Quando Silvina si destò, e il giorno era già alto, vide curvo sopra di
sè il viso sorridente di Silvio che la guardava con amore fra un gran
fascio di rose bianche.
--La felicità ti accompagni sempre! le disse Silvio, poichè la vide
aprire gli occhi; e, posando accanto a lei le rose, la baciò sulla
fronte.
--Sono per me? domandò Silvina ancora mezzo assonnata.
--Per te! per te!
Silvina le odorò e, sollevandosi sul gomito, ormai completamente sveglia
guardò Silvio stupefatta. Egli indossava un soprabito di lana verde, con
colletto di pelle di lupo e risvolti di velluto nero, e in capo aveva un
berretto di lontra, nero e lucido, che gli copriva anche le orecchie.
Alle mani portava un paio di grossi guanti di lana grigia, e tutti
quegli indumenti avevano un odore di nuovo, come tutte le cose appena
uscite di bottega.
--Ti piace? le domandò Silvio, girando sui talloni perchè ella potesse
ammirare da ogni parte il suo pastrano. Quindi lo sbottonò e,
rovesciandolo, le mostrò la fodera morbida e spessa di flanella
scozzese.
--Sarà bene, disse Silvio con la più grande naturalezza, che noi
cerchiamo oggi anche per te un mantello o un soprabito caldo caldo come
questo. L'inverno di quest'anno è veramente troppo freddo, e le malattie
sono un'orrenda sciagura.
--Ma come hai potuto spendere tanto denaro? domandò Silvina
meravigliata.
Silvio le voltò le spalle e, andando verso il fondo della stanza,
rispose:
--Mi hanno pagato un debito, che un tale aveva con me.
Silvina era uscita dal letto. Silvio si levò presto di pastrano e glielo
infilò, avvolgendola tutta, che tremava seminuda, in quella lana tepida
e pesante.
--Ci stai bene? le domandò sorridendo.
E Silvina, per tutta risposta, cercò d'allungare le braccia che si
perdevano nelle immense maniche del pastrano e gliele gettò al collo,
giuliva.
--Come poco basterebbe per essere felici! esclamò tenendosi appesa al
suo collo e accarezzandolo con uno sguardo pieno di candida malizia. Mi
giuri che non mi farai più soffrire?
E Silvio glielo giurò, con un bacio. Ma mentre, scherzando, la faceva
saltare qua e là per la stanza tenendola sollevata fra le braccia come
una bambina piccina, pensava in cuor suo con tristezza che veramente di
poco si potrebbe esser felici; ma è appunto quel poco che manca sempre
alla felicità di tutti, compresi i più fortunati e i meno esigenti.
Così, senza volere, egli trascinò Silvina in prossimità del tavolo, e
vedendo quei fiori che stavano in fresco entro il secchiello di legno,
pensò che al loro posto si potevamo mettere le sue rose. Ma a metà di
questo pensiero, così semplice e naturale, un altro ne sorse che lo
colpì.
--E questi fiori, domandò a Silvina, questi fiori dove li hai presi?
Silvina aveva affondato il capo nel colletto di pelo di lupo, in modo
che non ne spuntava che un occhio. Con quell'occhio lo guardò, e rispose
inchinandosi:
--Me li ha offerti un amico...
--Un amico? chiese Silvio, corrugando la fronte. Quale amico?
--Un tuo amico, rispose Silvina, con un grande inchino, un tuo intimo
amico. Il signor principe Stanislao Stroztki!
--Stroztki? domandò ancora Silvio, questa volta senza punto corruccio. E
dove lo hai pescato?
--Veramente, rispose Silvina con voce insinuante, è il signor principe
che ha pescato me...
Silvio mosse due o tre passi per la stanza e rise allegramente.--Il
principe Stroztki, pensava, quel distinto imbecille! Guarda che strano
caso!
--Ti avrà incontrata per via! esclamò poi sicuro d'indovinare.
--No, disse Silvina, è venuto qui a cercarmi...
--E perchè? domandò Silvio.
Silvina si tuffò nuovamente nel pelo di lupo e di laggiù rispose:
--Perchè, Silvio, ti vuol tanto bene!
Allora Silvio s'intenerì. Caro amico! Forse non lo aveva apprezzato
abbastanza, in quei superficiali incontri da caffè. Ed è pur vero che
spesso gli uomini più ridicoli nascondono i cuori più generosi.
--Ah, povero principe! esclamò Silvio convinto; lo ringrazierò con tutta
l'anima mia.
Ma mentre formulava questa solenne promessa, i suoi occhi caddero sulla
mantellina di talpa grigia che stava appesa a un piolo, e ricordandosi
di averla veduta la sera innanzi sulle spalle di Silvina, si stupì di
essersela poi fino a quel momento dimenticata.
--E questa mantellina? domandò con una vaga inquietudine nella voce. È
di talpa... Dove l'hai presa?
--Oh! rispose Silvina dal vano dell'abbaino, senza staccare il viso dai
vetri, è una piccola cosa... Me l'ha prestata un'amica.
--La principessa Stroztki?--domandò Silvio con ironia.
--No, caro, rispose Silvina immobile, nessuna principessa. Un'amica mia
d'infanzia, ritrovata in questi giorni per caso.
Silvio scosse il capo e mormorò:
--Quanta gente, quanta gente nuova nella tua vita...
Allora Silvina si volse e, fissando sopra di lui uno sguardo acuto
acuto, come uno spillo, gli si avvicinò di due passi, si tolse il
pastrano e lo gettò ai suoi piedi con sgarbo.
--Ricordati, gli disse, scandendo una per una le sillabe, che senza
tutta questa gente nuova non sarei ancora qui a sopportare le tue
stupide inquisizioni. Nuove o vecchie, io sono libera di scegliere le
mie amicizie, di ricevere i fiori che m'offrono, e di portare i vestiti,
le pellicce, i cappelli che mi piacciono, e di fare e disfare il mondo
intero a modo mio... Ed ora vattene, perchè sono annoiata di te.
A viso alto, sdegnata, ella si avviò verso il cassettone. Silvio in gran
fretta, come se le parole di Silvina avessero suscitato in lui una viva
collera, s'infilò il soprabito ed uscì.
Rimasta sola Silvina indossò il migliore dei suoi vestiti, e
tranquillamente incominciò a pettinarsi. Da qualche giorno portava i
capelli annodati alti sul capo, con solo due brevi riccioli che le
ricadevano sulle tempie. Quella pettinatura le allungava graziosamente
il viso e la faceva più alta di tutta la persona. Poi si incipriò le
mani, le braccia, il collo, le gote; si tinse di nero gli occhi, di
rosso le labbra e si contemplò soddisfatta. In quel medesimo istante
alcuni colpi affrettati risonarono contro l'uscio e Soave entrò
correndo.
--Silvina, disse concitata, non ne possiamo più! Tutta la notte non ha
fatto che piangere, che smaniare. Credo che impazzirà, se tu non vieni a
calmarlo...
--Ma non lo sapete dunque, gridò Silvina, non lo sapete che Silvio è
tornato?
--Lo sappiamo, lo sappiamo, rispose Soave, e per questo appunto si
dispera così.
--E perchè si dispera? domandò Silvina. Non sapeva anche lui che quando
fosse ritornato Silvio tutto doveva finire tra noi?
Furono bussati altri colpi contro l'uscio, ed entrò correndo Odette:
--Per carità! disse ansando, non indugiate un minuto di più! Lo abbiamo
ripreso per miracolo a metà delle scale. Veniva qui correndo come un
indemoniato, e ora in quattro non riusciamo a tenerlo disteso sul letto.
--Silvina! supplicò Soave, giungendo le mani.
Allora Silvina prese una subita risoluzione, si buttò sulle spalle la
mantellina e si precipitò nel corridoio.
Soave e Odette la seguirono. Scese di corsa le scale, esse trovarono
madama Humbert sulla porta, tutta stralunata, col viso tutto in lacrime.
--Dov'è? chiese seccamente Silvina.
Madama Humbert la guidò correndo in fondo alla casa. Là, in una stanza
semibuia, disteso bocconi sul letto, con le gambe e le braccia buttate
una qua e una là, stava il principe Stroztki. Egli mordeva furiosamente
il cuscino e ruggiva come un leone. Il parrucchino gli era volato chi sa
dove, e nella penombra la sua testa tutta pelata sprigionava lampi
gialli.
--Ebbene? gridò Silvina, scuotendolo violentemente per una spalla. Che
cosa sono queste scene? Volete che io chiami Silvio, perchè veda in che
modo vi riducete voi, quando amate una donna?
--Dov'è? dov'è? rantolò il principe, sollevandosi sul letto, guardando
minaccioso tutto intorno.
Ma i suoi occhi s'incontrarono con gli occhi di Silvina, sfavillanti di
sdegno e d'ira, e subito ammutolì.
--Scende le scale, rispose Silvina, ed ora sarà qui. Se vi piace d'esser
ridicolo potete continuare a smaniare.
--Silvina, gemette il principe, mostrandole con un gesto disperato la
sua persona, vedete fino a che punto? Non sono più un uomo. Sono un
povero straccio. Silvina non mi ama più!
--Questo è delirio, disse Silvina. Silvina non vi ha mai amato.
--Ah! Silvina, gemette il principe, se lui non fosse mai ritornato, voi
sareste stata sempre mia, non m'avreste trattato così. Fino a ieri siete
stata buona con me, amorevole, piena di promesse. Mi diceste, proprio
ieri, prima di lasciarmi:--Se sarete degno di me, sarò vostra per
sempre!
--Ma oggi, disse solennemente Silvina, così come vi vedo, mi sembrate
mille volte indegno di qualunque donna.
--Silvina, Silvina, gemette il principe, come siete crudele! Perchè
indegno? Chi mi ha ridotto così? Basta una vostra parola, perchè io
ritorni quello stesso di ieri.
Silvina non parlò.
--Una piccola elemosina di speranza, supplicò il principe. Che io possa
almeno vedervi, parlarvi, adorarvi in silenzio, e attendere umilmente
che il destino vi riconduca a me...
--Se voi foste savio! esclamò Silvina. Ma insensato a questo modo?
--Savio, savio! balbettò il principe illuminandosi d'un sorriso. E in
furia si alzò, cercò di ricomporre i suoi abiti disordinati, si
precipitò allo specchio, vide la sua testa pelata, cercò affannosamente
la parrucca sopra e sotto il letto, se la calzò con destrezza dalla nuca
alla fronte, riannodò la cravatta, e così, in sembianze più umane, si
rivolse a Silvina e attese in silenzio una parola di perdono. Silvina lo
guardò dalla testa ai piedi e disse:
--Così, Stanislao, potete sperare qualche cosa da me, e non piangendo
come un bambino....
Egli le si avvicinò timido, le prese la punta di una mano e gliela
baciò.
--Grazie, disse con un sospiro, voi mi ridate la vita.
Silvina gli volse le spalle ed uscì. Ritornata nella sua stanza, si
guardò nello specchio, e rifece alcuni degli atteggiamenti corrucciati e
minacciosi che avevano atterrito il principe Stanislao. Soddisfatta
rise, e vedendo che al suo collo mancava la collana, andò a prenderla
sul cassettone dove l'aveva posata la sera innanzi, prima di coricarsi.
La cercò tra i fazzoletti e le bottiglie di profumi, sotto il cuscinetto
appuntaspilli, dietro lo specchio, nel primo, nel secondo cassetto, ma
con sua gran meraviglia non la trovò. Forse era caduta per terra. Ed
ella scostò delle sedie, rimosse un paio di vecchie pantofole,
s'inginocchiò, la cercò sotto i mobili. Ma la collana non c'era. Allora
pensò con sgomento, che, essendosela appuntata in fretta prima di uscire
dalla stanza, doveva averla perduta nel corridoio, o per le scale, o in
casa di madama Humbert, durante quella scena col principe. A precipizio
aprì l'uscio e mosse qualche passo nel corridoio. Ma il corridoio era
troppo buio perchè ella potesse vedere la collana, se proprio l'aveva
perduta in quel tratto. Allora rientrò in camera, accese la candela, e,
curva, esaminò a palmo a palmo il corridoio in tutta la sua estensione.
Ma la collana non c'era. Già presa da un principio di orgasmo, Silvina
posò la candela in un angolo e fece le scale arrestandosi ad ogni
scalino, scostando col piede i pezzi di carta che incontrava qua e là,
senza nulla trovare. Bussò con forza alla porta di madama Humbert,
dichiarò alla signora, che la guardò esterrefatta, la ragione di
quell'improvviso ritorno, e madama Humbert chiamò a gran voce Soave e
Odette che accorsero, e accorse anche il principe, e tutti in silenzio,
mentre Loreto, sul poggiolo strombettava la sua canzone:
Loreto, lo reee!
Chi l'è che passa?
Lo re che va alla cacciaaaa...
Tacca trombetta!
Trrrr...
si misero a cercare la collana per tutte le stanze attraverso le quali
era passata Silvina per giungere a quell'ultima stanza dove il principe
Stanislao era stato rinchiuso. Furono sollevati tappeti, spostati
mobili, rovesciate sedie; il letto in quella stanza fu tutto sfatto, e
le lenzuola sbattute per ogni verso, e il principe, ginocchioni, frugò
sotto tutti i mobili. Ma la collana non venne fuori.
Allora Silvina s'attaccò ad una speranza, e cioè che la collana fosse
proprio là dove l'aveva posata la sera innanzi. Risalì a salti le scale,
e preso il candeliere, che aveva posato sull'ultimo gradino, rifece il
corridoio passo passo, e mentre se ne andava così curva, scrutando il
pavimento, fu raggiunta da Silvio che rientrava in casa.
--Sai, gli disse Silvina con voce accorata, credo di aver perduta la mia
bella collana...
--La collana dello smeraldo? domandò stupito Silvio.
--La collana, la collana! ripetè Silvina irritata. Quale vuoi che sia?
Non ne ho centomila...
Il corridoio era finito. Silvina spense la candela, entrò nella stanza,
e corse nuovamente al cassettone, e ricominciò a cercare. Vana speranza!
Non c'era.
--Ma dove l'hai perduta? domandò Silvio.
--Se lo sapessi, sibilò Silvina, non farei tanta fatica a cercarla...
Di nuovo si mise in ginocchio a frugare sotto i mobili, e Silvio,
inginocchiatosi accanto a lei, la seguiva in ogni movimento, in base al
principio che quattro occhi vedono meglio di due. Poi il campo delle
ricerche si estese, e dal cassettone si passò all'armadio, tutti i
vestiti, che fortunatamente erano pochi, furono spiccati dagli
attaccapanni e agitati come bandiere. E mentre Silvio diceva:--Vedrai
che te l'hanno rubata!--Silvina rovesciò il letto, buttò all'aria
lenzuola, coperte, cuscini e materasse, e poichè ormai non c'era più
dove cercare, si lasciò cadere di traverso sul mucchio delle coltri
disfatte e ruppe in un pianto disperato. Allora Silvio, smettendo anche
lui l'inutile ricerca, andò, per consolarla, ad accarezzarle i capelli,
e, affondata una mano in una delle ampie tasche del suo pastrano nuovo,
ne trasse un cartoccio tutto fiorito e ricamato, e legato da un bel
nastro rosa; e prendendo con due dita il mento di Silvina cercò ch'ella
sollevasse il capo. E quando, dopo molte riluttanze, ella lo ebbe
sollevato, Silvio le offrì quel cartoccio profumato, dicendole:
--Ti regalerò una collana più bella di quella, con uno zaffiro
meraviglioso. Che serve ormai disperarsi? Vieni, piccina. Addolcisciti
la bocca, dopo tante lacrime amare.
Silvina, lacrimando, prese quel cartoccio e lo aprì. Vide tanti bei
canditi verdi, rossi e gialli, brillanti come pietre preziose. Allora
sollevò gli occhi su Silvio, e avrebbe voluto frugargli nell'anima. Ma
l'anima semplice di Silvio, incapace più di nascondersi, affiorò sul suo
viso in un rossore di minuto in minuto più intenso, tanto che Silvina
ebbe come in un lampo la rivelazione della verità.
--Tu! tu me l'hai presa! gridò soffocando d'ira. Tu sei stato, tu, tu,
tu...
E gettato lungi da sè il cartoccio dei canditi, che rotolarono qua e là
come tante pallottole colorate di vetro, si scagliò su di lui e lo
tempestò rabbiosamente di pugni.