a tutti.
--Vi lascio: da domani non verrò più. Ho deciso di abbandonare l'impiego
e di ritirarmi a vivere per conto mio. Vivere? Che vita sarà poi la mia?
Ma non importa. Meglio morire di fame che vivere a questi lavori
forzati.
--Beato te, avevano risposto. Ma che morire di fame! Avrai trovato di
meglio. Già lo sapevamo che qui non saresti rimasto. Hai dei poderi, tu.
Te ne ritorni in campagna...
--Oh! oh! i poderi! avevo soggiunto. Bei poderi davvero! Finì il tempo
dei poderi. Ma me ne vado lo stesso. Fortuna a voi, amici cari. Buone
cose.
Allora dissi a mia giustificazione:
--Debbo sostituire ancora Esposito per due giorni. Me ne ero
dimenticato.