Forse, se la nostra casa non fosse stata prossima alla strada maestra,
Silvina, già così pallida allora, sarebbe a poco a poco sfiorita in
questa specie di semplice e riposante clausura in cui si vive qui
forzatamente, fra usanze antiche, e da molti anni sempre uguali. Sarebbe
oggi o fra poco una zitella taciturna ed arcigna, come se ne incontrano
di domenica in questi dintorni, brutte più di anima che di corpo, con
cuffie strette e begli abiti passati di moda nei quali ancora per
dispetto si pavoneggiano. Ma la nostra casa, i vecchi, la costruirono
sulla strada, con giardino ed orto alle spalle, anzichè tutto intorno, e
per di più con una grande e bassa terrazza che si affaccia sul via vai,
alle cui ringhiere s'intrecciò poi il glicine, che ora fiorisce e la
ricopre. Molti bussano alla nostra porta. Molti che passano, molti
mendicanti, molti curiosi, non possono fare a meno di fermarsi e di
bussare, di guardare in su alle finestre e di scambiare parole con la
gente di casa. Anche noi apparteniamo alla strada. Io capisco benissimo
che è una tentazione troppo forte questa casa signorile a portata di
tutti gli occhi e di tutte le mani, dinnanzi alla quale si passa
impolverati, stanchi dopo ore ed ore di strada attraverso colline brulle
e campagne in gran parte desolate, prima di arrivare al paese. Anch'io
forse farei come tutti gli altri, se fossi dalla loro parte.
Vi sono ancora oggi dei giovani romantici, molte idee romantiche nel
mondo. Si subisce la seduzione delle vecchie idee, unicamente perchè se
ne stanno silenziose e sconosciute dentro di noi, che le crediamo
lontane e morte, e a nostra insaputa generano idee e fatti che a noi
paiono nuovi. Dico questo perchè mi riesce estremamente difficile
procedere diritto nel mio racconto. Io sono stato senza dubbio del
numero: anch'io un romantico. Zotico, campagnolo, con la mia faccia
plebea, i miei capelli disordinati, i miei abiti modesti e senza
eleganza, io non ho mai somigliato per nulla a quei bellissimi giovani
del decimonono secolo che si vedono nei dagherrotipi. Ma colui di cui
voglio parlare, ricordava in tutto uno di quelli. Era alto della persona
e bruno, con lunghi capelli, grandi occhi, un viso ovale e malinconico,
labbra appena segnate e languide, lunghe mani bianche, abiti molto
attillati e scuri, e di taglio che imitava la moda antica. Io non ho mai
capito che cosa sia l'amore di una fanciulla, come nasca, e che cosa le
faccia innamorare. Ma credo che egli fosse appunto uno di quei giovani
per i quali le fanciulle, guardandoli mentre passano per la via,
piangono, di sera, sole, nei vani delle finestre, e sospirando pensano
di morire. Lo vedevo qualche volta venire dalla parte della città,
cavalcando un bel cavallo irlandese, e, subito dopo la nostra casa,
uscire dalla strada maestra e piegare per i prati verso il greto del
fiume. Lo seguivo mentre caracollava fra gli alberi fino alla grande
siepe d'ontani, e dietro quella poi scompariva. Al ritorno, verso sera,
si metteva di passo lungo il fossato, come uno che non ha gran fretta di
camminare. Eravamo allora al principio dell'estate. Le notti erano
luminose, anche quando mancava la luna; e cadevano molte stelle. Io
trascorrevo lunghe ore alla finestra, a respirare l'aria profumata dai
fieni appena tagliati, ad ascoltare i grilli e tutte le indefinibili
musiche che l'ombra stellata delle sere estive suscita per i campi e
disperde poi nell'infinito. Quel giovane, passando, stendeva la mano e
strappava al nostro glicine, che già era sfiorito, una delle sue foglie.
Anche Silvina stava a quell'ora dietro le persiane socchiuse della sua
finestra a guardare. Ma io non pensavo che ella guardasse quel giovane.
Pensavo che stesse là, come me, a fantasticare i suoi strani sogni, e
che semplicemente lo vedesse passare.
Per un giorno solo, in tutto l'anno, questo tratto di strada che corre
dalla nostra casa al paese, si riempie di popolo; non pare più di stare
in campagna, ma nel sobborgo di una città; i mercanti girovaghi di tutta
la provincia vi si fermano con i loro carretti, legano i cavalli magri e
i loro ciuchi pelati agli alberi, piantano i loro banchi riparati da
tende d'ogni colore, e si mettono a vendere come in tante botteghe.
Vengono pasticcieri che filano zucchero bianco verde e rosa, e tagliano
le caramelle con le forbici, e giocattolai che vendono giocattoli di
legno e di latta, bambole di cartapesta in camicia, e sopratutto
trombette e quegli strumenti a fiato che solo i contadini suonano e si
chiamano «organini»; sotto ripari di frasche verdi, che poi
ingialliscono al sole, si aprono spacci di vino, e in un campo si pianta
un ballo pubblico, dove i bei giovani del paese e di tutti i dintorni,
che portano fazzoletti di seta sgargianti intorno al collo e grandi
ciuffi arricciati sulla fronte, intrecciano senza donne, fra loro,
interminabili e sudate danze al suono di un violino o di un flauto.
Ora, eravamo alla vigilia di quel giorno, e, all'imbrunire, si stava
tutti dinnanzi alla porta, a guardare gli operai che con lunghe scale
appendevano lampioncini colorati a certi fili tesi attraverso la strada,
quando s'udì la voce di mia madre, che dall'alto di una delle nostre
finestre, esclamava soffocata:
--Ma che cos'è? Che cosa è stato?
Alzammo il capo e la vedemmo affacciata al davanzale, pallida, che
guardava lontano, verso il fiume, dove noi non potevamo vedere nulla
perchè la siepe ce lo impediva.
--Mio Dio! gridò mia madre. Poi si ritrasse dalla finestra, poi si
riaffacciò, e mi disse, agitando le mani:--Corri, Paris! Silvina,
Silvina è caduta...
Mi buttai attraverso la siepe e, correndo per il viottolo lungo il
fosso, vidi finalmente Silvina che mi correva incontro, con le mani
strette sul cuore, così pallida che mi fece paura. Ci incontrammo ed
ella mi cadde fra le braccia, tremando, con gli occhi chiusi, il respiro
soffocato, incapace di parlare. Il suo piccolo cuore batteva nella mia
mano come se fosse nudo; i capelli, nella corsa, le si erano sciolti, e
le cadevano sulle spalle come serpi d'oro. Con uno sforzo riaprì gli
occhi e sospirò:
--Laggiù... Sull'argine... è caduto...
Allora guardai verso il fiume, vidi un cavallo libero che galoppava
attraverso i prati, e subito lo riconobbi.
--Lasciami sedere sull'erba, mormorò Silvina.
La posai sull'erba e ripresi la mia corsa verso il fiume. Mio padre,
seguito da altri uomini, apparve al di qua della siepe. Egli si fermò
accanto a Silvina, e gli altri continuarono a correre dietro di me.
Giunto in fondo al sentiero, là dove esso sale lungo l'argine, vidi quel
giovane disteso immobile sulle pietre bianche del greto. Giaceva supino,
le braccia aperte, la bella fronte macchiata di sangue rivolta al cielo
che tutta l'illuminava.
--Presto! Presto! gridai spaventato. Portiamolo via di qui!
Lo prendemmo in quattro, lo sollevammo e incominciammo a portarlo. Non
un gemito uscì dalle sue labbra. Il suo corpo era inanimato, e pesante
della pesantezza che ha la morte. Quando giungemmo sulla strada, Silvina
rientrava allora in casa, sostenuta da mio padre. Nemmeno si voltò.
Appena adagiato sul letto il ferito riaprì gli occhi, e li posò su mia
madre, che con le mani gli teneva distesa sulla fronte una benda
inzuppata d'aceto. A lungo le sue pupille estatiche, vaghe, stettero
ferme su lei, che pure lo guardava con amore. Poi, richiuse le palpebre,
si assopì. Mia madre annodò la benda intorno al suo capo, gli aggiustò i
riccioli sulle tempie e dietro le orecchie, e ordinò a tutti di
camminare in punta di piedi.
Fummo chiamati per il pranzo, ma il posto di Silvina rimase vuoto. Ella
si era chiusa nella sua camera e non voleva mangiare. Uno per uno
andammo a pregarla attraverso l'uscio, ma non rispose a nessuno. Quando
mio padre l'aveva raccolta sull'erba, dove io l'avevo lasciata, Silvina
piangeva. Il cavallo s'era imbizzarrito proprio passando accanto a lei,
mentre ritornava per il sentiero a casa, dopo essere stata a cogliere
fiori sull'argine. Il cavaliere era stato sbalzato di sella, s'era
disteso senza un grido, e Silvina l'aveva creduto morto. Poi aveva
temuto che il cavallo, galoppando per il sentiero, la travolgesse, si
era messa a fuggire disperatamente, ed era anche caduta una volta,
inciampando in un sasso. Allora l'aveva veduta mia madre dalla finestra,
e fortunatamente noi avevamo potuto accorrere subito, soccorrere lei e
il ferito. Ma Silvina, che nessuno aveva più veduto piangere da un
pezzo, era stata presa da una crisi di singhiozzi, tanto era stato in
lei lo spavento per quel tragico accidente. Mio padre era convinto di
ciò che diceva, parlandone a tavola a noi tutti che lo ascoltavamo in
silenzio.
Intanto fuori, lungo tutta la strada, avevano accesi i lampioncini di
vetro bianco rosso e verde. E mentre la gente, andando da un mercante
all'altro, incominciava appena ad alzare il tono della voce, e i ragazzi
provavano le prime timide trombette e ridevano ai sibili ancora incerti
delle lingue di Menelicche, le campane della chiesa maggiore,
spalancando d'un tratto le loro gole sonore, soffocarono in un sol
frastuono confuso e ondeggiante quei rumori, quelle voci, quei suoni
ancora distinti e isolati. Allora chi volle salvarsi da quella
sommersione dovette moltiplicare la voce. La strada si mise così in gara
col campanile, e quando infine, stanco, il campanile tacque, la strada
rimase piena di grida, di strombettii, di fischi assordanti, che da quel
momento non si placarono se non a tarda notte.