III.

Io ritornai a sedermi dinnanzi alla porta, sotto il glicine, ma il mio

pensiero non poteva distaccarsi da quel giovane che ora riposava sotto

il mio tetto, dopo essere scampato miracolosamente alla morte. Lo

rivedevo, con un brivido, disteso sulle pietre nude del fiume, mentre il

suo irlandese impazzito caracollava solo per la campagna. La sua fronte

macchiata di sangue riappariva continuamente, rossa, dinnanzi ai miei

occhi. Allora non c'era stata ancora la guerra, e nessuno di noi aveva

imparato a considerare con rassegnazione prima, poi con indifferenza le

più crudeli immagini della morte, a pesare il dolore sul palmo della

mano, come fa Amleto con il teschio di Yorik. Io ragionavo fra me della

sorte che ci incombe, e come essa colpisca sempre con rapidità fulminea:

improvvisa e inevitabile. Poi ragionavo anche del fatto che la morte

sarebbe poca cosa, e forse per nulla orribile, se ad essa

sopravvivessero le passioni dell'uomo; le sue speranze, i suoi sogni,

cioè il suo spirito, il suo pensiero, la sua volontà, e tutto ciò fosse

sensibile ancora e vitale dopo la morte.

Poi rivedevo Silvina, e veramente un'immagine fino allora sconosciuta di

Silvina, allorchè s'era abbattuta fra le mie braccia tremante, pallida,

e avevo sentito quanto fosse lieve il peso del suo corpicino, quanto

fosse fragile la sua volontà che per la prima volta l'abbandonava, quel

dominio di sè medesima che io non le avevo mai veduto smarrire, neppure

per un istante, prima d'allora. Ma in quel momento il suo orgoglio

l'aveva abbandonata d'un tratto. Aveva parlato con voce supplichevole,

guardato me con tenerezza, atterrita per quel poco sangue che aveva

rigato di rosso la fronte d'uno sconosciuto. Mentre correva tenendo le

mani premute sul cuore, in quell'atteggiamento così doloroso e

appassionato, il suo bell'abito scuro si agitava leggiero intorno alle

sue gambe. Eppure ella aveva perduta ogni leggerezza, e quella corsa non

somigliava affatto ad un volo.

Quest'immagine nuova di Silvina io l'accarezzavo struggendomi di

tenerezza per lei, abbandonandomi a un senso vago di felicità, come se

mi si fossero aperte improvvisamente le porte del suo cuore, che erano

prima chiuse per me come per tutti gli altri. Ma nello stesso tempo io

pensavo con tristezza che, purtroppo, se soltanto avessi tentato allora

di avvicinarmi a lei con una carezza, chiedendole, in nome di quel

momento di debolezza, di accogliermi nella sua intimità con amore, con

confidenza di sorella, ella, ormai ridivenuta la Silvina d'ogni giorno,

certamente mi avrebbe respinto con un sorriso ironico, forse anche con

parole umilianti. E forse, adirata contro sè stessa per quello

smarrimento d'un attimo, se ne sarebbe vendicata con crudeltà sopra di

me, innocente.

Mi stupivano gli occhi delle ragazze che, passandomi dinnanzi a gruppi

nella strada affollata, mi guardavano sorridendo. Mi stupivano i ragazzi

che, vedendomi assorto, mi saettavano nelle orecchie le loro lingue

sibilanti di carta, e poichè nè mi muovevo, nè mi mostravo adirato, nè

li guardavo, non la finivano più, eccitati dalla mia indifferenza. Come

la vita doveva essere facile per tutti, in quella sera di festa! Forse

Silvina stessa, nascosta come sempre dietro le persiane della sua

finestra, guardava curiosamente la gente passare, obliosa ormai delle

lacrime di poco fa.

Presi la mia sedia e rientrai in casa. Senza salutare nessuno, posando

appena un bacio silenzioso sulla fronte di mia madre, salii le scale, e,

affacciatomi un momento alla stanza dove il ferito riposava, vidi al

lume giallo di una veilleuse il suo respiro calmo nel sonno. Appunto nel

corridoio, tra la sua stanza e la mia, raccolsi quel foglietto di carta

ripiegato nel quale lessi la seguente lettera:

«Piccola prigioniera,

«io non sono che uno sconosciuto per voi: ho un nome oscuro e nessun

potere in questo mondo, fuorchè quello della mia libertà. Questa libertà

è tuttavia un potere estremamente incerto; ed io stesso non so come

esercitarlo.

«Voi mi vedete passare ogni sera dinnanzi alla vostra casa ed io guardo

su, dove siete quasi sempre affacciata. Avrete notato che spesso, per

indugiare un istante sotto le vostre finestre, strappo un fiore o una

foglia ai festoni di glicine che ricadono dalla veranda. Allora, mentre

i miei occhi possono posarsi un poco più a lungo sulla vostra persona,

penso che forse per voi la libertà è un sogno, e che a chi ve la

offrisse in dono, la libertà, forse sapreste insegnare in che modo

goderne.

«Vorrei chiedervi: c'è qualche cosa che veramente vi seduce oltre il

limite della vostra vita presente? Chi fosse pronto a condurvi lontano,

nel vasto mondo, lo accettereste voi per compagno? E sapreste trovare

per questo compagno di libertà tanta luce per guardarlo con amore?

Curiose domande, lo so bene, con le quali rischio di perdervi per

sempre, voi che già mi siete più cara della vita! Ma se le mie parole

non vi sembrano vane, abbiate la bontà di portare un fiore rosso alla

cintura, ritornando domani in quello stesso luogo dove il caso vorrà che

io possa lasciar cadere ai vostri piedi questa mia prima lettera.

_Silvio_».

Questa lettera non portava data alcuna. Io m'era chiuso in camera mia,

e, lette le ultime parole, caddi in uno stato di meditazione fantastica

dalla quale non mi riebbi che molto tempo dopo.--E ora, pensai

ripiegando quel foglio, che cosa debbo fare? Chi ha smarrito questa

lettera? Silvio o Silvina? E pensai:--Oggi non le ho veduto nessun fiore

rosso alla cintura.

Procedevo senza logica, con ragionamenti saltuari, perchè la commozione

era così grande in me che io non sapevo dare un ordine ai

miei pensieri. Se mi fossi abbandonato al mio cuore avrei pianto

dirottamente.--Innamorata, pensavo, lei, Silvina! Uno che passa potrà

dunque portarsela via, lei così debole, piccola creatura capricciosa che

si crede tanto forte! Uno qualunque, soltanto perchè veste con eleganza,

e cavalca un bel cavallo irlandese, e ha un viso pallido e riccioli

neri, potrà portarsela chi sa dove lontano di qui. E lei che non guarda

con amore nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno me che l'adoro, nemmeno suo

padre che si farebbe uccidere per lei, guarderà con amore lui solo,

questo sconosciuto, questo vagheggino che non è nulla per nessuno, che

non sarà mai nulla per noi! Gualcii rabbiosamente la lettera che tenevo

ripiegata fra le mani e gridai:--Stupida lettera, piena soltanto di

sciocche frasi, di lusinghe ridicole! Maledetta! Dovevo proprio io

raccoglierti! Dovevi cadere nelle mie mani! Poi pensavo che forse il

caso non era stato tanto infame, perchè meglio nelle mie mani, quella

lettera, che nelle mani di mia madre, o nelle mani di mio padre, o di

qualunque delle mie sorelle. Infine mi fermai su questa vaga speranza:

che essa fosse caduta dagli abiti di Silvio mentre lo trasportavano e

che Silvina non ne sapesse assolutamente nulla.

Allora considerai con più benevolenza quel giovane e anche con una

leggera punta d'ironia, perchè pensai:--Eccoci tutti uguali, noi di

questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni

dalle minime cose! Che cosa spera costui da Silvina? Si offre come un

salvatore, ma chiede aiuto. A chi? A Silvina. E perchè? Perchè lo ha

guardato con quei suoi occhi gelidi, con cui guarda tutte le cose. Il

mondo non gli sembrava abbastanza vasto per i suoi sogni ambiziosi, e

d'un tratto ha scoperto che questo mondo immenso e piccolissimo è tutto

in suo potere, di lei quando si degnerà di sorridere. Stupido ragazzo!

Se tu avessi sofferto come me, e sperimentato come me il sorriso d'una

donna, che specie di felicità s'irradi da due occhi che ti guardano con

amore, altro che fidarti nell'aiuto di Silvina! Povera piccola! Così

stupida, in fondo, anche lei! Silvina! In fondo, nemmeno una donna...

Il perduto amore · 第 25 / 53 题