Silvio, caduta che fu la febbre, passò dieci giorni disperati. Qualcuno
gli disse che una mattina, quand'ancora aveva il delirio, una ragazza
era venuta a visitarlo, si era trattenuta pochi minuti accanto al suo
letto e poi se ne era andata via. Ma da quel giorno nessuno si era più
presentato in corsia a cercare di lui, nè quella ragazza, nè altri.
Silvio avrebbe voluto lasciar subito l'ospedale, ma i medici glielo
vietarono. Pregò, pianse, si dichiarò guarito, ma tutto fu inutile.
Dovettero passare dieci lunghi giorni prima che l'infermiere gli
restituisse i suoi abiti, dicendogli che, volendo, se ne poteva andare.
Veramente egli si reggeva a stento in piedi, era pallido come un morto,
e doveva ogni momento chiudere gli occhi per non cadere di peso in terra
colpito dalle vertigini. Pure a denti stretti si tenne su, inghiottendo
amaro per soffocare la nausea, pronto a morire piuttosto che prolungare
anche di un istante quell'angoscia morale, peggiore d'ogni male fisico,
nella quale viveva disperato da tanti giorni. Appoggiandosi, dall'una
all'altra, alle spalliere dei letti, rispondendo con dei fiochi addii ai
saluti che raccoglieva da ogni ammalato, potè raggiungere il corridoio,
e poi scendere le scale e uscire nell'atrio.
Era l'ora dell'imbrunire. Trovò fuori un discreto crepuscolo che non
ferì i suoi sensi malcerti, un'aria umida che non gelò la sua carne già
fredda. Ringraziò Iddio che, creando la luce, aveva creato l'ombra,
nella quale ora egli avrebbe potuto passare inosservato, senza che tutti
gli stranieri nei quali si sarebbe incontrato fossero costretti a
considerar pietosamente il suo stato, il suo viso bianco e scarno, i
suoi occhi sparuti, lo stento con cui muoveva i passi, il tremito delle
sue membra addolorate sotto quei panni miseri, l'affanno che gli
toglieva il respiro. Egli riconosceva a mala pena i luoghi che
attraversava, e gli pareva che quelle case, quei crocicchi, quelle
piazze, quei giardini, fossero gli stessi che egli aveva veduto prima e
per tanto tempo, ma che in quei venti giorni, che era rimasto assente,
fossero stati spostati da un luogo ad un altro, e mutate le loro
dimensioni, certe case rialzate di alcuni piani ed altre invece ridotte
a metà; i monumenti gli parevano ingranditi, con piedistalli più alti e
quadrati, e le figure delle statue atteggiate bizzarramente in gesti che
non erano i soliti; la gente, i veicoli, la disposizione delle botteghe
illuminate, tutto sembrava denotare nei cittadini abitudini nuove nel
modo di frequentare le strade, di raggrupparsi in questo o quel punto,
di occupare i marciapiedi e le cantonate, di regolarsi nei riguardi
della città. Per esempio la casa dove egli abitava, dove Silvina forse
lo stava aspettando, dove forse Silvina era ammalata, dove forse anche
Silvina non lo aspettava più, gli era sempre sembrata molto vicina
all'ospedale, tanto da potervi giungere in pochi passi. Invece non
faceva che svoltare cantoni, attraversare piazze, e la sua casa era
sempre lontana. Finalmente la vide in fondo al largo d'una strada, con
la sua facciata rossastra, quadrata, enorme, tutta bucata di finestre
nere o gialle.
Poi che fu entrato nel portone, gli rimanevano da salire sette faticosi
capi di scale. Passando dinnanzi allo sgabuzzino illuminato del
portinaio, attraverso i vetri vide il buon Fortunato curvo sopra una
vecchia ciabatta su cui picchiava a gran forza con un martello; bussò
contro i vetri con la punta di un dito e lo salutò. Quello rimase col
martello aizzato a mezz'aria, a guardarlo meravigliato, poi rise
allegramente e gli gridò:--Ben tornato, signor Silvio! è guarito bene?
ho piacere, ho piacere!--E Silvio s'incamminò per le scale con il cuore
che gli pesava addolorato, perchè se Silvina fosse stata ammalata costui
non avrebbe riso allegramente a quel modo, ma si sarebbe alzato con un
viso malinconico, per dirgli:--Sa, signor Silvio, la signorina è stata
malata, ma quello che abbiamo potuto fare lo abbiamo fatto per lei...
Silvina, invece, non era malata, e nulla di nuovo le era accaduto in
quei giorni maledetti, e perciò, se lo aveva abbandonato solo nel suo
letto di ospedale, senza portargli nè il conforto di un sorriso, nè il
balsamo di una carezza, abbandonato come un cane, dimenticato come uno
straniero, non doveva temere per lei, ma soltanto commiserare sè stesso,
riconoscendo crudelmente ch'ella lo aveva abbandonato e dimenticato
soltanto perchè non le importava nulla di lui, che vivesse o morisse,
che potesse consolarsi o disperarsi nel sentirsi solo e abbandonato in
quel ricovero di derelitti. Egli era stato sul punto di morire, e non
solo se ne sarebbe andato senza rivedere nè sua madre nè suo padre, che
ne sarebbero certamente morti di dolore, ma senza che Silvina neppure
sapesse che egli moriva, che la loro vita stava per essere troncata d'un
tratto, tutti i loro sogni distrutti, il loro amore finito per sempre.
Un giorno forse, dopo chi sa quanto tempo, non vedendolo mai più
ritornare, Silvina si sarebbe presentata alla porta dell'Ospedale, e
avrebbe chiesto che cosa fosse accaduto di un ammalato di nome Silvio,
al quale corrispondeva il tale numero di letto. Avrebbero sfogliato
sotto i suoi occhi un gran registro con tante cancellature e croci, e
fermando l'indice sopra un nome le avrebbero detto:--È morto. Poi le
avrebbero chiesto se era lei la sorella o la moglie, perchè in tal caso
le avrebbero consegnato i suoi abiti. E Silvina, nè moglie nè sorella
sua, ma più che moglie e sorella, la creatura tanto amata, se ne sarebbe
andata senza un sospiro, senza una lacrima, e certo sulla sua tomba non
avrebbe portato neppure un fiore.
Come ebbe salite le lunghe scale, con uno sforzo accelerò il passo e il
ballatoio lo fece quasi correndo. Con il cuore che gli mancava, posò la
mano sull'uscio e l'aprì. La stanza era semibuia e deserta. Egli cercò
febbrilmente una candela, l'accese, ed esausto cadde disteso sul letto.
Rimase così alquanto tempo, immobile, senza pensiero. Non vedeva, non
udiva nulla. La fiammella della candela era fioca e agitata. Faceva
tante ombre agitate sulle pareti. Quando finalmente risollevò il capo e
si guardò intorno, Silvio vide innanzi tutto gli abiti di Silvina appesi
in un angolo, e ne ebbe un palpito di gioia. Il suo cuore fu così
alleggerito del peso che più lo opprimeva, poichè il pensiero che lo
aveva tormentato fino a quell'istante con maggior pena, quantunque egli
cercasse sempre sempre di tenerlo lontano, di soffocarlo, di rinnegarlo,
era che Silvina fosse fuggita, chi sa dove, ritornata a casa sua,
innamorata di un altro, stanca, incapace di sopportare la solitudine e
la miseria di quella vita. Allora veramente, quando quel pensiero si
insinuava fra le mille altre idee dolorose che si agitavano in lui, egli
si sentiva perduto, come se fosse per mancargli l'ultimo spiraglio di
luce in un mondo che già gli appariva tutto paurosamente fosco. Ma
poichè i suoi abiti erano là ancora appesi nel solito angolo, e non
soltanto gli abiti, ma sul tavolo, in un secchiello di legno, c'era un
mazzo di gigli ancora freschi, e sopra ogni mobile le piccole cose sue e
di Silvina come le aveva lasciate, Silvina non era certamente fuggita,
ed egli fra poco, subito forse, avrebbe udito il suo passo nel corridoio
avvicinarsi leggiero come sempre, e poi l'avrebbe riveduta, lei, lei,
Silvina, non quell'immagine di lei, quel crudele fantasma che lo
visitava in sogno da tante notti, inafferabile ed ostile, ma proprio lei
viva, come l'aveva posseduta un giorno. E non potendo reggere all'impeto
della commozione che suscitò in lui questa certezza, egli pianse con il
viso affondato nei cuscini, dirottamente, a lungo, versando in lacrime
tutta la amarezza di quei giorni e di quelle notti di disperazione.
Solo quando ebbe ritrovato un po' di calma, Silvio pensò come
quell'incontro imminente e tanto desiderato sarebbe stato penoso, quanto
egli avrebbe forse dovuto ancora soffrire, e come invece sarebbe stato
felice se fosse rientrato in quella stanza con lei, appoggiato al suo
braccio, dopo aver fatta insieme la lunga strada dell'ospedale. E
arrivati lassù, ritrovandosi finalmente soli, si sarebbero abbracciati
con tenerezza infinita, e il bacio che allora avrebbe unito le loro
labbra sarebbe stato dolce come il primo bacio d'amore. Ora invece era
là, solo, senza sapere nemmeno quale Silvina gli si sarebbe mostrata fra
poco, se la sua cara Silvina d'una volta oppure un'altra Silvina,
disamorata, indifferente. Avrebbe dovuto interrogarla, mostrarsi
sconfortato, addolorato, deluso, dubitare delle sue parole, se ella,
provando pietà e rimorso nel vederlo così fisicamente disfatto, così
triste e sconvolto, avesse cercato di giustificarsi, di rassicurarlo, di
confortarlo anche; e quanto più ella si sarebbe mostrata espansiva,
tenera, premurosa, afflitta, pentita, più egli avrebbe dovuto pensare
che Silvina, sentendosi colpevole, cercava ora di riabilitarsi ai suoi
occhi mentendo, trovando scuse di cui egli avrebbe indovinato subito la
falsità e l'inconsistenza. Ma forse ella non avrebbe nemmeno cercato di
giustificarsi, di mentire, per ottenere il suo perdono. Forse Silvina
gli avrebbe confessato crudelmente la verità, e cioè che, non amandolo
più, le riusciva affatto indifferente che egli l'accusasse ora d'averlo
trattato come un estraneo, d'essere stata cattiva ed ingrata verso di
lui.
Ma Silvio potè mutare cento volte pensiero, distruggere una dopo l'altra
tutte le sue supposizioni e trovarne sempre delle nuove, poichè Silvina
non rientrò che assai tardi. Udì, prima del rumore dei suoi passi, la
sua voce lontana, nel corridoio, che fresca ed ilare diceva a qualcuno,
la cui presenza non era manifesta se non per via di quelle
parole:--Arrivederci a domani! addio! addio!--e poi la udì avvicinarsi
saltellando, e finalmente l'uscio si aprì. Alla luce fioca della candela
Silvio vide che ella aveva le spalle fasciate da una pelliccetta grigia,
un cappellino grigio sul capo, un mazzo di garofani in braccio. Poi vide
il suo viso tutto colorito, e la sua bocca rossa, e i suoi occhi grandi
e neri, e pensò subito di avere la febbre, se il viso di Silvina gli
appariva così esageratamente acceso, la sua bocca così rossa, i suoi
occhi così profondi e ingranditi. Silvina ebbe un piccolo grido di paura
scorgendo inaspettatamente l'ombra sua nera distesa sul letto, poi non
potè vincere un moto di stupore e di contrarietà, e, corrugate le
ciglia, rimase ferma dinnanzi alla porta, a guardarlo. Silvio s'era
sollevato sulla sponda del letto, e si sentiva ora la gola stretta da un
nodo, e in tutta la persona era scosso da un tremato convulso che non
riusciva a dominare. Non ritrovava nella sua mente confusa un solo
pensiero, una sola parola per Silvina. Non sapeva che cosa sarebbe
accaduto di lui qualora avesse tentato di muoversi o di parlarle. Ma
finalmente Silvina si scostò dalla porta e si fece in mezzo alla stanza.
Posò sul tavolo i fiori, si tolse la pelliccia e il cappello, si
aggiustò i riccioli sulla fronte e sulla nuca, quindi si rivolse a lui e
freddamente gli disse:
--Credevo che tu fossi morto...
Silvio si sentì prima agghiacciare tutto, poi avvampare d'una fiamma che
gli serpeggiò con un brivido caldo da capo a piedi, e gli dette
improvvisamente una forza meravigliosa. Si alzò d'impeto, mosse due
passi verso Silvina, le prese una mano e con voce soffocata le gridò:
--Morto! Morto! Credevi ch'io fossi morto! Speravi ch'io fossi morto!
Credevi di esserti liberata per sempre di me! Ebbene no! Non sono morto!
Come mi vedi sono vivo, e presente, vivo, vivo, vivo!... Perchè non sei
venuta a convincertene prima, che io non ero morto? Oh sì, certamente,
potevo anche morire! Sono stato per giorni e giorni sospeso a un filo di
vita. A quest'ora potrei anche essere sotterrato. Ma per te, che cosa
poteva importare?
Silvio respinse con violenza la mano di Silvina, mentre Silvina cercava
di scioglierla dalla stretta delle sue mani.
--Sei pazzo! sei pazzo! gemette con un filo di voce, mentre
indietreggiava guardandolo spaventata.
--Pazzo? domandò Silvio ridendo convulsamente. Vuoi farmi credere che
deliro, che sragiono? Ah! sì, potrei anche esserle impazzito, soggiunse
poi amaramente, poichè non mi hanno lasciato morire! Ma dimmi: se ti
ricordo che sono stato per venti giorni e venti notti abbandonato come
un cane in un letto di ospedale, solo, senza una tua parola di conforto,
senza un tuo pietoso aiuto, solo, solo, a struggermi di angoscia, se ti
ricordo questi venti giorni di martirio, mi dirai ancora che sono pazzo?
Tu sei bene Silvina. Io sono pure Silvio. Per quanto la follia mi abbia
rovesciato il cervello, non crederò di essere insensato a tal punto da
scambiare un'altra donna con te, e un altr'uomo con me stesso. Dunque io
sarò forse impazzito, ma la verità rimane quella che è, come se io fossi
perfettamente lucido e sano!
Si sentì mancare il respiro, vacillò, cadde riverso sul letto e rimase
immobile, respirando affannosamente. Durò un lungo silenzio, in cui non
si udì che il suo rantolo soffocato. Poi Silvina gli si avvicinò e gli
domandò sommessamente:
--Silvio, Silvio, di che cosa sono dunque tanto colpevole? Non ricordi
d'avermi tu stesso ordinato, quando venni a visitarti e deliravi, di non
ritornare mai più all'ospedale, finchè tu non fossi guarito?
L'anima abbuiata di Silvio si illuminò a quelle parole di un'improvvisa
luce. Sollevò il capo e rimase per qualche minuto attonito, con lo
sguardo fisso a terra. Quindi lentamente lo levò su Silvina e,
incontrati i suoi occhi pieni di umiltà e di dolcezza, le domandò:
--Io? Io te l'avevo ordinato?
Silvina assentì col capo ed egli era troppo confuso, troppo agitato per
vedere come gli occhi di lei, nel momento in cui il capo si piegava por
assentire, stornassero da lui le pupille per sfuggire alla fissità del
suo sguardo. A Silvio bastò quel breve cenno per sentirsi disarmato e
felice. Egli non ricordava nulla dei giorni del suo delirio; ma quella
spiegazione, la sola alla quale nel suo lungo fantasticare non avesse
pensato, corrispondeva indubbiamente alla verità.
--Ma come? Quando? domandò a Silvina con il viso illuminato da un
sorriso di gioia.
E allora Silvina, compiacente, gli si sedette accanto sulla sponda del
tetto, e, abbandonandogli le mani che egli incominciò a coprire di baci,
gli raccontò:
--La mattina del secondo giorno io venni a vederti. Si penò molto prima
di trovare il tuo letto, e mi fecero attraversare tante corsìe e mi
mostrarono tanti di quei disgraziati, chiedendomi sempre se eri tu, che
io cercavo. Finalmente ti trovammo. Povero piccolo! Eri quasi
irriconoscibile. Il male ti aveva deformato il viso come una maschera.
Deliravi e sembrava che nemmeno ti accorgessi della mia presenza. Io ti
chiamavo, e tu non rispondevi. Soltanto per un momento mi guardasti
sorridendo e presa la mia mano, mi dicesti:--Non ritornare più, mai più.
Questo luogo è orrendo. Non voglio che tu mi veda così. Quando starò
meglio ti manderò a chiamare. Poi chiudesti gli occhi, e ricominciasti a
vaneggiare. Allora io me ne sono andata. Avrei voluto disubbidirti, e
ritornare. Ma poi pensavo che ti sarebbe dispiaciuto, e speravo che da
un giorno all'altro mi avresti mandato a chiamare. Come ti ho aspettato,
Silvio mio! E tu? Credermi capace di dimenticare il mio Silvio? È questo
tutto il bene che mi vuoi?
Silvio se la tirò stretta stretta sul cuore e mormorò supplichevole:
--Perdonami, Silvina, perdonami... Non mi ricordavo di nulla...
E allora Silvina, continuò:
--Tu sì, mi hai abbandonata qui, sola, senza nessuno, senza danari,
senza un aiuto... Il tuo piccolo gruzzolo è finito presto. Non bastò per
tre giorni. Non hai mai pensato, tu, che io potevo morire di fame?
Credimi, Silvio, non hai sofferto tu solo. È stata una grama vita la mia
di questi giorni, e non so che cosa sarebbe avvenuto di me, se dei
vicini pietosi non mi avessero aiutato. E anche la nostra vita di tutti
questi mesi è stata una grama vita, Silvio mio! Perchè dovrei
nascondertelo? Bisogna che tu pensi ora seriamente a cambiare questo
stato di cose tanto penoso. Così, non potremo mai essere felici.
--Sì, sì, piccola santa, mormorò Silvio umiliato, questa miseria deve
finire.
Era disfatto. Si spogliò lentamente, ripetendo ogni tanto:--Deve finire,
deve finire...--e si coricò, pregando Silvina di rimboccargli bene bene
le coperte intorno al corpo, perchè lo riprendeva un gran freddo. Tutti
i dubbi, tutte l'angosce di poco fa erano svanite, ma non si sentiva
perciò meno inquieto e infelice. Ora un altro pensiero lo tormentava, un
pensiero anch'esso doloroso e assillante, ed era quello dell'indomani,
del modo come avrebbe risolto il problema della loro esistenza
quotidiana, perchè Silvina era stanca stanca di patire quella miserabile
vita, ed egli non vedeva come avrebbe potuto mutarla. Bisognava trovare
del denaro, prima ancora di pensare di trovare una qualsiasi occupazione
remunerativa. Egli stesso aveva bisogno di abiti invernali, per evitare
che, ai rigori dell'inverno, il suo corpo ora così debole ricadesse
ammalato. Silvina poi era una donna, e non poteva rinunciare a tutti i
piaceri della vita, ad ogni eleganza, ad ogni svago; ed egli invece non
era in condizione di offrirle neppure il necessario per vivere senza
soffrire mortificazioni e rinunce continue. E Silvio, fingendo di
dormire, ad occhi chiusi, cercava cercava inutilmente una via di
salvezza. Sperare in suo padre era assurdo. Sua madre, se pure lo avesse
osato, avrebbe potuto dargli ben poco aiuto. Su vere amicizie non poteva
contare. Ed egli non vedeva nulla e nessuno su cui fermarsi sia pure con
una vaga speranza. Dopo un poco udì Silvina che si spogliava, senti il
fruscio dei suoi abiti che le cadevano di dosso, il rumore dei suoi
pettini che ella posava sul cassettone, e poi un rumore più secco e
duro, che gli ricordò la collana dallo smeraldo che ella portava sempre
al collo. Un'idea strana e pericolosa si affacciò alla sua mente, che
scartò subito con indignazione. Sentì che Silvina soffiava sulla
candela, e infatti quel po' di luce debole debole, che filtrava
attraverso le sue ciglia chiuse, si spense. Sentì poi Silvina coricarsi
al suo fianco, all'altra estremità del letto, e non osò muoversi per
avvicinarsi a lei e abbracciarla. Allora quell'idea bizzarra, che gli
era nata un momento prima, ritornò a tentarlo, ed egli nuovamente la
ricacciò lontano. Cercò di distrarsi, e pensò che davvero gli fosse
tornata un po' di febbre, non solo perchè aveva le gambe gelate e il
viso in fiamme, ma per quei colori esageratamente vivaci che aveva
creduto di vedere sul volto di Silvina, quasi ella avesse gli occhi e la
bocca dipinti. Su questa immagine di Silvina la sua ragione si
ottenebrò, ed egli cadde, stanco, in un profondo sonno.
La mattina dopo si svegliò che doveva essere appena spuntato il sole.
Silvina dormiva ancora tutta rannicchiata in un angolo del letto. Silvio
la guardò muto e commosso per qualche istante, poi adagio adagio
allontanò da sè le coltri, s'infilò gli abiti, si avvicinò al
cassettone, e contemplò la collana dallo smeraldo che vi era posata
sopra. Prima di decidersi Silvio si voltò ancora una volta a guardare
Silvina addormentata, come fa il ladro il quale sa che tutto dipende
dall'attimo in cui la sua mano si muoverà per rubare. Il calmo respiro
di Silvina era come l'onda di un mare buono sotto il più costante dei
cieli. Allora Silvio aprì cautamente l'uscio e in gran fretta si
allontanò.