IV.

Queste e molte altre cose io dovetti fantasticare e a lungo, poichè la

strada era ritornata silenziosa. Soltanto pochi lumi superstiti davano

ormai gli ultimi loro guizzi rossi bianchi o verdi, ed io me ne stavo

ancora là con quella lettera tra le mani, senza aver nulla deciso. Da un

pezzo avevo udito mio padre dare il catenaccio alla porta, poi salire le

scale col suo passo pesante e cadenzato; la sua voce aveva risonato nel

corridoio e poi s'era allontanata a poco a poco verso l'altra estremità

della casa. Mia madre anche s'era ritirata nella sua camera, dove di

quando in quando l'udivo ancora muoversi, aprire e chiudere mobili:

segno che aveva allora finito di riepilogare con Marta, la nostra

vecchia serva, i conti della giornata, e ora si preparava a coricarsi.

Marta, con i suoi zoccoli di legno, che destavano echi sordi per tutta

la casa, aveva sceso e salito due o tre volte la scala, riempito d'acqua

le brocche, raccolte tutte le scarpe dinnanzi agli usci, e poi se ne era

andata a dormire. A vegliare il ferito avevano lasciato Battista, perchè

a lunghi intervalli lo sentivo tossire nella stanza vicina. Mi riscossi

e m'affacciai un momento alla finestra. La finestra di Silvina era buia

e chiusa. Poi spensi il lume e la luce bianca della luna inondò la mia

stanza.

Aperto adagio adagio l'uscio, mi bastò di fare un passo nel corridoio

per vedere il raggio di luce che spartiva l'uscio socchiuso della stanza

dove riposava Silvio, e Battista vegliava. Ma occorse un minuto di più

perchè i miei occhi, non ancora abituati al buio, scoprissero contro

quella fessura illuminata il contorno appena distinto di un'ombra.

L'imposta lentamente lentamente s'apriva, e quindi lo spiraglio

illuminato s'andava allargando a poco a poco, ed anche la striscia di

luce gialla sul pavimento s'allargava e s'allungava nel buio. E quando

fu larga quanto una mano, allora, nella penombra pallidissima che si

diffuse intorno a quella striscia di luce, senza stupore, come se avessi

saputo di trovarla là in quel momento, riconobbi Silvina. Silvina! Era

scalza, ma vestita e pettinata come in pieno giorno. Con il viso

appoggiato contro il battente, ella guardava nella stanza illuminata, e

fra lei e il letto doveva levarsi qualche ostacolo opaco, perchè, per

vedere, ella doveva allungare il collo ed alzarsi sulla punta dei piedi.

Finalmente sospirò e rimase un buon tratto senza muoversi. Poi si staccò

un poco dall'uscio, si piegò sulle ginocchia e incominciò a cercare

qualche cosa per terra, aguzzando gli occhi e spazzando il pavimento con

le mani. Fu allora che, nel voltarsi, ella vide la mia ombra nel buio.

Vide la mia ombra e si alzò in piedi di scatto.

--Ah, sei tu? mormorò con accento irato. Che cosa vuoi da me? Perchè mi

spii?

Non si muoveva Silvina. Non cercava di fuggire. Poichè volgeva le spalle

alla poca luce della fessura, il suo viso era completamente buio. Ma io

sentivo su di me i suoi occhi pieni d'odio, che mi guardavano

dall'ombra.

--Andiamo! dissi. Non facciamo troppo chiasso qui. Vieni nella mia

stanza. Ti debbo parlare...

La presi per un braccio e la trascinai. Chiusi la porta, e la costrinsi

a sedere sul mio letto. Poi, rimanendo in piedi dinnanzi a lei e

guardandola fissamente:

--Silvina! Silvina! esclamai, quale pazzia è la tua? Non pensi al babbo,

non pensi alla mamma, che avrebbero potuto sorprenderti? Non pensi che

Battista, un servitore, avrebbe potuto uscire improvvisamente da quella

stanza e trovarti là, scalza, dietro la porta, a spiare? Che cosa

avrebbe pensato di te? Ah! tu sei una bambina, una vera bambina!

Rispondimi: che cosa facevi là a quest'ora, mentre tutti dormono? Che

cosa cercavi per terra, dietro quell'uscio?

--Tutti dormono! rispose Silvina. Ma tu no, tu non dormi!...

E sorrise maligna, guardandomi con disprezzo.

--Ah! se tu sapessi, esclamai, se tu sapessi perchè non dormo! Non

sorridere così, Silvina! Non guardarmi con questi occhi cattivi! Che

cosa sono io per te? Nulla? Assolutamente nulla? Non sono forse Paris,

tuo fratello?

--Mio fratello! disse Silvina. Questa sera, questa sera per la prima

volta, ti ricordi d'essere mio fratello! Ma poi, soggiunse dopo una

breve pausa e alzandosi in piedi d'un tratto, che importa a me che tu

sia mio fratello? Lasciami andare via di qui. Io non debbo a te nessuna

spiegazione: nessuna!

Fece un passo verso l'uscio. Ma io mi posi fra lei e l'uscio, e la

supplicai:

--Silvina, Silvina, ascoltami! Ti parlo così perchè debbo parlarti così.

Non sei che una bambina, eppure non hai fiducia che in te sola. Dimmi,

per carità: chi è questo Silvio? Chi è questo Silvio per te?

--Silvio? domandò Silvina con voce piena di stupore. Quale Silvio?

--Ma Silvio, Silvio! esclamai, quel giovane che è di là ferito! Silvio!

Di chi vuoi che parli, se non di quel giovane?

--Credo che tu sia pazzo! disse Silvina con accento compassionevole.

Come vuoi che sappia che si chiama Silvio? E che ho da fare io con quel

giovane?

--E allora che cosa stavi cercando per terra dinnanzi a quell'uscio,

continuai,--e parlando accesi il lume,--che cosa stavi cercando? Non

cercavi forse questa lettera--e le mostrai la lettera agitandola per

ogni verso sotto il suo viso--questa lettera che tu hai perduto, oggi,

rientrando in casa, quando eri mezzo svenuta?

Il viso di Silvina si dipinse di meraviglia. Ella guardò la lettera,

guardò me, poi di nuovo la lettera, poi levò gli occhi al cielo, e,

giungendo le mani, esclamò con un profondo sospiro:

--Credo davvero davvero che tu sia impazzito!

E allora mi guardò con ironia e si mise a ridere, e incominciò a dar

segni di viva impazienza.

--Dunque, domandai, dunque questa lettera tu non l'hai mai veduta? Non

sai che cosa ci sia scritto qui! Non ne sai assolutamente nulla!

Silvina si strinse nelle spalle e scrollò il capo.

--Allora, esclamai, quando è così, prendila e leggi!

Silvina esitò un momento, poi con un gesto molto indifferente, anzi

pieno di degnazione per me, prese la lettera che le porgevo e incominciò

a scorrerla. Arrivò presto in fondo, e il suo viso non si scompose, non

ebbe il più lieve moto nè di stupore, nè di contrarietà. Soltanto,

quando ebbe finito, inarcò le labbra con disprezzo e mi restituì la

lettera senza parlare.

--E ora, le domandai, neppure ora hai nulla da dire?

--Sì, rispose, ora ho qualche cosa da dire. Dico che siete tutti idioti

allo stesso modo, voi uomini!

Abbassai il capo e mossi qualche passo per la stanza. Incominciai a

dubitare allora che Silvina non avesse davvero mai veduta quella lettera

e che Silvio le fosse del tutto indifferente. Forse non era andata se

non spinta da un'innocente curiosità, chi sa per quale capriccio, a

spiare all'uscio della stanza di Silvio; ma Silvio non le aveva ispirato

nessun sentimento di simpatia, ed ella ignorava persino che fosse

innamorato di lei. Chi può scrutare nel cuore d'una fanciulla? Chi può

indovinare fino a che punto arrivi l'ingenuità di una fanciulla, che

dovrebbe essere tutto candore, tutta innocenza, e fino a che punto una

fanciulla possa mentire, fino a che punto sappia fingere?

--Silvina, le dissi con dolcezza, tu non sai, non hai mai voluto sapere

il bene che io ti voglio. Ma credimi: tu non hai e non avrai nella vita

un amico più sincero, più fedele di me. Io ti amo teneramente, perchè

sei la mia piccola sorella, perchè sei Silvina nostra; sei la più

piccina, la più giovane. Se tu fossi in pericolo, io mi ucciderei per

salvarti. Ora, ti supplico, sii sincera con me: non mi nascondi nulla?

Non c'è assolutamente nulla fra te e quel giovane? Se sapessi a che cosa

ci conducono talvolta i nostri sentimenti! Tutto ci sembra bello, buono,

desiderabile, innocente. Ci lasciamo andare. Le illusioni ci

trasportano. La prima mano che ci viene tesa, noi siamo sempre pronti a

stringerla con effusione, a riconoscere una mano amica, una mano

fraterna. Poi le illusioni crollano, e la realtà è ben triste. Tu

potresti anche amare Silvio. Dopo tutto è un bel ragazzo, punto volgare;

i sentimenti che egli esprime in questa lettera sono nobili, sebbene

piuttosto vaghi, e romantici; a vederlo sembra un ragazzo di buona

condizione, un signore, e potrebbe anche offrire ad una ragazza come te

una vita agiata e felice. Ma che cosa ne sappiamo noi? Chi è, chi sarà

poi questo Silvio?

Silvina, mentre io parlavo, era tutta intenta a intrecciare il nodo

della sua cintura. Lo faceva e rifaceva continuamente, e sembrava, più

che indifferente, estranea, alle mie parole.

--Tutte le tue supposizioni, disse poi tranquillamente, senza

interrompere il lavoro delle sue dita, senza alzare gli occhi su me,

sono inutili. Sia chi vuole. A me non importa.

Il fiocco della cintura era ben fatto, ed ella si alzò, e andò dinnanzi

allo specchio a rimirarsi. Con piccoli tocchi delle dita, leggieri,

aggraziati, precisi, ne volle perfezionare ancora la forma che era già

abbastanza perfetta. Si specchiò di fronte, di fianco, di schiena, e

specchiandosi disse:

--Io vi trovo semplicemente ridicoli, tutti e due: tu con i tuoi dubbi,

lui con le sue dichiarazioni. Non ho bisogno di nessuno, io; nè di

protettori, nè di innamorati. L'uomo che deve piacere a me non è forse

nato ancora. Se dovessi innamorarmi di tutti quelli che mi guardano, ah!

ah! Paris, credimi: dovrei esser morta già mille volte trafitta da mille

occhiate!

Pronunciate queste parole Silvina si staccò dallo specchio, e senza

neppure voltarsi a guardarmi, uscì dalla mia camera e si rinchiuse nella

sua con due giri di chiave. Io rimasi un momento perplesso a guardare

l'uscio per il quale se ne era andata, silenziosa a piedi scalzi; poi

feci la lettera in mille pezzi e li gettai dalla finestra. Che infinito

silenzio! Che infinito spazio! Poveri noi, piccoli uomini, fratelli,

sorelle, amanti, gelosie, litigi, contrarietà, delusioni, attaccamento

alle cose d'ogni giorno, limitazioni, divieti, paura della vita! Silvina

nel vano della sua finestra, alla luce della luna, stava sciogliendo le

sue trecce bionde, che a quel lume pallido eran d'oro pallido.

--Silvina, dissi sottovoce, ma abbastanza forte per essere udito da lei,

guarda che meravigliosa notte, quale divina gioia sarebbe morire! Ma tu

vivi, vivi felice, Silvina! Sii altrimenti felice!

Silvina ripiegò indietro il capo e i capelli le caddero sulle spalle;

scrollò il capo e i capelli sciolti si agitarono e si sparpagliarono

sulle sue spalle, circondandole il viso d'un nembo d'oro.

--Silvina! Silvina! esclamai, difendi la tua giovinezza, salva la tua

innocenza! Perduti questi beni, notti simili a questa non se ne godono

più con gioia...

Silvina chiuse le persiane, e scomparve. Fui riscosso dal passo di

Battista nella stanza dell'ammalato. Lasciai la finestra e andai a

vedere che cosa faceva Battista. Egli era curvo sul capezzale di Silvio,

e versava dell'acqua in un bicchiere.

--Non si agiti così, diceva, le farà male. Beva piuttosto un sorso

d'acqua, e cerchi di riposare ancora.

Ma egli non vedeva che Silvio, quantunque avesse gli occhi aperti, non

era sveglio, e non comprendeva le sue parole, e forse nemmeno le udiva.

I suoi occhi erano dilatati nel delirio; parole rotte e sconnesse

uscivano dalla sua bocca. Erano:

--Amore... giuro sulla vita... vi ucciderò... fuggite fuggite...

Ad un tratto udii, udii distintamente che, come in un sospiro, disse:

--Silvina....

Il perduto amore · 第 26 / 53 题