Io ritornai a sedermi dinnanzi alla porta, sotto il glicine, ma il mio
pensiero non poteva distaccarsi da quel giovane che ora riposava sotto
il mio tetto, dopo essere scampato miracolosamente alla morte. Lo
rivedevo, con un brivido, disteso sulle pietre nude del fiume, mentre il
suo irlandese impazzito caracollava solo per la campagna. La sua fronte
macchiata di sangue riappariva continuamente, rossa, dinnanzi ai miei
occhi. Allora non c'era stata ancora la guerra, e nessuno di noi aveva
imparato a considerare con rassegnazione prima, poi con indifferenza le
più crudeli immagini della morte, a pesare il dolore sul palmo della
mano, come fa Amleto con il teschio di Yorik. Io ragionavo fra me della
sorte che ci incombe, e come essa colpisca sempre con rapidità fulminea:
improvvisa e inevitabile. Poi ragionavo anche del fatto che la morte
sarebbe poca cosa, e forse per nulla orribile, se ad essa
sopravvivessero le passioni dell'uomo; le sue speranze, i suoi sogni,
cioè il suo spirito, il suo pensiero, la sua volontà, e tutto ciò fosse
sensibile ancora e vitale dopo la morte.
Poi rivedevo Silvina, e veramente un'immagine fino allora sconosciuta di
Silvina, allorchè s'era abbattuta fra le mie braccia tremante, pallida,
e avevo sentito quanto fosse lieve il peso del suo corpicino, quanto
fosse fragile la sua volontà che per la prima volta l'abbandonava, quel
dominio di sè medesima che io non le avevo mai veduto smarrire, neppure
per un istante, prima d'allora. Ma in quel momento il suo orgoglio
l'aveva abbandonata d'un tratto. Aveva parlato con voce supplichevole,
guardato me con tenerezza, atterrita per quel poco sangue che aveva
rigato di rosso la fronte d'uno sconosciuto. Mentre correva tenendo le
mani premute sul cuore, in quell'atteggiamento così doloroso e
appassionato, il suo bell'abito scuro si agitava leggiero intorno alle
sue gambe. Eppure ella aveva perduta ogni leggerezza, e quella corsa non
somigliava affatto ad un volo.
Quest'immagine nuova di Silvina io l'accarezzavo struggendomi di
tenerezza per lei, abbandonandomi a un senso vago di felicità, come se
mi si fossero aperte improvvisamente le porte del suo cuore, che erano
prima chiuse per me come per tutti gli altri. Ma nello stesso tempo io
pensavo con tristezza che, purtroppo, se soltanto avessi tentato allora
di avvicinarmi a lei con una carezza, chiedendole, in nome di quel
momento di debolezza, di accogliermi nella sua intimità con amore, con
confidenza di sorella, ella, ormai ridivenuta la Silvina d'ogni giorno,
certamente mi avrebbe respinto con un sorriso ironico, forse anche con
parole umilianti. E forse, adirata contro sè stessa per quello
smarrimento d'un attimo, se ne sarebbe vendicata con crudeltà sopra di
me, innocente.
Mi stupivano gli occhi delle ragazze che, passandomi dinnanzi a gruppi
nella strada affollata, mi guardavano sorridendo. Mi stupivano i ragazzi
che, vedendomi assorto, mi saettavano nelle orecchie le loro lingue
sibilanti di carta, e poichè nè mi muovevo, nè mi mostravo adirato, nè
li guardavo, non la finivano più, eccitati dalla mia indifferenza. Come
la vita doveva essere facile per tutti, in quella sera di festa! Forse
Silvina stessa, nascosta come sempre dietro le persiane della sua
finestra, guardava curiosamente la gente passare, obliosa ormai delle
lacrime di poco fa.
Presi la mia sedia e rientrai in casa. Senza salutare nessuno, posando
appena un bacio silenzioso sulla fronte di mia madre, salii le scale, e,
affacciatomi un momento alla stanza dove il ferito riposava, vidi al
lume giallo di una veilleuse il suo respiro calmo nel sonno. Appunto nel
corridoio, tra la sua stanza e la mia, raccolsi quel foglietto di carta
ripiegato nel quale lessi la seguente lettera:
«Piccola prigioniera,
«io non sono che uno sconosciuto per voi: ho un nome oscuro e nessun
potere in questo mondo, fuorchè quello della mia libertà. Questa libertà
è tuttavia un potere estremamente incerto; ed io stesso non so come
esercitarlo.
«Voi mi vedete passare ogni sera dinnanzi alla vostra casa ed io guardo
su, dove siete quasi sempre affacciata. Avrete notato che spesso, per
indugiare un istante sotto le vostre finestre, strappo un fiore o una
foglia ai festoni di glicine che ricadono dalla veranda. Allora, mentre
i miei occhi possono posarsi un poco più a lungo sulla vostra persona,
penso che forse per voi la libertà è un sogno, e che a chi ve la
offrisse in dono, la libertà, forse sapreste insegnare in che modo
goderne.
«Vorrei chiedervi: c'è qualche cosa che veramente vi seduce oltre il
limite della vostra vita presente? Chi fosse pronto a condurvi lontano,
nel vasto mondo, lo accettereste voi per compagno? E sapreste trovare
per questo compagno di libertà tanta luce per guardarlo con amore?
Curiose domande, lo so bene, con le quali rischio di perdervi per
sempre, voi che già mi siete più cara della vita! Ma se le mie parole
non vi sembrano vane, abbiate la bontà di portare un fiore rosso alla
cintura, ritornando domani in quello stesso luogo dove il caso vorrà che
io possa lasciar cadere ai vostri piedi questa mia prima lettera.
_Silvio_».
Questa lettera non portava data alcuna. Io m'era chiuso in camera mia,
e, lette le ultime parole, caddi in uno stato di meditazione fantastica
dalla quale non mi riebbi che molto tempo dopo.--E ora, pensai
ripiegando quel foglio, che cosa debbo fare? Chi ha smarrito questa
lettera? Silvio o Silvina? E pensai:--Oggi non le ho veduto nessun fiore
rosso alla cintura.
Procedevo senza logica, con ragionamenti saltuari, perchè la commozione
era così grande in me che io non sapevo dare un ordine ai
miei pensieri. Se mi fossi abbandonato al mio cuore avrei pianto
dirottamente.--Innamorata, pensavo, lei, Silvina! Uno che passa potrà
dunque portarsela via, lei così debole, piccola creatura capricciosa che
si crede tanto forte! Uno qualunque, soltanto perchè veste con eleganza,
e cavalca un bel cavallo irlandese, e ha un viso pallido e riccioli
neri, potrà portarsela chi sa dove lontano di qui. E lei che non guarda
con amore nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno me che l'adoro, nemmeno suo
padre che si farebbe uccidere per lei, guarderà con amore lui solo,
questo sconosciuto, questo vagheggino che non è nulla per nessuno, che
non sarà mai nulla per noi! Gualcii rabbiosamente la lettera che tenevo
ripiegata fra le mani e gridai:--Stupida lettera, piena soltanto di
sciocche frasi, di lusinghe ridicole! Maledetta! Dovevo proprio io
raccoglierti! Dovevi cadere nelle mie mani! Poi pensavo che forse il
caso non era stato tanto infame, perchè meglio nelle mie mani, quella
lettera, che nelle mani di mia madre, o nelle mani di mio padre, o di
qualunque delle mie sorelle. Infine mi fermai su questa vaga speranza:
che essa fosse caduta dagli abiti di Silvio mentre lo trasportavano e
che Silvina non ne sapesse assolutamente nulla.
Allora considerai con più benevolenza quel giovane e anche con una
leggera punta d'ironia, perchè pensai:--Eccoci tutti uguali, noi di
questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni
dalle minime cose! Che cosa spera costui da Silvina? Si offre come un
salvatore, ma chiede aiuto. A chi? A Silvina. E perchè? Perchè lo ha
guardato con quei suoi occhi gelidi, con cui guarda tutte le cose. Il
mondo non gli sembrava abbastanza vasto per i suoi sogni ambiziosi, e
d'un tratto ha scoperto che questo mondo immenso e piccolissimo è tutto
in suo potere, di lei quando si degnerà di sorridere. Stupido ragazzo!
Se tu avessi sofferto come me, e sperimentato come me il sorriso d'una
donna, che specie di felicità s'irradi da due occhi che ti guardano con
amore, altro che fidarti nell'aiuto di Silvina! Povera piccola! Così
stupida, in fondo, anche lei! Silvina! In fondo, nemmeno una donna...