Tre giorni dopo Silvio lasciò il letto e prese commiato da noi. Silvina
uscì dalla sua camera proprio nel momento in cui Silvio baciava la mano
a mia madre, e si mostrò per un attimo appena nell'arco della scala. Ma
quell'attimo bastò a me ed a Silvio per vedere che ella portava una
bella rosa rossa alla cintura. Io ne ebbi il cuore trafitto e, nella mia
sconfinata stupidità, arrossii per lei di quel gesto. La notte seguente
Silvina, mentre tutti dormivano, fece un piccolo involto delle cose sue
più care, attraversò il frutteto e, per la piccola porta dell'orto dove
Silvio la stava aspettando, se ne fuggì. La mattina mia madre andò come
sempre a bussare all'uscio della sua camera. Entrò, trovò la camera
vuota, il letto intatto. Io ritornavo allora dalla mia caccia d'insetti;
avevo raccolto alcune «monachelle» verdi lungo la roggia: avevo visitato
il mio formicaio. Ero lontano mille miglia dalla mia vita, la testa
piena di strane idee sulla potenza della natura che governa l'universo
intero con una legge sola, e fece l'insetto e l'uomo allo stesso modo,
Daria e la mantide assolutamente simili; l'una dotata di occhi
dolcissimi, di una bocca soave, d'una carne diafana e profumata, d'una
intelligenza sottile per sedurre i maschi della sua specie; l'altra
tutta colorata del più tenero verde, con ali meravigliosamente
trasparenti ed iridate, e d'aspetto così pio da ingannare non soltanto
gli insetti, ma gli uomini, che la chiamano «monachella» anzichè
chiamarla «pantera». Prega, prega sempre la «monachella» con le braccia
congiunte, il collo torto, i grandi occhi ipocriti levati al cielo.
Sembra che non faccia che sospirare avemarie. Verso la fine di agosto,
quando cadono più stelle dal cielo che dal susino susine mature, e il
ciuffolotto per la selva vede con gioia arrossire i corbezzoli, ecco un
giovine mantide innamorato dell'amore che, dopo aver molto girovagato
qua e là per le insalate, vede alfine all'ombra d'una foglia di zucca,
sul bordo del ruscello, la creatura dei suoi sogni lungamente
desiderata, sospirata con spasimo. Divina creatura! Una Beatrice.
Assorta nella mistica visione del paradiso, ella è l'immagine viva della
sorella-amante, la purissima, la pietosa, la consolatrice. Ed ecco, per
attrarre sopra di sè misero i suoi sguardi sublimi, il mantide apre le
ali variopinte e le agita, le fa vibrare di delicate armonie, finchè gli
sembra che gli occhi di lei ora confondano in un unico sguardo
l'immagine lontanissima di Dio e la sua persona presente. Legge un
invito amoroso in quell'affascinante sguardo, e, tremando, le si
avvicina e l'abbraccia sospirando:--Mia! Finalmente mia! Questo
innamorato è un bel maschio agile, vigoroso, ardente. Passano ore lente
d'ebbrezza. Beatrice lo tiene stretto come in una dolce catena; egli si
abbandona felice. Poi Beatrice lo prega languida:--Dammi la tua nuca che
io la divori di baci! Egli le offre la nuca, e Beatrice gliela morde, ed
egli le sospira:--Uccidimi! Uccidimi! Non vorrebbe veramente morire.
Vorrebbe poter desiderare così la morte per tutta la vita, stretto in
quel delirante abbraccio. Ma la pia «monachella» lo ha già morso, e
prima che egli abbia potuto ripetere:--Deh! Uccidimi!--è già morto, e
ora Beatrice, incominciando dal collo, giù giù tutto se lo divora,
finchè non rimarranno che le ali, le belle ali con le quali egli
s'illuse di conquistarla, le belle ali che scoloriranno al sole come
petali caduti ad un fiore.
Pensavo appunto che gli uomini avevano dovuto circondare l'amore di
molte idealità per non vedere l'istinto crudele che lo produce e lo
domina, quando m'incontrai con mia madre che scendeva le scale in gran
fretta, pallida, gli occhi pieni di lacrime, chiamando con voce
angosciata Adalgisa, Marta, Battista, Maria.
--Oh, Paris, Paris, esclamò abbracciandomi. Dov'è Silvina? Dove, dove è
andata? Paris, Paris non mi lasciare anche tu...
Ogni ricerca fu vana. A forza d'interrogare quanti passavano dinnanzi
alla nostra casa, si seppe di uno che l'aveva veduta uscire a notte
dalla porticina del frutteto, di un altro che si era imbattuto, sulla
via maestra, in una carrozza a due cavalli dove stava Silvina in
compagnia di un giovane dalla fronte bendata. Allora dovetti raccontare
a mia madre e a mio padre quanto sapevo di quella fuga, la storia della
lettera trovata nel corridoio e il mio dialogo con Silvina. Mio padre
montò in furore e minacciò di spianare il mondo. Ma si ridusse a
piangere come un bambino e da quel giorno non fu più l'uomo sereno e
gioviale di un tempo. Mia madre anche pianse, e pregò molto devotamente,
come se Silvina fosse morta ed ella volesse raccomandarla alla clemenza
di Dio. Poi incominciò a sbiancarsi, a spegnersi a poco a poco sotto i
nostri occhi, consumata da quel dolore.
Silvio portò Silvina a vivere in città. Egli non aveva più nè cavalli nè
carrozze nè denari per comprarsi dei begli abiti di non comune eleganza.
Aveva fatto anche lui alla svelta un piccolo fagotto delle cose sue più
care, e aveva lasciato padre e madre tristi e soli ad aspettare che la
vita gli insegnasse a rinsavire. Era tutto felice di aver sacrificato
ogni cosa all'amore per Silvina, come se il fatto di aver sposato con
tanto slancio la povertà, fosse il degno complemento del fatto
principale: d'avere cioè sposato Silvina a modo suo, rubandola alla sua
propria casa contro tutte le regole che inceppano ancora in questo
secolo la libertà dell'amore. Silvio era molto giovane; non aveva che
ventitre anni. Egli condusse Silvina ad abitare al settimo piano di una
casa di operai, in una piccola stanza illuminata da un abbaino, che
aveva come giardino un bellissimo vaso di garofani rossi e una scatola
di legno con una pianticella di salvia. Affacciandosi a quell'abbaino,
si poteva dire di avere l'intera città ai propri piedi, perchè non c'era
tetto che lo superasse, e, per uno spazio immenso, era tutto un mare
rotto e fumoso di tegole, di antenne, di comignoli, disteso da ogni
lato. Silvio celebrava molto la bellezza di quell'abbaino, e, il suo
primo pensiero, quando al mattino apriva gli occhi svegliato dal sole,
era quello di precipitarsi a spalancarne le imposte, gridando:--Libertà,
libertà, che è sì cara!
Silvina che dormiva ancora, si destava a quel grido, e allora Silvio
correva ad abbracciarla; poi rovesciava il lenzuolo e così, solo coperta
dalla sua camicina, la conduceva dinnanzi all'abbaino, e mostrandole la
distesa dei tetti che non finivano mai, le cupole alte delle chiese, le
cupole basse dei teatri, i comignoli fumanti delle officine, tutta la
città immersa nel sole alto d'agosto:
--Silvina, Silvina, le diceva, amor mio, vedi, tutto ciò ci appartiene!
Chi è più ricco di noi?
E Silvina guardava con gli occhi abbarbagliati dalla gran luce il vasto
dominio di Silvio, e posando il capo sulla sua spalla:
--Silvio, diceva, come erano belli quei fazzoletti di seta colorata di
tanti colori che vedemmo l'altrieri! Brutto cattivo! Non ti ricordi che
uno, uno almeno, me lo avevi promesso?
E Silvio rispondeva:--Oh, è vero! Che smemorato! Oggi, oggi certamente
me ne ricorderò.
Silvio correva la città tutto il giorno, sotto il sole torrido, offrendo
a chi volesse comprarla, anche per poco, la sua divina libertà.--Sono
libero, diceva, sono libero come l'aria. Pochi uomini sono liberi come
me. Io non ho falsi orgogli da difendere, scrupoli da osservare. Sono
giovane, sono intelligente, pieno di volontà. Prendetemi, utilizzatemi,
fatemi fare ciò che volete. Non c'è lavoro che non sia buono e onorevole
per me. Dove troverete un altro che possa dirvi altrettanto? E tutti lo
abbracciavano, gli battevano benevolmente la mano sulle spalle, e
dicevano di lui:--Che bravo, che caro ragazzo! Silvio si sedeva sul
bordo d'una fontana all'ombra di un tiglio, e contava i pochi soldi che
gli rimanevano. Il gruzzolo scemava ogni giorno, ma c'era ancora posto
per una mezza dozzina di fazzoletti di seta. Del resto poteva Silvina
rimanere senza fazzoletti di seta? Avrebbe egli voluto vedere Silvina
asciugarsi le labbra con fazzoletti che non fossero di seta morbida e
profumata? Le delicate labbra di Silvina, ch'egli sciupava con i suoi
baci ardenti, dalle quali beveva a lunghi sorsi la felicità, che,
sorridendo, lo incantavano, e quand'erano tristi lo riempivano di paura?
Ed egli si decideva finalmente al gran passo, sceglieva sei colorati e
leggieri fazzoletti di seta, e, rientrando in casa, baciava Silvina
sulla bocca, le mordeva il labbruzzo, e poichè ella diceva: Ahi! egli
con uno di quei fazzoletti nuovi, morbidi e profumati, le medicava il
dolore, ridendo felice.
--Ecco, ecco, la medicina! esclamava. Vedi che oggi non me ne sono
dimenticato!
Silvina guardava attentamente uno per uno i sei fazzoletti e li contava.
--Mi darai un bacio, ora?
Ed ella gli dava un bacino sulla gota, e diceva:--Peccato! Sei
fazzoletti non dureranno molto...
Silvio l'attirava a sè, le copriva il viso di baci, e raccontava ciò che
aveva fatto, veduto, e detto in città.
--Ah! esclamava, tutti mi vogliono un gran bene. Vedi che cosa significa
essere poveri, essere veramente liberi? Non c'è uno che ti consideri
come un nemico, o che pensi di attraversarti la via, o che diffidi di
te. Al contrario tutti sono pronti ad aiutarti, a darti una mano perché
tu possa riuscire....
Guardava intorno le miserabili suppellettili della loro stanza, e
soggiungeva:
--Certo questa stanza è troppo misera, troppo nuda. Se non avesse
quell'abbaino dal quale si domina tutta quanta la città, sarebbe troppo
triste vivere qui. Ma noi potremo cambiare questi mobili, sostituirli
con altri meno rovinati e sudici, oppure cercare un'altra stanza, con
una veduta anche più bella di questa. Quanto a me, purchè tu mi voglia
bene, sarò in ogni modo felice!
Silvina si alzava senza parlare, posava i fazzoletti sul cassettone, e
si buttava supina sul letto. Là, con le mani annodate sul capo,
contemplava i travi del soffitto imbiancati di calce, seguendo il
paziente lavoro che i ragni facevano tra l'uno e l'altro. Allora Silvio
andava a sedersi accanto a lei, le prendeva il viso tra le mani e
guardandola teneramente:
--Silvina, amor mio, sussurrava, mi vuoi bene? Non sei mica stanca già
di me? Non sei mica annoiata? Se tu sapessi come ti amo, come ti adoro!
Tutte le altre donne non esistono più per me; è come se non esistessi
che tu sola.
Silvina staccava gli occhi dal soffitto, li fissava su lui, lo guardava
a lungo, in silenzio.
--Che cosa mi dici con quei tuoi occhi di cielo? le domandava Silvio
allora baciandoglieli lievemente. Occhi tutta trasparenza, tutto
azzurro! Se non ci intendessimo tra noi, miei cari occhi, questa Silvina
cattiva non direbbe mai di amarmi! Ma voi dite:--Ti amiamo, povero
Silvio, ti amiamo tanto!--e io sono felice. Non è vero che parlano così
i tuoi occhi?
E Silvina assentiva con una piccola mossa del capo, e riattaccava i suoi
occhi al soffitto.
Allora Silvio si distendeva accanto a lei, posava la testa sul
guanciale, avvicinava la gota alla sua gota, e rimaneva in silenzio a
respirare il profumo dei capelli d'oro di Silvina, della sua pelle
bianca e liscia, dei suoi abiti che ancora odoravano dello spigo che la
mamma distribuiva ogni anno nei guardarobe. E così, preso da una vaga
malinconia, egli meditava ad una ad una le sue illusioni, l'amore di
Silvina, la gioia della povertà, la benevolenza degli uomini, l'avvenire
radioso che lo avrebbe compensato ad usura della fede coraggiosa ed
ardente con la quale aveva affrontato un destino incerto, e sopportava
ora le difficoltà di quell'avviamento alla vita. L'aria imbruniva, e le
pianticelle del garofano e della salvia nel vano dell'abbaino
diventavano due neri bizzarri arabeschi contro il cielo viola; le
rondini in frotte passavano e ripassavano nel rettangolo pallido,
salutando con lunghi squilli il sole morente, e le voci lontanissime che
salivano dalla strada parevano anch'esse attutite da quell'ombra morbida
che circondava ogni cosa. Allora con il cuore traboccante di tristezza
Silvio stringeva a sè Silvina, e, impadronendosi della sua bocca, con
voce singhiozzante mormorava: Mia! Mia! e non se ne distaccava più,
finchè non la sentiva morire fra le sue braccia.