Ad un angolo di strada, in un giardino tutto di palme incappucciate,
Silvina vide una serra piena di fiori, e comprò un gran mazzo di rose
rosse, che sembravano sbocciate allora nel più tepido sole di maggio.
Stringendosi al seno quelle rose, tutta così stupendamente fiorita,
attraversò mezza città, salì le scale della sua casa, ed entrò in quella
stanza dalla quale la sera innanzi era uscita tremando. Quantunque per
l'abbaino piovesse un po' di sole, quella stanza non le sembrò meno
squallida. Ma il color vivo delle rose riscaldò con i vaghi riflessi di
una aurora il candore nudo di quei muri.
Poco dopo la porta lentamente si socchiuse, e Silvina, sorpresa e
intimidita, vide apparire fra i due battenti la faccia gialliccia dello
zio Stanislao. Senza attendere un suo invito, egli si fece avanti a
piccoli passi di danza, e, baciandole umilmente la mano, le domandò:
--Mi perdonate, signora?
Il tono della sua voce era così dimesso, i suoi modi così modesti, che
Silvina non potè fare a meno di perdonarlo con un breve sorriso. Gli
indicò una sedia, ed egli subito pronto a quel gesto si sedette, mentre
Silvina, sedutasi dinnanzi a lui, lo contemplava con uno sguardo pieno
di studiata indifferenza, così freddo ed estraneo che il poveretto si
sentì d'un tratto mancare la voce.
--Signora, disse alfine, balbettando, vi chiedo scusa se ho osato salire
quassù senza il vostro permesso. Ma Silvio non vi parlò mai del principe
Stroztki, suo amico?
S'interruppe, e poichè Silvina ebbe assentito con un lieve cenno del
capo, s'inchinò e soggiunse:
--Il principe Stroztki sono io...
Pronunciate queste parole, egli abbassò gli occhi modestamente ed
attese. Silvina ricordava benissimo quel nome, e ciò che Silvio le aveva
detto di lui, e cioè che, avendola ammirata all'Alhambra, l'aveva
paragonata ad una viola mammola. Ma dovette compiere uno sforzo per
scartare l'immagine dello zio Stanislao, che fino a quell'istante ella
aveva considerato con un senso di invincibile ironia, e sostituirla con
l'immagine ben altrimenti rispettabile e interessante di un principe.
Silvina aveva scoperto allora allora il trucco del parrucchino nero che
stava leggiadramente posato sulla fronte di Stanislao, e pensava di
vedere la sua testa brillare d'un tratto denudata da un colpo di vento;
la sua testa tutta pelata, che doveva essere tonda gialla e liscia come
il suo viso. Non s'era mai incontrata con un uomo simile, che non avesse
un pelo in faccia, così irrimediabilmente calvo, nonostante quella
perfetta parrucca, e così giallo da non parer fatto di carne, ma
impastato di una carta pesta ingiallita. Poteva avere qualunque età, fra
i trenta e i sessanta anni; eppure, piuttosto che d'un vecchio, aveva
l'aspetto di un uomo non finito, d'un burattino al quale, passata sul
viso una prima mano di vernice e incollata in fretta sul tondo della
zucca una parrucchetta di peli neri, senza appiccicargli nè
sopracciglia, nè ciglia, nè baffi, nè barba, e dare alle sue labbra e ai
suoi pomelli una spennellata di rosso carnicino, fosse stato mandato per
il mondo, a vivere in compagnia d'altri burattini tutti rifiniti per
bene. Il sarto, sì, aveva compiuto perfettamente l'opera sua, vestendolo
con abiti di un taglio, come si dice, irreprensibile e secondo l'ultimo
figurino; alti colletti a pizzi rotondi, cravatta di seta colorata,
biancheria finissima immacolata di seta, tutto tirato a lucido, e infine
scarpine con tomaie di pelle di un delicato color tortora, che
stringevano il suo piede sottile e lungo come in un guanto. Ma una volta
scoperto che quel burattino era un principe, bisognava riconoscere che
non sarebbe sembrato un vero principe se non avesse avuto quell'aspetto
di burattino. Gli antichi videro metamorfosi ben più stupefacenti di
questa. E se Mirra potè mutarsi in pianta, e Nictimene in gufo, e Niobe
in roccia, a maggior ragione potè lo zio Stanislao, agli occhi di
Silvina, mutarsi in un principe, la cui calvizie altro non fosse se non
un indizio dell'antichità della razza, stanca ormai di produrre tanti
principi polacchi tutti adorni delle più sontuose zazzere d'Europa.
Mentre in Silvina avveniva una così ardua revisione della sua persona
ridicola, il principe Stanislao pensò che fosse inutile procrastinare di
qualche minuto ancora il momento in cui, divenuto insostenibile quel
silenzio che durava già troppo tempo, egli avrebbe dovuto in ogni modo
parlare, confessando a Silvina la segreta ragione di quella visita. Egli
dunque chiamò a raccolta tutti i suoi spiriti coraggiosi, e composto il
gesto in una specie di ieratica immobilità, abbassò il capo per non
vedere come Silvina avrebbe accolto le sue parole. Quindi con voce
velata di commozione disse:
--Silvina, sono venuto per confidarvi un segreto: un segreto così grave,
che da esso dipende tutta la mia vita. Se sentiste, Silvina, (e si
premette una mano sul cuore) come il mio cuore batte in questo istante,
sono certo che credereste subito a quanto sto per dirvi, senza dubitare
mai mai che io possa fingere o mentire. Così come mi vedete, non più
giovinetto, ho ancora l'anima semplice d'un fanciullo. Sì, ho anch'io
vissuto intensamente, ho amato e sono stato amato, ho viaggiato molto,
e, frequentando uomini e donne d'ogni razza, posso dire d'avere più
d'ogni altro un'esperienza assai estesa del mondo. Ma io vengo da un
paese freddo, dove l'ingenuità è degli uomini oltre che dei fanciulli, e
perciò ancora oggi soffro di una ingenuità quasi infantile. La mia prima
giovinezza trascorse tutta tra severe regole, nell'isolamento assoluto
di un vecchio e tetro castello lituano. La solitudine di quegli anni
influisce ancora su molti lati del mio carattere. In ogni caso io sono
incapace di mentire, così come sono incapace di nascondere i palpiti del
mio cuore; e quando il mio cuore parla, sono incapace di tacere. Mi
promettete almeno, Silvina, di ascoltarmi con benevolenza, e di
giudicare poi non tanto le mie parole, quanto le mie intenzioni? Sì,
Silvina, soggiunse con un tono di voce più bassa, ciò che io sto per
dirvi è molto grave. Tutto dipende da voi...
Silvina, senza distrarsi dallo studio accurato della persona del
principe, lo ascoltava con un vago senso di noia. Ma a quel mutamento di
voce, che egli fece improvvisamente, ebbe un breve palpito di paura e
domandò:
--È di Silvio che volete parlare?
Il principe scosse il capo negando e sorrise con malinconia.
--No, Silvina, soggiunse, io non debbo darvi nessuna grave notizia di
Silvio. Spero che Silvio non corra nessun pericolo, ma non senza dolore
vedo ora come voi lo amiate. Forse sarebbe più prudente per me che io
rinunciassi senz'altro a parlarvi... Forse commetto una pazzia, giuoco
disperatamente la mia felicità. Ma come potrei ora andarmene, senza
sembrare ai vostri occhi il più ridicolo degli uomini? Ascoltatemi,
dunque, e siate buona con me. Dovete sapere, Silvina, che da quella
sera, in cui vi vidi per la prima volta all'Alhambra, la vostra immagine
non mi ha più abbandonato. Considerate fino a che punto la nostra
felicità sia alla mercè del caso! Chi può non credere alla fatalità?
Mille volte, incontrando una donna non mai veduta prima in nessun luogo,
ho esclamato:--È lei, è lei quella che ho sempre sognato d'amare! La
sola che potrebbe rendermi felice! Ma, dopo averla ammirata per tutta
una sera, dopo aver costruito progetti su progetti, fantasticando di
tutto il mio avvenire, quella donna, com'era apparsa improvvisamente sul
mio cammino, così improvvisamente scompariva, e per quanto cercassi, non
riuscivo più a rintracciarla. Sempre, sempre, tutte sono scomparse, come
se il destino, dopo avermele spinte incontro per tentarmi con la loro
presenza, poi subito se le riprendesse, riportandole via, lontano da me,
per modo che io non potessi mai più rivederle. Debbo dirvi, Silvina, che
ho temuto anche per voi la stessa sorte? Quando interrogai Silvio ed
egli mi disse:--È mia moglie...--sentii che la sua gelosia avrebbe
provveduto a tenermi lontano da voi forse anche più di quanto non avesse
fatto il destino per tutte le altre; e rassegnato rinunciai ad ogni mia
speranza. Ma, ieri sera, incontrandovi inaspettatamente una seconda
volta, pensai (debbo confessarlo, Silvina?), che io avevo disperato del
destino forse nel momento stesso in cui era pronto a soccorrermi...
Il principe parlava con voce uguale, commossa. Silvina pensava:--Come è
lungo! E per quanto non tradisse alcun pensiero, era impaziente e
curiosa di giungere alla conclusione.
--Mi ascoltate, Silvina? domandò il principe ad un tratto.
Ella accennò di sì, e il principe continuò:
--Da principio credetti di essermi ingannato. Come potevate essere voi,
proprio voi, in quella casa? Quelle ragazze mi chiamano lo zio
Stanislao, perchè io le tratto con confidenza, come un vecchio amico. Ma
non giudicatemi male, Silvina. Io sono un uomo debole, ma non un
libertino. Cerco di sfuggire allo spleen unendomi a qualche allegra
compagnia, senza per questo abbandonarmi al vizio. Del resto ognuno
prende un'ora di spensierato oblio, un attimo di piacere, là dove li
trova. Da questo lato la casa di madama Humbert è migliore di tante
altre. Ma voi? Eppure, passato il primo momento di dubbio, ebbi la
certezza di non avervi confusa con nessun'altra donna. No. Eravate voi,
proprio voi, seduta in quella poltrona rossa, in compagnia di Odette e
di Manon, di Mimì, di Soave. E Silvio? Ammalato. E voi? Sola. Lo
credete? Rimasi così profondamente turbato da questo incontro che quando
Odette volle trascinarmi nell'altra stanza perchè l'accompagnassi al
piano, non ebbi la forza di rifiutarmi. Così, mentre non avrei mai più
voluto allontanarmi da voi, fui costretto a rimanervi tutta la sera
lontano. Ma quali sofferenze, dopo! Una voce interna mi diceva:--Meglio
così, Stanislao, meglio averla sfuggita! E un'altra voce diceva:--Vile,
vile! Odette ha potuto separarti da lei ancora una volta. Tu perderai
anche questa, e poi incolperai il destino di non averti aiutato.
Vergognati, Stanislao! E allora io riconobbi in questa seconda voce la
vera voce del mio cuore, la voce dell'anima mia...
Giunto a questo punto critico del suo discorso, egli si arrestò
impaurito dal pensiero che oramai non era più possibile divagare ancora.
Levando per un attimo gli occhi su Silvina, la vide, rannuvolata, posare
su di lui uno sguardo freddo ed ironico. Il suo silenzio e la sua
immobilità lo spaventarono, ma pensò che gli era ormai impossibile
indietreggiare. Allora, come uno che, dopo essersi tenuto per lungo
tempo con inauditi sforzi in equilibrio sull'orlo di un precipizio, d'un
tratto disperatamente si abbandona, il principe chiuse gli occhi e
disse:
--Per aver ubbidito a quella voce, Silvina, io mi trovo ora qui,
dinnanzi a voi. Credete che non veda come la mia situazione sia piena di
pericoli, nello stesso tempo dolorosa e ridicola? Ebbene, ora vi
domando:--Silvina, siete veramente la moglie di Silvio? Siete almeno la
sua fidanzata? E se non siete nè moglie nè fidanzata, è vero che amate
Silvio teneramente? E se neppure lo amate con passione, lo amate almeno
per capriccio? E se questo capriccio fosse finito, permettereste ad un
altr'uomo di occupare un posto nel vostro cuore? Pensate, Silvina,
pensate quanto questa vita sia indegna di voi! (e con un gesto egli
abbracciò la miseria di quella stanza). La vostra bellezza esige ben
altra cornice. Voi potete avere tutto ciò che desiderate da un uomo che
vi adora...
Pronunciando con forza queste parole, il principe Stanislao cadde in
ginocchio ai piedi di Silvina. Ma prima che egli avesse toccato terra,
Silvina s'era alzata, e saettava sulla sua testa prona i fulmini di uno
sdegno che le riempiva gli occhi di lampi. Egli udì la sua voce
sarcastica che diceva:
--Perchè Silvio non è qui per rispondervi?
Poi udì il suono di un riso beffardo, e la voce di Silvina che diceva:
--Alzatevi! Siete un principe, voi?
Ma quand'egli infine si decise a sollevare il capo per alzarsi in piedi,
vide che Silvina non rideva più.
--Ciò che mi proponete è infame!--esclamò Silvina con voce rotta
dall'affanno. E balbettando:--Uscite! uscite! si abbattè sulla sedia e,
nascosto il viso, scoppiò in un tumulto di lacrime.
Il principe Stanislao scosse desolato il capo.
--Silvina, Silvina, sospirò, voi non mi avete compreso...
Poi, tesa timidamente la mano, le sfiorò il capo con una lieve carezza.
--Addio, disse. Ricordatevi... in ogni circostanza della vita... potete
contare... su me...
E in punta di piedi, senza più voltarsi indietro, se ne andò.
Non appena egli ebbe varcata la soglia dell'uscio, Silvina raddrizzò il
capo, e rise da sola, a lungo. Il suo viso non aveva traccia di lacrime.
Le sue ciglia erano perfettamente asciutte. Quindi si alzò, andò a
vedere nello specchio se quella scena di finta disperazione, che ella
aveva recitata come nei vecchi drammi, le avesse sciupato il contorno
rosso delle labbra, il contorno nero degli occhi. Ma, la sera, prima di
addormentarsi col capo dolcemente posato sul suo seno, Soave le disse:
--Come sei fortunata tu, Silvina. C'è Odette che aspetta da un anno che
lo zio Stanislao la prenda con sè. Non sai quanto è ricco? Avresti
carrozza, cavalli, servitori, una bellissima casa con tutti i mobili
nuovi, dove potresti dare dei gran pranzi... Vestiti, pellicce,
gioielli, quanti tu ne volessi... E poi chi ti impedirebbe di sceglierti
un bel ragazzo, magari di tenerti Silvio, se preferisci per forza un
uomo alla tua piccola Soave? Lo zio Stanislao è brutto, ma il mondo è
pieno di bei giovani, anche più belli di Silvio. E tu hai rifiutato?
Soltanto Odette può ringraziarti. Povera Odette! Ha già più di
trent'anni...